Quando il giudice salva-Dell’Utri gestiva la “procura in appalto”

Aldo Grassi, il presidente della Quinta sezione penale della Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza di condanna, in appello, per Marcello Dell’Utri, negli anni Ottanta è stato un protagonista della “procura in appalto” a Catania. Così la chiamavano i giornalisti de i Siciliani, il mensile fondato da Pippo Fava e da lui diretto fino al 5 gennaio 1984, quando fu ucciso dagli uomini del boss Nitto Santapaola.

   TRA IL 1982 e il 1985 i cronisti Claudio Fava, Miki Gambi-no, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo hanno scritto una ventina di articoli su quel palazzo di Giustizia gemello del “porto delle nebbie” di Roma. Sono stati Pippo Fava e i suoi giovani redattori a far deflagrare il “caso Catania”, rivelando il sistema politico-mafioso di quella città dominata dai potenti e protetti cavalieri del lavoro: Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro. Puntualmente hanno denunciato “la cerniera dell’impunità” rappresentata dagli uffici giudiziari catanesi.

   Della procura catanese, in particolare dell’allora pm Aldo Grassi e del procuratore facente funzione, Giulio Cesare Di Natale, se ne occupa anche il Consiglio superiore della magistratura pressato da coraggiosi esposti dell’avvocato Francesco Messineo e dell’ingegnere Giuseppe D’Urso. Ma nonostante una mole di episodi al limite del penale a loro carico, i due magistrati se la sono cavata. Anzi, Grassi ha pure fatto carriera in Cassazione.

   Nell’ottobre 1983 il plenum del Csm si spacca in due (15 a 15) e tutto viene messo a tacere con una discussa archiviazione. Un anno dopo, nell’ottobre 1984, il Csm riapre il fasciolo sul “caso Catania” dopo un rapporto degli ispettori ministeriali inviati dal guardasigilli, il democristiano Mino Martinazzoli. Ma sia Grassi sia Di Natale fanno la loro contromossa per schivare provvedimenti disciplinari e uscire indenni: Grassi si fa trasferire a Messina e Di Natale va in pensione anticipata.

   “Giustizia è sfatta” titolò i Siciliani dopo la prima archiviazione. Tra gli elementi di accusa raccolti dalla prima commissione del Csm c’è un episodio gravissimo che ha coinvolto il giudice Grassi. Riguarda la retrodatazione di certificati penali dei cavalieri del lavoro. Indagati, non avrebbero potuto averli “puliti” giocandosi la possibilità di partecipare a gare d’appalto. Ma un magico cambio di data li ha salvati. Il consigliere del Csm, Giovanni Martone, durante il plenum, che archivia, chiama in causa Grassi: “I relativi certificati sono stati rilasciati dopo una consultazione del segretario capo con il dottor Aldo Grassi preventivamente informato che la richiesta riguardava ‘quelli del procedimento’”.

   NEL 1984, un anno dopo, i Siciliani, alla vigilia del secondo voto del Csm, pubblicano stralci del rapporto degli ispettori ministeriali che hanno messo sotto accusa Grassi e Di Natale. Sembra che caldeggino anche un’inchiesta penale: “Nella specie non esistono soltanto comportamenti di magistrati sufficienti ai fini della sussistenza dell’ipotesi di incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse, collegate a fatti in parte fondati, di collusioni o rapporti ambigui, insabbiamenti, inerzie, negligenze, nei confronti di quel nuovo e non certo meno pericoloso tipo di delinquenza che è la cosiddetta criminalità economica…”. i Siciliani pubblica anche una lunga intervista a due consiglieri del Csm che l’anno prima avevano votato contro l’archiviazione: l’avvocato Alfredo Galasso, membro laico del Pci e futuro legale di parte civile al maxiprocesso di Palermo; Edmondo Bruti Liberati, membro togato di Magistratura democratica e attuale procuratore di Milano.

   Galasso ricostruisce così l’apertura del primo fascicolo al Csm: “La vicenda è scoppiata clamorosamente sui giornali alla fine di ottobre dell’82: sulla riviera catanese si teneva un convegno di Magistratura indipendente patrocinato da Di Natale e Grassi, che presentava nell’invito una serie di appuntamenti mondani organizzati da alcuni cavalieri del lavoro che davano l’impressione di una sponsorizzazione. Proprio il giorno in cui si discuteva la partecipazione del Csm al convegno abbiamo ricevuto un telegramma dall’ingegnere D’Urso che spiegava clamorosamente queste cose; lo lessi in plenum e scoppiò il caso… Tutti i rapporti di denuncia della Guardia di finanza per reati fiscali erano stati iscritti nel registro degli atti relativi invece che in quello dei procedimenti penali. In un caso addirittura era stato disposto (dal sostituto procuratore Grassi, ndr) la retrocessione del fascicolo riguardante Placido Aiello, amministratore della società Isi (Aiello è il genero del cavaliere Graci, ndr) dal registro dei procedimenti penali a quello degli atti relativi…”.

   Bruti Liberati entra nel dettaglio di alcuni fatti riscontrati dalla prima commissione: “Il 14 settembre 1982 la procura di Agrigento trasmise a quella di Catania gli atti del procedimento in cui si prospettava il reato di associazione a delinquere per alcuni noti imprenditori catanesi: in seguito a questo invio, alla fine di settembre, giunsero a palazzo di giustizia numerose richieste di certificati di carichi pendenti con i quali i vari Rendo, Costanzo eccetera, chiedevano, in maniera alquanto insolita, che la loro posizione penale venisse attestata solo fino al 12 settembre, giorno in cui a loro carico non risultava ancora in corso nessun procedimento penale…

   IL GENERALE della Gdf, Vitali raccontò di aver mandato una lettera al procuratore generale in cui si auspicava una sensibilizzazione della procura catanese riguardo ai rapporti per reati fiscali inviati dalla Guardia di finanza; in particolare sottolineò la differenza di orientamento tra il procuratore di Agrigento Rosario Livatino, che aveva ravvisato nel comportamento degli imprenditori coinvolti nel racket delle fatture false gli estremi dell’associazione a delinquere, e i magistrati catanesi, che non erano stati della stesso avviso. Infine, il generate Vitali ricordò che non furono prese nella giusta considerazione dalla procura le richieste di perquisire luoghi dove si riteneva fossero conservati documenti che attestavano gli illeciti fiscali”.

di Antonella Mascali, IFQ

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