Archive for giugno, 2011

30 giugno 2011

Corruzione, evasione fiscale, reati finanziari Trovare le risorse per evitare i sacrifici sarebbe facile

La manovra da 40 miliardi si avvicina e sulla sua definizione si rincorrono le ipotesi. Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti deve trovare 40 miliardi di qui al 2014 per rientrare nell’accordo Ue sul pareggio di bilancio. La ricerca di questi fondi non sarà indolore. Le prime bozze parlano di riforma fiscale con aumento dell’Iva, di ticket sani-tari, di tagli alle pensioni con innalzamento dell’età delle donne a 65 anni anche nel privato. Di tagli agli sprechi per nulla chiari e di riduzioni di trasferimenti agli enti locali già in affanno.

EPPURE, a cercare bene, i soldi per intervenire sul deficit italiano si possono trovare. Basta guardare alle incredibili diseguaglianze, all’enorme evasione fiscale, alle economie sommerse, all’illegalità diffusa e spesso istituzionalizzata. Una bella disamina di questo buco nero, che succhia energie e risorse all’Italia, la fa Nunzia Penelope, giornalista economica che nel libro Soldi Rubati (Ponte alle Grazie) che è una miniera di dati: “Ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti da proprietari italiani nei paradisi fiscali e su cui non si pagano tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico. Si potrebbe azzerarlo e vivere felici”.    Anche l’Italia dei Valori, come già aveva fatto lo scorso anno, ha presentato una “contromanovra” per indicare a Tremonti soluzioni alternative alla solita bastonata su statali e lavoratori dipendenti. Tra le proposte dell’Idv, per esempio, c’è l’idea di riportare il budget della Presidenza del Consiglio sotto il controllo del ministero del Tesoro. Un dettaglio burocratico? Mica tanto, visto che così si smonterebbe il sistema dei grandi eventi e degli appalti agli amici degli amici, con un risparmio annuo di miliardi (5 nel 2012, 6 nel 2013, 7 nel 2014 e così via). Investire di più nei controlli sulle false pensioni di invalidità, come ha dimostrato proprio la stretta di Tremonti, potrebbe far risparmiare almeno 400 milioni all’anno. Per non parlare di una revisione mirata delle agevolazioni fiscali, che lasci inalterate quelle per famiglie, lavoro e pensioni ma ritocchi tutte le altre: risparmi da 5 miliardi all’anno. Quanto a misure di emergenza, per mettersi in regola subito con l’Europa, l’Idv suggerisce di pescare tra i beneficiari dei condoni fiscali del passato, o di cartolarizzare (cioè cedere ad altri) i ruoli esattoriali che lo Stato non riesce a farsi pagare. Tremonti ha ancora tempo per modificare la bozza che oggi andrà in Consiglio dei ministri, in questa pagina può trovare qualche idea sul come farlo.

di Salvatore Cannavò, IFQ

30 giugno 2011

“Questa politica debole è criminogena”

A un anno dalla P3, e in piena P4, sulla questione morale nella magistratura – e nella politica – rompe il silenzio Giuseppe Maria Berruti. Giudice della Cassazione, protagonista in positivo della battaglia al Csm contro la nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d’appello di Milano, avvenuta il 3 febbraio 2010. Quattro mesi dopo, la Procura di Roma ipotizzerà che il tributarista Pasquale Lombardi (arrestato per la P3) ha brigato assieme a Marra per la sua nomina. “Pasqualino” avrebbe avuto l’avallo, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, indagato. Per rendere l’idea di quanto Berruti si sia messo contro il suo gruppo al Csm, Unità per la Costituzione, e contro i poteri forti, riportiamo un’intercettazione fra Lombardi e Marra: “L’unico stronzo in questo momento è lui…” e Marra: “Non ti preoccupare ci facciamo anche a Berruti”.    Giudice le inchieste su P3 e    P4 coinvolgono diversi magistrati. Che sta succedendo?    C’è un’aggressione all’indipendenza della magistratura attraverso l’utilizzo da parte della politica o di centri di affari legati ad essa, di magistrati amici. Il problema non è, però, solo di corruzione individuale. Purtroppo fatti di questo genere sono sempre possibili. Il dato di novità è l’utilizzo della lusinga politica. Il miraggio della grande carriera o del seggio parlamentare, facilitati dalle amicizie politiche in cambio di favori di tipo giudiziario. Questa novità dipende, in parte, dalla straordinaria debolezza della politica che in realtà non governa e dunque apre grandi spazi ai comitati di malaffare. La politica debole, insomma, è criminogena. E in una fase nella quale, proprio per questo tessuto malato, l’attività giudiziaria è di fatto centrale, il magistrato amico diventa una risorsa essenziale.    Anche all’epoca della P2 c’erano magistrati coinvolti…    Ma in quegli anni vi fu una consapevolezza assoluta della pericolosità di questi rapporti distorti. La magistratura reagì con rapidità, espellendo i magistrati infedeli o inducendoli alle dimissioni.    Invece oggi le procedure sono molto lente. E scatti di dignità non se ne vedono…    Il fatto che la maggioranza provi a cucire addosso alla magistratura l’abito dell’avversario politico rende tutto più complicato. Da qui, gesti di eccessiva prudenza.    E dunque come si fa pulizia dentro la magistratura?    La questione morale è essenzialmente la questione dell’indipendenza del giudice. Il magistrato dipende solo dalla legge, accusa o giudica bene se la osserva senza riguardo per il risultato politico del suo agire. Un atteggiamento fortemente rifiutato da gran parte della politica. I magistrati devono riflettere sul grande valore della professionalità, sulla valutazione interna: è l’unica fonte di legittimazione del loro potere trasparente. Credo che ancora la magistratura questa riflessione non l’abbia compiuta del tutto.    Cosa pensa della responsabilità civile dei magistrati?    È una grottesca barbarie: mette nelle mani del soccombente in un giudizio il diritto di colpire chi ha applicato la legge.    In molti però, la condividono.    Il magistrato sbaglia perché non osserva la legge, perché è stato negligente, perché è stato infedele. Ipotesi queste che sono già previste come fonte di responsabilità disciplinare e, se del caso, penale. La chiamata in giudizio diretta da parte del cittadino è un’altra cosa. Ci potrebbero essere dunque pm intimoriti dall’andare fino in fondo a un’inchiesta e giudici tentati da una decisione puramente difensiva.    La bozza della manovra economica riprende una parte del processo breve e modifica la legge sull’equa riparazione. Che valutazione ne dà?    Osservo che la giurisprudenza anche europea fissa in 3 anni la durata adeguata di un giudizio di merito. Portarla a due provoca un costo maggiore per lo Stato.    Qual è la ratio della modifica?    Quella di introdurre il termine di due anni, in analogia con quello che dovrebbe essere il termine del cosiddetto processo breve. Una legge che mi auguro non venga mai approvata perché insieme al meccanismo di prescrizione rende impossibili i giudizi seri.    Lei è di Unicost, corrente di cui fanno parte i magistrati    coinvolti nella P3 e P4. Che    problema c’è all’interno?    Unicost ha la struttura di un grande gruppo che riflette le tensioni e i caratteri della magistratura. Quindi richiede di soffrire un po’ di più per un’azione istituzionale che sia oltre che condivisa, rigorosa. Ogni tanto sogno di guidare una piccolissima corrente di duri e puri che non si sporca le mani con il governo perché non conta nulla, ma poi mi sveglio.

