Archive for maggio, 2010

28 maggio 2010

L’Italia senza diritti

Diritti di migranti e richiedenti asilo

Legislazione sull’immigrazione e sull’asilo

La Legge 94/2009, entrata in vigore nell’agosto 2009 come ultima tranche del cosiddetto "pacchetto sicurezza", ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile con un’ammenda da 5000 a 10.000 euro. La legge potrebbe dissuadere gli immigrati irregolari dal denunciare i reati subiti e ostacolare il loro accesso a istruzione, cure mediche e altri servizi pubblici per il timore di denunce. Una circolare del ministero dell’Interno del novembre 2009 ha chiarito che persiste per i medici e il personale operante presso le strutture sanitarie il divieto di segnalazione alle autorità, degli immigrati che accedono alle cure mediche. Lo stesso ministero ha anche reso noto che il permesso di soggiorno non è necessario per l’iscrizione di un bambino all’asilo nido.

Non sono state emanate le regole di attuazione delle norme sull’asilo introdotte nel 2008 dai decreti legislativi che attuano le Direttive europee in materia di procedure d’asilo e qualifica di rifugiato. Esse sarebbero utili anche ai fini dell’efficacia della norma sull’effetto sospensivo (che consente al richiedente asilo di vedere la propria espulsione sospesa durante il tempo del ricorso contro il rigetto della domanda di asilo in prima istanza).

Rinvio forzato dei richiedenti asilo

Nell’aprile 2009, disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar. La nave non è stata fatta entrare in porto da Malta né dall’Italia e i migranti sono stati lasciati al loro destino per quattro giorni, senza acqua e cibo a sufficienza, accampati sul ponte della nave, ottenendo infine il permesso dall’Italia di raggiungere Porto Empedocle.

A partire da maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare sulla base dell’accordo di "Amicizia, partenariato e cooperazione" concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia e degli accordi tecnici di dicembre 2007 sul pattugliamento marittimo congiunto per mezzo di navi della Guardia di Finanza fornite dall’Italia.

La Libia non è parte della Convenzione sui rifugiati del 1951 e non ha una procedura di asilo, circostanza che ostacola la possibilità di ricevere protezione internazionale nel paese. Secondo i dati del governo italiano, tra maggio e settembre del 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia. Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone "riconsegnate" alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza, e diversi minori. 
 
Nel rendere pubblico, nell’aprile 2010, il proprio rapporto sulla visita effettuata in Italia nel luglio 2009, il Comitato ha esortato l’Italia a rivedere la prassi dei rinvii forzati in Libia e ad assicurare che alle persone intercettate in mare si garantiscano l’assistenza umanitaria e medica necessaria, l’accesso alle procedure d’asilo e il rispetto del principio di non-refoulement (divieto di rinvio di una persona verso un paese in cui potrebbe essere a rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani). La politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31.000 del 2008 alle circa 17.000 del 2009 (fonte: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Discriminazione

Diritti umani dei rom

Ai rom di nazionalità italiana, europea e di altri paesi è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione e sono proseguiti in diverse città, tra cui Milano e Roma, gli sgomberi forzati illegali, con il conseguente aggravarsi della condizione di povertà delle comunità colpite. In diversi casi, gli sgomberi non sono stati preceduti da un’adeguata consultazione e da un congruo preavviso, né formalizzati secondo la legislazione interna, impedendo in questo modo l’accesso a rimedi giudiziari.

Queste politiche si basano sulla dichiarazione dello stato di emergenza relativo alle "popolazioni nomadi", che a partire dal 2008 ha attribuito poteri speciali ai Prefetti di Campania, Lazio e Lombardia, estendendoli dal maggio 2009 a quelli di Piemonte e Veneto. Nel luglio 2009, il Comune e il Prefetto di Roma hanno lanciato il "Piano nomadi", che prevede il trasferimento di 6000 rom (su 7177 residenti nei campi, secondo un censimento considerato incompleto da più parti) in 13 campi definiti "villaggi" nella periferia della città, con il conseguente smantellamento di circa 100 campi "abusivi" e "tollerati". In questo modo, il "Piano nomadi" spiana la strada allo sgombero forzato di migliaia di rom, con possibili conseguenze sul percorso scolastico dei bambini e sulle prospettive di impiego. Non per tutti è previsto un alloggio alternativo, almeno 1200 rom sono destinati a essere esclusi dal "Piano nomadi". Per questi motivi esso, nella sua attuale formulazione, non rispetta gli obblighi dell’Italia di garantire che non vi sia discriminazione né segregazione abitativa e di non utilizzare gli sgomberi come misura punitiva per chi è sprovvisto di permesso di soggiorno.

Migranti

Nel gennaio 2010, oltre un migliaio di migranti sono fuggiti o sono stati trasferiti forzatamente fuori da Rosarno, in Calabria, dopo due giorni di violenti scontri con i cittadini del luogo, al termine dei quali diverse decine di persone tra migranti, rosarnesi e agenti di polizia hanno avuto bisogno di cure ospedaliere. Sussiste il timore che le cause di fondo di questi fatti risiedano, da un lato, nel massiccio sfruttamento dei migranti impiegati nell’agricoltura e, dall’altro, nella mancata adozione da parte delle autorità italiane di misure concrete per contrastare la xenofobia in aumento in tutto il paese.

Omofobia

Secondo le organizzazioni per i diritti delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), nel 2009 si è registrato un incremento dei crimini basati sull’intolleranza nei confronti di queste ultime. Nel corso dell’anno i mezzi d’informazione hanno riportato una serie di notizie relative ad attacchi omofobici avvenuti in diverse città italiane, tra cui Pordenone, Firenze, Bologna, Pavia e Roma. Le autorità italiane dovrebbero contrastare con maggiore decisione gli atteggiamenti omofobici in modo da garantire una maggiore sicurezza alle persone Lgbt.

Controterrorismo e sicurezza

Le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani commesse nel contesto delle rendition.

Il 4 novembre 2009, il tribunale di Milano ha condannato in primo grado 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti dei servizi dell’intelligence militare italiana (l’ex Sismi) per il rapimento di Abu Omar, trasferito illegalmente in Egitto nel 2003 e lì detenuto segretamente per 14 mesi. Il segreto di stato posto sulla vicenda dall’attuale governo e dal precedente ha determinato il non luogo a procedere per il direttore del Sismi all’epoca del rapimento, per il suo vice e per altri tre imputati italiani.

Il governo ha accettato il rientro in Italia di Adel Ben Mabrouk e Riadh Nasseri, due cittadini tunisini detenuti senza accusa a Guantánamo. Dopo l’arrivo, il 30 novembre 2009, sono stati posti in custodia cautelare perché accusati di reati connessi al terrorismo, commessi in Italia.

Nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti: tra queste, Ali Ben Sassi Toumi, espulso il 2 agosto 2009 nonostante tre distinte decisioni contrarie della Corte, sottoposto a detenzione in incommunicado per otto giorni dopo il suo arrivo in Tunisia. Il 24 febbraio 2009, la stessa Corte ha condannato l’Italia per avere rimpatriato Sami Essid Ben Khemais in Tunisia nel 2008, a dispetto di una sua decisione di segno opposto e per essersi affidata alle cosiddette "assicurazioni diplomatiche" da parte della Tunisia secondo le quali Ben Khemais non sarebbe stato torturato. Analoga decisione è stata adottata il 13 aprile 2010, relativamente all’espulsione di Mourad Trabelsi, a sua volta avvenuta nel 2008 in spregio di una decisione opposta della Corte.

Tortura e maltrattamenti; responsabilità delle forze di polizia per l’uso della forza e delle armi

A distanza di oltre 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, l’Italia resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Di conseguenza, gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori (lesioni, abuso d’ufficio, falso ecc.) e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione.

L’Italia non ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione, che imporrebbe l’adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti, tra cui un’istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione, e non si è dotata di un’istituzione indipendente per il monitoraggio sui diritti umani né di un organismo indipendente di denuncia degli abusi della polizia. Tuttora non dispone di regole per l’identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico.

Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse.

Nel giugno 2009, 10 agenti della polizia municipale di Parma sono stati rinviati a giudizio per lesioni, aggressione, sequestro di persona, calunnia, falsa testimonianza e altri reati minori per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, cittadino del Ghana, avvenuto nel settembre 2008. Bonsu ha riferito insulti razzisti e riportato danni a un occhio. 
 
Il 6 luglio 2009, quattro agenti della polizia di stato sono stati condannati in primo grado per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, 18 anni, morto nel settembre 2005 a Ferrara mentre si trovava in stato di fermo. Nel marzo 2010, tre agenti di polizia accusati di aver aiutato i colleghi accusati dell’omicidio di Aldrovandi a nascondere e falsificare le prove, sono stati condannati con rito abbreviato per favoreggiamento e omissione di atti d’ufficio.

Il 14 luglio 2009, un agente della polizia stradale è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Arezzo per l’omicidio colposo di Gabriele Sandri, ucciso nel novembre 2007 da un colpo di pistola.

Il 22 ottobre 2009, Stefano Cucchi è morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, sette giorni dopo il suo arresto. Secondo la famiglia, le ferite rilevate sul suo corpo dopo il decesso mostravano i maltrattamenti subiti. Nell’aprile 2010 è stata chiusa l’indagine preliminare, che ha escluso le accuse di omicidio. Restano in piedi le accuse di omissione di soccorso aggravata dalla morte del paziente, lesioni personali e falso.

Nel dicembre 2009, l’indagine per omicidio nel caso di Aldo Bianzino, morto in carcere a Perugia a ottobre 2007, si è conclusa con un’archiviazione. L’autopsia sul corpo di Bianzino aveva rivelato un’emorragia cerebrale e lesioni al fegato. Nel giugno 2010 si aprirà il processo nei confronti di un agente della polizia penitenziaria in servizio la notte in cui Bianzino morì, accusato di omissione di soccorso e falso.

Processi per il G8 di Genova 2001

Il 5 marzo 2010 è stata emanata la sentenza di appello per le brutalità commesse durante il G8 di Genova del 2001 nei confronti di oltre 200 detenuti nel carcere provvisorio di Bolzaneto, delle quali sono stati ritenuti responsabili tutti i 44 imputati nel processo, tra cui agenti della polizia di stato, della polizia penitenziaria e medici. La mancanza del reato di tortura nel codice penale italiano ha impedito di punire i responsabili in modo proporzionato alla gravità della condotta loro attribuita. I reati minori di cui questi sono stati giudicati responsabili sono sottoposti a prescrizione e nessuno tra coloro che ha violato i diritti umani a Bolzaneto sconterà alcun periodo di carcere.

Il 18 maggio 2010, la Corte d’appello di Genova ha riconosciuto le responsabilità di 27 tra agenti e dirigenti della polizia per i gravi abusi commessi nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, ai danni di decine di persone presso la scuola Diaz. Ne è emerso un quadro allarmante di gravi violazioni (tra cui lesioni gravi, arresti illegali, falso e calunnia), commesse nei confronti di decine di manifestanti inermi, aggrediti mentre si trovavano in luogo di riparo notturno al termine delle manifestazioni.

