Posts tagged ‘Dell’Utri’

26 aprile 2012

Disinformafia

Massima solidarietà ai titolisti di Corriere, Giornale e Libero: l’altroieri se la son vista davvero brutta. Alla notizia del deposito delle motivazioni della Cassazione su Dell’Utri, non vedevano l’ora di sparare in prima pagina un bel “Dell’Utri innocente, ecco perché”, “Crolla il teorema dei pm”, “Vent’anni di gogna”. Insomma un bel replay dei titoli cubitali del mese scorso sul dispositivo e soprattutto sulla requisitoria (anzi arringa) del sostituto Pg Iacoviello. Poi han cominciato a leggere la sentenza e si son sentiti mancare: “Cazzo, ma la Cassazione è impazzita? Dice che Dell’Utri faceva da mediatore fra B. e Cosa Nostra, che è colpevole di concorso esterno, che B. pagava le cosche per star tranquillo. E ora come facciamo a titolare che non è successo niente”. Avevano anche pensato ai soliti alibi multiuso. Tipo “così fan tutti”, ma hanno rinunciato: è dura dimostrare che tutti mediano con la mafia o la pagano. O tipo “a loro insaputa”, ma han lasciato perdere: è difficile che qualcuno si beva la mafiosità per distrazione. E allora han ripiegato sulla soluzione Minzolingua: tacere la notizia in prima pagina e impapocchiare qualche frasetta nascosta all’interno. Per incredibile che possa sembrare, la Cassazione dice che B., tre volte premier, ha finanziato la mafia per 30 anni e il suo braccio destro Dell’Utri, creatore del suo partito e parlamentare da 16 anni, era il rappresentante di Cosa Nostra in casa B., ma sulla prima pagina del Corriere non c’è una sillaba. La notizia contraddice la linea del giornale, dunque va nascosta a pag. 6 (anche perché la prima è dominata da un’imperdibile foto di New York anni ‘10): a darle risalto, uno potrebbe pensare che avevano torto i vari Battista, Panebianco, Ostellino e ragione chi “demonizzava” la Banda B. Il Giornale, poi, ha già il suo daffare con le intercettazioni delle Papi Girl, affidate a un nuovo promettente giurista: Sgarbi. Ruby – sostiene – non era una prostituta perché B. “non la percepiva come prostituta” (la celebre prostituzione percepita) e “non esiste il reato di manutenzione minorile” (ma c’è un equivoco: tra i due, chi ha bisogno di manutenzione non è Ruby). La sentenza Dell’Utri invece se l’aggiudica Stefano Zurlo, a pag. 13: a suo dire la Cassazione ha smontato “18 anni di scavi di più Procure” ed è giunta a una “disarmante verità: il Cavaliere era ‘vittima’ di Cosa Nostra e Dell’Utri cercò di tenere alla larga la piovra”. In realtà i primi a sostenere che B. era vittima della mafia (consapevole, infatti la pagava) furono i pm Ingroia e Gozzo. Il fatto poi che Dell’Utri, per “tenere alla larga la piovra”, gli abbia messo un mafioso in casa per due anni, è puro avanspettacolo. Come la definizione di Mangano “stalliere al centro di mille presunti intrighi e crimini” (una condanna per mafia, una per droga, una per tre omicidi). Più comico ancora è Libero, che occulta la notizia in basso a pag. 11 e l’affida al solito mèchato. Il quale trova nella sentenza “qualche passaggio imbarazzante per B.”, tipo che nel 1974 incontrò i boss Bontate, Teresi, Di Carlo e Cinà prima di assumere Mangano, ma queste sono “rivelazioni extra-giudiziarie”. Che poi Dell’Utri lavorasse contemporaneamente per Cosa Nostra e per B. e che B. abbia finanziato Cosa Nostra per 30 anni non lo turba: i boss amici di Silvio e Marcello erano “mafiosi perdenti”, “di piccolo cabotaggio”, “poi spazzati via dalla mafia vera, i corleonesi”, mentre Mangano era solo “un mezzo mafioso di serie B”. Brava gente che si poteva tranquillamente foraggiare per “risolvere i problemi”: “Pagare il pizzo non è reato”. Libero Grassi e quelli come lui che per non dare soldi alla mafia si son fatti ammazzare sono dei poveri fessi. Se la mafia ti chiede il pizzo, è tuo preciso dovere morale pagare: “L’alternativa, ai tempi, era andare a vivere all’estero”. O chiamare i carabinieri e denunciare i mafiosi, ma il futuro statista pensò che non fosse il caso: meglio un mafioso in casa che uno sbirro alla porta.

di Marco Travaglio, IFQ

3 aprile 2012

Ma su Dell’Utri, io insisto

Esce oggi il nuovo numero di MicroMega, dedicato in larga parte all’attuale fase politica e alle prospettive per il centrosinistra. Proponiamo un’anticipazione del saggio del Procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, sullo strumento penale del concorso esterno in associazione mafiosa.    In una reazione a caldo, ho definito le polemiche scoppiate sull’onda dell’annullamento in Cassazione della condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa come la premessa per il colpo di spugna finale per cancellare anni di indagini e faticosi risultati sul terreno del contrasto al fenomeno della collusione e della complicità mafiosa. Sono stato attaccato e criticato per questo, e c’è chi ha perfino invocato un procedimento disciplinare nei miei confronti. Io credo, invece, di essere stato perfino soft, per avere usato qualche eufemismo di troppo. La realtà è molto più dirompente e i rischi molto più alti, perché la vera posta in gioco non è la sorte di un «illustre» imputato, seppur importante e potente. E non è neanche il passato. I rischi del revisionismo politico-giudiziario, che rimette in discussione pratiche, sistemi e metodiche pensati dai maestri dell’antimafia, Falcone e Borsellino in primis, e sperimentati con successo per decenni dalla magistratura a tutti i livelli, minacciano ancor di più il presente e il futuro della politica giudiziaria antimafia. Di più: investono, incrementandole, le chance di espansione del potere mafioso. Infine: mettono a rischio la stessa tenuta del principio di eguaglianza, e quindi della nostra democrazia . (…)    AL DI LÀ della retorica imperante e dei luoghi comuni, la mafia vincente oggi non è certo quella dei figli di Riina o di Provenzano che conquistano paginate di giornali rilasciando interviste o con iniziative più o meno stravaganti come dichiarare di voler abbandonare la Sicilia per vivere nel Nord Italia. E non è neanche quella dei pochi latitanti superstiti, Matteo Messina Denaro in testa, che rappresentano ormai quel che resta della mafia militare che oggi fa meno paura e gestisce meno potere. Le gravi sconfitte che sul piano militare Cosa Nostra ha subìto le hanno imposto di ripiegare arretrando dall’occupazione militare del territorio, e così passando dal controllo del territorio al più remunerativo sistema del controllo dell’economia. E la mafia oggi è perciò sempre meno territoriale e sempre più finanziaria, sempre meno solidamente radicata, sempre più liquida. Una mafia finanziaria che ha sempre più bisogno dell’efficienza del suo nucleo, ancora più esteso, di consulenti e mediatori, i Complici, un ceto dirigente che costituisce sempre più l’élite criminale del nuovo sistema di potere mafioso integrato, perché interfacciato con altri sistemi criminali collegati ai ceti dirigenti del paese, a partire dal sistema della corruzione politico-amministrativa.    Ed allora, se è questa la fase strategica che sta attraversando la mafia, impegnata anche nel movimento espansivo dei suoi interessi economico-finanziari e della sua sfera di influenza, che ormai interessa territori sempre più ampi delle regioni più ricche del Nord Italia, è facile intuire quanto sia essenziale uno strumento penale come il concorso esterno, e quanto siano rischiosi arretramenti proprio su questo terreno. Il Complice è diventato la vera anima del sistema mafioso, ma nonostante ciò ne rimane estraneo alla struttura organizzativa, e perciò il concorso esterno è, nel contempo, strumento indispensabile e strategico.    RINUNCIARVI sarebbe come rinunciare al principio di obbligatorietà dell’azione penale, come introdurre un odioso discrimine all’interno dell’universo mafioso, condannando i soli «picciotti» per risparmiare i Complici, che sono il vero motore del potere mafioso. Sarebbe una ferita al principio di eguaglianza. Del resto, la giurisprudenza della Cassazione con più pronunce, anche a sezioni unite, ha fissato rigorosi paletti all’applicazione del concorso esterno, finendo per selezionare moltissimo le condotte oggi davvero punibili, restringendone l’ambito di punibilità e innalzando – di fatto – lo standard probatorio a livelli sempre più alti. Ma ciò nonostante, le polemiche in relazione ad alcuni processi per concorso esterno non si placano, anzi diventano sempre più incandescenti. Perché? Davvero la questione attiene alla figura di reato e basterebbe una previsione legislativa che preveda una sanzione per le condotte di concorso esterno per porre fine alla bagarre? Temo proprio di no, perché il problema non è il concorso esterno, ma i Concorrenti esterni, i Complici, la cui impunità va tutelata a tutti i costi. E su questo piano il concorso esterno non c’entra nulla. C’entra invece la qualità di certi imputati. (…)    Ammesso che si possa, e probabilmente si può, articolare una norma equilibrata, una norma incriminatrice ad hoc che punisca la condotta «agevolatrice dall’esterno» dell’associazione mafiosa, con un ambito di applicabilità né troppo ampio né troppo ristretto, dotata di maggiore concretezza ma che non rinunci alle sue potenzialità applicative, sarebbe necessario un confronto serio e costruttivo, e senza doppi fini. E che nessuno persegua l’impunità dei Complici. Ma il clima di quiete instauratosi da quando si è insediato il governo Monti è purtroppo solo apparente, come dimostra appunto la vicenda Dell’Utri.

di Antonio Ingroia, IFQ

17 marzo 2012

Quando il giudice salva-Dell’Utri gestiva la “procura in appalto”

Aldo Grassi, il presidente della Quinta sezione penale della Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza di condanna, in appello, per Marcello Dell’Utri, negli anni Ottanta è stato un protagonista della “procura in appalto” a Catania. Così la chiamavano i giornalisti de i Siciliani, il mensile fondato da Pippo Fava e da lui diretto fino al 5 gennaio 1984, quando fu ucciso dagli uomini del boss Nitto Santapaola.