di Antonella Mascali, IFQ

30 giugno 2011

Lodo Al Capone

Sempre più spiritoso, il governo che cerca 47 miliardi per evitare l’espulsione dall’Europa, ma pure dall’Africa, infila nella manovra di “risanamento” una norma che consente agl’imputati di farsi risarcire i danni se il loro processo di primo grado dura più di due anni dalla richiesta di giudizio: cioè sempre. Con una mano cercano soldi, con l’altra li buttano. E lo chiamano “processo breve”. Ma c’è in cantiere un’altra norma che svuoterà ancor di più le casse dello Stato: quella sulla responsabilità civile dei magistrati, gabellata da toccasana per far pagare alle toghe i loro errori. Il che già avviene oggi, ma nessuno lo sa. Se il magistrato commette reati, finisce in galera come tutti gli altri cittadini (parlamentari esclusi). In caso di infrazioni disciplinari, viene punito dal Csm. In caso di errore giudiziario, lo Stato risarcisce la vittima, poi si rivale su di lui se l’errore è frutto di “dolo” o “colpa grave”: lo prevede la legge Vassalli del 1988, varata dal pentapartito dopo il referendum del 1987. Non sempre infatti l’imputato assolto è vittima di errore giudiziario. Anzi è molto più frequente il contrario: gli indizi e le prove iniziali giustificano l’indagine, l’arresto, la richiesta di rinvio a giudizio, magari anche la condanna in primo e secondo grado, ma non quella definitiva. O perché è cambiata la legge, o è stato abolito il reato, o sono variate le regole di valutazione della prova, o più semplicemente l’ultimo giudice ha valutato il caso con criteri diversi da quelli dei predecessori, ritenendo insufficienti le prove che gli altri avevano giudicato bastanti. Per convenzione, l’ultima sentenza è quella buona; nella realtà, può darsi benissimo che fossero giuste la prima o la seconda. Non sempre chi risulta innocente per la legge lo è anche nella realtà. L’errore giudiziario dunque è lo scambio di persona: quando un soggetto che non c’entra finisce nei guai perché un magistrato decide di incastrarlo apposta (dolo) o non si accorge che è innocente per ignoranza, incapacità, negligenza (colpa grave). Ora la riforma epocale di Alfano prevede che il cittadino imputato in un processo penale o parte in una causa civile potrà denunciare direttamente il magistrato che gli ha dato torto. Poi c’è un codicillo della “legge comunitaria” firmata da tal Gianluca Pini – un leghista bolognese che mai s’è occupato di giustizia, in compenso è noto per epiche battaglie sull’indipendenza della Romagna e gli happy hour danzanti nel Riminese – che prevede la responsabilità civile del magistrato non solo per dolo e colpa grave, ma anche per “violazione manifesta del diritto” (che da che mondo è mondo, è motivo di ricorso in Cassazione). Sostiene, il giurista da spiaggia, che ce lo impone una sentenza della Corte europea di Giustizia. Balle: il Consiglio d’Europa raccomanda di evitare la denuncia diretta al giudice per non condizionarne l’indipendenza, sancita dalla Carta di Nizza; quanto alla citata sentenza europea, si riferisce alle violazioni del diritto comunitario commesse dagli Stati, non dai singoli. L’ha detto lo stesso governo B. nel 2008, rispondendo a un’interpellanza radicale: “La legge 117/88 (la Vassalli, ndr) non è in contrasto con la decisione della Corte di Giustizia”. L’unico movente della porcata è spaventare le toghe. In ogni processo c’è sempre uno che vince e uno che perde: ora chiunque perda potrà denunciare il giudice che gli dà torto. Così molti giudici, per scansare i guai, nel penale assolveranno sempre i colpevoli; e nel civile daranno sempre ragione ai potenti e torto ai deboli (o magari si accorderanno tra colleghi per emettere sentenze-fotocopia nei vari gradi di giudizio, così che nessuno possa denunciarli per violazione del diritto). In ogni caso lo Stato dovrà pagare molti più risarcimenti di oggi. L’aumento delle denunce intaserà ulteriormente i tribunali, i processi si allungheranno ancora e l’economia ne uscirà vieppiù danneggiata. Al Capone non avrebbe saputo fare di meglio.

di Marco Travaglio, IFQ

30 giugno 2011

Non ci provate

Non ci provate. Se pensate di far passare in agosto il processo breve nascosto nella manovra, la responsabilità civile dei magistrati infilata nella legge comunitaria e il solito bavaglio grazie alla disattenzione del “tutti al mare”, avete sbagliato i calcoli. Nove anni fa furono due manifestazioni in piena calura, il 29 e il 31 luglio, autoconvocate col passaparola dai “girotondi”, a impedire l’approvazione a tambur battente della legge Cirami. E proprio il 31 luglio fu indetta la manifestazione per il 14 settembre, in piazza San Giovanni a Roma, che sarebbe risultata gigantesca e si auto-organizzò dunque sotto il solleone di agosto. Perciò, non ci provate. La mobilitazione popolare democratica, che si è espressa anche nelle recenti amministrative e nei referendum, saprebbe trovare slancio e rinnovato impegno per impedire lo sconcio anticostituzionale. Ma questo lo sapete benissimo. Tanto è vero che state già giocando su due tavoli, quello del bastone e quello della carota, fascisticamente. Poiché sapete di non poter affogare nell’accidia estiva l’opposizione della cittadinanza attiva, fedele all’intransigenza repubblicana, cercate di sedurre la più disponibile “opposizione” parlamentare, che tante prove di essere corriva ha già dato. Per il bavagliolospecchiettoperallodoleèla“privacy”, l’ingiustizia intrinseca nel rendere pubbliche conversazioni penalmente irrilevanti. Quali intercettazioni siano rilevanti per il processo lo decidono però i magistrati, e nei reati associativi lo sfondo ambientale, gossip compreso, è spesso cruciale. In democrazia, inoltre, la trasparenza è un valore irrinunciabile, sapere se si diventa ministre per competenze professionali o in virtù di un lodo Lewinsky, è cosa rilevantissima. L’on. Alessandra Mussolini, alla domanda “che differenza vede tra Mussolini e Berlusconi”, rispose: “Mio nonno non ha mai nominato la Petacci ministro”.    La verità è che il regime vuole nascondere agli occhi dei cittadini la “cloaca” in cui si è ormai trasformato: di qui norme ammazza processi e anti-giudici, mordacchie e galera per i giornalisti-giornalisti. E conta sulla sponda del Pd, soprattutto di quei settori che hanno scheletri e “furbetti” da nascondere all’opinione pubblica. La sacrosanta privacy non c’entra, i giornali democratici già la rispettano (nulla – giustamente – hanno pubblicato su micidiali illazioni riguardanti Bertolaso, ad esempio). In gioco, semplicemente, è la libertà di stampa. Prepariamoci a un’estate di scontro di civiltà.

di Paolo Flores d’Arcais, IFQ

29 giugno 2011

Macellai cambogiani, processo alle ombre

Alla sbarra, 30 anni dopo, gli uomini del boia Pol Pot Giustizia tardiva per un milione e mezzo di morti