Nei nove anni trascorsi non c’è stata alcuna parola forte di condanna da parte delle istituzioni per il comportamento tenuto dalle forze di polizia, né un’analisi interna ai corpi di polizia relativa al fallimento nella gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001.

Amnesty International Italia


28 maggio 2010

Rapporto Annuale 2010 Amnesty International

Nonostante il 2009 sia stato un anno fondamentale per la giustizia internazionale, le lacune esistenti nella giustizia globale sono state acuite dal potere della politica. È quanto affermato da Amnesty International, che ha presentato oggi il Rapporto Annuale 2010.
 
Nella sua analisi sulla situazione dei diritti umani nel mondo nel periodo gennaio – dicembre 2009,  Amnesty International segnala violazioni in 159 paesi e punta il dito contro quei governi potenti che stanno bloccando i passi avanti della giustizia internazionale, ponendosi al di sopra delle norme sui diritti umani, proteggendo dalle critiche gli alleati e agendo solo quando politicamente conveniente. 
 
"La repressione e l’ingiustizia prosperano nelle lacune della giustizia globale, condannando milioni di persone a una vita di violazioni, oppressione e violenza" – ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, nel corso della presentazione del Rapporto annuale (pubblicato in Italia da Fandango Libri), che si è svolta questa mattina presso l’Associazione della Stampa Estera di Roma.
 
"I governi devono assicurare che nessuno si ponga al di sopra della legge e che ogni persona abbia accesso alla giustizia, per tutte le violazioni dei diritti umani subite. Fino a quando i governi non smetteranno di subordinare la giustizia agli interessi politici, la libertà dalla paura e dal bisogno rimarrà fuori dalla portata della maggior parte dell’umanità" – ha affermato Weise.

 

L’organizzazione per i diritti umani ha pertanto rinnovato la richiesta ai governi di garantire che renderanno conto del loro operato, dare piena adesione alla Corte penale internazionale e assicurare che i crimini di diritto internazionale saranno sottoposti a procedimenti giudiziari ovunque nel mondo. Agli stati che rivendicano una leadership globale, tra cui quelli del G20, compete la responsabilità specifica di dare l’esempio.
 
Il mandato di cattura emesso nel 2009 dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente del Sudan, Omar Hassan Al Bashir, per crimini di guerra e contro l’umanità, è stato un evento epocale che ha dimostrato che anche un capo di stato in carica non è al di sopra della legge. Tuttavia, il rifiuto da parte dell’Unione africana di cooperare, nonostante la terribile violenza che ha colpito centinaia di migliaia di persone nel Darfur, è stato un crudo esempio di come i governi antepongano la politica alla giustizia.

A sua volta, la paralisi del Consiglio Onu dei diritti umani sullo Sri Lanka, nonostante il governo e le Tigri per la liberazione della patria Tamil si siano resi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e possibili crimini di guerra, è stata la prova dell’inazione della comunità internazionale nei momenti di bisogno. Infine, le raccomandazioni del rapporto Goldstone per accertare le responsabilità di quanto accaduto nel conflitto di Gaza attendono ancora di essere tenute in conto da parte di Israele e Hamas.

A livello mondiale, le lacune della giustizia hanno rafforzato un pernicioso reticolo di repressione. Le ricerche di Amnesty International hanno documentato torture e altri maltrattamenti in almeno 111 paesi, processi iniqui in almeno 55 paesi, restrizioni alla libertà di parola in almeno 96 paesi e detenzioni di prigionieri di coscienza in almeno 48 paesi.

Gli organismi per i diritti umani e le attiviste e gli attivisti che li difendono sono finiti sotto attacco in molti paesi, i cui governi hanno impedito loro di lavorare od omesso di fornire protezione. 
 
Nella regione Medio Oriente e Africa del Nord, l’intolleranza dei governi nei confronti delle critiche è stata sistematica in Arabia Saudita, Siria e Tunisia e la repressione è aumentata in Iran.  In Asia, il governo della Cina ha esercitato ancora più pressione verso chi provava a sfidare la sua autorità, attraverso arresti e intimidazioni di difensori dei diritti umani. Migliaia di persone, a causa della forte repressione e delle difficoltà economiche, hanno lasciato la Corea del Nord e Myanmar.

Lo spazio per le voci indipendenti e per la società civile si è ridotto in alcune parti della regione Europa e Asia centrale: inique limitazioni alla libertà d’espressione hanno avuto luogo in Azerbaigian, Bielorussia, Russia, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan. Il continente americano è stato tormentato da centinaia di omicidi illegali commessi dalle forze di sicurezza in vari paesi tra cui Brasile, Colombia, Giamaica e Messico, mentre negli Stati Uniti d’America è proseguita l’impunità per le violazioni dei diritti umani compiute nel contesto della lotta al terrorismo. Governi africani, come quelli di Guinea e Madagascar, hanno affrontato il dissenso con un uso eccessivo della forza e omicidi illegali, mentre le voci critiche sono state oggetto di repressione, tra gli altri, in Etiopia e Uganda.

Un impietoso disprezzo per le popolazioni civili ha caratterizzato i conflitti. Gruppi armati e forze governative hanno violato il diritto internazionale nella Repubblica Democratica del Congo, nello Sri Lanka e nello Yemen. Nel conflitto di Gaza e del sud d’Israele, le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi hanno ucciso e ferito illegalmente i civili. Migliaia di persone hanno subito le conseguenze dell’escalation di violenza da parte dei talebani in Afghanistan e Pakistan, così come degli scontri in Iraq e Somalia. Nella maggior parte dei conflitti, le donne e le bambine sono state stuprate o sottoposte ad altre forme di violenza da parte delle forze governative e dei gruppi armati.

Tra gli altri dati che emergono dal Rapporto annuale 2010 di Amnesty International, si segnalano:

  • gli sgomberi forzati di massa in Africa, come in Angola, Ghana, Kenya e Nigeria, che spesso hanno fatto sprofondare ancora di più le persone colpite nella povertà;
  • l’aumento delle denunce di violenza domestica contro le donne, degli stupri, degli abusi sessuali, degli omicidi e mutilazioni successivi agli stupri in El Salvador, Giamaica, Guatemala, Honduras e Messico;
  • lo sfruttamento, la violenza e le violazioni che milioni di migranti della regione Asia e Pacifico hanno subito in paesi come Corea del Sud, Giappone e Malesia;
  • il profondo aumento del razzismo, della xenofobia e dell’intolleranza nella regione Europa e Asia centrale;
  • gli attacchi compiuti da gruppi armati in alcuni casi apparentemente affiliati ad al-Qaeda, che in paesi come Iraq e Yemen hanno acuito l’insicurezza.

La dimensione globale di milioni di persone spinte nella povertà dalle crisi alimentare, energetica e finanziaria, ha dimostrato l’urgente bisogno di contrastare gli abusi che determinano la povertà.

"I governi devono essere chiamati a rispondere per le violazioni dei diritti umani che causano e aumentano la povertà. La Conferenza Onu di revisione degli Obiettivi di sviluppo del millennio, che si terrà a New York a settembre, costituirà un’opportunità per i leader del mondo per passare dalle promesse a impegni vincolanti" – ha proseguito Weise.

Sulle donne, in particolare quelle povere, si abbatte il peso dell’incapacità dei governi di realizzare questi Obiettivi. Si stima che le complicazioni legate alla gravidanza siano costate la vita a circa 350.000 donne. La mortalità materna è spesso la conseguenza diretta della discriminazione di genere, della violazione dei diritti sessuali e riproduttivi e della negazione del diritto alle cure sanitarie.

"Se vogliono fare passi avanti negli Obiettivi di sviluppo del millennio, i governi devono promuovere l’uguaglianza di genere e contrastare la discriminazione contro le donne" – ha sottolineato Weise.
 
Amnesty International ha chiesto agli stati del G20 ancora inadempienti (Arabia Saudita, Cina, India, Indonesia, Russia, Stati Uniti d’America e Turchia) di ratificare lo Statuto della Corte penale internazionale. La Conferenza internazionale di revisione sulla Corte, che inizia a Kampala, in Uganda, il 31 maggio, è un’occasione per i governi per dimostrare il loro impegno nei confronti della Corte.

Nonostante i gravi insuccessi registrati nel 2009 nei tentativi di assicurare giustizia, molti avvenimenti hanno fatto segnare dei progressi. In America Latina sono state riaperte inchieste su crimini coperti da leggi di amnistia, come dimostrano le epocali sentenze riguardanti l’ex presidente del Perù Alberto Fujimori, condannato per crimini contro l’umanità, e l’ultimo presidente militare dell’Argentina Reynaldo Bignone, condannato per sequestri e torture. Tutti i processi celebrati dalla Corte speciale per la Sierra Leone si sono conclusi salvo quello, ancora in corso, contro l’ex presidente della Liberia, Charles Taylor.

"Il bisogno di giustizia globale è una lezione fondamentale da trarre dallo scorso anno. La giustizia porta equità e verità alle vittime, è un deterrente nei confronti delle violazioni dei diritti umani e, in definitiva, conduce verso un mondo più stabile e sicuro" – ha concluso Weise.

Amnesty International Italia – Ufficio stampa

28 maggio 2010

I LEADER NAZIONALI SI DIVIDONO SU ARBAU, “IL VENDOLA SARDO”

  Efisio Arbau
IL CASO NUORO E LA FAIDA A SINISTRA
Qualcuno già lo chiama “il Vendola sardo”, ma nessuno sa dire come andrà a finire la sua storia, se con una vittoria o una sconfitta. Di sicuro la sfida è diventata spettacolare. Se provi ad andare sul suo sito internet ti appare la foto di un arbitro che impugna il fischietto, un cartellino rosso e la scritta: “Espulsi”. Già, perché lui, Efisio Arbau, e una nutrita pattuglia di dirigenti del Pd nuorese (tutti vicini o appartenenti alla corrente di Renato Soru) sono stati appena cacciati dal loro partito, per avere sfidato i dirigenti della maggioranza, candidandosi alla guida della provincia.   Da mesi reclamavano le primarie. Avevano raccolto 800 firme a sostegno della candidatura, chiedevano di misurare il consenso reale del presidente uscente, Roberto Deriu. Ma i dirigenti che sostengono Deriu – politicone navigato, area Margherita – hanno rifiutato, e il conflitto è deflagrato. Alla fine si è arrivati alla clamorosa rottura, condita di epiteti pesanti: “Sono stalinisti”, dicono gli uomini di Soru. “Avete comportamenti paramafiosi”, hanno ribattuto quelli di Deriu. Ora, in una delle poche province rosse della Sardegna, decidono le urne. E’ una rottura clamorosa, che riapre la ferita mai cicatrizzata che ha diviso la sinistra sarda   nel 2008, la guerra tra le due anime del Pd (quella che fa capo a Soru e quella dell’asse fra Antonello Cabras e gli ex Ppi). Certo è che il nome di Arbau viene proiettato sulla ribalta nazionale, e diventa l’ennesimo banco di prova dei rapporti di forza fra apparati tradizionali e nuove leadership emergenti, proprio come per le primarie in Puglia tra Massimo D’Alema e Nichi Vendola. Ecco perché la scorsa settimana, per sostenere Arbau, sono volati in Sardegna sia Antonio Di Pietro che il governatore della Puglia. Molto netto, come al solito, l’ex pm: “Il conflitto non riguardava noi dell’Italia dei valori. Ma quando sono andato sul territorio, ho capito che il   consenso era tutto per Arbau”. E il leader di Sinistra e libertà: “Noi abbiamo cercato ovunque l’unità. Ma non potevamo accettare l’imposizione di un candidato che ha rifiutato di misurarsi con le primarie”. Il leader del Pd Pierluigi Bersani – invece – è salito sul palco con Deriu. E così Arbau, nome fino a ieri ignoto al grande pubblico, sindaco di Ollolai, avvocato e leader del “movimento dei pastori” è diventato un piccolo   caso nazionale, da tenere d’occhio nelle elezioni amministrative che si celebrano in questo week end in Sardegna. Memorabile il duello in codice pastorile: “Non vi faremo portar via da un abigeatario” (ladro di pecore, ndr.), ha detto Deriu in un comizio. “Sono orgoglioso di essere considerato tale – ha risposto Arbau – visto che gli abigeatari le rubavano ai colonizzatori romani”. La grinta, di sicuro, non gli manca.
di Luca Telese IFQ
28 maggio 2010