   TRA IL 1982 e il 1985 i cronisti Claudio Fava, Miki Gambi-no, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo hanno scritto una ventina di articoli su quel palazzo di Giustizia gemello del “porto delle nebbie” di Roma. Sono stati Pippo Fava e i suoi giovani redattori a far deflagrare il “caso Catania”, rivelando il sistema politico-mafioso di quella città dominata dai potenti e protetti cavalieri del lavoro: Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro. Puntualmente hanno denunciato “la cerniera dell’impunità” rappresentata dagli uffici giudiziari catanesi.

   Della procura catanese, in particolare dell’allora pm Aldo Grassi e del procuratore facente funzione, Giulio Cesare Di Natale, se ne occupa anche il Consiglio superiore della magistratura pressato da coraggiosi esposti dell’avvocato Francesco Messineo e dell’ingegnere Giuseppe D’Urso. Ma nonostante una mole di episodi al limite del penale a loro carico, i due magistrati se la sono cavata. Anzi, Grassi ha pure fatto carriera in Cassazione.

   Nell’ottobre 1983 il plenum del Csm si spacca in due (15 a 15) e tutto viene messo a tacere con una discussa archiviazione. Un anno dopo, nell’ottobre 1984, il Csm riapre il fasciolo sul “caso Catania” dopo un rapporto degli ispettori ministeriali inviati dal guardasigilli, il democristiano Mino Martinazzoli. Ma sia Grassi sia Di Natale fanno la loro contromossa per schivare provvedimenti disciplinari e uscire indenni: Grassi si fa trasferire a Messina e Di Natale va in pensione anticipata.

   “Giustizia è sfatta” titolò i Siciliani dopo la prima archiviazione. Tra gli elementi di accusa raccolti dalla prima commissione del Csm c’è un episodio gravissimo che ha coinvolto il giudice Grassi. Riguarda la retrodatazione di certificati penali dei cavalieri del lavoro. Indagati, non avrebbero potuto averli “puliti” giocandosi la possibilità di partecipare a gare d’appalto. Ma un magico cambio di data li ha salvati. Il consigliere del Csm, Giovanni Martone, durante il plenum, che archivia, chiama in causa Grassi: “I relativi certificati sono stati rilasciati dopo una consultazione del segretario capo con il dottor Aldo Grassi preventivamente informato che la richiesta riguardava ‘quelli del procedimento’”.

   NEL 1984, un anno dopo, i Siciliani, alla vigilia del secondo voto del Csm, pubblicano stralci del rapporto degli ispettori ministeriali che hanno messo sotto accusa Grassi e Di Natale. Sembra che caldeggino anche un’inchiesta penale: “Nella specie non esistono soltanto comportamenti di magistrati sufficienti ai fini della sussistenza dell’ipotesi di incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse, collegate a fatti in parte fondati, di collusioni o rapporti ambigui, insabbiamenti, inerzie, negligenze, nei confronti di quel nuovo e non certo meno pericoloso tipo di delinquenza che è la cosiddetta criminalità economica…”. i Siciliani pubblica anche una lunga intervista a due consiglieri del Csm che l’anno prima avevano votato contro l’archiviazione: l’avvocato Alfredo Galasso, membro laico del Pci e futuro legale di parte civile al maxiprocesso di Palermo; Edmondo Bruti Liberati, membro togato di Magistratura democratica e attuale procuratore di Milano.

   Galasso ricostruisce così l’apertura del primo fascicolo al Csm: “La vicenda è scoppiata clamorosamente sui giornali alla fine di ottobre dell’82: sulla riviera catanese si teneva un convegno di Magistratura indipendente patrocinato da Di Natale e Grassi, che presentava nell’invito una serie di appuntamenti mondani organizzati da alcuni cavalieri del lavoro che davano l’impressione di una sponsorizzazione. Proprio il giorno in cui si discuteva la partecipazione del Csm al convegno abbiamo ricevuto un telegramma dall’ingegnere D’Urso che spiegava clamorosamente queste cose; lo lessi in plenum e scoppiò il caso… Tutti i rapporti di denuncia della Guardia di finanza per reati fiscali erano stati iscritti nel registro degli atti relativi invece che in quello dei procedimenti penali. In un caso addirittura era stato disposto (dal sostituto procuratore Grassi, ndr) la retrocessione del fascicolo riguardante Placido Aiello, amministratore della società Isi (Aiello è il genero del cavaliere Graci, ndr) dal registro dei procedimenti penali a quello degli atti relativi…”.

   Bruti Liberati entra nel dettaglio di alcuni fatti riscontrati dalla prima commissione: “Il 14 settembre 1982 la procura di Agrigento trasmise a quella di Catania gli atti del procedimento in cui si prospettava il reato di associazione a delinquere per alcuni noti imprenditori catanesi: in seguito a questo invio, alla fine di settembre, giunsero a palazzo di giustizia numerose richieste di certificati di carichi pendenti con i quali i vari Rendo, Costanzo eccetera, chiedevano, in maniera alquanto insolita, che la loro posizione penale venisse attestata solo fino al 12 settembre, giorno in cui a loro carico non risultava ancora in corso nessun procedimento penale…

   IL GENERALE della Gdf, Vitali raccontò di aver mandato una lettera al procuratore generale in cui si auspicava una sensibilizzazione della procura catanese riguardo ai rapporti per reati fiscali inviati dalla Guardia di finanza; in particolare sottolineò la differenza di orientamento tra il procuratore di Agrigento Rosario Livatino, che aveva ravvisato nel comportamento degli imprenditori coinvolti nel racket delle fatture false gli estremi dell’associazione a delinquere, e i magistrati catanesi, che non erano stati della stesso avviso. Infine, il generate Vitali ricordò che non furono prese nella giusta considerazione dalla procura le richieste di perquisire luoghi dove si riteneva fossero conservati documenti che attestavano gli illeciti fiscali”.