Il museo del genocidio a Phnom Penh

Gli ultimi maestri dell’orrore vanno in tribunale per spiegare come hanno ucciso (a bastonate) un numero incerto di persone quando non sopportavano di obbedire al fanatismo che esasperava le “comuni” della rivoluzione culturale cinese, incubo Khmer Rossi, cambogiani rossi di Pol Pot. Tra il ’75 e il ’79 hanno assassinato un milione e mezzo di disobbedienti.    Disobbedire voleva dire non denunciare chi portava gli occhiali, chi parlava il francese saltellante della colonia di Parigi, chi rifiutava la “civiltà contadina” per sfogliare libri la cui memoria era proibita, o fare il medico, l’avvocato, l’insegnante, vendere stoffe e ortaggi o raccogliere riso nel nome della proprietà quando la proprietà era stata abolita dai profeti dello Stato padrone. Decideva le fantasie e la dieta di ogni persona nella trasformazione di piccoli e grandi protagonisti in contadini medievali. Il viaggio dei giornalisti che i “liberatori” vietnamiti accompagnavano nelle scoperte dell’orrore, sfiorava trulli bianchi; in lontananza avevano l’aria innocente di cumuli di pietre ed erano teschi ammonticchiati lungo le strade come ammonimento alle Pol Pot era l’icona suprema, il sacerdote sommo. Cultura parigina, teatrante di mediocre successo, leader dall’integralismo spietato. Finito il carnevale eccolo davanti al tribunale che lo condanna alla prigione eterna. Ma la morte arriva quasi subito.

SCOMPARSO l’ideologo che Pechino proteggeva con discrezione, tutto finito? Un po’ sì perché l’età dei quattro ideologi superstiti ondeggia tra i 79 e gli 85 anni. La loro pedagogia educava i bambini a spiare “genitori trasgressivi” tanto che fino a qualche tempo fa nelle campagne lungo il Megonk se i giochi dell’infanzia trascinavano l’allegria dei piccoli fra padri e nonni impegnati in discorsi politici, il silenzio pietrificava l’assemblea fino a quando l’ultimo bambino non usciva dalla sala degli adulti. Il segno della paura sopravvive nel pessimismo di possibili ritorni. Se l’immagine di Pol Pot accompagnava ogni passo cambogiano, l’ideologo sotterraneo, acuminato e senza pietà, era il numero due, per lungo tempo faccia senza nome: Nuon Chen. L’altro ieri arriva nell’aula dove il nuovo tribunale faticosamente strutturato da compromessi Onu lunghi cinque anni, decide l’analisi dei crimini con ritardo surreale nell’aula gremita da testimoni sopravvissuti e da discendenti di famiglie scomparse nei gironi di una follia senza nome.    Nuon Chen arriva trasandato come un clochard che si è lasciato andare. Ma non del tutto. I suoi avvocati avvertono della decisione di voler rispondere alla “curiosità dei giudici” solo quando “verranno accolte le richieste di allargare il periodo incriminato”. Non più i quattro anni del delirio al potere. Nuon Chen e gli altri pretendono che gli anni da considerare devono cominciare all’inizio dell’escalation americana in Vietnam. Quei bombardamenti al napalm che bruciavano le rive del Mekong e condannano generazioni e generazioni a deformità raccapriccianti da una parte e dall’altra della frontiera. E allungano ombre pesanti sulla rete dei consiglieri dei governi insediati dalla Cia a Saigon.    Dimitri Negroponte, per esempio. Cresciuto all’ombra di Bush padre e insediato nel trono di zar dello spionaggio da Bush figlio. Si è fatto le ossa tra Vietnam e Cambogia . E Graham Green ne ha anticipato le fortune in un romanzo famoso: L’americano tranquillo.

NUON CHEN e gli altri reduci pretendono che il loro sadismo venga considerato “legittima reazione” alle bombe a grappolo che avvolgevano nelle nuvole arancione i villaggi di Cambogia e Vietnam. Fra i documenti depositati dalla difesa, la voce di Bob Dylan, due video contro l’ipocrisia che ancora brucia la memoria americana.    Le tossine dei processi di Norimberga infastidiscono il passato e il presente. I fantasmi dei compagni di Pol Pot non sono cascami degli anni quasi dimenticati. Ripropongono il dubbio che accompagna mezzo secolo della nostra storia: la responsabilità delle superpotenze nel giocare con le ambizioni di leader gonfia-bili da sgonfiare appena strategie e finanze suggeriscono convenienze diverse. E gli assassini sopportati e nutriti da Cina, Russia e Stati Uniti non servono più. Vanno scaricati nell’ignominia: da Pol Pot, Nuon Chen, Saddam Hussein.

BIN LADEN, adesso Gheddafi. Con la dignità morale di chi sintetizzaleinquietudinidiogniPaese del mondo, la risoluzione delle Nazioni Unite potrebbe non separare i sacrilegi dei responsabili dei massacri a bastonate ai sacrilegi sofisticati di burattinai nascosti sotto gli slogan di strane democrazie e nella concretezza delle strategie economiche.    Il processo cambogiano è solo una curiosità lontana. Invece potrebbe aprire un nuovo umanesimo e ridiscutere i dogmi di Norimberga. Mostri e mandanti nel tribunale della storia.