Paghino gli evasori

Economisti e dirigenti dell’opposizione dicono che le proposte di Marco Travaglio sono fattibili
Forse quello di “gli evasori in galera” non sarà proprio lo slogan che sceglierà l’opposizione per contrastare la manovra Tremonti-Berlusconi, come invece auspicava ieri Marco Travaglio su queste pagine. Ma la ri-tassazione di “quelli dello scudo fiscale”, cioè di coloro che hanno reimportato i capitali dall’estero, pagando solo il 5 per cento, incontra più di un consenso. Dopo Guglielmo Epifani, della Cgil, anche dal Partito democratico, dall’Italia dei Valori e dalla sinistra, si registra un certo interesse.

LE PROPOSTE. Ieri Travaglio avanzava tre proposte: ri-tassare quelli dello Scudo fiscale di un altro 10 per cento, misura che produrrebbe immediatamente 10 miliardi di gettito; istituire una cauzione sulle impugnazioni (al riesame, in Appello o in Cassazione, una somma da lasciare allo Stato se il ricorso si rivela infondato (fatti salvi i meno abbienti). Terza proposta, assicurarsi   che gli evasori finiscano. quando è il caso, in manette eliminando le soglia di non punibilità per i reati di evasione fiscale con un raddoppio delle pene. Il giorno prima, Peter Gomez aveva avanzato l’ipotesi di un’imposta patrimoniale del 3 per mille sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro con un gettito possibile di 10 miliardi. Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, si mostra molto freddo sull’attacco agli evasori ma è decisamente favorevole a ritassare lo Scudo fiscale: “Ne abbiamo parlato alla nostra Assemblea nazionale e siccome il governo dice che c’è un’emergenza e vuole rivedere i suoi patti con molti soggetti deboli del paese, si può rivedere anche il patto con i grandi evasori che hanno beneficiato del condono a costi bassissimi”. Fassina non si sbilancia nel dire se ci sarà   un emendamento su questo punto ma comunque ribadisce di essere molto favorevole. Per quanto riguarda gli evasori, invece, “bisogna differenziare, non possiamo mettere tutti sullo stesso piano. C’è un’evasione che spesso è di sopravvivenza. Più che misure roboanti c’è bisogno di misure che funzionino. Una tracciabilità con soglia più bassa o la fatturazione elettronica sono più efficaci rispetto a una logica del “punirne uno per educarne cento”. Infine, per quanto riguarda la patrimoniale, il Pd, dice Fassina, preferisce lavorare “sui redditi da patrimonio perché i patrimoni mobili sono, appunto, mobili e la loro tassazione pone il problema di un coordinamento dei sistemi di tassazione, almeno a livello europeo”.

LO SCUDO. “L’aspetto della penalizzazione mi interessa poco – dice Alfonso Gianni di Sinistra e Libertà, già sottosegretario nel governo Prodi – perché non ha effetti immediati. Sono invece d’accordissimo con l’istituzione di una patrimoniale, direi che è un nostro cavallo di battaglia e anche con la ritassazione dello Scudo fiscale, al di là del dettaglio delle aliquote. Aggiungerei – spiega Gianni – anche il tema delle rendite, ad esempio con l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie come proponeva un tempo James Tobin e oggi la campagna 005 e con il livellamento delle aliquote sulle rendite al 20 per cento. Direi infine che occorrerebbe dare un colpo a quello che è il vero obiettivo di Tremonti, il federalismo fiscale, per il quale sta mettendo fieno in cascina, chiedendone il sacrificio ” .

“Ritassare lo Scudo fiscale è un’iniziativa di grande equità sociale”, dice ancora Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell’Idv, e stiamo pensando a una addizionale che porti la tassazione complessiva al 12,5 per cento che è l’aliquota richiesta per le rendite finanziarie, quindi un 7,5 per cento in più di quanto già pagato”. L’Idv, dice Donadi, ha già elaborato una proposta di legge di riforma complessiva del sistema fiscale per spostare la fiscalità dal lavoro alla rendita, tassando i grandi patrimoni e le rendite speculative. Grandi patrimoni, si intende sopra i 5 milioni o anche i 10 milioni di euro. Ma propone anche di istituire un nuovo “redditometro” che tenga conto del tenore di vita del contribuente e su quello elabori un reddito presunto. Al contribuente il compito di dimostrare se ha un reddito più basso oppure pagare in base a quanto lo Stato ha stabilito. “Non ci interessa uno ‘stato di polizia tributaria’ ma solo ripristinare una seria lotta all’evasione con l’impegno a destinare il 50 per centno del sovragettito alla riduzione delle tasse”. Per quanto riguarda gli ‘evasori in galera’, “non abbiamo problemi a dirlo – dice Donadi – ma in un Paese con due milioni di prescrizioni io penso che sia più efficace stabilire che tutti i beni di cui non è giustificabile la proprietà siano confiscati. La confisca è meglio della minaccia della galera”.

GLI ECONIMISTI.
”Cambiare ora le regole mi sembra francamente difficile” sostiene Sandro Trento, economista, ex di Banca d’Italia e Confindustria, ora responsabile Economia per l’Idv. E aggiunge: “Lo Stato deve mantenere un minimo di credibilità. Lo scudo poteva essere una buona opportunità solo se il tasso della sanzione fosse stato più significativo. L’evasore italiano valuta con molta competenza la situazione quando deve pagare le tasse, direi anno per anno. Se tira una certa aria, la segue. E purtroppo il ritorno alla soglia dei 5mila euro è davvero poco per far sentire un reale cambiamento: servirebbe uno sforzo in più” . Converge Michele Boldrin, della Washington University in St. Louis e del blog  noisefroma   merika.com  : “Ormai lo scudo è andato, e certo il 5 per cento di sanzione era una misura ridicola.   Adesso si potrebbe almeno stringere sul sistema repressivo. Hanno depenalizzato praticamente tutti i reati dei colletti bianchi, cose che negli Stati Uniti o in Gran Bretagna costano la galera. Da noi invece sembra tutto lecito, la mentalità dell’evasione è più diffusa che mai e nessuno si scandalizza”. La mette sullo storico Alberto Quadrio Curzio, docente alla Cattolica di Milano considerato in sintonia con il ministro Tremonti: “Indubbiamente l’Italia non ha ancora raggiunto quell’incivilimento tributario di cui parlava Verri nel 1700. Ma con la manovra si poteva fare dell’altro.
Per esempio avrei visto con favore un contributo una tantum a carico dei privati. Evidentemente le scelte politiche sono state diverse”.
“Il problema è che le scelte del governo lasciano inalterato il sistema di potere privato – conferma Fiorella Kostoris, che insegna alla Sapienza di Roma – e se Confindustria applaude, se il capitale finanziario resta intatto, se in sostanza nulla cambia negli equilibri del Paese, smaltito il taglio e strapazzata un po’ la pubblica amministrazione ci ritroveremo nelle condizioni di prima. Con l’evasione fiscale e tutto il resto”. Maria Cecilia Guerra, docente di Scienze delle finanze a Modena, si sofferma invece sull’idea di prevedere un costo sulle liti temerarie: “Tecnicamente non sono in grado di dire come il provvedimento sia attuabile, però di questi tempi non c’è davvero da tirarsi indietro. Far costare meno la macchina dello Stato è una necessità, ma questo non significa certo tagliare gli stipendi degli impiegati”.
di Salvatore Cannavò e Chiara Paolin
28 maggio 2010

SPATUZZA E CIANCIMINO DICONO DI AVER RICONOSCIUTO LORENZO NARRACCI

Vito e Massimo Ciancimino
 
L’uomo dei servizi al centro del giallo
Sono le altre entità delle quali parla il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso quando descrive i mandanti esterni a Cosa Nostra per le stragi. Dietro le bombe del 1992-1993 oltre all’interesse per una nuova forza politica, c’era anche la spinta di apparati dello stato deviati. Gli uffici giudiziari di Caltanissetta e Palermo continuano a sfornare novità, che riguardano proprio questa pista, quella più inquietante, perché porta al cuore dei servizi. Da più di venti anni si discute del ruolo avuto dalla nostra intelligence nel disegno di destabilizzazione del paese attuato con il tritolo e il sangue in Sicilia e nel continente dal 1992 al 1994. Non si tratta solo di dietrologie da giornalisti “pistaroli”. Il primo a parlarne fu Giovanni Falcone. All’indomani dell’attentato subito sugli scogli   dell’Addaura già nel 1989 confidò a Giuseppe Ayala il sospetto su un coinvolgimento dei servizi. Tutte le indagini sui mandanti sono piene di suggestioni mai arrivate a costituire una vera prova da esibire in corte d’assise. Per   sostenere una simile ipotesi accusatoria d’altronde bisogna avere in mano elementi granitici. Le ultime scoperte delle inchieste parallele di Palermo e Caltanissetta sulla trattativa e sulle stragi sono due fotografie. La prima raffigura un funzionario dei servizi segreti di alto grado, recentemente promosso, che il pentito Gaspare Spatuzza ha indicato con molti dubbi e distinguo come somigliante a una persona, esterna a Cosa nostra, presente in una fase preparatoria della strage di via D’Amelio. La seconda foto è stata scattata in una manifestazione mondana romana di qualche anno fa nella   quale era presente, insieme a un paio di vip, anche quell’uomo che Massimo Ciancimino ha indicato come “il signor Franco”, il presunto terminale dei servizi nella trattativa a cavallo delle stragi.

