Posts tagged ‘Sarkozy’

26 aprile 2012

Hollande, svolta a sinistra

La sterzata a destra di Nicolas Sarkozy si accentua ogni giorno di più, il suo linguaggio ricalca quello di Marine Le Pen, le sue proposte quelle del Fronte nazionale, anche se annuncia che non ci saranno accordi con i lepenisti per il ballottaggio. Per cominciare, il tema dell’immigrazione è tornato al centro dei suoi infiammati discorsi. Non solo intende “combattere l’immigrazione illegale e legale” riducendo della metà i nuovi arrivi, ma, esattamente come Marine e suo padre, dipinge i lavoratori stranieri alla stregua di zavorra parassita: “Se non controlliamo l’immigrazione, la prima conseguenza sarà l’aggravamento del deficit dei nostri regimi sociali”, sanità e pensioni su tutti.

BALLA colossale, ma tutto fa brodo per attirarsi le simpatie degli elettori lepenisti. Tonitruante e senza freni, Sarkozy non esita a dire cose contraddittorie rispetto al pensiero e all’azione del suo stesso governo. È il caso di un altro cavallo di battaglia del Fronte lepenista, la “preferenza nazionale”, o “i francesi innanzitutto”, per quanto concerne ogni forma di prestazione sociale: sanità, lavoro, alloggio. Ecco che cosa ne pensava, non più tardi di martedì, il ministro Bruno Le Maire: “Noi crediamo alla nazione, noi crediamo alla responsabilità… ma non si tratta certo di introdurre la preferenza nazionale. Ci sono dei limiti che la nostra famiglia politica non oltrepasserà”. Ed ecco le parole di Sarkozy ieri, a ventiquattr’ore di distanza: “Io sono per la preferenza comunitaria, ma non vedo perché non si possa essere per la preferenza nazionale”. Ha smentito uno dei suoi più stretti collaboratori (Le Maire ha redatto il suo programma presidenziale), ma soprattutto ha sdoganato di botto uno degli slogan più odiosi del lepenismo.    Tra i primi a insorgere è stato François Bayrou, il leader centrista detentore del 9 per cento dei consensi al primo turno: “Sarkozy si allinea a Marine Le Pen, svende i valori repubblicani”. Martedì, del resto, il presidente uscente aveva concesso a Marine Le Pen, senza che nessuno glielo chiedesse, un nuovo statuto: “È compatibile con la Repubblica”, aveva detto. Ieri ha precisato: “Se partecipa alle elezioni vuol dire che è compatibile. Ciò non significa che bisogna stringere accordi con il Fronte. Non c’è in vista nessun negoziato, nessun ministero per Marine Le Pen e i suoi”. Ma il brevetto di “repubblicana” glie-l’ha concesso, ed è la prima volta che accade da trent’anni a questa parte. Tra uno sproloquio anti-immigrati e l’altro, non poteva mancare l’accusa ai socialisti di voler attuare “regolarizzazioni di massa” una volta al potere, e di voler concedere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari.

FRANÇOIS Hollande, che davanti al moltiplicarsi delle provocazioni mantiene una calma ammirevole, ha messo i puntini sulle “i”: “Nessuna regolarizzazione di massa, e per quanto riguarda il diritto di voto agli stranieri extracomunitari è uno degli obiettivi del mio futuro quinquennato, da attuarsi entro il 2014”. Ha poi specificato il socialista Arnaud de Montebourg che si parla di “persone regolarmente residenti sul territorio nazionale, che pagano le tasse e, quando lavorano, i contributi: costoro devono partecipare alla vita locale”, e quindi alle elezioni comunali e regionali. Sarebbe ora: la proposta figurava già nel programma di François Mitterrand nel 1981, ma non se ne è mai fatto nulla. Se l’uno sbraita, l’altro tira dritto. Ieri François Hollande ha assaporato con grande soddisfazione l’invito ai governi a stringere un “patto per la crescita” pronunciato da Mario Draghi, e apprezzato persino da Angela Merkel.    Il candidato socialista, che Sarkozy voleva velleitario e isolato nell’ambito comunitario, comincia a trovare sponde molto importanti, che fino a ieri gli sembravano precluse. Si è anche impegnato a ritirare le truppe francesi dall’Afghanistan, “fin dal giorno dopo la mia elezione”. Alla riconferma di Sarkozy ormai non crede più nessuno, tantomeno nelle capitali europee. I sondaggi condotti dopo il primo turno sono del resto assai unanimi: collocano François Hollande tra il 56 e il 54 per cento, Sarkozy tra il 44 e il 46. Ciò detto, ci sono ancora dieci giorni di campagna elettorale.

di Gianni Marsilli, IFQ

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13 aprile 2012

A che serve Monti?

A che serve il governo Monti? Sappiamo bene perché è nato: perché quello precedente, guidato (si fa per dire) da B., era capace di tutto ma buono a nulla; e persino quando fu commissariato dalla troika Merkel-Trichet-Sarkozy continuò a fare il furbo con finte manovre finanziarie piene di niente. Serviva un governo presieduto da una persona autorevole agli occhi della comunità internazionale e dei famosi “mercati” (e non era difficile trovarla, visto chi c’era prima), ma soprattutto disinteressato al consenso elettorale, cioè in grado di imporre sacrifici a chi, o per numero (lavoratori e pensionati) o per peso specifico (le grandi lobby), spaventava i partiti e li dissuadeva da misure sgradite a questo o a quello. Monti è autorevole, o almeno molto più di chi c’era prima e, più in generale, di tutti i leader politici italiani. Le misure impopolari contro pensionati e lavoratori le ha prese. Non quelle contro le lobby, ben protette da vari ministri. Ma tanto è bastato per domare lo spread per un po’ e quindi garantire un buon collocamento dei nostri titoli di Stato. Ma questo valeva fino alla settimana scorsa. Poi lo spread è risalito oltre i livelli di guardia (di pari passo col risveglio dei partiti, i primi stop su art. 18 e anti-corruzione, le prime critiche della stampa finanziaria internazionale) e l’ultimo collocamento dei titoli è andato male. Segno che gli speculatori non si contentano più di un altro al posto di B.: ora vorrebbero vedere un governo nel pieno delle sue funzioni, con una maggioranza omogenea e compatta, cioè in grado di decidere senza piatire e mercanteggiare ogni giorno in Parlamento i voti dell’una o dell’altra banda. Se il consenso del governo resta alto, anche se ben sotto i livelli di due mesi fa, è perché tutt’intorno si agita una galleria di mostri da paura: la sola prospettiva che possano tornare “quelli di prima” (tutti i politici) basta a terrorizzare gli italiani, inducendoli a preferire, tutto sommato, i tecnici. Ma più per rassegnazione che per convinzione. Tantopiù che i partiti non riescono nemmeno a tagliarsi dell’1% i rimborsi elettorali, mentre ogni giorno finisce indagato un leader o tesoriere ladro per uso privato della sua carica o dei nostri soldi. Ed ecco la domanda: a cosa serve, di qui alla scadenza naturale della legislatura (aprile 2013: fra un anno), il governo Monti? Cosa dovrebbe fare, lo sappiamo tutti: un elenco infinito di riforme. Ma cosa può realisticamente fare, con questa maggioranza Brancaleone, divisa su tutto fuorché sulla paura fottuta del voto? Dopo la Finanziaria, le finte “liberalizzazioni”, le pensioni e l’art. 18, il piatto di Monti piange: a parte le famose e fumose “misure per la crescita” (per cui s’è già capito che non c’è un euro), nulla di fattibile risulta all’ordine del giorno. La patrimoniale non si fa: B. non vuole. La Rai non si tocca: B. non vuole. I tagli alla casta sono tabù: i partiti non vogliono. Di anti-corruzione manco a parlarne, così come di prescrizione, falso in bilancio, manette agli evasori. Il rischio anzi, toccando la giustizia ora, è risvegliare gli zombie: bavaglio anti-intercettazioni, responsabilità civile dei giudici e abolizione della concussione (cioè dei processi Ruby e Penati). Una volta piazzati gli ultimi titoli di Stato (a maggio), il governo rischia di girare a vuoto per i successivi 10 mesi. Facendo ciò che Monti dice di aborrire: il “tirare a campare” di andreottiana memoria. Se è così, tanto vale sciogliere le Camere tra un mese e votare in autunno. Spetta a Monti dimostrare che non è così, inventandosi una o due mission forti che giustifichino la sua sopravvivenza fino all’anno prossimo. Presenti in Parlamento, “prendere o lasciare”, senza concordarle con nessuno, una legge che cancelli la Gasparri e disinfesti la Rai dai partiti e un pacchetto di norme contro la criminalità finanziaria. Se avrà i voti, avrà reso un servigio al Paese. Se non li avrà e cadrà, darà comunque degna sepoltura ai partiti-cadavere e sarà comunque un bel modo di morire, per una giusta causa. Risparmiandosi e risparmiandoci un anno di inutile agonia.

