Il pollo da spennare

Il ministro degli Esteri Franco Frattini china la testa e celebra l’armonia tra Italia e Germania: “Abbiamo creato insieme l’Unione europea, continueremo a lavorare più amici che mai”. Che fosse uno sfogo o la rivendicazione di un legittimo interesse nazionale, la bellicosità di Frattini è durata un solo giorno. Dopo il vertice a due Nicolas Sarkozy-Angela Merkel di domenica, a Parigi, di cui l’Italia niente sapeva, Frattini aveva denunciato: “Una situazione globale non si risolve con assi bilaterali”. Un attacco diplomatico che ha provocato l’irritazione della Germania, una risposta della Commissione Ue (il vertice a due è stato “accolto come un contributo”), e il messaggio di pace di Frattini. Che però insiste a sottolineare come il rinvio del Consiglio europeo sulla Grecia, dal 17 al 23 ottobre, “deriva probabilmente da un disaccordo tra Francia e Germania”. Non è solo il grido rauco di un Paese che non conta più nulla sul proscenio internazionale. É anche una questione di soldi. Nella quale Frattini agisce, per una volta, nel tentativo di tutelare l’interesse nazionale.    LA PREMESSA, però, è d’obbligo: i rapporti tra Berlusconi e la Merkel non sono mai stati sereni, dai piccoli screzi sul “cucù” alle presunte intercettazioni con gli insulti personali alla cancelliera, all’imbarazzo per il caso Ruby che consigliò di evitare vertici bilaterali a partire dalla fine dell’anno scorso. Idem con Sarkozy: le tensioni commerciali prima (vedi Parmalat-Lactalis) e quelle sulla Banca centrale europea (con Lorenzo Bini-Smaghi che non voleva lasciare il posto a un francese nel direttivo) hanno compromesso quella che era se non un’intesa almeno un’affinità caratteriale tra i due presidenti. E infine è arrivato il marchio dell’irrilevanza da parte di Barack Obama che a settembre, all’Onu, non ha neppure citato l’Italia tra gli “alleati europei” della guerra di Libia. Troppo ambigua col regime di Muammar Gheddafi, troppo poco presentabile. Questo è il contorno che ha reso praticamente impossibile far valere le ragioni italiane a livello europeo nella gestione della crisi del debito, con due soli punti d’appoggio per la diplomazia economica: Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro, che coordina i lavori economici del Consiglio Ue e Mario Draghi, presidente entrante della Bce a novembre.    Frattini ha quindi provato a denunciare lo spettacolo a cui sta assistendo impotente: prima l’Italia ha dovuto prestare miliardi alla Grecia per evitare che fallisse affondando le banche francesi e tedesche (quelle italiane non rischiavano). Poi ha avallato la creazione del Fondo salva-Stati, da cui sperava di trarre beneficio rassicurando gli investitori sul mercato del debito pubblico. E ora deve accettare che quel fondo, l’Efsf, venga convertito in uno strumento di salvataggio delle banche francesi, mentre l’Italia viene costretta al rigore contabile e, forse, alla conseguente recessione.    Andiamo con ordine. Nel maggio 2010 il ministro del Tesoro Giulio Tremonti annuncia al Parlamento che l’Italia partecipa al piano di salvataggio di Atene, fornendo 5,5 miliardi, il 18 per cento di quanto spetta gli Stati europei. In quei mesi si definisce la potenza di fuoco dell’Efsf, il Fondo salva-Stati che ancora non è pienamente operativo (il governo della Slovacchia non è sicuro di avere i voti per approvare il potenziamento). Dei 440 miliardi teorici che il fondo può usare, 78 sono garantiti dall’Italia. Soltanto Francia e Germania sono più impegnate (rispettivamente 89 e 119 miliardi). Il Fondo, senza esserci mai riuscito, avrebbe dovuto fare quello di cui si sta occupando la Bce: comprare sul mercato titoli di Stato che nessuno vuole per evitare che crollino i prezzi (con conseguente aumento del costo di finanziamento per i Paesi indebitati). Invece ha potuto offrire solo un po’ di sostegno a Portogallo e Irlanda. L’Italia è quindi un cardine di un fondo che non le serve e che, si scopre ora, verrà usato per sostenere le banche francesi e forse tedesche. “Potrebbe essere benefica la possibilità che l’Efsf presti soldi ai governi per ricapitalizzare le banche”, dice perfino il presidente della Bce Jean-Claude Trichet. Che, notano i maligni, è francese. Gli inutili stress test sulle banche europee di luglio che avevano promosso perfino Dexia (praticamente ri-nazionalizzata da Belgio e Francia), non indicavano il sistema italiano come a rischio, solo il Banco Popolare era citato.

FRATTINI CHIEDE che almeno di queste cose si discuta con il metodo comunitario della co-decisione (Consiglio/Commissione/Europarlamento) e non nei vertici informali tra Merkel e Sarkozy. Invece nei bilaterali si tutela l’interesse nazionale di Francia e Germania. Presentando il conto a chi è troppo screditato e compromesso per potersi difendere. Cioè l’Italia. Che ormai il Wall Street Journal accusa – senza reazioni degne di nota – di aver truccato i conti per entrare nell’euro. E tutti ricordano che l’inizio della bancarotta al rallentatore della Grecia è la scoperta che i numeri ufficiali sul deficit e il debito erano falsi.

di Stefano Feltri, IFQ

Giorni migliori per B., quando al G8 de L’Aquila nel 2009 poteva ancora farsi abbracciare con l’amico Gheddafi (FOTO ANSA)

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