di Maurizio Chierici, IFQ

29 giugno 2011

Socrate era un gatto

Proseguono gli scoop degli instancabili segugi di Libero e del Giornale. In stereofonia. Alessandro Sallusti, sul Giornale, attacca i magistrati milanesi che paragonano villa B. a un bordello e accettano come parti civili due miss reduci da un’elegantissima serata arcoriana. “Due ragazze – scrive zio Tibia – una delle quali con precedenti esperienze di sesso a pagamento, riescono a farsi invitare a una serata ad Arcore”. E chissà quanto devono aver penato, le poverette, visto che com’è noto villa San Martino è letteralmente sigillata per impedire l’infiltrazione di belle ragazze. Si saranno intrufolate dal condotto di aerazione. Ma ora Olindo ha la prova del nove che smentisce il “bordello”: una delle due ospiti di Arcore “si prostituiva” quand’era ancora minorenne. Noi, nonostante i nostri rapporti organici con la P4, non sappiamo se sia vero. Ma, se fosse vero, cosa salta in mente a Sallusti di sbattere la notizia in prima pagina? Se non l’ha già fatto Ghedini, ci permettiamo di fargli osservare che la presenza di una prostituta in più ad Arcore non è un alibi, ma un’aggravante per il padrone. Al quale suggeriamo di pregare Sallusti di astenersi dal difenderlo ancora: un altro paio di alibi così, e B. si becca l’ergastolo. Il guaio è che Olindo ha seri guai con la logica aristotelica: per attaccare la Procura di Milano, la chiama “magistratura etica” (forse non sa che etica vuol dire morale, corretta, perbene; o forse, dalle sue parti, questi sono insulti sanguinosi). Poi aggiunge: “Cosa ne sa un magistrato di bordelli? Quando la sera un Pm si ritira a casa sua con l’amica che magari cambia ogni settimana, la sua abitazione come la si definisce? Commette un reato o semplicemente esercita a suo modo le libertà fondamentali e individuali, comprese quelle di divertirsi e fornicare?”. Eppure è tutto molto semplice: il Codice penale punisce chi sfrutta e favoreggia la prostituzione, ma pure gli utilizzatori finali di prostitute minorenni, ai quali un “pacchetto sicurezza” di B. ha persino aumentato le pene. Non sappiamo a quale pm con “amica” alluda Sallusti, ma ce ne sfugge l’attinenza al tema trattato: se una maggiorenne va a letto con un pm senza esservi costretta o pagata, non c’è alcun reato né alcun bordello. Sono concetti elementari, accessibili anche a persone di media intelligenza: ci rifiutiamo di credere che nella redazione del Giornale non ci sia nemmeno un usciere in grado di spiegarli, magari con l’ausilio di qualche disegnino, al direttore. Ma ecco lo scoop di Libero, che non vuol essere da meno del Giornale. L’altroieri Olindo aveva scoperto che la madre di Woodcock e quella di Sandro e Guido Ruotolo erano amiche. Pronta la risposta di Filippo Facci che, tornato in prima pagina dopo la quarantena imposta da Feltri (“cestinare un pezzo di Facci non è censura, è un’opera buona”), sfodera l’argomento decisivo per la “separazione delle carriere dei magistrati”. Un fatto gravissimo: “Un gip di Milano sta per rientrare dalla maternità, e chi è il padre? Un pm di Milano, suo compagno”. Ergo – domanda quel diavolo d’un Facci – “come può un giudice essere indipendente dal padre di suo figlio?”. La stessa questione si pone quando un magistrato si fidanza con un avvocato. E di solito viene risolta evitando che il magistrato si occupi di processi seguiti dall’avvocato. Anche perché le carriere di avvocati e magistrati sono già separate. Invece, per l’aristotelico Facci, contro il fidanzamento fra un gip e un pm non c’è altro da fare che separare le carriere di tutti i giudici da quelle di tutti i pm. Il ragionamento ricorda il falso sillogismo di Ionesco: “Tutti i gatti sono mortali; Socrate è mortale; dunque Socrate è un gatto”. Ora qualcuno potrebbe domandare a Facci, magari sotto il casco del coiffeur: scusa, caro, ma se le carriere di giudici e pm fossero separate, sei proprio sicuro che quel pm non avrebbe messo incinta quella gip? Non è che, niente niente, confondi la separazione delle carriere con la contraccezione?

di Marco Travaglio, IFQ

29 giugno 2011

Botte ad alta velocità

In Val di Susa picchiano di santa ragione (mai modo di dire è stato più sbagliato) per aprire la strada alla nuova velocissima ferrovia. Dubito che sia il percorso giusto verso il futuro. Se questo fosse un dibattito, dovremmo vedere prima i fatti dalla parte della Tav e poi il punto di vista di chi non vuole in casa (in casa sua) la nuova ferrovia. Mi sono tradito? Si è già capito che vedo la convenienza dei trasporti veloci, ma sono del parere che le innovazioni non si impongono a botte? Cercherò di trattenere il giudizio e di vedere quella che in apparenza è una doppia ragione. Tav vuol dire collegare Est-Ovest, un quarto del mondo, passando per il Piemonte e Torino. Ci viene presentato come molto conveniente, soprattutto per le merci, sottratte all’immenso e pericoloso traffico delle autostrade europee. Tutto vero, ma gli abitanti della zona, da anni, con tenacia e argomenti mai veramente dimostrati infondati, non vogliono gli immensi lavori della nuova ferrovia che spaccano la montagna, durano decenni e cambiano vita e paesaggio. Da torinese posso dire che non ricordo un vero, completo, autorevole confronto in cui tutte le obiezioni siano state ascoltate e valutate con la necessaria attenzione. Ricordo un pronto schierarsi del progresso (destra e sinistra) dalla parte della velocità ; e un vasto aggregarsi di tutta la zona interessata, senza eccezioni (mi sbaglio?) contro il progetto. Senza eccezioni vuol dire che, se la democrazia ha un senso, manca del tutto la volontà popolare di lasciar scavare la valle (la Valle di Susa) fino a piegare ogni dato della natura alle esigenze del nuovo treno. Direte che è la storia del progresso. Ma anche l’espressione e il rispetto della volontà popolare fa parte della storia del progresso. Non credo che un pesante intervento di Polizia e Carabinieri sia un percorso democratico. Non è utile, anzi non è lecito, passare con la forza sul no delle popolazioni che abitano accanto ai cantieri. Il tempo per preparare una soluzione finora è stato sprecato. Qualcuno crede davvero che le botte faranno il miracolo di eliminare il problema di un così appassionato e legittimo dissenso? Si parla di modernità che non si può e non si deve fermare. Ma si può essere più antichi di coloro che credono nelle botte come modo per risolvere il problema?

di Furio Colombo, IFQ

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29 giugno 2011

La stangata ad orologeria

UNA LEGGE-TRUFFA per galleggiare fino alla fine di questa legislatura. Poi l’abisso, a spese di quelli che verranno. La manovra che il governo Berlusconi approverà domani in Consiglio dei ministri colpisce non per la sua entità (con la quale soddisfa effettivamente i target quantitativi concordati con la Ue) ma per la sua “slealtà” (con la quale scarica colpevolmente gli impegni qualitativi sui prossimi governi). Questa manovra illude gli italiani, inganna l’Europa e imbroglia i mercati.

Il centrodestra, che ha inventato a suo tempo la “finanza creativa”, lancia adesso la “finanza tardiva”. La perfida ipocrisia del decreto è racchiusa non tanto nella sua nella sua dimensione economica, ma nella sua scansione temporale. Dei 47 miliardi di sacrifici totali che lo compongono, i pannicelli caldi saranno somministrati nel primo biennio (1,8 miliardi nel 2011 e 5,5 nel 2012). Le lacrime e il sangue, invece, saranno concentrate nel secondo biennio (20 miliardi nel 2013 e altri 20 nel 2014). La frode politica contenuta nell’operazione è chiarissima. Nei due anni che restano alla coalizione Pdl-Lega i contribuenti sentiranno le carezze. Dall’anno successivo, cioè in concomitanza con il ciclo elettorale, patiranno le stangate. Stangate a orologeria, dunque.

La responsabilità del doloroso ma doveroso rientro dal deficit e dal debito pubblico, in altri termini, sarà in carico al futuro governo, perché quello in carica non ne vuole sapere. E i costi più dolorosi del risanamento

dei conti non lo sosterranno i contribuenti che hanno votato per l’alleanza forzaleghista il 13 aprile 2008. Li pagheranno invece le future generazioni, come da collaudata tradizione dei politicanti della Prima Repubblica, abbracciata senza riserve dai replicanti della Seconda.