di Marco Travaglio, IFQ

15 novembre 2011

Quando l’Europa sdoganava il barzellettiere d’Italia

David Cameron e George Osborne hanno rassegnato le dimissioni. Hanno fatto del loro meglio, ma non sono riusciti, nemmeno all’interno del loro partito, a ottenere il necessario sostegno per approvare i drastici tagli alle pensioni e al livello di vita chiesti dai mercati. Per impedire il default della Gran Bretagna, a Reginald Pinstripe-Grey, già economista capo della Megabank di New York, viene affidato il compito di formare e presiedere un governo di unità nazionale e di salute pubblica.

A Londra le iniziative del governo saranno controllate da esponenti della Ue e da “consiglieri” tedeschi. Ai parlamentari britannici è stato detto con chiarezza che qualsivoglia tentativo di impedire col voto l’approvazione da parte della Camera delle severe misure di austerità provocherà il definitivo collasso dell’economia britannica e una ventata di anarchia. Nel frattempo non si terranno elezioni.

FANTASIA ORWELLIANA?

L’improbabile trama di una serie televisiva? Per gli elettori greci e italiani – malgrado la gioia per l’uscita di scena di quel cretino di Berlusconi – l’effettiva sospensione della democrazia è una realtà. I critici dell’euro hanno sempre sostenuto che a un certo momento un’economia europea sarebbe entrata in rotta di collisione con le libertà democratiche delle nazioni europee. Ed è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi in questo momento. Questo dramma è stato risparmiato alla Gran Bretagna perché, grazie a Gordon Brown, siamo rimasti alla larga dall’euro. Ma anche se possiamo stare alla larga dalla moneta, non possiamo evitare la crisi.    Tony Blair aveva assolutamente ragione quando disse che l’euro aveva consentito di mettere in scena per dieci anni una commedia di fantapolitica basata sull’ipotesi assurda che l’economia italiana e quella tedesca fossero in qualche modo paragonabili. L’euro ha garantito una comoda rete protettiva sotto la quale nascondere, in Paesi come l’Italia, corruzione, debiti e fallimenti politici. Ora basta. Ma mentre ci affanniamo a leggere le pagine finanziarie dei quotidiani e ad arrovellarci sullo spread, forse faremmo meglio a parlare di politica.    L’Italia è l’esempio più interessante. Per anni i commentatori politici hanno sottolineato l’influenza corruttrice sulla politica italiana di un imprenditore che aveva il monopolio dei mezzi di informazione – un po’ come se Rupert Murdoch fosse stato primo ministro e Rebekah Wade ministro della Giustizia. Per anni gli italiani dotati di senso morale hanno condannato la cultura dell’evasione fiscale e della corruzione del sistema politico. Perché l’Italia non è mai stata costretta a guardare in faccia i suoi problemi? Perché Silvio Berlusconi è durato così a lungo? In parte grazie all’illusoria sicurezza garantita dall’euro. La politica italiana era una barzelletta. Tutti minimizzavano. La maggior parte della gente rideva.

MA TRASFORMARE la democrazia in una barzelletta non è mai una scelta intelligente. In tutta Europa le democrazie sono ancora giovani e spesso deboli: la Grecia col fresco ricordo dei colonnelli, Spagna e Porto-gallo usciti da pochi decenni da lunghi periodi di dittatura fascista, per non parlare delle nazioni europee che si sono da poco liberate del comunismo.    Il progetto dell’euro comportava enormi trasferimenti di risorse da una economia verso un’altra e la consegna del potere ai banchieri centrali e ai commissari. Il Parlamento europeo è sempre rimasto una realtà incompiuta e non è mai diventato – come avrebbe dovuto essere – il cuore della costruzione europea. Di conseguenza una sorta di “europeismo buonista e di facciata” ha finito non per rafforzare, ma per indebolire la democrazia.

Questo fenomeno non si è verificato nei Paesi che costituiscono il nocciolo duro, quelli cioè che facevano parte fin dall’origine della Cee. L’accordo franco-tedesco, un rapporto al tempo stesso forte ed emotivamente intenso che si proponeva di rimarginare le ferite della guerra, ha ancora il pieno e convinto appoggio degli elettori e del ceto politico. Qualunque cosa accada nei prossimi mesi, credo sia inconcepibile pensare che questo nocciolo possa abbandonare l’euro al suo destino. Cercherà invece una unione ancora più salda.    La Gran Bretagna commetterebbe un errore imperdonabile se riprendesse le vecchie argomentazioni. Il gigantesco super-Stato europeo federale sta morendo dinanzi ai nostri occhi, ma l’isolamento – magari assieme a qualche altro Paese – sarebbe una scelta tragica. Il fallimento dell’euro travolgerebbe anche la nostra economia. Siamo in presenza della crisi più grave dalla fondazione della Cee, vale a dire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dobbiamo dare una risposta all’altezza del pericolo che minaccia noi tutti. È una fantasia sperare in una Europa più piccola e più integrata con la partecipazione della Gran Bretagna, una Europa capace di armonizzare sistemi fiscali, sistemi previdenziali e pensionistici.

Traversato il doloroso guado nel quale si trovano, Italia e Grecia potrebbero emergere rafforzate e con culture politiche meno corrotte. Una cosa è certa: l’Europa non deve più commettere l’errore di considerare comportamenti come quelli di Berlusconi che hanno messo in pericolo non solo la stabilità economica della Ue, ma anche la tenuta democratica dell’Italia, alla stregua di espressioni folkloristiche di cui ridere e da prendere sottogamba.

COMUNQUE SIA IL FUTURO della Gran Bretagna dipende completamente dal successo dell’Eurozona. Una Europa divisa, una Europa a due velocità taglierebbe fuori la Gran Bretagna dalla possibilità di incidere sulle scelte strategiche del continente.    Ne consegue che nel mezzo della bufera finanziaria la cosa più importante consiste nel preservare la democrazia. In secondo luogo bisogna impegnarsi al massimo per aiutare la Francia e la Germania ad attuare le decisioni che prenderanno. Possiamo dimostrarci vicini affidabili se sapremo proporre forme di crescente integrazione nel campo della difesa, se ci batteremo affinché la Ue abbia un seggio permanente in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu e se forniremo il nostro appoggio convinto all’euro. Non ci resta altro da fare perché siamo pur sempre europei.

di Jackie Ashley , IFQ

Copyright The Guardian Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

4 novembre 2011

Totò e Peppino al G20

Ironia all’arrivo del premier e di Tremonti al vertice Sarkozy: “Che fa l’Italia? Chissà, c’è Berlusconi”

Antoine Sondag, membro di una Ong: “Si parlava di tassare le transazioni finanziarie, Sarkozy, sostenitore della proposta, faceva l’elenco degli alleati. L’Inghilterra no, non ci sta, perché Cameron è amico della City. E l’Italia? “Chi lo sa… c’è Berlusconi”.