   La seconda fotoè stata pubblicata per poche ore ieri dal sito de La Repubblica dando vita a un giallo, come spieghiamo nel box a sinistra. Ma in realtà, delle due istantanee, quella alla quale gli investigatori sono più interessati è la prima. Secondo il pentito Spatuzza una persona somigliante all’uomo della foto sarebbe stata presente durante la preparazione della Fiat 126 imbottita di tritolo per uccidere Borsellino. Anche Ciancimino ha indicato lo stesso ritratto perché somigliante all’uomo legato ai servizi che talvolta aveva visto insieme al “signor Franco”. Il funzionario ritratto nella fotografia mostrata dagli inquirenti a Spatuzza e Ciancimino, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano è Lorenzo Narracci. Prima di spiegare   chi sia è bene precisare che la sua professione è stata già svelata in precedenti articoli quando se ne parlò (senza che fosse indagato) per le indagini di Palermo su via D’Amelio e Capaci. Il fatto che rispunti ora tra le foto indicate da Spatuzza (che sono più di una e quindi non solo la sua) e da Ciancimino non deve essere preso come un indizio a suo carico. In questo mondo pieno di ombre nulla è come sembra. Anzi. Ma chi è Lorenzo Narracci? All’epoca della strage di via D’Amelio era un agente del Sisde di Palermo, amico di Bruno Contrada, funzionario chiave del servizio in Sicilia, arrestato per concorso esterno con la mafia il 24 dicembre del 1992, cinque mesi dopo la strage di via D’Amelio, sei mesi dopo le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo su Contrada a Borsellino. Nel processo Contrada, al quale Lorenzo Narracci ha partecipato come teste della difesa, si ricostruì il suo rapporto con l’imputato. Narracci   era nella squadra per la caccia ai latitanti (che secondo i giudici non produsse grandi risultati) ed era un uomo talmente fidato che quando Contrada doveva consegnare una lettera delicata al giudice Falcone, la affidava al postino   Narracci. Il giorno della strage di via D’Amelio, Narracci era su una barca con Contrada e altri amici e sempre con Contrada giunse sul luogo del delitto. Inoltre Narracci fu attenzionato anche per altre due coincidenze: un appunto con il suo numero di telefonino trovato sulla collina dalla quale Giovanni Brusca spinse il pulsante del telecomando della strage di Capaci ed era sempre lui il funzionario dei servizi titolare di un’automobile posteggiata in via Ruggero Fauro a Roma, luogo dell’attentato a Maurizio Costanzo. Narracci abitava lì mentre l’appunto era stato perso da un suo collega.   Ora che Narracci rientra nel girone dei mille sospetti, proprio quel bigliettino di Capaci deve far pensare. C’era scritto Nec P300 portare in assistenza e si indicava il nome di una società dei servizi di Roma. Si trattava di un modello di cellulare noto per la facilità di clonazione e non a caso alcuni Nec p300 furono trovati nel covo degli autori dell’attentato a Falcone. Alcuni investigatori ipotizzarono allora che che quel bigliettino potesse essere letto al contrario: come la prova di un tentativo di depistaggio. Ecco perché la pista del riconoscimento di Spatuzza va presa con le pinze. Il pentito aveva già parlato all’inizio della collaborazione di un uomo, non appartenente a Cosa nostra, presente nel garage nel quale si imbottiva di tritolo la Fiat 126. Ma aveva aggiunto di avere abbassato lo sguardo di fronte a lui. Ora che Spatuzza si è convinto della volontà dei pm di andare in fondo, come nel caso dei riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi, aggiunge   nuovi particolari. Prima però di mettere all’indice un funzionario dello Stato che potrebbe essere semplicemente somigliante a qualcun altro o addirittura vittima di un depistaggio, i pm procederanno a tutte le verifiche del caso. Stiamo parlando di un riconoscimento su carta a distanza di 20 anni. E c’è da augurarsi che lo scenario peggiore non sia vero. Anche perché sarebbe da brividi: una parte dei servizi avrebbe partecipato addirittura alla realizzazione della strage di via D’Amelio. Un’ipotesi difficile anche solo da pensare. Più ancora da provare.
  di Marco Lillo  IFQ
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
28 maggio 2010

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

B. E L’INCUBO SPATUZZA
Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire   l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

   GRASSO SA benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione   del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore   nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

   IN QUELL’ATTO, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”.  

   Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo   una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono   tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana   un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle   esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

   SPATUZZA DICE che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio   . Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”. 
    di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza  IFQ
26 maggio 2010

Colombia: Lo scandalo degli eccidi di contadini pesa sulle elezioni

Juan Manuel Santos
 
FALSOS POSITIVOS CRIMINI DI STATO IN COLOMBIA
In Colombia gli ultimi sondaggi a cinque giorni dalle elezioni presidenziali danno in risalita l’ex ministro della Difesa, Juan Manuel Santos, il candidato dell’U – il partito sociale di unità nazionale – la formazione di destra dell’attuale presidente Alvaro Uribe. Il testa a testa è con l’ex sindaco di Bogotà, Antanas Mockus, esponente di spicco del partito dei Verdi, che tuttavia continua a essere indicato come vincitore al ballottaggio. Ma se i pronostici si avvereranno, non sarà solo per merito del filosofo matematico verde di origine lituana, quanto per demerito del suo avversario. L’ex ministro della Difesa Santos è accusato dalle più accreditate associazioni per i diritti umani, di essere il più “zelante” attuatore della cosiddetta politica di “Sicurezza democratica”, pianificata dal presidente Uribe. Questa politica di “messa in sicurezza dello Stato” ha portato all’erosione delle più elementari garanzie dello “stato di   diritto”. Uno degli esempi più eclatanti di questa violenza legalizzata è lo scandalo dei cosiddetti Falsos positivos, falsi risultati positivi . Si tratta di omicidi compiuti dai militari di giovani uomini e donne poveri o emarginati e campesinos analfabeti, spacciati per guerriglieri delle Farc o per pericolosi delinquenti, per avvalorare l’efficacia della politica uribista di Seguridad Democratica. Un perverso meccanismo di violenza di Stato che si autoalimenta in un circolo vizioso, difficile da interrompere perchè i colpevoli si farebbero scudo con le istituzioni che rappresentano.   A Macarena, un piccolo villaggio di contadini, perso nella giungla, accanto all’enorme base militare che ospita 20.000 soldati, c’è un cimitero con centinaia di lapidi senza nomi. Racconta Simone Bruno, autore con Dado Carrillo di un documentario sui Falsos Positivos, “che i responsabili della base, tra cui il generale Perez – ex diplomatico a Roma – dicono di non sapere chi vi sia sepolto ma la gente del posto sostiene che i nomi di quei morti, i militari li conoscono ma si guardano bene dall’ammetterlo perchè si tratta di falsos positivos”.

   Da quando lo scorso anno lo scandalo è esploso pubblicamente del resto non è più conveniente per i militari dell’esercito colombiano sbandierare i loro macabri trofei. Miller Andres Blandon, ex tossicodipendente, viveva in una bidonville di Bogotà e cercava lavoro. Un giorno fu avvicinato, assieme ad altri due ragazzi, da persone che proposero loro di andare a raccogliere   caffè nella giungla. Un paio di giorni dopo, a centinaia di chilometri di distanza da Bogotà, i loro corpi furono trovati crivellati da numerosi colpi di arma da fuoco. Le divise da guerriglieri con cui erano vestiti però non presentavano nemmeno un foro. I militari assicurarono che si trattava di guerriglieri delle Farc, uccisi in uno scontro a fuoco con l’esercito. Le denunce arrivate finora alla procure sono duemila. Nell’ottobre del 2008, quando la Coordination Colombia Europa Estados Unidos, che raduna circa 200 Ong, presentò un rapporto molto dettagliato sulla questione, il governo fu costretto a cacciare 27 militari, inclusi 3 generali. Sotto la presidenza   Uribe, sembra che i casi siano aumentati. Come conseguenza della sua politica di “messa in sicurezza del Paese”, fin dall’inizio del suo mandato, sette anni fa, iniziarono a fioccare licenze premio e riconoscimenti per i militari che riescono a dimostrare di sgominare quanti più guerriglieri, non importa se veri o abbigliati ad hoc dai militari stessi. Luis Montes, un soldato del battaglione di contro-guerriglia n° 31 che l’anno scorso rese pubblico lo scandalo, era uscito dalla tenda per fumare   una sigaretta quando riconobbe il fratello che non vedeva da anni. Il ragazzo era stato attratto nel campo con una scusa e stava scherzando con alcuni soldati. Luis capì subito che il fratello era in pericolo di vita. I comandanti infatti da giorni erano preoccupati per la mancanza di risultati positivi da portare ai superiori. Ciò avrebbe significato non ottenere ricompense e licenze premio per l’imminente festa della mamma. Era stato allora che tra i soldati si era deciso di trovare qualcuno da “legalizzare”, ovvero ammazzare. E quel   qualcuno, nonostante l’intervento di Luis, alla fine fu proprio suo fratello. Per quel delitto, nonostante la denuncia di Luis, nessuno ha ancora pagato.

   Ivan Cepeda vive sotto scorta. È da anni il portavoce del Movimento per le vittime dei crimini di Stato ed ha subito decine di minacce di morte. Da mesi chiede che si aprano indagini sui generali, soprattutto su Mario Montoya perchè sotto il suo comando i Falsi Positivi aumentarono sensibilmente. L’ultimo rapporto dell’ufficio colombiano   dell’Onu per i diritti umani dedica molto spazio al problema dei “falsos positivos”, sostenendo che si tratti di una pratica utilizzata da numerose unità militari in modo ricorrente. Questa pratica sistematica inserirebbe i Falsi Positivi nella categoria dei crimini di lesa umanità rendendoli quindi perseguibili dalla Corte Penale Internazionale. L’Onu ha riconosciuto a oggi 1170 casi.

   I familiari dei falsos positivos di Socha, si sono riuniti più volte per denunciare pubblicamente le vessazioni di cui sono fatti oggetto. Dal marzo scorso è minacciato di morte anche il gesuita Javier Giraldo, uno dei principali ricercatori del Cinep (Centro di investigazione ed educazione popolare), un’associazione della Compagnia del Gesù, che da sempre denuncia le violazioni dei diritti umani in Colombia. In un recente rapporto il Cinep ha smentito pubblicamente Juan Miguel Santos. Lo scorso marzo aveva rilasciato un’intervista (di   proprietà della sua famiglia) in cui affermava che dal 2008 non ci sono più stati “falsi positivi”. Secondo l’associazione invece – nonostante la diminuzione dei casi – si tratta di una dichiarazione falsa perchè dal novembre del 2008 a tutto il 2009 si sono verificate altre 7 esecuzioni extragiudiziarie e due detenzioni arbitrarie.  
   di Roberta Zunini IFQ

Il presidente Alvaro Uribe (FOTO ANSA)

26 maggio 2010

Esce in Germania “Malacarne” Ora gli autori ne chiedono il ritiro

Antonio Nicaso
 
SAVIANO INGANNATO: CANZONI MAFIOSE CON I SUOI SCRITTI
Un libro e nomi importanti del giornalismo, della politica e del mondo della magistratura. Uomini e donne immediatamente riconoscibili come icone dell’antimafia. Roberto Saviano, Francesco La Licata, lo studioso Antonio Nicaso, il magistrato Nicola Gratteri e Rita Borsellino. Sono le firme di “Malacarne”, un libro sulle mafie italiane che con l’aiuto delle belle foto di Alberto Giuliani, deve spiegare ai tedeschi cosa sono Camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra.