Nel metodo, alla vigilia del vertice di Palazzo Grazioli la domanda cruciale era: chi vincerà il duello, tra il rigorista Tremonti e il lassista Berlusconi? Alla luce di ciò che vediamo, non ha vinto nessuno dei due contendenti. Ha perso l’Italia. Lo scontro in atto non era tra due irriducibili forze, ma tra due resistibili debolezze. Tremonti – isolato nel governo, privato del sostegno di Bossi e sostenuto solo dalla sponda indiretta di Bruxelles e delle agenzie di rating – ha dimostrato di non avere la forza per mettere alle corde i suoi troppi nemici interni. Berlusconi – azzoppato dagli scandali, fiaccato dall’epistassi della sua piattaforma politica e gravato dal peso del “vincolo esterno” – ha dimostrato di non avere la forza di mandare al tappeto il suo ministro dell’Economia. Il risultato di questo match non poteva che essere un compromesso al ribasso, in perfetto stile doroteo. Nel merito, è vetero-democristiana l’abitudine a infarcire di ipocrisia le manovre a cui manca la fantasia. Due soli esempi: il ripristino dei ticket sulla sanità e il blocco del turn-over nel pubblico impiego.

Non c’è stato governo Andreotti dei fetenti Anni Ottanta che non abbia inserito misure del genere nella sue Finanziarie balneari. Misure che colpiscono i soliti ceti medio-bassi e preferibilmente del pubblico impiego, per altro già ampiamente bastonati dalla Legge di stabilità da 25 miliardi varata l’anno scorso, e notoriamente schierati nell’area elettorale del centrosinistra. La famosa “Italia peggiore” di Brunetta, da colpire senza pietà e senza equità. Per il resto, le norme buone stingono dentro un quadro di incertezza contabile. L’accelerazione degli interventi sulle pensioni è positiva, ma presupporrebbe un intervento contestuale a vantaggio delle prestazioni minime (ormai da fame) e delle prestazioni integrative (ancora da implementare). Il taglio dei costi della politica sarebbe eccellente, se l’operatività degli interventi non fosse (anche in questo caso) rimandata nel tempo, come nel caso della riduzione degli stipendi dei parlamentari (ma solo a valere dalle prossime elezioni) o della limitazione delle auto blu (ma solo ad esaurimento del parco macchine attualmente in circolazione).

Come si raggiungeranno i 47 miliardi nel quadriennio? Il capitolo della previdenza, quello della sanità, e quello dei ministeri, dovrebbero valere grosso modo 6 miliardi ciascuno. Il totale fa 18. Da dove arriveranno gli altri 29? È un mistero. Dal mistero alla beffa: che dire dell’ulteriore colpo di scure su una scuola già distrutta, con l’accorpamento delle cattedre e il dimezzamento dei docenti di sostegno? E dalla beffa alla farsa: che dire dell’ennesima norma sulle liberalizzazioni? Si prevede un “accesso più facile al settore delle professioni”, ma esclusi “i notai, gli architetti, gli ingegneri, i farmacisti e gli avvocati”. Non si capisce quali professioni restino, tra quelle da liberalizzare: salvata la rendita delle corporazioni più potenti, il governo aggredirà forse quella dei barbieri, degli idraulici, dei fisioterapisti.

Su queste basi, la legge delega sul fisco non promette niente di buono. E su queste basi, non è affatto certo che le “locuste della speculazione”, invece di essere confortate, non si sentano autorizzate ad aggredire questa povera Italia, fragile nell’economia e irresponsabile nella politica. Del resto, a dispetto degli allarmi e dei penultimatum, questa manovra non è che l’ultimo “test”, per verificare se la crisi di governo si apre subito e si va a votare in autunno. Il compromesso doroteo implicito in questa legge-truffa consente al Cavaliere di resistere, almeno fino al 2012. Se poi sul Paese si scatena il diluvio, poco male. Saranno problemi del centrosinistra, se vincerà le elezioni. Perché devo fare qualcosa per i posteri? Cosa hanno fatto questi posteri per me? Un tempo era il motto di Groucho Marx. Oggi è la regola di Silvio Berlusconi.

di Massimo Giannini, La Repubblica

28 giugno 2011

Rischio censura per la Rete

Una nuova tetra minaccia per Internet libero in Italia. Se non si registreranno ripensamenti dell’ultima ora, il 6 luglio entrerà in vigore una delibera Agcom (l’agenzia “indipendente” nominata dai partiti il cui ex consigliere Giancarlo Innocenzi venne intercettato mentre si spendeva al telefono con B. per chiudere Anno-zero) prevede che, su segnalazione di vari detentori di diritti d’autore (Siae, case discografiche, reti televisive, ecc.) l’Agenzia stessa, senza passare dalla decisione di un giudice, possa imporre a qualsiasi sito Internet che si ritiene violi il copyright, “la rimozione dei contenuti” o, in caso di server straniero “l’inibizione del sito” stesso tramite il blocco dell’indirizzo Ip. Attualmente la legislazione italiana prevede simile procedura per i contenuti “pedopornografici”, ma è chiaro che la definizione di “pirateria” è molto scivolosa e in questo caso si corre il rischio che “l’inibizione” si allarghi a contenuti non graditi. “È concepibile – si chiedeva ieri su La Stampa Juan Carlos De Martin possa essere un organo amministrativo a decidere se un cittadino possa pubblicare o meno sul suo blog l’estratto di una trasmissione tv per finalità di discussione?”. In questi ultimi mesi l’associazione Agorà Digitale si è battuta duramente contro la delibera lanciando una petizione, pubblicando continui aggiornamenti su sitononraggiungibile.it   e chiedendo (e ottenendo) un incontro pubblico con Corrado Calabrò (in particolare alcuni partecipanti all’incontro raccontano che: “L’Italia è un esperimento, possiamo fermarci?” e “L’industria ci ha spiegato che ad essere penalizzati dalla pirateria sono i giovani” siano state le vaghe risposte del presidente Agcom agli avvocati delle associazioni che gli facevano presente i rischi del provvedimento). Anche la politica si è accorta della delibera: parla di “allarme giustificato” il Pd Gentiloni, mentre l’Idv chiede “una marcia indietro”su quella“che si configura come la censura più grande della storia della Rete”.

di Federico Mello, IFQ

 

