Le toghe ignoranti

Venerdì scorso, nella requisitoria al processo Dell’Utri, il sostituto Pg della Cassazione Francesco Iacoviello ha detto testualmente che la Corte d’appello di Palermo che ha condannato l’imputato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ha “metodicamente ignorato nella sentenza… la sentenza Mannino”. Quale? Quella con cui, il 20 settembre 2005, le Sezioni Unite annullarono con rinvio la condanna in appello per Calogero Mannino e circoscrissero i limiti del concorso esterno. Per chi non avesse inteso bene, il Pg Iacoviello ha poi ribadito con aria professorale: “Si potevano citare almeno le Sezioni Unite su Mannino” perché la loro “sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti”. E proprio il fatto che i giudici che han condannato Dell’Utri abbiano ignorato quel caposaldo giuridico inficia, secondo il Pg, il loro verdetto: “Lo scontro con la Mannino è frontale. E letale. Per la sentenza”. Politici e commentatori hanno registrato e talora censurato l’inspiegabile, gravissima omissione dei giudici d’appello che, pur di condannare Dell’Utri, hanno ignorato la più recente e restrittiva pronuncia delle Sezioni Unite sul concorso esterno. Qualcuno ha anche proposto di punirli (“chi paga?”). Ieri, non appena pubblicato il testo della requisitoria Iacoviello, abbiamo controllato per puro scrupolo la sentenza d’appello Dell’Utri. E – sorpresa – abbiamo scoperto che la sentenza Mannino vi è citata eccome: non una sola volta, che potrebbe sfuggire a un lettore distratto, ma sei volte (anche per assolvere Dell’Utri per il periodo post-1993). Basta aprire il pdf e inserire “Mannino” nella casella Trova. Pag. 81: “…potenziamento dell’associazione mafiosa in conformità ai principi delineati dalle Sezioni Unite nella nota sentenza Mannino (20.9.2005 n. 33738)”. Pag. 82: “…i principi della sentenza Mannino delle Sezioni Unite che affronta proprio il nodo della collusione politica con l’organizzazione mafiosa…”. Pag. 107: “…riguardo ai principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza Mannino (n. 33748 del 20.9.2005)”. Pag. 260: “Anche con la sentenza n. 33748 del 20.9.2005 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno ribadito il principio giurisprudenziale…”. Pag. 506: “…mancando quella specificità, serietà e concretezza degli impegni assunti dal politico, nonché identità ed affidabilità dei protagonisti dell’accordo, richiesti dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con la nota sentenza Mannino…”. Pag. 527: “Con la già citata sentenza n.33748 (ric. Mannino) le Sezioni Unite hanno in primo luogo confermato il principio…”. Dunque, quando ripete che la sentenza Dell’Utri non cita la sentenza Mannino, il Pg Iacoviello dice il falso per ben due volte, per giunta alla presenza del futuro Procuratore generale Gianfranco Ciani. A questo punto, i casi sono due: o Iacoviello non ha letto la sentenza Dell’Utri che ha demolito davanti alla V sezione della Cassazione, chiedendo e ottenendo di annullarla, nel qual caso andrebbe allontanato dalla magistratura perché non sa fare il suo mestiere; oppure la sentenza l’ha letta e ha detto consapevolmente il falso, nel qual caso dovrebbe cambiare mestiere per non fare altri danni. Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’errore grave e inescusabile che origina revocazioni, procedimenti disciplinari e responsabilità civile? Sorvoliamo sulle altre amenità della requisitoria-arringa (se ne occupa Lillo a pag. 2) e ci limitiamo a un’ultima perla: “Ora in questo Paese non sappiamo se non se ne può più della mafia o dei processi di mafia”. L’ha scritto Iacoviello nel 2008 sulla rivista Criminalia in un articolo dedicato alla sua ossessione: “Il concorso esterno in associazione mafiosa”. Chissà se in questo Paese, al Csm (che vuole addirittura aprire una “pratica a tutela” di Iacoviello) o alla Procura generale della Cassazione, si trova qualcuno che non ne può più dei Pg alla Iacoviello.

di Marco Travaglio, IFQ

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