   L’INGANNO. Il testo è già uscito in Germania ed è destinato ad essere pubblicato anche in Italia e in altri paesi europei, se non verrà bloccato prima. Non dalla censura, non dall’azione di un boss o di un politico che si sentono offesi, ma dagli stessi autori. Il Fatto Quotidiano, che ha avuto modo di vedere “Malacarne” in anteprima, li ha informati del fatto   che in Germania il libro è uscito con allegato un cd di canti mafia. Gli scritti di Savia-no, Gratteri, Borsellino e degli altri, sono stati utilizzati per promuovere canzoni che inneggiano all’onore, al rispetto e ai boss che non parlano anche se carcerati. Tutti sono rimasti sconcertati, si sentono ingannati, truffati e chiedono il ritiro immediato dal mercato tedesco del libro aggiungendo un secco no alla sua distribuzione in Italia. E così scoppia un caso editoriale senza precedenti. Perché, all’insaputa degli autori, “Malacarne” propone quei canti di mafia in modo acritico, senza alcun intervento che ne spieghi i testi, le loro origini, le finalità e il contenuto.  

   MUSICHE DI MAFIA. Roberto Saviano, il pm Nicola Gratteri e il criminologo Antonio Nicaso hanno deciso di prendere una posizione unica. “Ci èstato chiesto un contributo editoriale per un libro fotografico. Ma nessuno ci ha avvisato della decisione di distribuire il libro con i canti di malavita, canzoni neomelodiche che inneggiano alla ‘ndrangheta e alla camorra e che addirittura arrivano a deridere il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da alcuni anni si sta cercando di mettere in campo una sofisticata operazione culturale per accreditare la ‘ndrangheta come modo di essere piuttosto che come organizzazione criminale. Una sorta di interpretazione “calabrianista”, secondo cui non è possibile dissociare   la ‘ndrangheta dalla cultura calabrese. La stessa operazione è in atto da tempo anche in Campania. È opportuno prendere le distanze da questa strategia mediatica per evitare di confondere i sacrifici e le battaglie antimafia con iniziative ambigue   e discutibili. La nostra storia e il nostro lavoro non possono essere accostati a operazioni come quelle dei canti di malavita che legittimano una sorta di valutazione o esaltazione dei comportamenti ‘ndranghetisti e camorristi”. Anche Alberto Giuliani, il fotografo autore del libro, cade dalle nuvole. “Reputo giuste le contestazioni degli autori. Neppure io sapevo che il libro sarebbe uscito con quelle canzoni in cd. Chiariamoci, non trovo sbagliato conoscere, ma così no, si propongono canzoni di mafia senza una spiegazione. E’ una operazione che non mi convince”. Ai lettori – in Germania il libro esce con le pagine scritte sia in tedesco che in italiano – le canzoni della mafia vengono presentate come “inevitabile patrimonio della tradizione musicale italiana meridionale”. “Inevitabile un corno – dice Francesco La Licata – questa è la musica della mafia e dei mafiosi, i valori   del Sud sono altri. Nelle nostre terre la mafia è considerata un disvalore profondo. Ho affidato il mio testo al fotografo Giuliani, che giudico una persona perbene, e come gli altri autori non sapevo del cd di canti mafiosi. Forse siamo stati un po’ leggeri”. Netta   Rita Borsellino: “Quei canti di mafia trasmettono un messaggio negativo. Mi dissocio, del resto non ero stato informata di questa operazione, sono profondamente seccata”.

    MALAVITA.COM  . A curare la parte musicale del libro è Francesco Sbano, un fotografo italiano (ma si definisce anche antropologo e regista) che da anni vive in Germania. Con la sua casa editrice (“Mazza music”) ha venduto centinaia di migliaia di copie dei canti ‘ndrangheta. “Sangu chiama sangu”, “I cunfirenti” e “Ammazzaru lu generali”, sull’omicidio Dalla Chiesa. Sbano è animatore di un sito Internet (  Ma lavita.com  ) e autore di un film sulla mafia calabrese, “Uomini d’onore”. Una pellicola che per un’ora e mezzo rappresenta la ‘ndrangheta come una criminalità romantica, con i boss che si fanno intervistare incappucciati e con la lupara al collo. Il motivo conduttore del film è che la ‘ndrangheta nasce   ed esiste perché lo “Stato è ingiusto”. Folklore di pessimo gusto, al limite dell’apologia mafiosa, i traffici internazionali di droga, gli investimenti in Germania, restano in un sottofondo lontano. “Nel mio paese – dice la giornalista e   scrittrice tedesca Petra Reski – si ha una idea romantica della mafia, le canzoni e i film accreditano questa visione. Rappresentare i boss come moderni Robin Hood, è il modo migliore per non   parlare del riciclaggio e della conquista dell’economia tedesca da parte della ‘ndrangheta”. Francesca Viscone, giornalista e studiosa calabrese, nel libro “La globalizzazione delle cattive idee”, ha analizzato i contenuti di questi canti. “Le canzoni di ‘ndrangheta sono un documento culturale tanto quanto lo è il canto di un cannibale dopo un pasto”. La casa editrice, “Edel ear Books” di Amburgo, invece insiste e “riconosce la musica della mafia come un documento di innegabile valore storico. La nostra buona fede è inequivocabile   , come inequivocabile é il contesto palesemente antimafia della pubblicazione”. Agli autori indignati che hanno telefonato per protestare, concede solo di pubblicare il libro in Italia senza cd. In Germania no, “Malacarne”, nonostante le proteste degli autori, sarà venduto con le canzoni dei picciotti. I tedeschi potranno continuare a coltivare la loro visione romantica delle mafie, a pensare che quegli uomini ristretti in galera che fanno dell’onore e dell’omertà la loro legge siano in fondo degli eroi buoni.
di Enrico Fierro IFQ

  L’autore di “Gomorra” Roberto Saviano (FOTO LAPRESSE)

26 maggio 2010

Alitalia: Il governo ha promesso rimborsi a 40mila persone ma le banche, imbarazzate, non ne sanno nulla

LA NUOVA ALITALIA DI B. FA PRECIPITARE GLI INVESTITORI
“I titoli di Stato per rimborsare gli azionisti e gli obbligazionisti Alitalia? Non ne sappiamo niente”. È la risposta più frequente che si ottiene interpellando le banche. Ma ce ne sono di diverse. Alcune desolanti: “Gli azionisti della vecchia Alitalia? Poveracci”. Altre appena più incoraggianti: “I titoli arriveranno, ma finora non ne sappiamo nulla”. Le cronache del salvataggio della compagnia di bandiera hanno riempito migliaia di pagine dei quotidiani: si dibatteva di italianità, di cordate, di soci stranieri. Ma di loro, degli azionisti e degli obbligazionisti della vecchia Alitalia, tutti, o quasi, si sono dimenticati. E pensare che non si tratta di quattro gatti, ma di almeno 40 mila persone che nell’Alitalia avevano investito centinaia di milioni di euro. Gente comune che, magari ascoltando le promesse del governo, aveva puntato i propri risparmi.   Una vicenda che non sembra avere uguali. Perfino in Italia: un titolo prima “garantito” dal Governo, poi sospeso e alla fine cancellato. Con i risparmiatori che in mano si ritrovano pezzi di carta spendibili come i soldi del Monopoli (in attesa del promesso rimborso con i titoli di Stato). Che pendono dalle parole del governo e dalle mezze frasi della Borsa Italiana e del presidente della Consob, Lamberto Cardia, ormai in scadenza. Parli di azionisti Alitalia e pensi ai grandi nomi della cordata: Colaninno, Ligresti, Bellavista Caltagirone. Ma questa è un’altra storia, la Cai non c’entra, parliamo di chi aveva nel portafogli le azioni della vecchia compagnia. Gente che non ha avuto l’imbeccata giusta per disfarsi in tempo dei titoli oppure si è fidata di chi, come Berlusconi, disse: nessun risparmiatore ci rimetterà un euro.   La storia comincia nel marzo 2008, tempo di campagna elettorale: il governo Prodi sta contrattando con Air France la vendita di Alitalia e il Cavaliere lancia il sasso nello stagno, parla di una cordata italiana. Il titolo della società agonizzante comincia un’altalena spericolata: ad aprile +18 per cento, il 28 maggio +2,25, il 3 giugno -7,1. Così Consob e Borsa il 6 giugno decidono di sospendere il titolo. Anche per salvaguardare i risparmiatori, si dirà. Ma qui la storia prende una piega tipicamente italiana (del resto si parlava di “italianità”): la nuova compagnia decolla, più o meno, mentre la vecchia finisce nel dimenticatoio insieme con i suoi azionisti e obbligazionisti. Il signor Carlo di Aprilia (Latina), la racconta così: “Sono un piccolo azionista, ho acquistato   10.000 azioni Alitalia dopo aver sentito in televisione Berlusconi che inneggiava a una cordata italiana e che assicurava agli azionisti una forte rivalutazione del titolo. Invece sono rimasto ingabbiato, non posso più venderle”. È uno dei tanti. Gente comune che si sfoga: “Di Cirio e Parmalat hanno   parlato, giustamente, in tanti. Perché di noi azionisti e obbligazionisti Alitalia nessuno dice niente? Acquistare titoli comporta dei rischi, però qui è diverso: non ci hanno nemmeno lasciato la possibilità di vendere, magari a un prezzo di saldo”. “Di fatto ci hanno espropriato dei titoli”, attacca Giovanna da   Milano.