di Antonella Mascali, IFQ

16 marzo 2012

Disturbare i manovratori

Se dedichiamo tanto spazio e tanta passione a quanto sta accadendo al processo Dell’Utri e alle indagini sulle stragi e sulle trattative, non è – come scrive qualche sciocco – perché non vogliamo rassegnarci all’innocenza di Dell’Utri e dei politici a prescindere (cosa peraltro impossibile). Ma è perché siamo convinti che stia accadendo qualcosa di grave: una partita mortale intorno alla verità su uno dei periodi più orribili della nostra storia. Sappiamo, vediamo che tutt’intorno a noi il clima politico-mediatico sottovuotospinto creato dall’inciucione Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo consiglia vivamente di occuparsi d’altro, di “pensare al futuro”, alla “pacificazione”, alla “normalità” del tuttovabenmadamalamarchesa. Una tentazione che attanaglia anche tanta brava gente, stufa di “conflitti”, rintanata nel proprio particulare, rassegnata a contentarsi della caduta di B. e dei partiti, a subire decisioni prese dall’alto e da fuori, come se il nostro compito fosse assistere passivi, ricevere ordini, chiedere “quant’è?”, pagare il conto e attendere la prossima consegna. Una tentazione pericolosa, perché non c’è futuro, pacificazione, normalità se non si esce dal tunnel dei segreti e dei ricatti che ci imprigiona da vent’anni. E da quel tunnel si esce soltanto con la verità, anche la più scomoda e crudele. La verità, purtroppo, la cercano solo un pugno di magistrati tra Palermo e Caltanissetta, mentre la politica che conta e l’“informazione” al seguito cercano il modo migliore di tenerla ancora nascosta sotto il tappeto. Infatti, appena un brandello di verità tracima dal tappeto, subito scatta la reazione violenta, brutale, totalitaria di un sistema dov’è impossibile distinguere destra e sinistra, alte e basse cariche istituzionali, buoni e cattivi. Checché se ne dica, non abbiamo mai scritto né pensato che il Pg Iacoviello che ha chiesto di annullare la condanna di Dell’Utri sia un magistrato colluso, anzi sappiamo bene che la sua moralità è al di sopra di ogni sospetto. Ma seguitiamo e interrogarci sulle anomalie di quel processo: possibile che, tra decine di magistrati di Cassazione, Dell’Utri sia capitato proprio nelle mani di un presidente allievo di Carnevale e di un Pg che non crede nel concorso esterno? S’è mai visto un processo per mafia a rischio prescrizione che dorme per 13 mesi in Cassazione? S’è mai visto un sostituto Pg che in requisitoria infila tre errori marchiani a proposito della sentenza che deve valutare, avendo al fianco il nuovo Procuratore generale? S’è mai visto un Procuratore generale che, invece di correggere il sostituto, dice di condividere tutto quel che ha detto, errori compresi? S’è mai visto un Csm che fa finta di non vedere e non sentire? A queste domande, nessuno risponde. Come se fossero curiosità morbose e non un’esigenza di chiarezza. Ieri poi La Stampa ha rivelato che lo stesso Procuratore generale, Vitaliano Esposito, ha chiesto al Pg di Caltanissetta il testo dell’ordinanza del gup nisseno che l’altro giorno ha arrestato alcuni boss coinvolti nella strage Borsellino dando per certa la trattativa Stato-mafia e ricordando che l’ex ministro dell’Interno Mancino ha seri problemi di memoria su quel che fece e seppe ai tempi delle trattative. Il gip cita alcuni stralci della richiesta della Procura: “Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi”, anche se “il quadro allo stato non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere”. Parole persino timide, rispetto ai reati che stanno emergendo nelle carte della Procura di Palermo, competente a indagare sulla trattativa. A che titolo vengono chieste quelle carte? Dov’è scritto che il Pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, può sindacare il merito dell’ordinanza di un gip o della richiesta di una procura? Perché un magistrato perbene e a fine carriera come Esposito si espone, per ben due volte in due giorni, a figuracce simili? La risposta a questa domanda è la chiave per capire quel che sta accadendo.

di Marco Travaglio, IFQ

14 marzo 2012

Le toghe ignoranti

Venerdì scorso, nella requisitoria al processo Dell’Utri, il sostituto Pg della Cassazione Francesco Iacoviello ha detto testualmente che la Corte d’appello di Palermo che ha condannato l’imputato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ha “metodicamente ignorato nella sentenza… la sentenza Mannino”. Quale? Quella con cui, il 20 settembre 2005, le Sezioni Unite annullarono con rinvio la condanna in appello per Calogero Mannino e circoscrissero i limiti del concorso esterno. Per chi non avesse inteso bene, il Pg Iacoviello ha poi ribadito con aria professorale: “Si potevano citare almeno le Sezioni Unite su Mannino” perché la loro “sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti”. E proprio il fatto che i giudici che han condannato Dell’Utri abbiano ignorato quel caposaldo giuridico inficia, secondo il Pg, il loro verdetto: “Lo scontro con la Mannino è frontale. E letale. Per la sentenza”. Politici e commentatori hanno registrato e talora censurato l’inspiegabile, gravissima omissione dei giudici d’appello che, pur di condannare Dell’Utri, hanno ignorato la più recente e restrittiva pronuncia delle Sezioni Unite sul concorso esterno. Qualcuno ha anche proposto di punirli (“chi paga?”). Ieri, non appena pubblicato il testo della requisitoria Iacoviello, abbiamo controllato per puro scrupolo la sentenza d’appello Dell’Utri. E – sorpresa – abbiamo scoperto che la sentenza Mannino vi è citata eccome: non una sola volta, che potrebbe sfuggire a un lettore distratto, ma sei volte (anche per assolvere Dell’Utri per il periodo post-1993). Basta aprire il pdf e inserire “Mannino” nella casella Trova. Pag. 81: “…potenziamento dell’associazione mafiosa in conformità ai principi delineati dalle Sezioni Unite nella nota sentenza Mannino (20.9.2005 n. 33738)”. Pag. 82: “…i principi della sentenza Mannino delle Sezioni Unite che affronta proprio il nodo della collusione politica con l’organizzazione mafiosa…”. Pag. 107: “…riguardo ai principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza Mannino (n. 33748 del 20.9.2005)”. Pag. 260: “Anche con la sentenza n. 33748 del 20.9.2005 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno ribadito il principio giurisprudenziale…”. Pag. 506: “…mancando quella specificità, serietà e concretezza degli impegni assunti dal politico, nonché identità ed affidabilità dei protagonisti dell’accordo, richiesti dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con la nota sentenza Mannino…”. Pag. 527: “Con la già citata sentenza n.33748 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno in primo luogo confermato il principio…”. Dunque, quando ripete che la sentenza Dell’Utri non cita la sentenza Mannino, il Pg Iacoviello dice il falso per ben due volte, per giunta alla presenza del futuro Procuratore generale Gianfranco Ciani. A questo punto, i casi sono due: o Iacoviello non ha letto la sentenza Dell’Utri che ha demolito davanti alla V sezione della Cassazione, chiedendo e ottenendo di annullarla, nel qual caso andrebbe allontanato dalla magistratura perché non sa fare il suo mestiere; oppure la sentenza l’ha letta e ha detto consapevolmente il falso, nel qual caso dovrebbe cambiare mestiere per non fare altri danni. Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’errore grave e inescusabile che origina revocazioni, procedimenti disciplinari e responsabilità civile? Sorvoliamo sulle altre amenità della requisitoria-arringa (se ne occupa Lillo a pag. 2) e ci limitiamo a un’ultima perla: “Ora in questo Paese non sappiamo se non se ne può più della mafia o dei processi di mafia”. L’ha scritto Iacoviello nel 2008 sulla rivista Criminalia in un articolo dedicato alla sua ossessione: “Il concorso esterno in associazione mafiosa”. Chissà se in questo Paese, al Csm (che vuole addirittura aprire una “pratica a tutela” di Iacoviello) o alla Procura generale della Cassazione, si trova qualcuno che non ne può più dei Pg alla Iacoviello.

di Marco Travaglio, IFQ

14 marzo 2012

Le tre bugie della requisitoria. Le assurdità del pg Iacoviello su Dell’Utri

Sostiene Iacoviello che la sentenza di condanna contro il senatore Dell’Utri non cita mai la sentenza Mannino. Ed è falso. Sostiene Iacoviello che il capo di imputazione è liquido e l’accusa mancante. Due volte falso. Sostiene anche che non è ammissibile il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Falso per la terza volta. C’è un solo metodo per giudicare la requisitoria del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello che ha chiesto l’annullamento della sentenza di condanna contro Marcello Dell’Utri: leggerla.

Invece il dibattito di questi giorni si è svolto esclusivamente sulle poche note pubblicate dai cronisti delle agenzie di stampa che hanno riportato resoconti stringati del discorso del rappresentante dell’accusa davanti alla Cassazione. Fortunatamente su Internet (pubblicata sul sito della rivista Diritto penale contemporaneo e anche sul sito del Fatto Quotidiano) si possono trovare le 18 pagine dello “schema di requisitoria integrato con le note d’udienza”: sostanzialmente la scaletta della requisitoria di Iacoviello, che non ha smentito l’attribuzione alla sua penna del canovaccio.

IL FATTO l’ha letto e ha scoperto che Iacoviello non scrive (e chissà se le ha dette davvero) le parole di condanna del concorso esterno e di para-assoluzione dell’imputato Dell’Utri riportate da tutti i giornali. Il sostituto procuratore generale sembra invece possibilista sulla sua colpevolezza: “L’annullamento con rinvio per vizio di motivazione (soluzione poi statuita dalla Corte accogliendo la sua richiesta, ndr) non vuol dire che l’imputato è innocente. Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione è sbagliata. È un annullamento fatto non a favore dell’imputato, ma a favore del diritto”. Certo, valutandolo ex post, come direbbe Iacoviello, questo rinvio – se porterà alla prescrizione – sarà oggettivamente a favore di Dell’Utri ma ex ante ancora non si può dire. Comunque Iacoviello – se anche non avesse detto le cose riportate dalla stampa – nelle sue note ha infilato una serie di imprecisioni importanti. Vediamole una a una.    1) “C’è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina. Ebbene, dopo averlo letto, possiamo metterlo da parte.    Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. … In questo processo la cosa più difficile è trovare l’imputazione (…) qui abbiamo un imputato, un reato. Ma non un’imputazione.