L’OPINIONE italiana non si conosce nemmeno, comunque non è granché importante. Ormai non sono gaffe, qui a Cannes a ogni livello si scherza su Berlusconi. Sul premier e su Giulio Tremonti. E nessuno si sente di dover chiedere scusa.

Che cosa farà l’Italia? Chi lo sa… c’è Berlusconi…”. Poi un gesto ampio con le mani come a dire: tanto quello è a fine corsa. Nicolas Sarkozy parla lontano dai riflettori, incontra le Organizzazioni non governative. È un gran comunicatore, Sarko, uno che a trovartelo davanti è capace di conquistarti anche se stai tra i suoi più accesi critici. Parla semplice, diretto. Fa battute a raffica. Eccolo di nuovo sorridere del Cavaliere. Racconta    Questi due giorni per il Cavaliere sono una via crucis. A cominciare dal viaggio in aereo accanto al miglior nemico, Giulio Tremonti. Ma ci sono troppe gatte da pelare, il fronte interno per un giorno pare ricomporsi: così eccoli, premier e superministro, che si avviano all’aereo a braccetto. Una recita? Un disperato tentativo di tenersi a galla a vicenda? Chissà. Sull’aereo Tremonti rivendica: “L’avevo detto che facevamo bene a non puntare su un decreto”, ma non c’è polemica. Il Cavaliere è stanco, si addormenta. Qualcuno racconta che abbia alle spalle una movimentata notte di Halloween. Certo lo attendono due giorni di fuoco. Angela Merkel al posto delle Olgettine.

IL CAVALIERE giunge alle dieci di mattina sulla Croisette, dove Dennis Hopper e altri grandi del cinema hanno lasciato le impronte delle mani nel cemento. Scende dall’auto e saluta i giornalisti. Una volta avrebbe scherzato, adesso l’espressione è terrea. Fissa. Anche le reazioni sono ben diverse. “Berlusconi e Tremonti… Comment s’appellent… come si chiamano quei due vostri attori? Ecco, sembrano Totò e Peppino in trasferta a Milàn”, sussurra un giornalista francese (di un grande quotidiano di destra, tra l’altro). E il cronista italiano per un attimo considera quasi di dover difendere il proprio primo ministro. Impossibile.

Ma lo stillicidio è appena cominciato. Scoppia il giallo Obama: non avrebbe stretto la mano a Silvio. Rifiuto o distrazione? Difficile dire che cosa sarebbe peggio. I pompieri di palazzo Chigi giurano : “Gli ha dato una pacca sulla spalla e gli ha detto “Ciao Silvio””. Chissà. Ma il tramonto del premier, livido come in un racconto di Gabriel Garcia Marquez, va avanti. Eccolo affrontare insieme con la Spagna le istituzioni europee e mondiali e il duo Merkel-Sarkozy che deve fargli paura più del professore di greco al liceo. Sofferenza: Berlusconi e Zapatero contro tutti. “Quando è entrato sembrava un ragazzino impaurito”, racconta un membro della delegazione spagnola. Prima ci sono tutti, anche Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario , e un rappresentante della Bce. Poi arrivano le note dolenti: Merkel con il suo sguardo vagamente materno prende il Cavaliere sotto la sua ala protettrice e si apparta con lui. Quindi, con mossa a tenaglia, ecco piombare Sarkozy. Il Presidente e la Cancelliera – coppia di fatto della politica europea, organismo bicefalo che nessuno ha mai votato – sono due contro uno. L’incontro dura molto più del previsto. Alla fine Merkel dirà: “Abbiamo chiesto all’Italia misure forti e sostanziali”. Una scena mortificante. Per Berlusconi, e di riflesso per l’Italia. Difficile, però, reagire se hai delle responsabilità.

“IL FATTO è che Merkel non considera proprio Berlusconi tra i suoi interlocutori. Se ha bisogno di consultarsi chiama Sarkozy (“ancora tu”, cantava Battisti). Preferisce perfino il premier svedese al Cavaliere”, raccontano nell’entourage della cancelliera. Ahi, ahi, quella frase dal sen fuggita… “Kulona inkiafapile”, ridono i tedeschi. Poi si fanno seri: “Macché, Angela è una donna di ghiaccio, se ne frega. Semplicemente non ha mai avuto simpatia per Berlusconi”.

Pensare che l’Italia è tra gli stati fondatori dell’Europa. Oggi ci tocca sottostare all’esame della coppia di autoproclamatisi timonieri . Unico contentino, una frase di Sarkozy: “Voglio esprimere la mia fiducia all’economia italiana, una delle più forti del mondo, la terza potenza economica dell’Eurozona. Oggi Berlusconi ci ha illustrato le misure prese dal governo nella riunione di ieri. Lui stesso sa che non c’è un problema di contenuti, ma piuttosto di applicare quanto deciso”. Insomma, devono seguire i fatti, “per messaggi credibili”.    È quasi mezzogiorno quando Berlusconi esce dall’interrogatorio. E cominciano i lavori, gli incontri bilaterali, come quello tra Obama e Sarkozy. E l’Italia? Rimedia un incontro con l’amica Russia e uno con Ban Ki Moon (segretario Onu). Obama e Berlusconi si incrociano al momento della fotografia di gruppo. Stavolta il Cavaliere non fa le corna sopra la testa del malcapitato di turno. Ma di uno scongiuro avrebbe avuto davvero bisogno.

di Ferruccio Sansa, IFQ

La vignetta pubblicata dall’Independent. C’è Berlusconi che dice ai partner europei: “Aspettate! Mi è venuta la grande idea!”

28 ottobre 2011

Il trucco del fondo salva Stati

I mercati hanno festeggiato all’annuncio delle trovate di ingegneria finanziaria che dovrebbero portare il fondo salva Stati Efsf a disporre di mille miliardi di euro per sostenere il debito dei Paesi in difficoltà. Ma come funzionerà il meccanismo? Nessuno lo sa. I dettagli li definiranno i ministri delle Finanze europei. Mercoledì il Parlamento tedesco ha deliberato che l’impegno della Germania nel fondo salva Stati non aumenterà rispetto ai 211 miliardi previsti. La sera stessa la Commissione Ue dice di avere trovato un accordo sulla ricapitalizzazione delle banche: gli istituti di credito saranno obbligati ad aumentare il proprio patrimonio chiedendo risorse al mercato, se non fosse sufficiente interverrebbero gli Stati e se questi non hanno i soldi possono usare i fondi del Efsf. Il meccanismo sarà testato subito dalle banche greche che si troveranno in condizioni di insolvenza non appena sarà decisa la percentuale di perdita che dovranno subire sui titoli di Stato. Ma nessuno sa qual è la reale situazione di liquidità del sistema bancario greco. Non sapendo questo non si sa neanche quanti soldi rimarranno al Efsf. Al momento solo 220 miliardi non sarebbero ancora impegnati: non si tratta però di cash bensì di garanzie perché il fondo è garantito dagli Stati, ma deve ancora raccogliere i soldi dagli investitori sul mercato. In pratica il fondo si indebiterà per comprare altro debito, se il debito comprato non verrà ripagato allora gli investitori saranno ripagati dagli Stati garanti. Vi siete persi? C’è qualche complicazione ulteriore. Il fondo potrà conferire le garanzie rimaste in un nuovo veicolo finanziario che sarà aperto ai “fondi sovrani” che dovrebbero a loro volta conferire garanzie o soldi per poi garantire il 20 per cento delle nuove emissioni obbligazionarie dei Paesi che ne facciano richiesta. Il nuovo strumento ha l’acronimo di SPIV, (special purpose investment veicle) ma, per ironia della sorte, in inglese la parola spiv significa trafficone, maneggione. Sarkozy si è preso l’impegno di presentare lo SPIV al presidente cinese nella speranza di un contributo di Pechino alla salvezza dell’Europa. L’area economica più ricca del mondo chiede aiuto ai paesi meno sviluppati ma più virtuosi del mondo, perché le nazioni europee più forti si rifiutano di continuare ad aiutare i paesi più deboli dell’area euro. Dalla tortuosità del ragionamento si capisce che questo progetto non ha le gambe lunghe e si arenerà in poco tempo.    http://www.superbonus.name, IFQ

25 ottobre 2011

Dal nucleare alla Libia ma l’ultima goccia è il gossip su Carlà

Quel sorriso beffardo di Nicolas Sarkozy, riflesso sull’occhio vitreo di Angela Merkel, nasconde una leggenda o un segreto. Anzi, una vaporosa diceria o un’intercettazione con Valterino Lavitola: prima la “culona inchiavabile” Angela Merkel (mai confermato e mai smentito), poi il “cornuto” Sarkò. L’ex amico Silvio Berlusconi avrebbe insultato il presidente francese al telefono con il faccendiere-latitante Lavitola sciorinando dubbi di paternità: chi è il padre della figlia di Carla Bruni? Per prima Selvaggia Lucarelli, attrice e giornalista, innesca la miccia sul suo sito: “Sentite questa perché forte…”.