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28 giugno 2011

TAV. L’opera dei misteri: più costi che benefici

Quanto costerà la nuova ferrovia Torino Lione?    Secondo la Ltf, società italo-francese costituita per la realizzazione, il costo previsto della Torino-Lione è di 21,4 miliardi di euro. Molti esperti ritengono che il costo effettivo sia destinato a triplicarsi. Sei anni fa quattro economisti (Boitani, Manghi, Mercalli, Ranci) in un articolo su lavoce.info (“Sulla Torino-Lione una pausa di riflessione produttiva”) prevedevano in almeno 17 miliardi il costo per la metà a carico dell’Italia. Il conto totale potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro. La stessa taglia della maxi-manovra di Tremonti. E c’è da chiedersi se sia questa la priorità infrastrutturale su cui buttare tanto denaro.    A che serve?    A poco. Come dimostra l’esperienza dell’alta velocità Torino-Milano-Napoli, sulle nuove linee possono viaggiare solo i treni passeggeri, perché le locomotive merci hanno un voltaggio diverso e andrebbero così piano da ostacolare i Frecciarossa o simili. Se si decide di farci passare le merci i passeggeri restano sulla vecchia linea. La Ltf continua a far finta di niente, in realtà si aprono i cantieri senza aver ancora deciso se sarà una linea merci o passeggeri. La Ltf fa strane promesse. Dice che si potrà andare da Torino a Lione in 2 ore anziché le attuali 4, e da Milano a Parigi in 4 ore anziché 7. Siccome l’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, salvo la tratta nuova, si deduce che partendo da Milano, forse per la rincorsa, il treno farà Torino-Lione in un’ora anziché 2. Misteri.    Quanto alle merci, la Ltf promette di togliere dalle strade della Val di Susa un milione di Tir all’anno. Attualmente sotto il traforo autostradale del Frejus ne passano circa 800 mila all’anno. Andrebbe vietato per legge il trasporto su gomma nella zona e non basterebbe. Il traffico merci sul Frejus è in calo da anni.    Quali sono le ricadute ambientali?    Secondo i sostenitori dell’opera i vantaggi sono in termini di emissioni: il treno non fuma come i camion. Due le obiezioni a questo lineare ottimismo. Le nuove tecnologie motoristiche sono destinate a far crollare le emissioni dei Tir prima e a costo molto più contenuto della nuova ferrovia. E c’è poi chi calcola che in termini di emissioni i dieci anni di cantiere peseranno più del guadagno successivo. Anche perché non è detto che la nuova ferrovia faccia diminuire i Tir: la Torino-Milano-Napoli non ne ha tolto uno dalla strada.    Quali sono le ricadute economiche?    Su questo le previsioni sono le più fantasiose. La cosa più certa è un beneficio sull’economia del Piemonte. L’idea che la pianura Padana possa prosperare perché attraversata dal mitico Corridoio 5 (Lisbona-Kiev) è quantomeno futuribile. Per ora infatti il Corridoio si ferma a Milano. E come insegnano gli economisti seri, un treno merci che passa non fa crescere il Pil delle contrade attraversate.    È vero che porterà molti    posti di lavoro?    Secondo il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, ai tempi della scapigliatura leghista implacabile critico dell’alta velocità di Lorenzo Necci, i cantieri porteranno centinaia di migliaia di posti di lavoro. “Ogni miliardo speso genera 20 mila posti di lavoro”. Contando una spesa italiana di 17 miliardi, arriverebbero in Val di Susa 340 mila lavoratori, facendola probabilmente affondare. Secondo la Ltf, più realisticamente, i suoi cantieri impegneranno sul versante italiano 2 mila persone, più 4 mila dell’indotto. Seimila posti di lavoro in tutto, presumibilmente per dieci anni. Si tratterebbe di un monte salari di circa 1,5 miliardi di euro: meno di un decimo del costo dell’opera si tradurrebbe in lavoro.

di Giorgio Meletti, IFQ

28 giugno 2011

Ci hanno beccati

L’altro giorno è scomparso un maestro di giornalismo, Lamberto Sechi: il suo motto era “i fatti separati dalle opinioni”. Il motto di Belpietro invece è “le balle separate dai fatti e dalle opinioni”, infatti pubblica solo le prime. Tipo i falsi attentati a Fini e a se medesimo. Leggendo Libero, uno scopre sempre particolari della propria vita ignoti persino a se stesso. Domenica, mentre i giornali veri “aprivano” sul capo di Stato maggiore della Finanza indagato, l’house organ degli Angelucci amicucci di Bisignanucci dedicava alla cosuccia 20 righe a pagina 3. La prima e la terza pagina erano occupate dal mio ritrattone in uniforme massonica (collarino, grembiulino e compassi vari) e da due titoloni per illustrare ben altro scoop: “C’è Travaglio dietro la P4”, “È Travaglio la fonte dei segreti della P4”. Se non sapessi che Libero è l’inserto umoristico di Libero, rischierei di montarmi la testa: non ho mai visto né conosciuto né sentito Bisignani, eppure sono la sua fonte, anzi il suo capo occulto. Talmente occulto da non possedere nemmeno il suo numero di cellulare, peraltro noto a cani e porci, ma soprattutto porche. Lo pilotavo con la sola forza del pensiero. Il segugio belpietresco Martino Cervo copia ciò che abbiamo scritto noi e altri giornali veri: Bisi dice di aver appreso dal Fatto l’indagine di Potenza su Letta (poi trasferita a Roma e a Lagonegro). È possibile: il Fatto pubblicò la notizia nel primo numero, il 23 settembre 2009. Ma solo perché gli altri giornali, tutti al corrente di quelle carte da mesi, non avevano osato scrivere una riga. Ma nessuno accusa Bisi di aver spifferato la notizia a Letta, che peraltro la sapeva ben prima che uscisse sul Fatto (i suoi legali erano informati della proroga delle indagini). Semmai i pm accusano Papa di essersi attivato per conto di Bisi per saperne di più alla Procura di Roma. Una persona sana di mente, a questo punto, si domanderà: che c’entra tutto ciò col titolo “C’è Travaglio dietro la P4”? Un po’ di pazienza, perché Libero ha un altro scoop: il 24 settembre 2010 la segretaria di Bisi, Rita, informa il capo che “l’ha cercato quello del Fatto, Barbacetto”. E, annota malizioso il Cervo, “non è neppure detto che il giornalista abbia poi parlato col ‘lobbista’ come chiedeva”. Ma tanto basta per dire che “C’è Travaglio dietro la P4”. Inutile spiegare a questi poveretti che, casomai, ci sarebbe Barbacetto: sempreché avesse spifferato a Bisi “i segreti della P4”. Come si fa a sapere se ci ha parlato? Basta leggere la riga seguente del rapporto investigativo, dove Bisi dice che di parlargli “non me ne frega niente”. E basta leggere le collezioni del Fatto per scoprire che Barbacetto (come Lillo) stava levando la pelle a Bisi in una serie di articoli: correttamente, chiamava la segreteria per avere la sua versione e offrirgli il diritto di replica, come fa ogni buon giornalista (quindi quelli di Libero non c’entrano). Voleva chiedere, non passare qualcosa. È questa la differenza fra un giornalista e un qualcos’altro, anche se è difficile farlo capire ai segugi berlusconidi. Prendete Gian Marco Chiocci del Giornale. L’abbiamo sfottuto per la disavventura al phonecenter per immigrati a Roma dove s’era rifugiato per chiamare Sallusti lontano da orecchi indiscreti, ignaro che il locale era intercettato in un’indagine di droga. Lui ha ricevuto la commossa solidarietà di Franco Viviano, cronista di Repubblica (lo stesso giornale che iscrive Chiocci alla “macchina del fango”). E ora minaccia di trascinarci in tribunale e all’Ordine (quello che ha appena sospeso il suo direttore) per l’accostamento con l’“apprendista spione” Farina, alias Betulla. Ma non è colpa nostra se Farina cercava notizie sul Sismi non per scriverle, ma per girarle al Sismi; e Chiocci cercava notizie sul temuto arresto di Rosa Santanchè non per scriverle, ma per girarle a Olindo Sallusti. Invece noi del Fatto siamo gente strana: le notizie le cerchiamo per pubblicarle. Non siamo proprio i capi della P4, ma ci piacerebbe tanto.

di Marco Travaglio, IFQ

27 giugno 2011

La fame nel mondo versione fashion

Questo “articolo” è apparso su L’Espresso. Non credo sia necessario commentare, ma  che ci siano persone che utilizzano queste strategie di mercato, fa capire come in realtà la mela sia ormai marcia. Se qualcuno, come me,  si è vergognato leggendolo potrebbe comunicarlo al settimanale, forse si vergognerebbero almeno un poco anche loro.