   Intanto passano i mesi, nel più totale disinteresse. “Nel gennaio 2009 il titolo, dopo essere stato sospeso, viene cancellato dal listino, senza spiegazioni di Cardia”, racconta la senatrice Maura Leddi (Pd). Lamberto Cardia ad aprile dedica alla questione un rapido passaggio: “Va data una qualche forma di risarcimento, soprattutto agli obbligazionisti”. Alla fine, dopo l’ennesima interrogazione, il ministero dell’Economia risponde: i risparmiatori dovranno attendere fino al 31 maggio 2009 per eventuali risarcimenti. Ma il termine passa. E tutto resta in una nube di incertezza: azionisti e obbligazionisti saranno rimborsati attingendo al fondo dei conti dormienti che, racconta Leddi, “da due miliardi è passato a 800 milioni”. Intanto Franco Vecchi, presidente dell’associazione azionisti e obbligazionisti Alitalia, indica l’ordine di risarcimento: “I primi ad essere   rimborsati saranno i crediti di Stato, poi ci sono i dipendenti, poi le banche, dopo gli obbligazionisti, poi vengono i fornitori e solo per ultimi gli azionisti”. Tutto chiaro? Mica tanto. I termini per presentare la domanda scadono nell’agosto 2009. Vengono anche fissate le condizioni. Che a tanti azionisti e obbligazionisti suonano come una presa in giro: “Il rimborso   avverrà, se avverrà, attraverso titoli di Stato”, sorride amaro Giuseppe D’Orta dell’Aduc (Associazione per la difesa degli utenti e dei consumatori). Aggiunge: “Ma così la carta straccia verrà sostituita con altra carta. Si tratterà infatti di titoli senza cedola che scadranno nel dicembre 2012, fino ad allora insomma non diventeranno denaro e non potranno essere ceduti”. Non basta. Racconta Maria Grazia, azionista torinese di Alitalia: “Il decreto prevede che i rimborsi siano arrotondati per difetto: io ho 7000 azioni Alitalia, mi spetterebbero 1.905 euro. Invece me ne daranno mille e se ne terranno 905. Lo ritengo un furto legalizzato”.   “Alla fine, se tutto andrà bene, gli azionisti otterranno 0,27 euro ad azione, il 50 per cento del valore medio del titolo nell’ultimo mese di quotazione. E gli obbligazionisti il 70,9 per cento di quanto gli spettava (se fosse stata accettata l’offerta Air France avrebbero preso l’85 per cento). Con un tetto: 50 mi-la euro per gli azionisti, 100 mi-la per gli obbligazionisti”, racconta l’Aduc. Ma andrà davvero così? Le scadenze saranno rispettate? Gianluca Di Ascenzo del Codacons allarga le braccia: “Le banche non sanno ancora nulla. Regna l’incertezza più assoluta. Intanto degli azionisti e degli obbligazionisti Alitalia nessuno si ricorda più”.  
  di Ferruccio Sansa IFQ
25 maggio 2010

Un rapporto che può spiegare i lati oscuri della sua fine

QUEL PATTO DI FALCONE CON LA GIUSTIZIA AMERICANA   
La presenza a Palermo per commemorare Giovanni Falcone di Louis J. Freeh voluto da Bill Clinton capo dell’Fbi, appena quarantenne e del vicesottosegretario del Dipartimento della Giustizia Usa Lenny Brauer, testimonia che la storia di Falcone è una storia senza confini. Una risposta allo scioccante invito di Berlusconi ad evitare di scrivere di mafia per non infangare il Paese agli occhi del mondo mentre il mondo ci ricorda e ci rispetta per il sacrificio dei nostri eroi e   ci critica aspramente per il giro di vite sull’uso delle intercettazioni.

   Era il 1994 quando Louis Freeh, oggi responsabile della sicurezza per i Mondiali di calcio in Sudafrica, inaugurò il busto del magistrato ucciso a Capaci a Quantico   alla scuola dell’Fbi in mezzo all’aiuola di fronte alle aule, come raccontò in una lunga intervista esclusiva a chi scrive, affinché gli allievi ogni mattina potessero prima di entrare onorarne la memoria e ricordarne il merito. Basti pensare che in Italia ci sono voluti anni prima che al ministero di Giustizia venisse costruita una lapide in suo ricordo e a Capaci sul luogo della strage venisse issata una anonima stele inaugurata dal ministro Lunardi che disse che, con la mafia bisogna convivere cancellando dal guard rail la verniciatura rossa che stava a dire: una ferita che sanguinerà per sempre. “Dedico questa nomina a Falcone perché tutto quello che so di mafia lo debbo a lui”. Le parole di Louis Freeh fecero il giro del mondo. Giovanni Falcone fu il primo nell’83 ad inventarsi una sorta di patto internazionale artigianale in quanto inesistente nella legislazione di cooperazione fra polizia   americana e italiana. Grazie a questo patto, Buscetta poté testimoniare anche negli Usa, specialmente in materia di traffico di droga e ottenne dalle autorità americane in cambio della sua preziosa testimonianza, proprio perché inedita, di poter entrare a far parte del programma di protezione dei testimoni che negli Usa era già legge mentre in Italia era ancora inesistente. Falcone riuscì in questa storica impresa innanzitutto per l’importanza che assumeva la testimonianza di Buscetta per gli americani, che fino a quel momento infatti conoscevano   ben poco della mafia. E poi perché era già conosciuto per l’inchiesta su Rosario Spatola, per aver collaborato all’inchiesta Iron Tower sul traffico di cocaina. Tanto che nel 1989 l’allora presidente degli Stati Uniti George Bush, durante la sua visita in Italia, lo invitò, unico magistrato italiano, al ricevimento presso l’ambasciata a Roma. E quando il 20 giugno dello stesso anno subì l’attentato all’Addaura che definì opera di “menti raffinatissime”, confidò al collega Francesco La Licata (testimonianza agli atti del processo sulla strage di Capaci): “Ho commesso un errore di sovraesposizione accettando l’invito di Bush. Non ci dovevo andare”. Una frase che non spiegò ma che oggi alla luce dei nuovi frammenti di verità assume un contorno più chiaro se si aggiunge che Falcone ebbe anche un lungo colloquio privato con il presidente degli Stati Uniti. Dopo molti anni, sappiamo da   Massimo Ciancimino che nel 2006 per l’ultima volta vide uscire il misterioso signor Franco – che era solito incontrare il padre Don Vito, durante gli ultimi 20 anni della sua vita, compresi quelli intensi della trattativa – dall’Ambasciata americana presso la Santa Sede al Circo Massimo di Roma. A testimoniare che una parte di America nutriva la stessa diffidenza di alcuni politici italiani nei confronti di Giovanni Falcone mentre un’altra parte guardava a lui come il solo capace di sgominare non solo la mafia ma quell’ intreccio con pezzi delle istituzioni   . Ma proprio ora che quell’inganno passato sulle nostre teste sembra avviarsi al capolinea il governo vara una legge che rischia di frenare la verità, come ha ricordato anche il vice sottosegretario del Dipartimento della Giustizia Usa Lenny Breuer. Rinunciarvi è il solo modo per continuare ad indagare – come ha detto il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso – “su mani sporche di sangue che oggi tessono trame soldi e potere” e per commemorare il magistrato palermitano dallo sguardo severo e dal sorriso accogliente, che incuteva soggezione   finché non si riusciva a conquistare la sua fiducia. Chi scrive quando lo ha conosciuto era una giovane giornalista che guardava a lui come al magistrato senza macchia e senza paura, con la segreta speranza di poterlo un giorno intervistare. E quel giorno arrivò inaspettato per restare scolpito nella memoria. Era seduto al tavolo in fondo al ristorante dell’Hotel Forum di Roma guardato a vista dalla scorta. Non gli sfuggì il taccuino su cui cercavo di fissare il suo ritratto. Mi mandò a dire dal cameriere che potevo accomodarmi al suo tavolo. Le gambe   tremano ancora al pensiero di quel breve tratto percorso. “Lei è sicuramente una giornalista”, mi disse mentre mi stringeva la mano. Da quell’istante le parole non ebbero più tempo. Mi spiegò la storia della mafia e al termine mi saluto così: “Scriva di mafia bisogna parlarne con serietà senza l’ansia dello scoop”. Da lui era impossibile avere una notizia coperta da segreto ma era sempre pronto a spiegare con quell’umanità che metteva in ogni cosa. Chissà cosa direbbe oggi sapendo che per scrivere di mafia i giornalisti rischiano il carcere. 
di Sandra Amurri  IFQ 

  Giovanni Falcone e a sinistra Bush padre

25 maggio 2010

I “contentini” di B. Ora Fini che farà?

 
“CORREZIONI” AL DDL, POI MAXI-EMENDAMENTO GASPARRI: E SE NON BASTA SARÀ FIDUCIA
La trappola si chiama maxi-emendamento. Scritto da Alfano, corretto da Ghedini e battezzato da Piero Longo, contiene tutte quelle modifiche che il Pdl considera "ragionevoli" per venire incontro alle esigenze di "cambiamento che stanno emergendo dai vari fronti della protesta – commenta serafico Maurizio Gasparri – comunque, prima si finisce, meglio è". Il Pdl ha deciso di andare in aula al Senato con il ddl intercettazioni perché "ormai – spiega il vicepresidente dei Senatori Quagliariello – i punti più controversi sono stati già esaminati dalla commissione e non si può tornare indietro". In realtà, la situazione è un po’ sfuggita di mano alla maggioranza: non immaginava che fuori dal Parlamento si   alzasse una rivolta come quella che in questi giorni sta invadendo piazze, stampa e televisioni. Ed è sotto i riflettori di Paesi stranieri come gli Usa. Il premier vuole fare presto   anche per non stare "ancora un mese sui giornali". Ha concordato con Alfano le modifiche da inserire nel maxi emendamento, a partire da una riduzione (non sostanziale) della multe per gli editori – vera mannaia per la liberta di stampa – e il ripristino di alcuni punti contenuti nel ddl che è uscito dalla Camera, come il cosiddetto "Lodo Bongiorno" che consentiva la pubblicazione "per riassunto" degli atti depositati di un procedimento penale, non le intercettazioni. Su quei punti giudicati inaccettabili dai magistrati – a cominciare dal limite irrisorio di durata delle intercettazioni (30 giorni che possono arrivare a 75 solo in casi eccezionali), per passare alla procedura di autorizzazione (non più da   parte del gip, ma di un Tribunale di 3 giudici del capoluogo distrettuale), fino al divieto delle registrazioni "a strascico" e all’impossibilità nei fatti di piazzare cimici e telecamere nascoste per raccogliere prove contro criminali comuni o dal colletto bianco – i falchi   pidiellini non vogliono fare marcia indietro. Il Cavaliere d’altronde è stato netto: "Non possiamo uscirne con un provvedimento che poi non serve a nulla". Cioè che non blocchi indagini e articoli, che hanno fatto scendere la sua popolarità. Oggi i capigruppo del Senato decideranno quando calendarizzare il ddl, prevedibile che arrivi in aula entro metà giugno. A quel punto, secondo lo schema disegnato ieri da Gasparri, Quagliariello e Cicchitto, la maggioranza voterà compatta il maxi-emendamento. Quindi, a seconda del comportamento dell’opposizione, si deciderà se mettere o meno la fiducia. "Non è compito mio stabilirlo – ha spiegato Gasparri – ma è evidente che se terrà un atteggiamento ostruzionistico   , allora forse il governo potrà pensarci". A questo punto la vera partita si sposta alla Camera. Dove peserà l’atteggiamento della fedelissima di Fini, Giulia Bongiorno, che raccontano particolarmente preoccupata per aver visto stravolgere il duro   lavoro di mediazione svolto durante il primo passaggio della legge a Montecitorio. Lì c’è il gruppo più agguerrito dei finiani ma, soprattutto, molte "colombe" del Pdl potrebbero riservare sorprese nell’eventualità che il governo decidesse un altro voto di fiducia.