O meglio, un’imputazione liquida. Per una condanna solida”.    L’imputazione sarà liquida e la condanna solida, come dice il pg, ma la requisitoria di Iacoviello è gassosa e si sgonfia subito. Basta leggere il capo di imputazione della sentenza per scoprire che occupa quasi tre pagine (non meno di una) ed elenca le responsabilità del senatore nel dettaglio. Dell’Utri ha “concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra …ad esempio:    1. partecipando personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione; 2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore, Graviano Giuseppe;    3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;    4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.    Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto…” e via elencando. Come si possa sostenere che questo sia un capo di imputazione “liquido” e che “l’accusa diventa fluida e sfuggente”, come sostiene Iacoviello, è un mistero.    2) La seconda imprecisione di Iacoviello è ancora più grave. Secondo il pg, infatti, la Corte di appello di Palermo avrebbe ignorato la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha assolto l’ex ministro Calogero Mannino dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta di un’accusa grave nei confronti dei giudici della Corte palermitana perché in sostanza li taccia di sciatteria se non di mala fede perché quella sentenza di annullamento è un vero e proprio punto di riferimento per chiunque si occupi di questa materia. Al riguardo nelle note di Iacoviello si legge:    “La sentenza Mannino (metodicamente ignorata dalla sentenza) ci dice che il contributo del concorrente esterno deve essere concreto, effettivo e rilevante, il quesito giuridico è: “Come è possibile un contributo concreto effettivo e rilevante a una estorsione, che però sia qualcosa di meno del concorso in estorsione ?”.E poi rincara la dose: “La sentenza nelle poche pagine cruciali in cui tratta del concorso esterno dell’imputato non cita neppure una – ripeto una – sentenza. Eppure il concorso esterno ha vissuto stagioni climatiche estreme nella giurisprudenza. Si potevano citare almeno le SS.UU. Mannino”.    Ebbene basta fare un semplice “trova” con il comando del computer per scoprire che la sentenza Mannino è citata per sei volte in tre punti diversi della sentenza di appello della Corte di Palermo. In due punti della sentenza (a pagina 81-82 e 106) la “Mannino” è citata quando si riportano le tesi della difesa del senatore a favore di Dell’Utri. Ma a pagina 260 si invoca il criterio più rigoroso richiesto dalle Sezioni Unite contro Dell’Utri proprio per motivare la condanna a suo carico: “Si trascura di considerare infatti che la condotta di Marcello Dell’Utri è risultata decisiva nell’apportare consapevolmente all’organizzazione mafiosa un contributo al suo rafforzamento avendo consentito a Vittorio Mangano e quindi a Cosa nostra di avvicinarsi a Silvio Berlusconi avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni. Anche con la sentenza n. 33748 del 12 luglio-20 settembre 2005 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno ribadito il principio giurisprudenziale, gia’ espresso con le sentenze Demitry (Sez. Un., 5/10/1994), Mannino (Sez. Un., 261 27/9/1995 in sede cautelare) e Carnevale (Sez. Un., 30/10/2002), secondo cui per il delitto di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis c.p. è configurabile il concorso esterno”.

LA SENTENZA di appello poi prosegue analizzando l’elemento del dolo, cioè la consapevolezza di Dell’Utri di apportare un vantaggio a Cosa Nostra con il suo comportamento, svolgendo esattamente il ragionamento che il sostituto Iacoviello sostiene che la Corte non abbia fatto in sentenza. Probabilmente il Pg non ha letto attentamente la sentenza che avrebbe dovuto difendere se solo avesse svolto in modo tradizionale il suo mestiere di pubblico accusatore, senza ergersi a giudice dei giudici e senza mimetizzarsi da avvocato degli avvocati. Solo così si spiega quello che si legge nelle sue note seguenti:    Qui la sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti.    3) Infine la terza inesattezza del pg riguarda un principio giuridico. Scrive Iacoviello: “Si sarebbe dovuto affrontare un tema preliminare e cruciale: il concorso esterno è ammissibile anche per il 416 c.p. (cioè l’associazione a delinquere semplice, ndr)? Gli effetti sarebbero devastanti”. Ancora più devastante per Iacoviello è però la lettura del saggio del professore dell’università di Palermo Costantino Visconti pubblicato sulla solita rivista on line Diritto Penale Contemporaneo. Visconti cita la sentenza della Cassazione del 24 gennaio 1994 contro Silveira che “riguarda l’applicazione del concorso di persone al reato associativo semplice” e chiosa “sbaglia dunque il pg Iacoviello a sostenere che nessuno aveva mai parlato di un’ipotesi del genere”.

di Marco Lillo, IFQ

Marcello Dell’Utri. Nel tondo, Francesco Iacoviello (FOTO ANSA)

8 marzo 2012

L’amico di Carnevale e la sentenza Dell’Utri

È l’approdo delle indagini su mafia e politica nel ventennio berlusconiano, un bivio determinante per l’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato e può cambiare, in caso di condanna, un pezzo importante degli equilibri geopolitici in Sicilia: ecco perché c’è un’attesa crescente, nei salotti e nelle borgate palermitane, per la sentenza pronunciata domani dalla quinta sezione della Cassazione su Marcello Dell’Utri, condannato in appello a sette anni per concorso in associazione mafiosa. Il senatore ha affidato la sua difesa all’avvocato Massimo Krogh, legale di molti nomi eccellenti della finanza e di Calciopoli, con un passato in magistratura. A giudicarlo sarà un collegio presieduto da uno dei “fedelissimi” di Corrado Carnevale (detto “l’ammazzasentenze”), il giudice Aldo Grassi, che al telefono con Carnevale negli anni 90 non aveva trovato le parole per interrompere (o semplicemente commentare) il monologo del-suo “maestro” colmo di offese e insinuazioni contro Falcone e la moglie Francesca Morvillo, “messa lì (da Falcone nei collegi d’appello, ndr) per fregare qualche mafioso”.

A scrivere la sentenza della Cassazione sarà il consigliere Maria Vessicchelli, che svolgerà la relazione introduttiva dell’udienza. Il resto del collegio sarà composto da Stefano Palla, Carlo Zaza e Gerardo Sabeone. Nessun commento, naturalmente, dagli addetti ai lavori – il pm d’appello Nino Gatto e gli avvocati-, sulle ragioni di opportunità di una decisione affidata a un magistrato di Cassazione da sempre inserito nella ristretta cerchia di un “gruppo di fidati magistrati – è scritto nella sentenza Carnevale – che volontariamente aderivano in modo compatto alla linea giurisprudenziale del presidente (Carnevale, ndr), improntata a grande rigore critico nella valutazione dell’operato dei giudici di merito, atteggiamento ipercritico tanto più accentuato nei processi indiziari, come quelli concernenti la criminalità organizzata”.

E SE È VERO, come scrive la Suprema Corte a sezioni unite, che “l’adesione a un orientamento giurisprudenziale di un certo tipo rappresenta una scelta personale e professionale, che non può indurre sospetti di sorta” (Grassi fu indagato, e poi archiviato, per una vicenda legata a un annullamento dubbio di cui aveva parlato il pentito Cancemi), è pur vero che la scelta di affidare a Grassi il processo Dell’Utri condotto dalla stessa procura che ha processato il suo leader Carnevale rischia di porgli non pochi imbarazzi, e qualche problema di opportunità. Che si aggiunge alle ombre, mai dissolte, sulla gestione delle inchieste agli inizi della sua attività di pubblico ministero a Catania, a metà degli anni 80, quando la città etnea era governata da un comitato di affari guidato dai quattro cavalieri del Lavoro, Graci, Rendo, Costanzo e Parasilliti, sui quali stava indagando il generale Dalla Chiesa, poco prima di essere ucciso. Il nome di Grassi e del procuratore Di Natale, finì in un rapporto di 350 pagine redatto dagli ispettori ministeriali inviati per capire perché, come scrisse I Siciliani di Pippo Fa-va, ucciso l’anno prima, i cavalieri accumulavano “centinaia di miliardi di illecito profitto truffando lo Stato, mentre i rapporti d’accusa della Finanza sulla loro attività rimanevano seppelliti nel cassetto del procuratore”. Alla fine il procuratore fu trasferito d’ufficio, Grassi fu invece “salvato” dal Csm (e dal Guardasigilli Martinazzoli) e chiese il trasferimento a Messina: “Dieci componenti del Csm (gli otto di Magistratura Indipendente più il repubblicano Frosini e la democristiana Fumagalli Carulli) – scrissero i giornalisti Claudio Fava, Riccardo Orioles e Miki Gambino – hanno presentato un documento che costituiva una vera e propria difesa di ufficio del sostituto procuratore Aldo Grassi: “…qualcuno di loro è arrivato al punto, pur di difendere Grassi, di attaccare sul piano personale, e in maniera del tutto immotivata, gli ispettori ministeriali, accusandoli di ‘faziosità’ e di difesa di tesi ‘precostituite’”.