Il fattore paternità

La fiammella prende vento in Rete, si diffonde oltre confine, s’infila fra le righe di Repubblica, accende la stizza di Sarkò e anima il rancore nel suo sguardo. La Lucarelli spiega: “Sono parole che circolano fra l’ambiente politico e giornalistico, la mia fonte è fidata, ma non ho letto le carte”.    Finisce così un’alleanza di destra fra Silvio e Nicolas, moderni gollisti, estroversi comunicatori. Il Cavaliere del quasi strike – disse a Gianpi Tarantini: “Erano 11, me ne sono fatte 8” – pensa che Sarkò sia un cornuto . Sarà vero o falso, chissà. Non è mai morbido con le offese, però. Ufficiali o ufficiose. Al vertice Nato di Lisbona, appena un anno fa, B. accolse il presidente romeno Basescu, pubblicamente rimproverato dal francese. Il Cavalier caloroso sigillò le labbra gommose, e avvicinò l’indice a una tempia. Come per dire: “È matto”. Il passo dal matto al resto è brevissimo. Le premesse ci sono, anche se condoniamo l’imitazione di Manlio Dovì, il Sarkò del defunto Bagaglino: “Era una festa per Putin”. E pensare che Berlusconi, in panchina nel 2007 durante il governo Prodi, celebrò come se fosse sua la vittoria del francese: “La netta affermazione di Sarkozy dimostra la volontà di cambiamento”. Ovviamente, Sarkò era bravo perché copiava: “Il suo programma coincide sostanzialmente con il nostro”. In quel maggio 2007 dominava la moda dei cloni: dove trovare un Sarkò o un Obama italiani? Il Cavaliere sputò un po’ di fiele contro Montezemolo, liquidando Sarkò fra i suoi mille ex collaboratori come un Dell’Utri qualsiasi: “Sarkozy è il Berlusconi francese. É stato anche il mio avvocato. Questi cosiddetti uomini nuovi hanno la memoria corta”. Nessuno ci credeva. B. ha insistito: sì, venti anni fa curava i miei interessi in Francia con il gruppo La Cinq contro il governo e i miei soci. Quando Sarkò difese la Georgia dal fuoco russo per l’indipendenza dell’Ossezia meridionale, il Cavaliere, attore non protagonista, s’inventò una missione speciale: “Per fortuna mandai a Mosca da Medvedev il buon Sarkozy, che era il mio avvocato tanti anni fa. Io restai a lungo al telefono con Putin”.

Lactalis, Gheddafi e Bini Smaghi

Le memorie storiche di Carlo Freccero sono diverse, soltanto nel ’94, per la prima e trionfante discesa in campo, Sarkò ministro del Bilancio chiese informazioni su quel personaggio fra televisioni, pallone e politica. Per qualche anno, per finta o per davvero, il Cavaliere e Sarkò sono andati d’amore e d’accordo. Anche perché al francese conveniva: ottimo il patto fra Edf ed Enel per le centrali nucleare (ora un brutto ricordo), bene la resa per il controllo di Lactalis su Parmalat. Una voce contro, in famiglia, c’era già. B. non avrà dimenticato le sporadiche eppure tostissime dichiarazioni di Carlà: “Fiera di non essere più italiana”. La rottura è fresca. Per i permessi furbeschi del governo italiano rilasciati a migliaia di emigranti per farli scappare in Francia: “Possiamo respingerli in Italia”, disse il ministro degli Interni di Parigi. La guerra libica ha isolato l’Italia e cancellato l’unico regime amico del Cavaliere. Mentre decollavano i caccia francesi, il premier italiano rifletteva se fosse opportuno disturbare l’amico Gheddafi, per poi subire l’ordine Nato e mobilitare i nostri tornado (che volavano, ma non sparavano!). Sarkò ha messo a nudo la pochezza internazionale del collega italiano e, adesso, avverte la sua debolezza interna: perché Lorenzo Bini-Smaghi non si schioda dal seggio Bce che spetta a un francese? E quel ronzio che umilia la fedeltà di Carlà, se fosse più di un frequente rumore, avrebbe scatenato l’animo più docile.    Certo, Berlusconi ha rivoluzionato la politica estera. Senza citare de Gaulle e Adenauer, ma insultando i loro eredi.

di Carlo Tecce, IFQ

25 ottobre 2011

SARKASMI Il premier ridens seppellito da una risata

Una risata vi seppellirà”, profetizzavano gli anarchici nel secolo Novecento. Ma nel farlo immaginavano che il potere sarebbe stato rovesciato da una risata catartica, ribelle, liberatoria, la risata delle foto color seppia con gli scioperanti che si opponevano a braccia disarmate contro la polizia. Mai nessuno avrebbe immaginato – invece – che Silvio Berlusconi sarebbe stato sepolto da una risata affilata, sarcastica e feroce, una euro-risata avvelenata, una sarko-risata. Ovvero: dalla manifestazione plateale della sfiducia che la lingua della diplomazia non poteva esplicitare, e che quella del corpo ha reso invece un punto senza ritorno nella storia del crepuscolo berlusconiano.    Cosa dice, all’opinione pubblica di mezza Europa, il sorriso di Sarkozy? Se la domanda era “Lei crede che l’Italia rispetterà i suoi impegni?”, la risposta disegnata da quel sorriso era un plateale no. Ed è davvero curioso, dopo anni in cui Berlusconi ha provato ad affermare in politica estera una sua lingua informale, che quel sorriso sia un contravveleno omeopatico, un atto di diplomazia altrettanto informale, aggressiva e anti-protocollare.

Il bluff delle Finanziarie

Ma se la risata di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel è letale per la nostra diplomazia e per la nostra credibilità, lo è perché il premier di Arcore, in questi anni, ha aperto con le sue stesse mani la breccia attraverso cui ha ricevuto il colpo. E lo è anche perché questa estate, con l’epopea delle cinque Finanziarie (in cinque giorni) ha minato le basi stesse della propria credibilità. Il sorriso di Sarkozy è figlio di quel “contributo di solidarietà” presentato, dibattuto e poi ritirato come se nulla fosse. Ed è figlio di quella ridicola ed eterna diatriba sulle pensioni da tagliare, anzi da non tagliare perché Bossi si arrabbia, anzi sì, forse no. Quel sorriso è figlio della saga delle province cancellate con un tratto di penna, poi in realtà solo le meno popolose, poi anche le meno estese e meno popolose, e poi nessuna, finché non si tocca la Costituzione. L’Europa ha cominciato a ridere di Berlusconi (e non ha più finito) quando ha visto un premier che non riesce a mantenere più nemmeno gli impegni che prende con se stesso.    È curioso anche un altro paradosso della risata sarkostica (o sarkastica). A seppellire la credibilità del governo italiano, sono i due leader che politicamente gli dovrebbero essere più vicini: il gollista di centrodestra e la popolare, ovvero i genitori delle due famiglie europee a cui il Pdl vorrebbe ancorare la sua storia. Almeno questo sottrae ogni possibile alibi allo scenario del complotto di qualche fantomatica internazionale ulivista o socialdemocratica : non sono stati Tony Blair o il detestato José Luis Rodríguez Zapatero a dare lo sfratto al premier, e nemmeno “l’abbronzato” Obama. Ma quelli che gli avevano concesso il loro credito.