   Al momento, comunque, quello che uscirà da Palazzo Madama, sostiene Luigi Li Gotti, capogruppo Idv , "è una legge vergogna, se necessario andremo al referendum". Anche il Pd è sul piede di guerra. "Non mi fido del Pdl – dice Bersani – rischiamo una normativa totalmente sconosciuta in qualsiasi Paese democratico". I magistrati restano preoccupati. Sia l’Anm che il Csm hanno ribadito la pericolosità del ddl. Per il segretario del sindacato delle toghe, Cascini, viola l’articolo 21 della Costituzione e "rende impossibile l’uso delle intercettazioni ambientali per gravi reati,   dagli omicidi ai sequestri di persona, alle violenze sessuali fino al riciclaggio e la corruzione". Il vicepresidente di Palazzo Marescialli, Mancino, invece ha ricordato il parere negativo del Consiglio superiore, espresso nel febbraio 2009 in base al testo approvato poi a giugno alla Camera, e ha voluto sottolineare come l’esigenza di poter usare uno strumento importante di indagine come le intercettazioni non sia solo italiano ma (riferendosi alle dichiarazioni del sottosegretario Lenny A. Brauer) "recentemente ce lo ha confermato anche un’autorità di governo statunitense".  
di Antonella Mascali e Sara Nicoli  IFQ
25 maggio 2010

In nome del Popolo Italiano

25 maggio 2010

Porto abusivo di faccia

 
Sostiene Scodinzolini che il problema del Tg1 erano Maria Luisa Busi e Tiziana Ferrario, che “accompagnano le notizie con la mimica facciale e danno giudizi indiretti: questa è positiva, questa è negativa”. Ma ora il problema è risolto: la Ferrario l’ha rimossa lui e la Busi si è rimossa da sola. Resta Attilio Romita, quello che non ha mimica facciale nel senso che ride sempre, a prescindere, senza sapere perché, sia che annunci uno sterminio di massa, sia che informi di una manovra finanziaria da 25 miliardi, tuttovabenmadamalamarchesa. È come Calderoli: talmente giulivo di stare dove sta e mai avrebbe immaginato di stare che non riesce a trattenere la gioia incontenibile. Restano da chiarire un paio di punti. Primo: come facevano la Busi e la Ferrario ad “accompagnare le notizie con la mimica facciale”, visto che il Tg1 non dà notizie? Per raccontare il caso, anzi la casa di Scajola, la Telepravda scodinzolina ha impiegato una settimana, il tempo di accertare che Sciaboletta fosse stato scaricato dal premier padrone, cioè politicamente morto: a quel punto, quando ormai i giornali di tutto il mondo avevano raccontato tutto, è arrivato anche il primo tg d’Italia, raccontando con tutte le cautele del caso che il ministro delle Attività produttive aveva scoperto che qualcuno gli aveva pagato la casa a sua insaputa e, per poterlo scovare e punire in tutta calma, si era dimesso.   Nell’attesa, ammazzava il tempo con notizione del tipo: “Meglio dimagrire in fretta che un po’ per volta”, “Aspirapolvere miracoloso venduto porta a porta” (ma Vespa non c’entra), “Si chiama Pedibus, è un sistema per accompagnare i bimbi a scuola senza autobus”, “Sembrano vere, in realtà sono finte mucche d’autore”, “Che fine ha fatto la primavera?” (non ci sono più le mezze stagioni), “Si torna a parlare del coccodrillo del lago di Falciano”, “L’abbronzatura artificiale può dare dipendenza?”, “Anche le corde vocali invecchiano: per tenerle in forma, secondo gli esperti, cantare è uno dei messi più sicuri e va ancora meglio se si canta sotto la doccia”, “Arriva lo scanner per la scarpa su misura”, “Si chiama lyng down, consiste nello stendersi a pancia in giù nei posti più strani”, “Allarme obesità a Mosca” (a Palermo invece il problema è il traffico), “Chi non si è imbattuto nello stress del parcheggio in doppia fila?”, “È ora di cena, perché non parlare della pasta?”, “Gli stivali di gomma, un accessorio sempre più diffuso”, “Inventate le mutande anti-scippo”, “Allarme per la medusa quadrata”, “Del maiale non si butta via niente: la sagra del settore espone un cotechino da record”, “Un autista britannico è allergico alla moglie”, “Arrivano i corsi per maggiordomi” (tenuti alternativamente da Minzolini e da Vespa) e infine, a grande richiesta, “Tutti i segreti del peperoncino”. Quando poi la notizia arriva a tradimento, provvedono le tecnologie a neutralizzarla. L’altroieri l’attore Elio Germano ha dedicato la Palma di Cannes “all’Italia, ma non ai suoi   politici”. Il prode Vincenzo Mollica giura di aver inserito la frase nel suo servizio, ma purtroppo è sparita a causa di uno spiacevole “guasto tecnico”. Dicesi guasto tecnico il simpatico aggeggio inserito nelle attrezzature di montaggio per depurare i servizi da malaugurate critiche ai politici. Alle parole “contro” e “politici”, scatta automatico il taglio. Brevettato da Scondinzolini, il marchingegno ci è già stato richiesto dal governo russo dell’amico Putin, da quello bielorusso dell’amico Lukashenko e da quello libico dell’amico Gheddafi. Secondo e ultimo punto: abolita la mimica facciale davvero sgradevole delle Busi e delle Ferrario, che si fa per la mimica facciale di Minzolingua? Beneficia forse di una speciale dispensa dei vertici Rai? Se è vero che, come diceva Dostoevskij, dopo i 40 ciascuno è responsabile della faccia che ha, urge bollino rosso per segnalare alle famiglie la presenza della faccia di Minzo in fascia protetta, perché possano portare tempestivamente in salvo i minori.
di Marco Travaglio IFQ
21 maggio 2010

”Falcone e Borsellino hanno cambiato volto indagini”

Lo ha detto il sottosegretario del Dipartimento Penale degli Usa Lanny Breuer in una conferenza stampa all’ambasciata americana a Roma. Breuer domani si recherà a Palermo per rappresentare il ministero della Giustizia statunitense alla cerimonia di commemorazione per il giudice Falcone ucciso il 23 maggio del 1992. «Sono stati due devoti funzionari pubblici che hanno utilizzato un nuovo approccio per seguire la traccia del denaro» illecito, «qualcosa che noi stiamo utilizzando ora negli Stati Uniti sia contro i cartelli della droga messicani sia contro i personaggi della mafia», ha spiegato Breuer. «Dai giorni fatali in cui i giudici Falcone e Borsellino sono stati assassinati l’Italia – ha aggiunto – ha fatto grandi progressi nelle indagini e nel perseguimento dei gruppi mafiosi». Come procuratori – ha concluso il sottosegretario Usa – «stiamo utilizzando le lezioni apprese durante le dure battaglie combattute nel nostro continuo e risoluto attacco ai gruppi criminali organizzati».

Ansa

I pm di Palermo si mobilitano. ”Non resteremo piu’ silenti”

Sotto accusa anche la politica. “Denigra i magistrati e si appropria dei nomi di Falcone e Borsellino"

Un dibattito aperto tra magistrati e componenti delle altre parti sociali. Un confronto schietto raccolto da avvocati, esponenti dell’associazionismo e della Confidustria siciliana. Ma anche un monito duro alla politica delle passerelle che nel concreto non aiuta ma ostacola la lotta alla mafia.
L’incontro che si è tenuto questa mattina, nell’aula magna del Palazzo di Giustizia a Palermo, è stata per tutti “una straordinaria occasione”. Così come l’ha definita Maria Falcone, la sorella del giudice assassinato dalla mafia, che ha sottolineato l’importanza “dei notevoli cambiamenti a cui stiamo assistendo, in termini di coscienza civile, nonostante la situazione grave in cui versano la Sicilia e il nostro Paese”. Era presente anche lei al convegno dal titolo “L’autonomia della magistratura, presidio di libertà”, coordinato dal Presidente della sessione palermitana dell’Associazione Nazionale Magistrati Antonino Di Matteo. Che in una sala gremita di scolaresche, ha ringraziato della partecipazione Don Luigi Ciotti, rappresentante del mondo delle associazioni; Ivan Lo Bello, presidente di Confidustria Sicilia; Enrico Sanseverino Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo; Giuseppe Verde, presidente della Facoltà di Giurisprudenza; Teresi, Vicepresidente dell’Anm Palermo e Roberto Galullo, giornalista de Il Sole24Ore. Un ringraziamento particolare è andato però al mondo dell’avvocatura “perché la garanzia della Giustizia non può pendere da una parte sola, ma è nell’equilibrio tra accusa e difesa”. Antonino Di Matteo non nasconde la sua emozione per la presenza in sala dei familiari delle vittime di mafia, tra cui Salvatore Borsellino, e rifugge da ogni retorica quando richiama al “dovere della schiettezza e della verità”, chiedendo un confronto sincero tra tutte le parti presenti. E con grande umiltà anche ogni opportuna critica, purché costruttiva, all’operato della magistratura.
Ai continui attacchi provenienti dalla politica, grande assente in questi fondamentali spazi di discussione democratica, non risparmia però un duro monito. “Non ci piacciono – dice con forza – le sfilate e le parate di molti politici che durante le commemorazioni tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti e il resto dell’anno impiegano le loro forze a screditare e denigrare la magistratura”. Quella stessa magistratura sempre più strozzata dai vuoti d’organico e dalla mancanza di fondi, mentre i risultati che con fatica riesce a conseguire, insieme alle forze dell’ordine, si trasformano, nelle dichiarazioni ufficiali, in successi di un “Governo, che si arroga il diritto di prendersi il merito dei sacrifici altrui”.
E’ un forte senso di disagio e di preoccupazione quello che manifesta Di Matteo e di fronte al quale, annuncia con fermezza, “non resteremo più silenti”. Per “senso del dovere” e perché “il silenzio nelle inchieste”, terreno di coltura per ogni sorta di insabbiamento “è lo stesso di cui si nutre Cosa Nostra”. “Quel silenzio che ruppero Falcone e Borsellino quando gridarono le loro denunce ed è sul loro esempio, sull’esempio dei nostri morti che neppure noi taceremo”.
Tutto questo, tiene a sottolineare, “non deve comunque preclurere ai grandi progressi fatti”. Niente rassegnazione, quindi, ma ancor più determinazione nella creazione di un fronte unito nella lotta al crimine organizzato. Un appello immediatamente raccolto dai rappresentati in sala delle diverse realtà, che sull’indipendenza della magistratura, tema portante dell’incontro, hanno posto un particolare accento.
“Che sulla magistratura non debba intervenire nessun altro potere – è la tesi del Prof. Verde – ce lo ha insegnato la storia”. Ed è il Presidente della Corte d’Appello a sottolineare con forza il concetto: :”La politica – dice – non si azzardi ad interferire con il lavoro e le competenze dei magistrati. Nessuno può dettare loro l’agenda, né può dire cosa fare o come condurre un’inchiesta”.
Anche se, interviene sul punto Maria Falcone, ricordando i tanti anni di “vero inferno” vissuti dal fratello prima di trasferirsi a Roma, “oltre all’autonomia e all’indipendenza è necessaria anche e soprattutto efficenza”. “Giovanni – ricorda – viveva in un clima di isolamento e di denigrazione pure al’interno del Palazzo di Giustizia”. Ed è anche per questo, sottolinea invece Don Ciotti, che è necessaria una decisa autocritica: “Il magistrato non deve essere un impiegato, ma un professionista”. Sull’indipendenza e l’autonomia della magistratura invece non ha dubbi: “Mi spenderò per difenderle fino alla fine, camminando insieme a tutti voi, fino a che avrò un filo di voce”.
D’accordo anche Ivan Lo Bello, che di autonomia e indipendenza della magistratura parla come di “presidi importanti per garantire la libertà ai cittadini e agli stessi operatori economici”. Nonché per “il controllo della costituzionalità della legge”. Poi, in un passaggio del suo lungo intervento, ammettendo i risultati importanti raggiunti contro la mafia militare avverte: “Questo non copre il problema reale: una mafia borghese che tende a mimetizzarsi nella società, che tende a farsi impresa”. Quella “mafia dei colletti bianchi che – ad eccezione della parentesi corleonese – ha sempre avuto un’egemonia sulla mafia militare”. Quella “mafia che è stata braccio armato per soddisfare determinati interessi e obitettivi”. In questo momento, prosegue, “ci sono due Sicilie: una ha capito che le contingenze dello scenario internazionale richiedono una scelta di rottura con il passato, con il degrado sociale ed economico che porterà inevitabilmente ad un’implosione del sistema. L’altra è ancora legata ai vecchi sistemi clientelari che hanno portato all’attuale situazione di degrado e alle ripercussioni sulla formazione della classe dirigente ancora imperniata sul voto di scambio”. Un problema che ha ormai assunto una “dimensione sistemica” e nel quale – l’esperienza del “tavolino” insegna – “la società industriale ha avuto ed ha diffuse responsabilità”. Anche se ora “grazie alla spinte di forti settori che vogliono rompere questo schema” l’occasione per un cambiamento potrebbe non essere remota.
E di cambiamento parla anche Don Luigi Ciotti, che partendo dall’emergenza democratica non risparmia critiche alla Chiesa: “E’ necessario – grida – che abbia più coraggio e di fronte alla violenza e al sopruso faccia sentire forte la sua voce”. Perché “oltre a quelli che delinquono ci sono i complici”. “Il Vangelo è incompatibile con qualunque forma di criminalità e di violenza” aggiunge. E “missione della Chiesa è illuminare le coscienze” perché “ogni cristiano, oltre che credente deve essere credibile”.
Interrogato da Di Matteo sul tema dei beni confiscati ricorda come tanti di questi si trovino nel settentrione del nostro Paese: “Dei mille individuati al nord – sottolinea Don Luigi – 650 sono a Milano e nel suo hinterland”. “E il mio timore è che l’agenzia dei beni confiscati diventi un’agenzia immobiliare”. Il riferimento è a un vincolo della legge che prevede come in casi particolari tali beni possano essere venduti. Mentre il 42% del totale degli stessi si troverebbe sotto ipoteca bancaria. Per questi lancia un appello: “Che il Governo li svincoli al più presto dall’ipoteca”.
Il secondo appello, di tutt’altra natura, è invece rivolto ai tanti giovani presenti in sala: “Voi – dice – siete la speranza, il carburante del cambiamento e dovete alimentarvi con lo studio. Non vivete per sentito dire, documentatevi e superate il momento di grandissimo impoverimento culturare nel quale ci troviamo. Oggi – continua – c’è una forte mancanza di profondità, cosa che invece era presente in Falcone. E la prima lotta che dobbiamo fare è proprio questa: sconfiggere la superficialità e tenere alta l’attenzione”. La miglior risposta “contro l’impoverimento etico di una società che ruba a se stessa con la corruzione”.