UN ATTEGGIAMENTO frutto, secondo il settimanale, di coperture importanti: “Un accanimento nel difendere l’indifendibile verginità del sostituto Grassi – scriveva I Siciliani – che non può spiegarsi solo con la solidarietà di corrente (anche Grassi fa parte di MI), e che si ricollega al bizzarro comportamento del ministro Martinazzoli sul ‘caso Catania’: di fronte a una relazione che parla chiaramente di ‘incompatibilità ambientale’ per Di Natale e Grassi, e che ravvisa in alcuni dei loro atti dei comportamenti censurabili anche sul piano penale, Martinazzoli ha chiesto al Csm il semplice trasferimento di Di Natale e si è del tutto dimenticato di Aldo Grassi. Una omissione apparentemente inspiegabile”.

di Giuseppe Lo Bianco, IFQ

Marcello Dell’Utri (FOTO EMBLEMA)

13 ottobre 2011

Rostagno scoprì gli interessi della mafia sui rifiuti

Nel 1988 la mafia trapanese aveva messo le mani su uno degli affari risultati tra i più lucrosi della storia di Cosa Nostra in Sicilia occidentale: il business dei rifiuti, solidi urbani e speciali, smaltimento, trasporti, ciclo del riciclaggio, anche la costruzione di mega impianti. Fiumi di denaro, miliardi di vecchie lire, tanto da far dire una cosa precisa al capo mafia dell’epoca, Vincenzo Virga, il boss che avrebbe fatto in provincia di Trapani il “portavoce” dell’allora manager di Publitalia e fondatore di Forza Italia, senatore Marcello Dell’Utri. A proposito dell’appena realizzato impianto di riciclaggio di Trapani, pronto già nel 1988 ma mai entrato completamente in funzione, Virga, che lo gestiva tramite società paravento, ai suoi accoliti ne spiegava il funzionamento con una frase a effetto: “Trasi munnizza e nesci oro”. Ed era proprio così.

Solo che questa realtà di connessioni tra mafia, impresa, affari, con di mezzo la politica e tanti “piccioli” , verrà scoperta anni dopo con le indagini della Squadra Mobile. Perché già qualche anno prima del 1988 e fino al 1994, Vincenzo Virga era un imprenditore insospettabile.

MAGISTRATI e investigatori cercavano ancora il suo predecessore, Totò Minore, ma nessuno di loro sapeva che Minore era stato strangolato e sciolto nell’acido nel novembre del 1982 per ordine di Totò Riina, e che nel 1985 Francesco e Matteo Messina Denaro per ordine di Bernardo Provenzano avevano messo Vincenzo Virga a capo del mandamento di Trapani. In quel 1988 a Trapani a parlare dell’anormalità diventata normalità era un giornalista di quelli senza tessera, Mauro Rostagno, ex sessantottino, ex di Lotta continua, che dagli schermi di una tv privata, Rtc, parlava di immondizia e la gente lo ascoltava. Non ne parlò per tanto tempo, fu ammazzato la sera del 26 settembre 1988.    Agli atti del processo per il suo delitto, in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, con due conclamati mafiosi come imputati, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mandante e killer, ci sono appunti di Rostagno, dove sono scritti nomi che anni dopo risulteranno coinvolti nell’affare dei rifiuti, negli appalti pilotati. Rostagno , che in tv aveva tirato fuori l’alleanza mai svelata prima tra i mafiosi di Catania e quelli di Trapani, prendeva appunti che conservava gelosamente. Il panorama di quegli anni ‘80 a Trapani e tutto quello scoperto nei 20 anni a seguire è stato spiegato ieri ai giudici dall’ex dirigente della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares, oggi dirigente dell’Anticrimine. “Rostagno era tra i giornalisti una voce fuori dal coro, era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato”. Linares nel 2008 ha ottenuto dalla Dda di Palermo una delega per fare nuovi accertamenti sul delitto.

SI È SCOPERTO che nel fascicolo mancava una comparazione balistica con altri delitti commessi nel trapanese. Sono saltate fuori due stesse armi, un revolver e un fucile calibro 12, una serie di analogie con altri omicidi, e poi un nome, quello di Vito Mazzara, uno dei tiratori della nostra Nazionale di tiro a volo, che però, più che al piccione, tirava ai “cristiani”. Vito Mazzara è stato condannato all’ergastolo per efferati delitti, tutti commessi allo stesso modo. La testimonianza di Linares è stata apprezzata dai pm Paci e Del Bene, poiché “ha ricostruito un quadro investigativo oggi fondato su sentenze passate in giudicato e sottolineato ai giudici la serialità di quei delitti che portano la firma di Mazzara, secondo noi Rostagno compreso”.

di Rino Giacalone, IFQ

19 aprile 2011

Concorso esterno per mafia: vogliono il reato, ma con le pene ridotte

Correggiamo, ammorbidiamo, scontiamo. Le parole d’ordine quando si parla di mafia e di reati connessi sono ormai queste.    Fa discutere il disegno di legge presentato dal senatore Luigi Compagna per un sostanziale alleggerimento delle pene per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato infamante e allo stesso tempo “moderno” perché non colpisce l’area “associativa”, gli affiliati a mafia, camorra e ‘ndrangheta – l’ala militare – ma quella della borghesia mafiosa. Imprenditori, professionisti, politici che, pur non essendo stati “battezzati” , concorrono alla forza dell’organizzazione mafiosa ricavandone una serie di vantaggi.    Il disegno di legge del senatore Compagna (Pdl), si intitola “Nuove norme in materia di concorso esterno”, e parte con le migliori intenzioni, la tipizzazione del reato nel codice penale, per raggiungere un obiettivo certamente non sgradito ai mafiosi e ai loro compari: la riduzione della pena da 1 a 5 anni. Lo scopo, ha spiegato il senatore, “è alleggerire la barbarie”, perché con la tipizzazione del reato in uno specifico articolo del codice non sarà più applicato a chi si macchia di “concorso” l’articolo 416-bis sull’associazione mafiosa che prevede pene più alte, dalla reclusione da 3 a 6 per anni per la semplice associazione, ai 4-9 per chi promuove o dirige l’associazione, fino ai 4-10 anni in caso di associazione armata.    La giurisprudenza, ha spiegato Compagna nell’introduzione del ddl, pur in mancanza di indicazioni normative “ha ritenuto di applicare anche al reato associativo di cui all’articolo 416-bis del codice penale l’istituto del concorso previsto dall’articolo 110”. E nonostante “gli apprezzabili sforzi” della corte di Cassazione che “ha introdotto e legittimato l’ipotesi di concorso esterno”, per il senatore restano “una serie di problemi irrisolti connessi alla mancata    tipizzazione del reato”.

COMPAGNA fu l’unico nel giugno del 1993 a votare in Giunta per le Autorizzazioni a procedere del Senato contro l’autorizzazione chiesta nei confronti di Giulio Andreotti, accusato di collusione con la mafia. Da allora, ha spiegato, ha sempre pensato che fosse necessario intervenire per tipizzare un reato non previsto nel codice Penale, perché “più che un garantista io sono un vero innocentista”.    Durissima la reazione delle opposizioni. Per Laura Gara-vini, capogruppo Pd in Commissione parlamentare antimafia, “la proposta di ridurre la pena per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, oltre che vergognosa , suona come un nuovo tentativo di introdurre una legge ad personam. Chissà se le stesse persone che si affrettano a rivendicare arresti di latitanti e boss stavolta avranno qualcosa da dire nei confronti dell’iniziativa, probabilmente niente affatto personale, del senatore Compagna”, ha proseguito. “Il problema è che l’avvicinarsi della chiusura di alcuni importanti processi ha messo in moto la macchina del presidente del Consiglio, anche se stavolta l’utilizzatore finale sarebbe uno dei suoi più fidati collaboratori”.

PER IL SENATORE Luigi Li Gotti (Idv) “la tipizzazione è inutile visto che il codice prevede già una graduazione delle pene in materia di concorso esterno. Francamente mi sfugge la ratio di questa proposta”. “Trovo strabiliante – ribatte il senatore Alberto Maritati, Pd, già magistrato e membro dell’Antimafia – che con i mille problemi irrisolti della giustizia italiana, paralizzata dalla mancanza di riforme vere e dalla penuria di mezzi, ci si arrovelli per produrre leggi che hanno un solo obiettivo: diminuire le pene per quei soggetti esterni al mondo mafioso che lavorano per favorire la mafia”. Per il senatore “chi fa proposte di questo tipo fa finta di non capire che le mafie sono perennemente alla ricerca di appoggi esterni per accrescere il loro potere. Sono come i terroristi che si avvalevano di una vasta rete di fiancheggiatori. E poi, anche dal punto di vista della giurisprudenza, non vedo la necessità di norme di questo tipo. Quelle attuali hanno retto al vaglio della Cassazione e della Corte costituzionale, quindi perché sbracarsi per trovare a tutti i costi vie d’uscita per chi fornisce appoggi, connivenze e coperture al sistema mafioso?”.

di Enrico Fierr, IFQ

9 marzo 2011

I “pizzini” di Graviano a B. e Dell’Utri

Confronto tra il boss e Spatuzza Sulle stragi: “Potrei parlare in assise”.

Giuseppe Graviano continua ad agitare lo spettro delle sue parole su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’’Utri. Il boss del Brancaccio, condannato per le stragi del 1992 e 1993, mantiene il silenzio sui suoi rapporti con “quello del Canale 5” e il “compaesano nostro”. Graviano però, ieri durante il suo primo confronto pubblico con il pentito non ha smentito il racconto di Gaspare Spatuzza: il suo incontro al bar Doney e le confidenze che avrebbe fatto al suo ex gregario sulla trattativa che precedeva la discesa in campo del Cavaliere.