Emma: “Risolini inaccettabili”

Ieri le fonti diplomatiche del governo tedesco provavano a tappare la pezza con un rammendo più esteso del buco: “Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco”. Un equivoco a cui nessuno potrebbe credere, dopo quel filmato. E ieri facevano più male le manifestazioni di solidarietà che gli attacchi, ad esempio la solidarietà di Emma Marcegaglia che, definendo “inaccettabili quei risolini”, non facevano che sottolineare la gravità irreversibile del “sarko-sorriso”. In questi giorni, per capire come Berlusconi ha metabolizzato l’euro-sgarro di Bruxelles, bastava gettare l’occhio sui telegiornali Mediaset e sull’informazione minzoliniana: il sorriso era stato sbianchettato. Il Tg4 non lo faceva vedere. Il Tg5 diceva che l’Europa riconfermava la fiducia all’Italia. E il Tg1 di Minzolini si esibiva in un capolavoro di taglia-e-cuci. Prima mossa: far scomparire la domanda della giornalista (senza cui il Sarko-sorriso non aveva senso). Seconda mossa: accorciare il lungo imbarazzato silenzio, l’occhiata di Sarkozy, lo scambio di silenziosa complicità tra i due leader. Terza mossa: far partire il servizio dalle risate. Il clima goliardico era dovuto all’irritualità della domanda, e non al suo contenuto.

La vendetta dello smalto

Ma se vuoi capire cosa direbbe Berlusconi, se non ci fossero le forbici dei suoi zelanti chierici, basta leggere la prima pagina de Il Giornale, dove Feltri e Sallusti (in questo facendo giornalismo senza pecette o censure) davano corpo a quello che il premier pensa davvero: “Sarkozy come Zidane”. Sottotitolo: “Il marito di Carla Bruni ci offende ridendo di noi. Così imita il calciatore che aggredì Materazzi con un colpo basso. Una ripicca per non aver liberato il posto di Bini Smaghi alla Bce. Berlusconi lo gela”. Ecco, Il Giornale – sia pure con toni di patriottico alzabandiera, spiega che l’ultima patacca rifilata dall’Italia all’Europa è l’eurobanchiere imbullonato che ha scritto Eugenio Scalfari – mette in difficoltà il suo paese per difendere la sua poltrona. Ma se si allarga lo sguardo, e si consultano i precedenti, ci si rende subito conto che la Sarko-risata è una legge del taglione con cui Berlusconi paga le sue corna ai ministri spagnoli, i suoi “Mr Obamaaa!”, il suo Cucù alla Merkel, il suo “lavitolese” sulla “culona inchiavabile”, la sua diplomazia panamense che è perfetta per il Sudamerica, ma fuori da ogni senso nell’Europa dei parametri econometrici inviolabili. Non è bello che il premier abbandoni per un commissariamento internazionale, che sia squalificato con un cartellino rosso e un sorriso di scherno. Ma, da ieri – con buona pace di Minzolini – è semplicemente quello che sta accadendo.

di Luca Telese, IFQ

12 ottobre 2011

Il pollo da spennare

Il ministro degli Esteri Franco Frattini china la testa e celebra l’armonia tra Italia e Germania: “Abbiamo creato insieme l’Unione europea, continueremo a lavorare più amici che mai”. Che fosse uno sfogo o la rivendicazione di un legittimo interesse nazionale, la bellicosità di Frattini è durata un solo giorno. Dopo il vertice a due Nicolas Sarkozy-Angela Merkel di domenica, a Parigi, di cui l’Italia niente sapeva, Frattini aveva denunciato: “Una situazione globale non si risolve con assi bilaterali”. Un attacco diplomatico che ha provocato l’irritazione della Germania, una risposta della Commissione Ue (il vertice a due è stato “accolto come un contributo”), e il messaggio di pace di Frattini. Che però insiste a sottolineare come il rinvio del Consiglio europeo sulla Grecia, dal 17 al 23 ottobre, “deriva probabilmente da un disaccordo tra Francia e Germania”. Non è solo il grido rauco di un Paese che non conta più nulla sul proscenio internazionale. É anche una questione di soldi. Nella quale Frattini agisce, per una volta, nel tentativo di tutelare l’interesse nazionale.    LA PREMESSA, però, è d’obbligo: i rapporti tra Berlusconi e la Merkel non sono mai stati sereni, dai piccoli screzi sul “cucù” alle presunte intercettazioni con gli insulti personali alla cancelliera, all’imbarazzo per il caso Ruby che consigliò di evitare vertici bilaterali a partire dalla fine dell’anno scorso. Idem con Sarkozy: le tensioni commerciali prima (vedi Parmalat-Lactalis) e quelle sulla Banca centrale europea (con Lorenzo Bini-Smaghi che non voleva lasciare il posto a un francese nel direttivo) hanno compromesso quella che era se non un’intesa almeno un’affinità caratteriale tra i due presidenti. E infine è arrivato il marchio dell’irrilevanza da parte di Barack Obama che a settembre, all’Onu, non ha neppure citato l’Italia tra gli “alleati europei” della guerra di Libia. Troppo ambigua col regime di Muammar Gheddafi, troppo poco presentabile. Questo è il contorno che ha reso praticamente impossibile far valere le ragioni italiane a livello europeo nella gestione della crisi del debito, con due soli punti d’appoggio per la diplomazia economica: Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro, che coordina i lavori economici del Consiglio Ue e Mario Draghi, presidente entrante della Bce a novembre.    Frattini ha quindi provato a denunciare lo spettacolo a cui sta assistendo impotente: prima l’Italia ha dovuto prestare miliardi alla Grecia per evitare che fallisse affondando le banche francesi e tedesche (quelle italiane non rischiavano). Poi ha avallato la creazione del Fondo salva-Stati, da cui sperava di trarre beneficio rassicurando gli investitori sul mercato del debito pubblico. E ora deve accettare che quel fondo, l’Efsf, venga convertito in uno strumento di salvataggio delle banche francesi, mentre l’Italia viene costretta al rigore contabile e, forse, alla conseguente recessione.    Andiamo con ordine. Nel maggio 2010 il ministro del Tesoro Giulio Tremonti annuncia al Parlamento che l’Italia partecipa al piano di salvataggio di Atene, fornendo 5,5 miliardi, il 18 per cento di quanto spetta gli Stati europei. In quei mesi si definisce la potenza di fuoco dell’Efsf, il Fondo salva-Stati che ancora non è pienamente operativo (il governo della Slovacchia non è sicuro di avere i voti per approvare il potenziamento). Dei 440 miliardi teorici che il fondo può usare, 78 sono garantiti dall’Italia. Soltanto Francia e Germania sono più impegnate (rispettivamente 89 e 119 miliardi). Il Fondo, senza esserci mai riuscito, avrebbe dovuto fare quello di cui si sta occupando la Bce: comprare sul mercato titoli di Stato che nessuno vuole per evitare che crollino i prezzi (con conseguente aumento del costo di finanziamento per i Paesi indebitati). Invece ha potuto offrire solo un po’ di sostegno a Portogallo e Irlanda. L’Italia è quindi un cardine di un fondo che non le serve e che, si scopre ora, verrà usato per sostenere le banche francesi e forse tedesche. “Potrebbe essere benefica la possibilità che l’Efsf presti soldi ai governi per ricapitalizzare le banche”, dice perfino il presidente della Bce Jean-Claude Trichet. Che, notano i maligni, è francese. Gli inutili stress test sulle banche europee di luglio che avevano promosso perfino Dexia (praticamente ri-nazionalizzata da Belgio e Francia), non indicavano il sistema italiano come a rischio, solo il Banco Popolare era citato.