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo Antimafia Duemila

21 maggio 2010

L’odissea dei cinque cubani che smascherarono il terrorismo Usa

Alla metà degli anni ’90 le attività terroristiche dei gruppi che dalla Florida e dal New Jersey organizzavano attentati e provocazioni lungo le coste di Cuba, con la complicità della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami, erano diventate così numerose e pericolose che il governo de l’Avana fu costretto a prendere due decisioni fondamentali.

La prima fu quella di infiltrare, nelle maglie della società nordamericana, cinque agenti dell’intelligence che, rinunciando per un lungo lasso di tempo alla loro vita personale e rompendo ufficialmente con le loro famiglie e il loro paese, cercassero di scoprire dove nasceva l’eversione per poterla neutralizzare.

 

La seconda decisione impegnò invece in prima persona Fidel Castro che chiese al premio Nobel della letteratura Gabriel García Márquez se poteva essere latore di un messaggio informale a Bill Clinton.

L’allora presidente degli Stati Uniti aveva, infatti, più volte dichiarato di essere un lettore fedele delle opere del grande scrittore colombiano, tanto da tenere i suoi romanzi sul comodino e di non addormentarsi senza leggerne una pagina.

A queste dichiarazioni erano seguiti diversi inviti a Márquez, che aveva trascorso perfino un week end ospite dei Clinton, con il collega messicano Carlos Fuentes, all’isola Martha’s Vineyard.

Márquez in quegli incontri aveva spiegato Cuba al Presidente e aveva espresso le aspettative che i popoli a sud del Texas nutrivano, dopo gli anni crudeli dell’Operación Cóndor, l’annientamento delle opposizioni latinoamericane benedetto da Nixon e Kissinger, e dopo la stagione del “reaganismo”.

Ma Clinton, che (come il premier spagnolo Aznar) aveva avuto un consistente contributo elettorale proprio dalla Fondazione cubana-americana, non aveva potuto mantenere le sue promesse di un cambio di rapporto con l’isola della Revolución e nemmeno di una reale apertura nelle politiche con l’America latina.

Così non per caso, quella volta, nella primavera del ‘98, il Gabo, alla fine dei suoi seminari all’Università di Princeton, non riuscì’ a incontrare, come al solito, il suo amico Presidente e dovette accontentarsi di consegnare il delicato messaggio di Fidel Castro allo staff della Casa Bianca.

Nel frattempo, Gerardo Hernandez, René Gonzales, Fernando Gonzales, Antonio Guerrero e Ramon Labañino, i cinque agenti dell’intelligence cubana, avevano portato a termine la loro pericolosa missione. Le risultanze della loro ricerca erano apparse subito così delicate anche per la plateale connivenza di alcuni organi federali Usa, che il governo cubano si era visto costretto, attraverso la diplomazia sotterranea che non ha mai cessato di funzionare fra i due Paesi, a chiedere un incontro fra le parti. Una delegazione dell’Fbi volò all’Avana per ricevere una copia dei dossier raccolti. Ma dopo che questa documentazione fu esaminata, il governo di Washington, invece di catturare Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, Santiago Alvares, Rodolfo Frometa o i Fratelli del Riscatto (Brothers to the Rescue) di José Basulto, veri Bin Laden latinoamericani, decise l’arresto dei cinque cubani che avevano individuato le centrali terroristiche attive in Florida.

La loro odissea era appena cominciata. Dovettero aspettare 33 mesi, 17 dei quali in isolamento e 4 settimane nell’hueco (il buco, una cella di 2 metri x 2 dove la luce è sempre accesa) prima di essere rinviati a giudizio per spionaggio. Il loro ritorno in una cella normale fu possibile solo grazie a una campagna internazionale alla quale parteciparono un centinaio di deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, anch’essa Nobel per la Letteratura.

Non mosse un dito invece Freedom House, uno degli organismi sovvenzionati dal NED, l’agenzia di propaganda della Cia, che ha la presunzione, ogni anno, di dare le pagelle sulla democrazia e la libertà di informazione nei vari paesi. Tacquero anche i Reporters sans frontières, sempre latitanti nelle battaglie per le violazioni dei diritti umani commessi dagli Usa.

Il processo fu una vera farsa con esplicite minacce e aggressioni ad alcuni giurati e condanne inaudite a vari ergastoli per i Cinque.

L’avvocato Leonard Weinglass, difensore di Antonio Guerrero e vecchio combattente per i diritti civili (è stato il difensore di Mumia, di Angela Davis, dei cinque di Chicago) affermò che erano stati violati il 5° e il 6° emendamento della Costituzione del Paese.

Non era una esagerazione. Nell’agosto del 2005, infatti, tre giudici della Corte d’Appello federale di Atlanta che ha giurisdizione sulla Florida (e che potevano intervenire solo se avessero accertato, come è avvenuto, errori legali e di diritto commessi nel primo giudizio) revocarono la sentenza espressa dal Tribunale di Miami nella primavera del 2003, chiedendo un nuovo dibattimento in una città diversa e meno condizionata dall’odio. Sottolinearono, infatti, che non c’era stata diffusione di informazioni militari segrete e che non era stata messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti.

I cinque cubani, in attesa di un nuovo giudizio, non furono però liberati. Un anno dopo, ancora la Corte d’Appello di Atlanta, allargata a nove membri per le pressioni del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, grande propugnatore del “diritto a praticare la tortura” delle forze armate Usa, revocò a sua volta la decisione presa dai giudici Stanley Birch, Phyllis Kravitch e James Oakes che, dodici mesi prima, “nell’interesse dell’etica e della giustizia” avevano dichiarato nulla la condanna per spionaggio emessa contro i Cinque a Miami.

Di fatto, il caso fu congelato e spedito alla Corte Suprema con un’istanza per la revisione del processo accompagnata da interventi di “amici della Corte” (amicus curiae brief), firmati da dieci premi Nobel e dalla ex commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Ma tutto questo non è servito a nulla. Il 5 giugno 2009 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti annunciato, senza motivazioni, la sua decisione di non riesaminare il caso dei Cinque.

L’avvocato Weinglass ha denunciato ancora una volta la latitanza, fin dall’inizio, dei mezzi di informazione in un caso che pure toccava importanti questioni di politica estera e di terrorismo internazionale.

Non a caso, il 3 marzo 2004, il più prestigioso intellettuale degli Stati Uniti Noam Chomsky, l’ex ministro della Giustizia Ramsey Clark, il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, il Nobel della Pace Rigoberta Menchú ed altre personalità, avevano dovuto comprare, per sessanta mila dollari, una pagina pubblicitaria del New York Times, per far conoscere finalmente questa storia nascosta fin dall’inizio all’opinione pubblica.

Nella pagina ci si chiedeva: “E’ possibile essere imprigionati negli Stati Uniti per aver lottato contro il terrorismo?”. E la risposta sotto era: “Si, se combatti il terrorismo di Miami”.

Negli ultimi sei anni non è cambiato nulla. Ma Obama ha vinto in Florida, e persino a Miami, senza l’aiuto, come fu per Bush jr., della Corte Suprema e senza l’appoggio dei gruppi della destra eversiva della Florida.

Sarebbe semplice per lui dimostrare che la politica estera del suo governo non è condizionata dai terroristi legati alla Fondazione cubano–americana di Miami, autori, in questi anni, di 681 attentati , che hanno assassinato 3478 persone, e ferito altre 2000.

Per ora, Obama, ha incontrato solo i “duri” di Miami. Sarebbe utopistico sperare in un cambio di politica?

di Gianni Minà www.giannimina.it

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