IL BOSS CONTINUA a tenere così sospesa la spada di Damocle sulla testa del premier e del senatore. A metà del confronto di ieri nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, Graviano ha lasciato cadere una frase che può essere letta come una minaccia. Lo ha fatto quando ha spiegato perché non ha accettato di parlare al precedente confronto con Spatuzza di fronte ai pm di Firenze che indagano, in segreto, sulle stragi e sui presunti rapporti di Graviano con Berlusconi e Dell’Utri. “Sappiamo benissimo quali sono le persone che Spatuzza nomina”, spiega Graviano, “e io davanti ai pm di Firenze mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. Parlerò se ci sarà un processo a me e a quelle persone in corte d’assise”. Graviano non dice chi sono “quelle persone” ma è implicito che si riferisce a Berlusconi e Dell’Utri.      Quanto a Schifani (che secondo i vecchi verbali di Spatuzza frequentava 20 anni fa lo stesso capannone dell’imprenditore Giuseppe Cosenza nel quale si vedeva anche Filippo   Graviano) il boss non ha fatto il suo nome. In compenso Graviano ha rivendicato di essere stato socio occulto “al 25 per cento” con Innocenzo Lo Sicco, un imprenditore (qualificato invece dai giudici come vittima di estorsione) noto alle cronache soprattutto per una caratteristica: era assistito legalmente all’inizio degli anni novanta dall’avvocato Renato Schifani.    Graviano ieri ha sfiorato anche lo snodo decisivo dell’inchiesta della Procura di Firenze sulla   stagione delle stragi e della trattativa del 1992-93. Graviano ha detto “sono stato al nord dopo il 1992 e i pentiti raccontano di avermi visto “a Milano, a Rimini, a Riccione, a Viareggio, a Venezia e a Padova” e poi ha aggiunto “durante un confronto ho appreso che c’è un collaborante che si chiama Salvatore Baiardo che ha raccontato che io sarei stato a Omegna e a Orta”.    Apparentemente il boss sta richiamando le parole di un pentito per difendersi. La permanenza al nord in quel periodo, infatti, non sarebbe compatibile – secondo Graviano – con i crimini palermitani addebitati al boss da Spatuzza. In realtà anche questo passaggio della sua audizione è ambiguo: il   boss chiede esplicitamente di mettere a verbale il nome di Salvatore Baiardo che non è un collaboratore di giustizia ma un favoreggiatore che potrebbe sapere molte cose sulla vera storia dei viaggi dei Graviano al nord.

IL CONFRONTO con Spatuzza di ieri era stato chiesto dalla difesa di Graviano per contestare le accuse sull’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ma il boss ha colto l’occasione per inviare precisi messaggi a all’esterno. Già al processo di appello contro il senatore Marcello Dell’Utri, Graviano si era mosso come un abile giocatore. A differenza del fratello Filippo, aveva solo rinviato le sue risposte: “il mio stato di salute non mi consente di rispondere all’interrogatorio”, aveva detto aggiungendo una postilla: “quando potrò informerò la Corte”. Quel giorno la sua voce si sentiva lontana,   dal carcere di Opera in video-conferenza. Stavolta invece Giuseppe Graviano, 47 anni, un figlio avuto quando era già in carcere da qualche anno, ha affrontato per la prima volta in pubblico il suo ex braccio destro per rispondere del delitto più orrendo: il sequestro del 13enne Giuseppe Di Matteo, ucciso a 15 anni, colpevole solo di essere il figlio del pentito Santino Di Matteo.    Graviano è comparso in aula vestito con un girocollo nero come i pantaloni sotto una giacca cammello, i capelli brizzolati tagliati di fresco e lo sguardo ironico e carismatico. Non ha mai alzato la voce contro Spatuzza. “Io rispetto la tua scelta”, ha detto puntando lo sguardo sul paravento che nascondeva l’ex compagno di omicidi. “Rispetto la sua scelta” ha ripetuto dopo che Spatuzza si è permesso di dire: “mi dia del lei”, parole mai udite   sulla bocca di un picciotto che chiamava il boss “Madrenatura”.    “’Noi abbiamo fatto cose mostruose. Ricordati che mi hai fatto uccidere un bambino che non è mai venuto al mondo. Io l’ho chiamato Tobia per avere un punto di riferimento”, così Spatuzza ha ricordato per la prima volta in aula un episodio inedito ed efferato. Il boss gli chiese di fare abortire una ragazza che era rimasta incinta di un uomo d’onore. “Me l’hai fatta sequestrare” – ha gridato Spatuzza   – e mi hai indotto a procurarle un aborto”.

GRAVIANO ha negato tutto. Anche di avere ordinato di “scannare”, come ha detto Spatuzza, decine di parenti di pentiti. Il boss è rimasto imperturbabile quando il pentito gli ha intimato: “passati la mano sul petto. Ma dilla la verità. Ci sono persone che stanno qua a difendere l’indifendibile”.    Graviano ha replicato: “Mi odi per questioni economiche”. Il boss ha sostenuto che il suo ex   gregario gli avrebbe soffiato una villa (Spatuzza ha negato invitando i pm a fare verifiche) e in quel contesto ha ricordato la società con Innocenzo Lo Sicco, un affare di miliardi saltato – a dire del boss – per colpa di Spatuzza e delle sue estorsioni all’ex socio (estorto secondo i giudici). In un surreale tentativo di difesa, Graviano ha poi aggiunto: “Spatuzza mi voleva obbligare a fare sposare una coppia. Io non sono don Rodrigo: se due persone si amano si sposano”.

di Marco Lillo – IFQ

L’aula bunker di Rebibbia. Sotto, Guido Bertolaso. In basso, la città di Perth (FOTO XXXXXX) 

24 febbraio 2011

Manganelli

Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio. Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti. Ieri, per esempio, il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla Polizia dopo 25 anni di onorato servizio “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”.   Provvedimento firmato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Consulente informatico di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, Genchi ha fatto arrestare e condannare centinaia di mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi (ultimi della serie, Cuffaro e Dell’Utri). Non contento, ha collaborato alle indagini di Luigi De Magistris sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità di destra, centro e sinistra. Insomma ha dato fastidio alle mafie e alle cricche bipartisan che infestano il Paese. Due anni fa, Manganelli l’aveva sospeso dal servizio per aver risposto su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. E l’aveva risospeso per aver rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. Due condotte ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”. Un anno fa terza sospensione, quella letale, preannunciata da Panorama e sollecitata da una minaccia dell’apposito Gasparri (“Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”). Motivo: Genchi, a un convegno degli amici di Grillo e al congresso Idv, ha osato criticare B. per la scandalosa strumentalizzazione dell’attentato di Tartaglia (il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni” per un dente rotto). Pensava che anche i poliziotti, per giunta in aspettativa e sospesi dal servizio, fossero liberi cittadini con libertà di parola. S’illudeva. Non   sapeva che, senz’alcuna riforma, è stato reintrodotto il reato di lesa maestà. Infatti, è proprio l’offesa all’“onore e prestigio del presidente del Consiglio” che gli è costata la cacciata dalla Polizia: offesa che nemmeno B. aveva notato, visto che non l’ha mai querelato. Ma ormai l’Italia è di sua proprietà e chi tiene alla carriera dev’essere più berlusconiano di B., sterminando gli irregolari, gli spiriti liberi, i cani sciolti che osano stonare nel coro del conformismo bipartisan. Così il capo di quella Polizia che ancora nel giugno 2010 elogiava Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”, l’ha destituito. Invece i poliziotti condannati per la mattanza e le torture al G8 di Genova 2001, per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli, per l’omicidio di Federico Aldrovandi e per vari casi di stupri e abusi restano tutti in servizio, anzi qualcuno ha fatto carriera. E l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, condannato in Appello per aver indotto il questore di Genova alla falsa testimonianza, coordina felicemente i servizi segreti. Le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni” né “l’immagine della Polizia” né tantomeno “l’onore” del premier. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: zitto e mena.

di Marco Travaglio – IFQ

22 novembre 2010

A cavallo della mafia

Fu Dell’Utri a portare lo stalliere Mangano ad Arcore Obiettivo: ottenere per B. e la famiglia una protezione “alta”.