22 giugno 2011

“Lo Stato dei palestinesi non nascerà mai”

Clot, ex negoziatore: “È tutto inutile, Tel Aviv non mollerà niente” Israele simula l’attacco alla Flottiglia: pronti ai raid contro le navi

Alla vigilia dell’atto di nascita dello Stato di Palestina, previsto per settembre, il processo di pace è soffocato da una tensione crescente. La marina israeliana ieri ha simulato un raid “su una nave di attivisti politici filopalestinesi”. L’arrivo della Flottila 2011 è previsto nei prossimi giorni sul mare che bagna Gaza. Il rischio di uno scontro è alto. E a ogni carota segue una bastonata: Israele ha autorizzato l’Onu a importare materiale nella Striscia per costruire 1200 nuovi alloggi e 18 scuole, ma ha annunciato l’ingrandimento, con 2000 nuovi alloggi, del quartiere ebraico di Gerusalemme Est. Intanto i contatti segreti tra Tel Aviv e la Turchia sono stati palesati ieri dal premier Netanyahu con una lettera a Ankara per il rinnovo di “amicizia e cooperazione”. Proprio nel giorno in cui i leader turchi hanno incontrato il presidente palestinese Abu Mazen, che deve risolvere il nodo dell’unità nazionale con Hamas. La riconciliazione pare arenarsi sul nome del premier: Abu Mazen vorrebbe riconfermare Salam Fayyad di Fatah, gradito secondo alcuni sondaggi sia in Cisgiordania sia nella Striscia, mentre Hamas pone il veto.    Zyad Clot è molto noto in Cisgiordania, noto nell’accezione negativa del termine: è colui che all’inizio dell’anno ha passato centinaia di documenti sulla “farsa” dei negoziati di pace israelo-palestinesi – i cosiddetti “palestinian papers” – a al Jazeera e Guardian. Un traditore per la nomenclatura palestinese, un ficcanaso per gli israeliani, un cittadino del mondo onesto che ha preso parte alla “primavera araba” per tutti coloro che si sono ribellati alle dittature.    Non appena inizia a parlare si capisce che la sua giovane storia – ha 34 anni – l’ha trascorsa sui trattati di diritto internazionale. Come all’Hotel King David quando, dal 2007 al 2008, ha incontrato i negoziatori israeliani sulla questione del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi. Cresciuto a Parigi, dove si è laureato in legge, è figlio di un francese e di una palestinese naturalizzata libanese. Il nonno, direttore del porto di Haifa e console , all’indomani della proclamazione dello Stato israeliano, dopo la confisca delle proprietà di famiglia, aveva portato i suoi cari in Libano, dove lo aspettava il riconoscimento della cittadinanza onoraria del Paese dei Cedri per permettergli di evitare la difficile vita da profughi. L’uomo accettò il passaporto libanese per la moglie e i figli ma non per sé.    Non voleva cancellare la sua identità ma non potè mai più tornare nella sua terra natale. Il nonno ha così conosciuto la vita sospesa, senza diritti, di milioni di profughi che ancora oggi in Libano come in Siria non possono svolgere molte professioni e spesso sono costretti a lavorano in nero.    “Quando andai a Ramallah nel 2007 mi fu offerto di diventare consulente giuridico dell’Olp, scelsi di lavorare per portare avanti i negoziati relativi al capitolo diritto al ritrono, che è peraltro un diritto individuale, perché fa parte della mia storia. Quando andai ad Haifa per vedere la casa dei miei nonni, sentì di voler capirne di più ”. Tanto che circa un anno dopo, grazie alla sua preparazione e al suo inglese preciso e fluente, era seduto accanto al più importante negoziatore palestinese, Saeb Erekat, davanti all’allora ministro degli esteri israeliano, Zipi Livni e ai suoi consulenti per riaprire le trattative. “È stata un’esperienza incredibile, difficile e frustrante, che ha cambiato la mia vita e il mio modo di vedere le cose”. Nel suo libro intitolato “Non ci sarà uno stato palestinese”, diario di un negoziatore in Palestina (pubblicato per ora solo in francese, in Italia dovrebbe uscire a breve), Clot ha la capacità narrativa di far vivere al lettore i retroscena del “circo dei negoziati di pace”, come li definisce più volte, dove l’Anp viene di fatto ammaestrata dagli americani, tanto da essere di-sposta a concedere quasi tutto. “Ma non è mai abbastanza per gli israeliani”, dice. Leggendo i palestinian papers, solo in parte contenuti nel suo libro, ci si rende conto che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen e i principali negoziatori non hanno alcuna possibilità di manovra. “È una farsa fine a se stessa. È un esercizio sterile che non porterà a nulla – dice – per questo a un certo punto ho deciso di abbandonare, con grande sofferenza, ma non voglio prestarmi a fare il burattino sulla pelle di milioni di profughi e voglio che i palestinesi sappiano”. Una scelta combattuta. Zyad decide di lasciare il tavolo della diplomazia quando capisce che i negoziati “sono solo un inutile esercizio di stile”. E Gerusalemme Est non sarà mai la sua capitale. “Il 15 giugno 2008 – racconta – Erekat offrì a Israele tutto, concedendo l’annessione di tutti gli insediamenti ebraici di Gerusalemme Est, tranne quello di Har Homa, in cambio del riconoscimento dello Stato palestinese. Ma l’offerta fu rifiutata”.