FRATTINI CHIEDE che almeno di queste cose si discuta con il metodo comunitario della co-decisione (Consiglio/Commissione/Europarlamento) e non nei vertici informali tra Merkel e Sarkozy. Invece nei bilaterali si tutela l’interesse nazionale di Francia e Germania. Presentando il conto a chi è troppo screditato e compromesso per potersi difendere. Cioè l’Italia. Che ormai il Wall Street Journal accusa – senza reazioni degne di nota – di aver truccato i conti per entrare nell’euro. E tutti ricordano che l’inizio della bancarotta al rallentatore della Grecia è la scoperta che i numeri ufficiali sul deficit e il debito erano falsi.

di Stefano Feltri, IFQ

Giorni migliori per B., quando al G8 de L’Aquila nel 2009 poteva ancora farsi abbracciare con l’amico Gheddafi (FOTO ANSA)

6 maggio 2011

La guerra in Libia, che rivela al mondo il delirio italiano.

La vicenda libica ha illustrato bene come basti ormai uno spiffero di mondo, in questo caso l’urgenza di una guerra alle nostre spalle, per rivelare il delirio italiano. Eravamo tutti presi da storie di prostitute e festini, ossessioni dal declino indecente del satrapo, ipnotizzati dai mille falsi movimenti all’interno di maggioranza e opposizione, quando è arrivata di colpo la rivoluzione nel Mediterraneo. Tunisia, Egitto, Libia. Tre Paesi dei quali siamo i primi partner commerciali. Il governo che non fa più il governo da tempo, per mesi non ha saputo cosa dire, cosa fare. Ha mandato in giro per i vertici Frattini, il ministro sotto vuoto spinto, più che altro per fare presenza, mentre in Parlamento si combattevano battaglie campali attorno al caso Ruby-Rubacuori.

Ma quando la rivoluzione ha toccato la Libia, quindi le nostre coste, con gli sbarchi dei clandestini, allora si è dovuto far finta di avere una politica. Si è mosso Berlusconi in persona, al solito dando ragione all’interlocutore di turno. Tanto padrone in casa, quanto servo di chiunque appena fuori. Gheddafi è passato da primo alleato, amico, socio, idolo da ricevere con grotteschi onori, al rango di criminale, nemico da abbattere. Insomma, diteci voi, francesi, inglesi, americani, come dobbiamo pensarla sulle faccende serie, che noi non abbiamo tempo di pensare, impegnati come siamo sul fronte del bunga bunga e della poltrone da distribuire agli ultimi venduti.

Nella fretta di liquidare la seccatura della storia, si sono fatti dare la linea dal presidente Sarkozy, che ormai in patria non riesce a farsi ascoltare neppure nel suo partito, per non parlare a casa. Così siamo partiti coi bombardieri. Umanitari, però. Ma la Lega si è opposta, per via del prevedibile aumento degli sbarchi. Ma siccome non può far cadere il governo, come Bossi pure minaccia ogni settimana da due anni, si è rivolto all’Europa. Cioè ha chiesto aiuto a quelli che per anni ha chiamato “buffoni, burocrati, parassiti e pedofili”. Stranamente, quelli gliel’hanno negato. Un’obiezione di natura etica è arrivata anche da Responsabili: per entrare in guerra i sottosegretari non bastano.

Davanti a spettacoli come questi, ci si chiede: esiste un momento in cui la vergogna esibita al mondo diventa intollerabile anche per gli italiani? Forse no. Forse ormai abbiamo superato la soglia di un’autarchia assoluta. Ogni giorno le televisioni cercano di far passare come normale e anzi esemplare il comportamento di un settuagenario che frequenta a pagamento minorenni. Figurarsi se non passa l’idea che il governo stia facendo un’astuta, lungimirante politica estera.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

29 marzo 2011

Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

16 dicembre 2010

Francia e Germania usano la Bce per far pagare agli altri la crisi

Perché una Banca centrale, come la Bce, che può stampare tutto il denaro che vuole ha bisogno di un aumento di capitale? Perché la Germania è stata la prima a supportare questa idea che richiede una maggioranza qualificata del Consiglio europeo? Perché si ha fretta di portare questa proposta in approvazione oggi senza che i capi di Stato ne siano stati informati, come usualmente accade, con largo anticipo?

PER TENTARE di dare una risposta a queste domande bisogna fare qualche passo indietro e più precisamente al vertice franco-tedesco di   cinque giorni fa. La cancelliera Angela Merkel e il presidente Nicolas Sarkozy hanno un problema: non essere coinvolti, o almeno esserlo il meno possibile, nel fallimento di uno qualsiasi degli Stati europei in difficoltà. La paura di una ripercussione dei problemi finanziari dei Paesi più   piccoli, come Portogallo e Irlanda, sui sistemi creditizi tedeschi e francesi si è acuita in occasione della crisi irlandese quando si è scoperto che le banche tedesche e francesi erano esposte complessivamente per più di 100 miliardi di euro verso le ormai decotte istituzioni finanziarie di   Dublino. Se il governo irlandese avesse deciso di non scaricare sui cittadini il presso della crisi, abbandonando le proprie banche troppo indebitate, Berlino e Parigi avrebbero dovuto mettere mano al portafoglio da sole per sostenere i rispettivi sistemi creditizi.      L’opposizione del ministro Giulio Tremonti a un piano di salvataggio per l’Irlanda che partisse dagli istituti finanziari deve aver provocato un brivido di terrore nell’ultimo vertice dei ministri delle Finanze europee. Tanto che è   dovuta intervenire la Merkel in persona, con una telefonata a Silvio Berlusconi, per addolcire la posizione italiana. Così, memori dello scampato pericolo, i due leader delle maggiori potenze europee ora concordano su un meccanismo che consenta alle banche dei propri Paesi di alleggerire   i portafogli dai titoli di Paesi limitando al massimo i passaggi politici e quindi le incertezze. Il veicolo più efficace per mettere in pratica questa tattica è sembrata la Banca centrale europea che sin dai tempi della crisi greca in primavera, ha preso decisioni in armonia con gli interessi delle banche tedesche che, a cominciare da Deutsche Bank, hanno approfittato abbondantemente degli acquisti dei bond greci da parte dell’istituto di Francoforte per ridurre l’ esposizione creditizia ad Atene.

LE INIZIALI buone intenzioni dei banchieri centrali (sostenere il prezzo dei bond ellenici) si sono scontrate subito con una ondata di vendite   : gli operatori consideravano gli inaspettati acquisti della Bce come una grazia ricevuta dal cielo più che un rassicurante intervento a sostegno del governo di Atene. I sostegni al mercato obbligazionario sono serviti a poco, nonostante le risorse investite (circa 72 miliardi di euro) e le ingenti perdite accumulate (si calcolano 5 miliardi). La Bce è vista come l’unica opportunità rimasta a Francia, Germania, Olanda (e Inghilterra) per socializzare le perdite dei propri sistemi bancari che negli anni di bassi rendimenti si erano lanciati nell’acquisto di obbligazioni dei paesi più deboli dell’Unione.

LUNEDÌ POMERIGGIO è dunque partita l’operazione di convincimento, sono state preparate alcune veline su un imminente aumento di capitale della Bce, passate ai giornali economici come “indiscrezioni”. Martedì in molti hanno inneggiato alla nuova mossa del governatore Jean-Claude Trichet, presentata come una trovata geniale per difendere i paesi periferici dell’area euro e la stessa moneta unica. Nessuno si è preoccupato di cosa implicasse un aumento di capitale per la Bce. Alcuni analisti hanno però scoperto che Trichet non avrebbe bisogno di nessun aumento di capitale: la Bce può infatti attingere alle riserve delle Banche centrali nazionali illimitatamente per acquistare quello che vuole. Le eventuali perdite su titoli sarebbero coperte da tali riserve, concepite e mantenute a questo scopo (stiamo parlando di circa 800 miliardi   di euro). Questo però significherebbe intaccare anche le riserve della Germania. E una volta aperto il vaso di pandora dell’acquisto illimitato di titoli di Stato non si sa dove si finisce, sottolineano   a Berlino. L’altra opzione sarebbe la tattica adottata dalla Federal Reserve americana che, a fronte dell’acquisto di titoli di Stato americani, ha semplicemente stampato denaro. Ma anche questa linea si scontra con la tradizionale avversità che hanno i tedeschi a ogni manovra che possa provocare futura inflazione.