La sentenza di appello nei confronti di Marcello Dell’Utri ripercorre trenta anni di rapporti tra l’impresa e la politica berlusconiana da un lato e mafia dall’altro lato. Le motivazioni della sentenza confermano la condanna per il senatore riducendola a sette anni per il periodo che va fino al 1992 e dichiarano la sua non colpevolezza, con un’argomentazione che somiglia a un’insufficienza di prove, per il periodo successivo al 1992. “Il Fatto” pubblica di seguito e nelle prossime tre pagine le parti più importanti della sentenza. A partire da quella dedicata a Vittorio Mangano e all’incontro, che i giudici ritengono provato, tra Silvio Berlusconi e il boss Stefano Bontate, all’esito del quale la mafia decise di inviare Mangano ad Arcore. Per i giudici di Palermo, Dell’Utri fino al 1992 è stato “costante ed insostituibile punto di riferimento sia per Silvio Berlusconi, che lo ha interpellato ogni volta che ha dovuto confrontarsi con minacce, attentati e richieste di denaro sistematicamente subite negli anni, sia soprattutto per l’associazione mafiosa cosa nostra che, sfruttando il rapporto preferenziale ed amichevole con lui intrattenuto dai suoi due membri, Gaetano Cinà e Vittorio Mangano, sapeva di disporre di un canale affidabile e proficuo per conseguire i   propri illeciti scopi non rischiando denunce ed interventi delle forze dell’ordine, quanto piuttosto con la garanzia di un esito positivo e dell’accoglimento delle proprie pretese estorsive”.    Il rapporto tra il Cavaliere e la mafia – secondo i giudici parte con l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore, non a caso avvenuta poco tempo dopo l’arrivo di Marcello dell’Utri alla Fininvest e dopo un incontro negli uffici milanesi di Berlusconi   con il boss della mafia di allora, Stefano Bontate.    Sul punto la Corte di Appello non fa sconti a Silvio Berlusconi che, ancora nel 2007 alla convention dei giovani dei Circoli del buongoverno di Dell’Utri continuava a raccontare balle sull’assunzione di Mangano. A differenza di quello che dice il Cavaliere da anni, lo stalliere “eroe” per il premier e mafioso per i giudici arrivò ad Arcore come rappresentante di Cosa Nostra in villa: “non potendo seriamente ritenersi che l’imprenditore Silvio Berlusconi, acquistata la Villa Casati ad Arcore, avendo solo l’esigenza di individuare un fattore o più precisamente un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, si sia determinato ad assumere proprio lo sconosciuto Vittorio Mangano, scelto e proposto da

MARCELLO DELL’UTRI    asseritamente solo per le sue pretese capacità lavorative. Non risulta invero che l’imputato, che come detto aveva conosciuto e frequentato Vittorio Mangano nel periodo della società calcistica Bacigalupo al solo scopo di sfruttarne, nei riguardi dei terzi malintenzionati, le capacità “dissuasive” di cui era evidentemente dotato a causa del suo già noto spessore criminale, abbia mai riferito di specifiche competenze maturate dal Mangano nel settore della gestione di aziende agricole (….) che, se la ricerca avesse avuto ad oggetto una persona che fosse solo esperta di cavalli o cani e competente in materia di tenute di aziende agricole, ben difficilmente sarebbe stata condotta proprio tramite Marcello Dell’Utri, appena giunto in Brianza e privo di ogni specifica competenza al riguardo, estendendola addirittura   fino in Sicilia, in quanto sarebbe stata più opportunamente orientata in zona, magari rivolgendosi proprio ai precedenti proprietari della villa Casati appena acquistata o comunque ai titolari delle tenute limitrofe (….)    L’obiettivo reale era invece quello di assumere un soggetto dotato di adeguato e notorio spessore criminale la cui presenza sui luoghi avrebbe dovuto porre al riparo da minacce ed attentati l’imprenditore milanese il quale era entrato evidentemente nel mirino di organizzazioni malavitose operanti in quel periodo ed in quella zona, attratte dal suo crescente successo ed arricchimento personale.      Tale conclusione del Tribunale, che la Corte ritiene di condividere, trova riscontro oltre che sul piano logico, anche e soprattutto nelle dichiarazioni rese da Francesco Di Carlo in merito all’incontro milanese avvenuto alla presenza di uno dei più influenti esponenti mafiosi dell’epoca, Stefano Bontate, il quale, forte della sua autorità in seno a cosa nostra, decise di collocare al fianco di   Berlusconi un soggetto come Vittorio Mangano tale da far comprendere a chiunque da quale potente associazione criminale fosse, da quel momento in poi, protetto quell’imprenditore.    La Corte ritiene che una complessiva valutazione dei dati acquisiti imponga di ritenere che l’arrivo di Mangano ad Arcore fu deciso proprio in esito a quella riunione che si svolse, come correttamente ricostruito dalla sentenza appellata, in un periodo compreso tra il 16 ed il 29 maggio 1974.(…. )E’ provato inoltre che il Mangano, assunto quale fattore o soprastante,    venne ben presto adibito sostanzialmente alla sicurezza del suo nuovo datore di lavoro, e soprattutto dei suoi familiari,   non potendo spiegarsi diversamente la ragione per la quale il predetto, assunto per occuparsi di terreni, cani e cavalli, fu invece destinato da Berlusconi, che pur disponeva di autista personale, ad accompagnare i figli a scuola o talvolta la moglie a Milano per le sue incombenze.    E’ lo stesso Dell’Utri invero a confermarlo affermando che il Mangano “era un uomo di fiducia assoluta, tant’è che Berlusconi faceva accompagnare i bambini a scuola solo da lui, neanche dal suo autista, accompagnava qualche volta la moglie in città, a Milano”. (….)

DEVE ALLORA reputarsi certo, anche sul piano logico, che ad impegnarsi per garantire l’incolumità di Berlusconi sia scesa in campo l’associazione mafiosa ai suoi massimi livelli criminali, forte della sua notoria   pericolosità e potenza a livello nazionale ed internazionale, e dunque dotata di adeguata ed indiscutibile capacità dissuasiva, così come riferito da Francesco Di Carlo, presente alla riunione convocata negli uffici di Milano proprio per decidere al riguardo.      Se dunque per quanto sin qui esposto l’autentica ragione sottostante all’assunzione di Vittorio Mangano fu quella di garantire Silvio Berlusconi, e dunque ben altra rispetto a pretese competenze in materia di allevamento di cani e cavalli, deve ritenersi credibile, anche sul piano logico, il racconto di Francesco Di Carlo in merito all’incontro svoltosi a Milano negli uffici del Berlusconi alla presenza, oltre che di questi, del dichiarante e dello stesso Dell’Utri, anche di Gaetano Cinà, Girolamo Teresi e soprattutto Stefano Bontate, che era uno dei più importanti capimafia dell’epoca (membro fino a poco tempo prima del “triumvirato”, massimo organo di vertice di cosa nostra agli inizi degli anni ’70, con gli altrettanto noti Gaetano Badalamenti e Luciano   Liggio). (….) Collocato pertanto l’incontro milanese riferito dal Di Carlo nella seconda metà del mese di maggio del 1974, può ritenersi che oggetto della discussione, dopo i convenevoli di rito, sia stata proprio la “garanzia” di protezione che Berlusconi aveva inteso ricercare tramite Marcello Dell’Utri (esame dib. Di Carlo “hanno parlato che lui aveva dei bambini, dei familiari che non stava tranquillo, avrebbe voluto una garanzia che qua Marcello m’ha detto che lei è una persona che mi può garantire questo ed altro… Marcello Dell’Utri aveva detto che Stefano poteva garantire, dice: lei m’ha detto … Marcello m’ha detto che lei è una persona che può garantirmi questo ed altro”) e che Stefano Bontate si impegnò personal-mente ad assicurare con la sua indiscussa autorità mafiosa indicando a Berlusconi proprio l’imputato per ogni eventuale futura esigenza (“lei può stare tranquillo se dico io può stare tranquillo deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei poi ci ha Marcello qua vicino per qualsiasi cosa si   rivolge a Marcello …”) e contestualmente stabilendo che avrebbe mandato o comunque incaricato specificamente qualcuno che gli stesse vicino (“ci metteva Dell’Utri accanto e poi dice le mando qualcuno, se già non ce l’ha”). (….) Ciò che risulta decisivo ai fini del processo è che comunque Vittorio Mangano fu assunto e rimase al servizio dell’imprenditore milanese ad Arcore con un incarico specifico deciso da Stefano Bontate, uno dei più potenti capi della mafia siciliana dell’epoca, scelto e mandato lì solo per tale ragione: rappresentare a chiunque che il suo nuovo datore di lavoro da quel momento in poi era “intoccabile” perché godeva della protezione della più pericolosa e diffusa associazione criminale del paese.

di Peter Gomez IFQ

22 novembre 2010

Il premier, il senatore e l’appoggio di Cosa Nostra

Nel 1994 la criminalità votò Forza Italia: partito voluto (e creato) dal braccio destro del caimano.