di Roberta Zunini, IFQ

22 giugno 2011

Non escludono

Un giorno o l’altro leggeremo il seguente verbale. Pm: “Signor ministro, lei esclude di aver assassinato il suo vicino di casa?”. Ministro: “Sarei portato a escluderlo”. Pm: “Come spiega l’intercettazione in cui lei si vanta di averlo crivellato di colpi?”. Ministro: “Ora che ci ripenso meglio, non posso escludere di aver potuto lievemente premere il grilletto della mia Smith & Wesson esplodendo un congruo numero di proiettili in direzione del mio vicino di casa. Ma potrò essere più preciso in una prossima occasione”. È quel che accade ogni giorno nell’ufficio dei pm napoletani Curcio e Woodcock da quando vi sfilano ministri, sottosegretari, alti ufficiali, prenditori, magnager e faccendieri. I “servitori dello Stato”, insomma. Il 23 febbraio è la volta di Gianni Letta che, come scrisse Saviane, “ha un nome da uomo, veste da uomo, porta la cravatta da uomo, ma sembra tutto sua sorella”. La sora Letta, quando capisce che i pm hanno intercettato Bisignani che parlava con lui, mette a verbale nel suo eloquio felpato, flautato, ambrato, leccato, profumato: “Non escludo che il Bisignani mi abbia potuto dire che era oggetto di attenzioni da parte dell’Autorità giudiziaria… Posso aver detto al Bisignani di non parlare troppo al telefono”. Ecco: le indagini diventano “attenzioni”. E le istruzioni all’indagato per sottrarsi alla giustizia? Un innocente “non parlare troppo al telefono”. Poi uno si meraviglia se Letta, con tutto quel che ha combinato nei suoi primi 76 anni, è ancora lì, meglio conservato di Ötzi. I pm avvertono la mummia di Similaun che sanno tutto dell’incontro fra D’Alema e il generale Santini scortato da Bisi. Ed ecco un altro sfoggio di vaselina: “Apprendo in questo momento da voi, o comunque non mi ricordavo, che il Bisignani accompagnò il gen. Santini dall’on. D’Alema”. Non è meraviglioso? Uno normale sceglierebbe: o dice “apprendo in questo momento da voi” (cose che non ho mai saputo) o dice “non mi ricordavo” (cose che sapevo e ora ricordo). Invece Letta dà entrambe le versioni, anche se si respingono l’un l’altra come magneti: non sapeva però sapeva. L’ingenua Prestigiacomo, ministra di questo bell’Ambientino, non è così scafata: prima mente, poi dinanzi alle intercettazioni rincula come può. Lato A: “Escludo che il Bisignani mi abbia mai potuto riferire di aver appreso di essere intercettato”. Lato B: “Ricordo che il Bisignani mi disse di aver appreso di essere intercettato”. Non le è proprio venuto in mente di dire “apprendo da voi e non mi ricordavo che Bisignani eccetera”. Così ora fa la figura della bugiarda. Poi ci sono le Forze armate, nei secoli fedeli (alla P2-P3-P4, si capisce). Il col. Ragusa sistema il figlio all’Enel, poi mette a verbale: “Non escludo che io abbia chiesto a Bisignani d’intercedere su Scaroni per far assumere mio figlio in Enel”. Cioè: uno fa raccomandare il figlio dall’Enel e subito se lo dimentica, rimuove, poi in un soprassalto di fosforo “non esclude” di averlo raccomandato. Il gen. Santini deve spiegare che ci andò a fare a casa Bisignani quando aspirava ai servizi segreti: “Non lo conoscevo e decisi di andarci perché avevo letto il suo nome sui giornali e sapevo che era un uomo influente”. Ecco: la stampa parla di Bisignani, piduista e pregiudicato per la maxi-tangente Enimont, e il generale tutto d’un pezzo trasecola: “Corbezzoli, ma lo devo subito conoscere, questo bravo figliolo, perdindirindina!”. E corre a suonargli il campanello. Montezemolo, il nuovo che avanza, assume il figlio di Bisi alla Ferrari, ma solo perché “lavorava alla Renault” e lui voleva strapparlo alla concorrenza (“è in gamba”). È la meritocrazia, bellezza. Poi c’è l’ottimo Masi, “arrapato come una bestia” perché “Santoro è morto, je stamo a spacca’ er culo, amo vinto” (infatti). Anche lui “non esclude”. Cosa? Di “aver chiesto al Bisignani di sondare Letta sul licenziamento di Santoro”, ma poi “ho ragionato come sempre con la mia testa”. Quella cosa che ogni tanto gli si arrapa e lui non esclude sia la testa.

di Marco Travaglio, IFQ

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21 giugno 2011

La supercassoela

Sarebbe facile infierire sul Museo Lombroso padano color pisello che domenica sgomitava sul palco di Pontida ornato di gerani e begonie. Ma è più interessante occuparsi di chi stava sotto quel palco: 50, forse 80 mila (secondo gli organizzatori) simpatici beoti che, a parte la fatica immane di decrittare i suoni gutturali del Senatur improvvidamente non sottotitolato, si bevevano tutto senza fiatare e si scorticavano le mani qualunque cosa uscisse dalla sua bocca. Intendiamoci: nei primi 5-6 anni di vita, la Lega Nord ha svolto un ruolo positivo nella politica italiana. Senza Bossi e i suoi, nel ’92 il pool Mani Pulite sarebbe stato trasferito in blocco in Barbagia o impiombato in un viadotto di cemento armato della Salerno-Reggio. E il primo governo B. non sarebbe caduto dopo soli 8 mesi, dunque nel ’96 Prodi non avrebbe vinto e nel ’98 l’Italia non avrebbe agganciato in extremis il treno europeo salvandosi da sicura rovina. Da allora però la Lega ha perso qualunque ragione di esistere e Bossi ha supplito al vuoto pneumatico di funzione storica con una supercàzzola (in padano, supercassoela) dopo l’altra. L’ampolla del dio Po, il Va’ pensiero al posto dell’Inno di Mameli, il tricolore per pulirsi il culo, le macroregioni (prima tre poi quattro, poi cinque: chi offre di più?), la secessione, la devolution, la Guardia Padana, il Parlamento della Padania, il Procuratore della Padania (il siciliano Brigandì), i magistrati padani eletti dal popolo padano, gl’insegnanti padani per erudire i pupi sui dialetti padani, le scuole col Sole delle Alpi, le nozze celtiche, l’amico Milosevic, l’amico Saddam, i 300 mila padani armati pronti marciare su Roma, le banche padane (capitanate dall’ottimo Fiorani), il culto della Malpensa cioè l’aeroporto di Sesto Calende spacciato per l’ombelico d’Europa, le frontiere da chiudere contro l’invasione albanese, poi cinese, poi islamica, i dazi anti-Cina, Bin Laden travestito da imam di Gallarate, l’imam di Gallarate travestito da Tettamanzi, l’uscita dall’euro per tornare al tallero, le vacche padane contro le quote latte. Roba che doveva far ridere anche i polli padani e invece veniva presa terribilmente sul serio dal ceto politico e dalla stampa al seguito. Intanto la Lega, da movimento rivoluzionario, diventava la guardia repubblicana del berlusconismo e, per farsi digerire dal popolo padano, evocava attese messianiche in vista di una sempre nuova Ora X che i dirigenti speravano non arrivasse mai, per non dover scoprire il bluff. Poi, purtroppo per loro, l’Ora X è scoccata: una classe politica di dementi ha fatto passare il federalismo fiscale e ora se ne assaggiano i primi balsamici effetti: i comuni, affamati dall’abolizione dell’unica tassa federale (l’Ici), s’affrettano a gonfiare le addizionali Irpef. Urgono nuove supercàzzole per spostare la nuova frontiera un po’ più in là. Ed ecco la data di scadenza alla guerra in Libia (perché – rivela Bossi – “quelle che chiamano missioni di pace sono guerre!”: ma va? E chi ha votato le guerre travestite da pace in Afghanistan e in Iraq?). I ministeri al Nord. Il taglio delle tasse. E naturalmente dei “costi della politica”, perché “non è giusto che li paghino i cittadini”. Bene bravo bis. Il popolo padano sul pratone, sempre in attesa dei sottotitoli, si scortica le mani a furia di applausi, sulla fiducia. A nessuno viene in mente di domandare: e poi chi lo paga il Trota? Nessuno pensa che quei furbacchioni sul palco campano e ingrassano grazie ai “rimborsi elettorali” moltiplicati per 11 in 10 anni grazie ai voti della Lega; alle province inutili che costano 17 miliardi l’anno; o alle consulenze facili del ministro Castelli (condannato dalla Corte dei conti a rifondere il maltolto), che si circondava di dirigenti come Alfonso Papa, parte padano e partenopeo. Bossi, poveretto, ha già tanti guai: altrimenti verrebbe da augurargli che esistano davvero, i 300 mila padani armati. Perché se esistessero, non marcerebbero più su Roma. Ma su Pontida e dintorni. Per farsi restituire i soldi, i danè, gli schei. Anzi, i talleri.

di Marco Travaglio, IFQ

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