SI È SCELTA allora una terza strada: consentire alla Bce di acquistare ancora titoli di Stato di paesi in difficoltà ma fino al limite del capitale che dovrà essere rimpinguato quanto basta per dare il tempo alle banche dei Paesi maggiori di non restare coinvolte in una eventuale ristrutturazione del debito dei Paesi minori. Con questa ipotesi sembra concordare il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che, nella sua recente intervista al Financial Times aveva, in modo fin troppo esplicito, detto che occorreva porre un limite agli interventi   della Bce sul mercato dei bond. A questa strategia si accoppia la richiesta tedesca di porre fine al fondo di sostegno agli Stati europei a partire dal 2013, che verrà presentata ufficialmente al vertice di oggi del Consiglio europeo, a Bruxelles.    La Germania, insomma, procede nella sua strategia di sganciarsi dai problemi europei costringendo gli indebitati Paesi periferici o alla ristrutturazione del debito o a misure draconiane di riduzione dei deficit pubblici. L’Italia non ha interesse che questo avvenga, il governo si augura che l’area dell’euro resti il più compatta possibile. La proposta di Tremonti di emettere eurobond, cioè di titoli obbligazionari garantiti da tutti gli Stati europei, andava nella giusta direzione, ma non a caso incontra la ferma opposizione della cancelliera tedesca.

di Superbonus IFQ

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9 novembre 2010

Anche gli Usa scartano i reattori Epr

I costi della tecnologia che l’Italia sta comprando sono sempre più incerti e i difetti evidenti.

Il reattore nucleare Epr in America, almeno per ora, non si farà: è economicamente insostenibile. La nuova mazzata alla tecnologia con la quale la Francia puntava a rilanciare la sua industria nucleare e che l’Italia vuole importare arriva da Constellation Energy, gruppo insieme al quale Electricité de France (Edf) ha ottenuto nel 2008 la licenza per un impianto da 1600 megawatt a Calver Cliffs, sulla costa del Maryland. L’Epr (European pressurized reactor) è il reattore con il quale il governo e l’Enel hanno deciso di avviare il rinascimento nucleare italiano. La decisione di Constellation Energy smentisce con evidenza le pretese di quanti sostengono che il nucleare italiano si reggerà sull’iniziativa privata, senza costi caricati su contribuenti e consumatori.    La rinuncia di Constellation Energy è stata resa nota con una lettera inviata al dipartimento Usa per l’Energia. Si comunica, in sostanza, che le garanzie statali sui finanziamenti da 7,5 miliardi di dollari necessari a costruire l’impianto sono ritenute insufficienti. Per   il colosso pubblico Edf, primo operatore nucleare al mondo, e soprattutto per Are-va, il gruppo tecnologico, anch’esso pubblico, che ha brevettato la tecnologia, è un colpo durissimo. Quello che al governo italiano è stato venduto come un gioiello hi tech si sta infatti rivelando un fallimento, con costi   fuori controllo e gravi problemi di sicurezza. Problemi che stanno mettendo fuori dal mercato il reattore prima ancora che un solo esemplare sia consegnato.    Il primo Epr che dovrebbe entrare in funzione è quello finlandese di Olkiluoto 3, in Finlandia. Avviato nel 2005, avrebbe dovuto essere consegnato nel maggio 2009 ma ha finora accumulato un ritardo di tre anni e un aumento dei costi da 2,5 a 5,5 miliardi di euro. A far lievitare le spese, oltre a problemi a livello di cantiere (strutture costruite prima di ottenere le autorizzazioni, saldature   non a norma, qualità scadente del calcestruzzo), sono gli adeguamenti in corso d’opera al progetto, soprattutto a causa dei numerosi rilievi mossi alla sicurezza, sia da parte del governo finlandese sia dalle autorità internazionali. Nel novembre scorso, le agenzie per la sicurezza nucleare di   Francia, Finlandia e Gran Bretagna hanno pubblicato una nota congiunta per evidenziare uno dei principali difetti: la mancata indipendenza tra il sistema di controllo e quello di sicurezza. Se va fuori uso il primo potrebbe non funzionare neanche l’altro. Quest’estate è intervenuta anche la Nuclear regolatory commission (Nrc) statunitense. In una lettera inviata ad Areva il 2 luglio scorso l’Nrc ha espresso perplessità, oltre che sulla mancanza di indipendenza dei sistemi di controllo e di sicurezza, anche sulla loro complessità. Poi ha riscritto alla società, accusandola   di non aver fornito risposte adeguate.    Prima ancora della rinuncia di Constellation Energy, i problemi dell’ Epr hanno fatto perdere diversi affari all’industria nucleare transalpina. Nel dicembre scorso il tandem Edf Areva ha perso una commessa da, 20 miliardi di dollari ad Abu Dhabi, in favore dei più economici reattori proposti dalla Corea del Nord. Solo sei mesi prima a un mega ordine di reattori Epr aveva rinunciato il Canada, mentre nel 2008 aveva cancellato l’ordine di un Epr un’altra società Usa e nel 2007 aveva rinunciato a un’offerta già lanciata il Canada.    La delusione Oltralpe è arrivata a un livello tale che Edf, che con Areva già aveva rapporti difficili, ha cominciato a prendere le distanze dal partner tecnologico e avrebbe iniziato a lavorare su due nuovi progetti, da mettere in concorrenza con gli Epr. Areva nel primo semestre di quest’anno ha registrato utili dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2009 e secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s, che quest’estate ha declassato il debito della società, le cose non possono che peggiorare.

di Marco Maroni IFQ

26 ottobre 2010

Francia, la riforma delle pensioni

Il testo ha raggiunto la formulazione definitiva, voto blindato sull’intero pacchetto, poche agevolazioni e un massiccio recupero di fondi

Diminuiscono in Francia le agitazioni per la riforma delle pensioni. Oggi, dopo il voto al Senato, il presidente dei parlamentari socialisti, Jean-Marc Ayrault, ha presentato ricorso al Consiglio costituzionale e domani il testo, corredato dagli emendamenti della commissione paritetica mista (Cmp), passerà al voto dell’Assemblea nazionale.
Ma in cosa consiste esattamente la riforma?

La riforma Sarkozy-Soubie-Woerth, dal nome dei tre ideatori, il presidente francese, il suo consigliere sociale Raymond Soubie e il ministro del lavoro Eric Woerth,  porta l’età pensionabile dai 60 anni attuali, come era stato stabilito nel 1983, ai 62 anni, in maniera progressiva: dall’entrata in vigore della riforma si avrà un incremento dell’età minima per andare in pensione di quattro mesi per anno, fino a colmare la distanza. In concreto le persone nate il trenta giugno 1961 saranno le ultime ad andare in pensione a 60 anni.

Per quanto riguarda il settore pubblico ci sarà un aumento notevole della contribuzione, dall’attuale 7,85 al 10,55 percento, che è il livello contributivo vigente nel settore privato. L’allineamento avverrà nel 2020, mentre sarà abolita la possibilità di pensionamento anticipato per le madri di tre figli a partire dal 2012. Con queste misure il governo francese prevede di recuperare 4.9 miliardi di euro l’anno a partire dal 2020.

Al momento esistono alcune categorie speciali di funzionari pubblici per le quali è previsto il pensionamento anticipato. Questi sono ad esempio i poliziotti, i controllori del traffico aereo e le guardie carcerarie: per loro, la cui età pensionabile era fissata a 50 anni, è previsto un incremento di due anni. Stessa cosa per i pompieri, la polizia municipale e i doganieri, per i quali il precedente limite era a 55 anni.
Alcuni, come i dipendenti delle ferrovie, la Sncf, e delle metropolitane di Parigi, la Ratp, hanno ottenuto di rinviare la riforma fino alla piena entrata in vigore del loro nuovo statuto.
Verrà, in ogni caso, prolungato il dispositivo ‘carriere lunghe’ che permette a chi ha cominciato a lavorare a 14, 15, 16 o 17 anni, di andare in pensione tra i 58 e i 60. Mentre chi svolge i lavori più usuranti mantiene il diritto di andare in pensione a 60 anni, per il meccanismo di ‘riconoscimento della fatica’.
Tuttavia grazie a una serie di misure decise a fine 2008, con cui l’esecutivo tendeva a favorire il mantenimento dell’impiego per i più anziani, tutti questi limiti sono da considerare solo come limiti inferiori. Chi vuole continuare a lavorare, per aumentare la propria pensione, può farlo. Le aziende non possono pensionare i propri dipendenti senza il loro accordo prima dei 70 anni, 65 nel settore pubblico.

Tra gli emendamenti entrati nel testo c’è la norma che consente alle infermiere ospedaliere in attività di conservare il diritto ad andare in pensione a 55 anni, ma con la griglia pensionistica invariata, oppure a rimanere fino a 60 e usufruire di un regime pensionistico migliore. Per le nuove infermiere invece il limite verrà alzato a 62 anni, come per tutti gli altri.

C’è poi la questione che riguarda le madri e i padri con almeno tre figli: se nei tre anni successivi alla nascita di almeno uno dei tre figli hanno smesso di lavorare per almeno un anno, è previsto che all’età di 65 anni possano accedere alla pensione piena, senza decurtazioni. Si stima che le madri in questa condizione siano almeno 130mila e il provvedimento include i nati fino al 1955 incluso. A partire da quell’anno la prerogativa verrà mantenuta, ma per accedere alla pensione si dovranno aspettare i 67 anni.

Per finanziare il nuovo regime pensionistico sono previsti diversi rialzi d’imposta, fino a un totale di 3,7 miliardi di euro. La fascia più alta dell’imposta sul reddito sale dal 40 al 41 percento e sempre di un punto percentuale sale il prelevamento sui guadagni e sui plusvalori mobiliari e immobiliari. Tutti i rialzi in esame sono esenti dallo scudo fiscale, mentre la tassazione delle stock options verrà aumentata notevolmente. Inoltre viene soppresso del 50 percento il credito d’imposta sui guadagni.

Nel settore delle pensioni integrative il passaggio dai 60 ai 62 anni porterà un beneficio economico ai soggetti privati che operano nel comparto: un surplus in entrata dovuto ai due anni di lavoro in più. A questo punto i fondi che gestiscono la previdenza integrativa dovranno decidere se aumentare la quota delle pensioni o abbassare la contribuzione.

Un’ulteriore conseguenza dell’elevazione dell’età pensionabile a carico delle imprese è nella gestione delle risorse umane: carriere più lunghe e pianificazione per i dipendenti senior.
Rischiano così di essere penalizzate le aziende in cui al momento sono più consistenti gli esuberi, e quelle con un’età media dei dipendenti più elevata. Il comparto dell’automobile, ad esempio, soddisfa entrambe queste condizioni.

Con il deficit dello Stato francese che si attesta in decine di miliardi di euro, il governo spera, con questa riforma e non senza sforzo, di riportare i conti in equilibrio, ammesso che ripresa economica e occupazione non vadano peggio del previsto. In ogni caso, pur nella migliore delle ipotesi, il raggiungimento dell’equilibrio non è garantito prima del 2021, stando ai conti del ministro del Lavoro.

di Alessandro Micci PeaceReporter.net

19 ottobre 2010

La guerra delle pensioni lascia a piedi la Francia

Ieri guerriglia urbana e distributori senza benzina, oggi stop agli aerei.

l bollettino di guerra sul fronte francese ieri registrava punti di crisi sempre più numerosi. La situazione più delicata rimaneva quella dei rifornimenti di gasolio e benzina. Le stazioni di servizio a secco erano circa 1500 su 12mila, malgrado la “cellula di crisi interministeriale” creata nel corso di una riunione del governo convocata a metà giornata.

DUE SONO LE CAUSE della penuria energetica: il blocco a singhiozzo delle dodici raffinerie del Paese e la paura degli automobilisti di rimanere senza carburante, con conseguenti code e svuotamento rapido dei distributori. A questo si è aggiunta la mobilitazione dei camionisti, che ieri hanno condotto una serie di puntuali operazioni “tartaruga” creando ingorghi e lunghe file alle porte delle principali città, a cominciare dalla capitale. Sempre sul fronte dei trasporti   , la giornata di oggi sarà tra le più difficili in sei settimane di azioni di protesta. Il 50 per cento dei voli dall’aeroporto di Orly e almeno il 30 per cento di quelli da Roissy sarà cancellato. Per quanto riguarda il traffico ferroviario, si prevede, grossomodo, la circolazione di un treno su due. Oggi inoltre sarà giornata di cortei e manifestazioni: il movimento sindacale tenta di mettere la pressione al massimo alla vigilia del voto del Senato che giovedì sera dovrebbe approvare la riforma delle pensioni. La situazione   più allarmante la sta vivendo Marsiglia. Il porto è bloccato da settimane, e buona parte delle navi in arrivo viene ormai dirottata su altri scali. La rada è strapiena di navi in attesa, non c’è più posto per nuovi arrivi. Nello stesso tempo uno sciopero della nettezza urbana ha messo in ginocchio la città. La Canebière, la strada principale che porta al Vieux Port, deborda di rifiuti che gli abitanti esasperati ormai danno alle fiamme. I turisti sono fuggiti da giorni, il sindaco denuncia inutilmente “l’immagine disastrosa” che la città offre di sé, ma tutte le pubbliche autorità appaiono impotenti davanti alla paralisi di servizi essenziali come quelli portuali o municipali.    Un po’ dappertutto comincia inoltre a diventare preoccupante la situazione dell’ordine pubblico. Ieri mattina a Nanterre, alle porte di Parigi, l’occupazione di un liceo si è trasformata in guerriglia urbana dopo l’arrivo di circa duecento “casseurs” dai quartieri più difficili. Hanno ingaggiato una   battaglia con i gendarmi, distruggendo l’arredo urbano e incendiando una decina di automobili. La polizia, a sua volta, ha risposto sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni tra il fuggi fuggi generale, donne e bambini compresi, in una delle periferie più popolate. Episodi simili sono accaduti a Lione, Lilla, Clermont Ferrand: in tutto sono state fermate 196 persone, quasi tutti giovani.

COME PREVISTO man mano che si avvicina l’approvazione della riforma il conflitto si radicalizza. Ognuno rimane sulle sue posizioni. Il governo, come ha ripetuto ieri Nicolas Sarkozy, non cederà di un millimetro. I sindacati, da parte loro, sembrano decisi a tenere almeno fino a giovedì, giorno del voto, poi si vedrà. Il partito socialista ha chiesto la sospensione del dibattito parlamentare e il ritiro puro e semplice del progetto di legge, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni. L’opinione pubblica, come suo costume   , vede con favore, in misura del 70 per cento, la mobilitazione in corso. Ma una percentuale ancora maggiore, circa l’80 per cento, è consapevole della necessità di metter mano all’attuale sistema pensionistico. Il difetto di Sarkozy e del suo governo è stato di voler forzare le tappe, respingendo quasi tutti gli emendamenti proposti, senza alcuna concertazione   preventiva con le parti sociali. L’irrigidimento dei sindacati ne è stata la logica conseguenza, come l’allineamento della sinistra sulle loro posizioni. Il passo successivo potrebbe essere la proclamazione di uno sciopero generale, ma a quel punto sarebbe come chiedere le dimissioni del governo. E su questo i sindacati sono ancora divisi.

di Gianni Marsilli IFQ

Uno dei cortei contro la riforma delle pensioni ( FOTO ANSA)

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