 

Le motivazioni della sentenza di condanna a sette anni per il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, sono state scritte in 641 pagine

Il 29 giugno quando la Corte d’appello di Palermo aveva condannato Marcello Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, nella maggioranza c’era stato persino chi aveva avuto il coraggio di esultare. Il “teorema è stato smontato”, “l’offensiva su mafia e Forza Italia è stata sconfitta” dicevano all’unisono i capo-gruppi del Pdl alla Camera e al Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, felici perché i tre giudici avevano assolto Dell’Utri per i fatti successivi al 1992. Con la sentenza, secondo loro, cadeva per sempre l’ipotesi che tra il braccio destro del Cavaliere e Cosa Nostra fosse stato stretto un patto politico-mafioso. Le ombre su parte delle origini del partito del premier si diradavano e quello che restava era solo la figura di un Berlusconi imprenditore vittima, come molti altri delle   estorsioni, dei clan.    Oggi però la lettura del 641 pagine della motivazioni della sentenza Dell’Utri ci regalano una storia molto più complicata. Per due motivi. Il primo: il braccio destro del premier si salvato dalla condanna per ciò che accaduto tra la Sicilia e Milano negli anni più recenti solo per insufficienza di prove (il collegio quando affronta la questione politica parla più volte di “insufficiente valenza probatoria delle risultanze”).Il secondo: dalla sentenza non emerge solo la figura del Dell’Utri “mediatore” impegnato per 18 anni a far pervenire miliardi di lire in contanti a Cosa Nostra, dopo che nel 1974 l’attuale presidente del Consiglio si era incontrato con Stefano Bontade, l’allora capo di tutti i capi. C’è di più e di peggio. In almeno un caso – ritenuto provato persino dalla Cassazione – Dell’Utri ha utilizzato i boss come una sorta di agenzia di recupero crediti. E lo ha fatto per tentare di favorire un’azienda del   premier: Publitalia.    Ma andiamo con ordine e vediamo cosa ha scritto il collegio. Per quello che riguarda il presunto patto politico con Cosa Nostra (“il sostegno di Dell’Utri alla discesa in campo di Berlusconi” “con il proposito (…) di tutelare meglio gli interessi del sodalizio mafioso”) alla fine la sentenza recita: “il fatto non sussiste”. Ma scorrendo le pagine si capisce chiaramente che ciò accade solo perchè la formula dell’assoluzione dubitativa è stata abolita nel 1989. Restano così alcuni fatti. Decisamente inquietanti dal punto di vista storico-politico. Anche secondo i prudenti giudici d’appello la mafia nel 1994 votò in massa per il movimento del Cavaliere. Scrive la Corte: “può ritenersi che tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994, in concomitanza con la nascita del partito politico di Forza Italia, voluto da Berlusconi e creato con il determinante contributo organizzativo di Dell’Utri, in Cosa Nostra maturò diffusamente la decisione   di votare per la nuova formazione”. E lo stesso, accadde, almeno per quanto riguarda il senatore azzurro, in occasione delle elezioni europee del 1999.    PER I GIUDICI non è però stato possibile ottenere “prova certa” che quei voti furono frutto di un accordo. Secondo loro resta il dubbio che nel ‘94 l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano, con gli altri boss potesse millantare di aver ricevuto garanzie. Non è poi provato che davvero Mangano si sia incontrato per due volte con il futuro senatore azzurro nel ’93 (come sosteneva il tribunale sulla base delle agende di Dell’utri). E oltretutto, secondo il collegio, le dichiarazioni di una serie di collaboratori   di giustizia sono contraddittorie. Mentre il pentito Gaspare Spatuzza che parla di un accordo tra Berlusconi, Dell’Utri e i fratelli Graviano, gli autori delle stragi del ‘93, “non è attedibile”. E allora perchè la mafia ha votato Forza Italia e poi scelto Dell’Utri alle europee. Per il collegio è valida “la tesi di un’adesione di Cosa Nostra (…) sorta spontaneamente, indotta e determinata dalla convinzione che il sodalizio mafioso avrebbe   avuto certamente da guadagnaredaunprogrammagarantista sui temi della giustizia quale quello adottato dalla nuova formazione”. Il fatto che fino a pochi mesi prima Dell’Utri si fosse “certamente adoperato in favore del sodalizio mafioso prestando la sua preziosa opera di mediazione” tra l’organizzazione criminale e Berlusconi, dal punto di vista giuridico, non “è una prova sufficiente” per affermare che l’accordo ci fu. E non lo sono nemmeno alcune intercettazioni ambientali del 1999-2000, in cui i boss del patto parlano esplicitamente. Dell’Utri infatti veniva allora votato perché considerato da Cosa Nostra un perseguitato dalla magistratura. I   mafiologi, se la sentenza verrà confermata, hanno insomma materia per discutere per anni. Anche perché ancora sul finire del ‘91, Dell’Utri e la mafia sembravano essere una cosa sola. Ad accorgersene a sue spese, racconta la sentenza, è Vincenzo Garraffa, il presidente della Pallacanestro Trapani. Garaffa stringe un accordo per una sponsorizzazione con Publitalia. Ma a un certo punto gli viene chiesto di retrocedere in nero alla concessionaria di pubblicità circa metà del miliardo e mezzo di lire ricevuto. Garraffa, incontra Dell’Utri a Milano. Che gli dice chiaro e tondo: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”. Passa qualche tempo e una   mattina Garaffa, nel frattempo divenuto senatore del Partito Repubblicano, riceve la visita del boss di Trapani, Vincenzo Virga, accompagnato da un guardaspalle.Iduenonlominacciano,mavogliono risolvere il problema dei soldi di Publitalia sorto con il comune amico Marcello. Per tutto questo, a Milano, dopo una serie di sentenze di rinvio in terzo grado, è ancora in corso un processo. Ma la cassazione ha già detto che la vicenda storica è provata, e che non va più discussa. Bisogna solo stabilire il reato e l’eventuale pena. Dell’Utri insomma la mafia la usava. Ma nonostante questo (o forse proprio per questo) il premier non lo ha mai abbandonato.

di Peter Gomez IFQ
26 ottobre 2010

Don Vito e il prestito per l’azienda di Berlusconi

L’ex direttore della B. Popolare: “Nell’86 Ciancimino e Dell’Utri mi chiesero 20 miliardi”.

“Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario’ e ‘con l’amico Ciancimino’ volevamo ‘sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.
Così inizia l’intervista, pubblicata oggi su ‘Il Fatto Quotidiano’, a Giovanni Scilabra l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo che nel 1986 si attivò, dopo una richiesta avanzata da Vito Ciancimino al conte Arturo Cassina, azionista di quell’istituto di credito, per fornire a Marcello Dell’Utri un finanziamento multimiliardario a favore delle aziende di Silvio Berlusconi. Questa volta a parlare dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e le imprese di Berlusconi non è Massimo Ciancimino ma un manager settantaduenne, oramai in pensione che rievoca: “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo, ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”.
I tempi sono quelli della metà degli anni ’80, Vito Ciancimino era stato appena arrestato da Giovanni Falcone e un provvedimento del Tribunale di Palermo lo aveva costretto all’obbligo di soggiorno a Rotello, un piccolo comune del Molise. Nonostante le misure restrittive, l’ex sindaco trovava sempre il modo di tornare in città e con la scusa di incontrarsi con i suoi legali si vedeva con Bernardo Provenzano. Fu probabilmente durante una di quelle trasferte che andò a trovare il direttore della Popolare di Palermo, Giovanni Scilabra per richiedere un prestito per Dell’Utri.
“Nei primi mesi del 1986 – racconta oggi Scilabra – il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni  – afferma l’ex manager – Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi”. La somma era di 20 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme per quei tempi. “Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’. Così, continua Scilabra, “Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con gli interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi”. “Non capii – ammette l’ex direttore della banca – se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa”. “Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi”. Così l’ex manager prima di esporsi decise di chiedere consiglio a tutti i direttori generali più anziani delle altre banche popolari della Regione. “Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta, il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì, l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa, il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì e Francesco Romano della Popolare di Carini”. All’epoca “erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui”. Dopo un consulto con ognuno di loro il giudizio però fu negativo, l’operazione era troppo rischiosa per le loro piccole banche e “la centrale rischi bancari indicava per il Gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi di lire”, “avremmo rischiato di perdere tutti i soldi”, ammette l’alto funzionario. Inutile dire che Vito Ciancimino ci rimase “molto male”. Secondo Scilabra anche lui si sarebbe ritagliato una fetta per la mediazione, come di sua consuetudine. La sfuriata di don Vito “fu sgradevole ” racconta l’ex dirigente. “Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato congrui interessi”. L’ex Sindaco in effetti non amava essere contrastato. D’altra parte è grazie a lui che il conte Cassina, (personaggio influente in città probabilmente per via della sua appartenenza all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro), poteva contare su una pluridecennale gestione della manutenzione di strade e fogne. Lecito pensare dunque che Don Vito fosse irritato da quel diniego, per il quale gli era stata sottratta soprattutto l’opportunità di concludere un affare. Delusioni di don Vito a parte, con le dichiarazioni di Scilabra si aggiungono ulteriori indizi alla natura dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e l’entourage del Gruppo Berlusconi. Così, mentre l’avvocato del Premier, Nicolò Ghedini, si appresta a smentire nuovamente tali relazioni “mai avvenute” sia a livello “diretto” che “indiretto”, l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo, sempre nella sua intervista, offre il suo personalissimo parere e una riflessione finale: “Per me al 99 per cento Massimo Ciancimino dice la verità. Sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina e per costruire un Paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità”.

di Silvia CordellaAntimafiaduemila.it

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: