I “pizzini” di Graviano a B. e Dell’Utri

Confronto tra il boss e Spatuzza Sulle stragi: “Potrei parlare in assise”.

Giuseppe Graviano continua ad agitare lo spettro delle sue parole su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’’Utri. Il boss del Brancaccio, condannato per le stragi del 1992 e 1993, mantiene il silenzio sui suoi rapporti con “quello del Canale 5” e il “compaesano nostro”. Graviano però, ieri durante il suo primo confronto pubblico con il pentito non ha smentito il racconto di Gaspare Spatuzza: il suo incontro al bar Doney e le confidenze che avrebbe fatto al suo ex gregario sulla trattativa che precedeva la discesa in campo del Cavaliere.

IL BOSS CONTINUA a tenere così sospesa la spada di Damocle sulla testa del premier e del senatore. A metà del confronto di ieri nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, Graviano ha lasciato cadere una frase che può essere letta come una minaccia. Lo ha fatto quando ha spiegato perché non ha accettato di parlare al precedente confronto con Spatuzza di fronte ai pm di Firenze che indagano, in segreto, sulle stragi e sui presunti rapporti di Graviano con Berlusconi e Dell’Utri. “Sappiamo benissimo quali sono le persone che Spatuzza nomina”, spiega Graviano, “e io davanti ai pm di Firenze mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. Parlerò se ci sarà un processo a me e a quelle persone in corte d’assise”. Graviano non dice chi sono “quelle persone” ma è implicito che si riferisce a Berlusconi e Dell’Utri.      Quanto a Schifani (che secondo i vecchi verbali di Spatuzza frequentava 20 anni fa lo stesso capannone dell’imprenditore Giuseppe Cosenza nel quale si vedeva anche Filippo   Graviano) il boss non ha fatto il suo nome. In compenso Graviano ha rivendicato di essere stato socio occulto “al 25 per cento” con Innocenzo Lo Sicco, un imprenditore (qualificato invece dai giudici come vittima di estorsione) noto alle cronache soprattutto per una caratteristica: era assistito legalmente all’inizio degli anni novanta dall’avvocato Renato Schifani.    Graviano ieri ha sfiorato anche lo snodo decisivo dell’inchiesta della Procura di Firenze sulla   stagione delle stragi e della trattativa del 1992-93. Graviano ha detto “sono stato al nord dopo il 1992 e i pentiti raccontano di avermi visto “a Milano, a Rimini, a Riccione, a Viareggio, a Venezia e a Padova” e poi ha aggiunto “durante un confronto ho appreso che c’è un collaborante che si chiama Salvatore Baiardo che ha raccontato che io sarei stato a Omegna e a Orta”.    Apparentemente il boss sta richiamando le parole di un pentito per difendersi. La permanenza al nord in quel periodo, infatti, non sarebbe compatibile – secondo Graviano – con i crimini palermitani addebitati al boss da Spatuzza. In realtà anche questo passaggio della sua audizione è ambiguo: il   boss chiede esplicitamente di mettere a verbale il nome di Salvatore Baiardo che non è un collaboratore di giustizia ma un favoreggiatore che potrebbe sapere molte cose sulla vera storia dei viaggi dei Graviano al nord.

IL CONFRONTO con Spatuzza di ieri era stato chiesto dalla difesa di Graviano per contestare le accuse sull’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ma il boss ha colto l’occasione per inviare precisi messaggi a all’esterno. Già al processo di appello contro il senatore Marcello Dell’Utri, Graviano si era mosso come un abile giocatore. A differenza del fratello Filippo, aveva solo rinviato le sue risposte: “il mio stato di salute non mi consente di rispondere all’interrogatorio”, aveva detto aggiungendo una postilla: “quando potrò informerò la Corte”. Quel giorno la sua voce si sentiva lontana,   dal carcere di Opera in video-conferenza. Stavolta invece Giuseppe Graviano, 47 anni, un figlio avuto quando era già in carcere da qualche anno, ha affrontato per la prima volta in pubblico il suo ex braccio destro per rispondere del delitto più orrendo: il sequestro del 13enne Giuseppe Di Matteo, ucciso a 15 anni, colpevole solo di essere il figlio del pentito Santino Di Matteo.    Graviano è comparso in aula vestito con un girocollo nero come i pantaloni sotto una giacca cammello, i capelli brizzolati tagliati di fresco e lo sguardo ironico e carismatico. Non ha mai alzato la voce contro Spatuzza. “Io rispetto la tua scelta”, ha detto puntando lo sguardo sul paravento che nascondeva l’ex compagno di omicidi. “Rispetto la sua scelta” ha ripetuto dopo che Spatuzza si è permesso di dire: “mi dia del lei”, parole mai udite   sulla bocca di un picciotto che chiamava il boss “Madrenatura”.    “’Noi abbiamo fatto cose mostruose. Ricordati che mi hai fatto uccidere un bambino che non è mai venuto al mondo. Io l’ho chiamato Tobia per avere un punto di riferimento”, così Spatuzza ha ricordato per la prima volta in aula un episodio inedito ed efferato. Il boss gli chiese di fare abortire una ragazza che era rimasta incinta di un uomo d’onore. “Me l’hai fatta sequestrare” – ha gridato Spatuzza   – e mi hai indotto a procurarle un aborto”.

GRAVIANO ha negato tutto. Anche di avere ordinato di “scannare”, come ha detto Spatuzza, decine di parenti di pentiti. Il boss è rimasto imperturbabile quando il pentito gli ha intimato: “passati la mano sul petto. Ma dilla la verità. Ci sono persone che stanno qua a difendere l’indifendibile”.    Graviano ha replicato: “Mi odi per questioni economiche”. Il boss ha sostenuto che il suo ex   gregario gli avrebbe soffiato una villa (Spatuzza ha negato invitando i pm a fare verifiche) e in quel contesto ha ricordato la società con Innocenzo Lo Sicco, un affare di miliardi saltato – a dire del boss – per colpa di Spatuzza e delle sue estorsioni all’ex socio (estorto secondo i giudici). In un surreale tentativo di difesa, Graviano ha poi aggiunto: “Spatuzza mi voleva obbligare a fare sposare una coppia. Io non sono don Rodrigo: se due persone si amano si sposano”.

di Marco Lillo – IFQ

L’aula bunker di Rebibbia. Sotto, Guido Bertolaso. In basso, la città di Perth (FOTO XXXXXX) 

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