Disinformafia

Massima solidarietà ai titolisti di Corriere, Giornale e Libero: l’altroieri se la son vista davvero brutta. Alla notizia del deposito delle motivazioni della Cassazione su Dell’Utri, non vedevano l’ora di sparare in prima pagina un bel “Dell’Utri innocente, ecco perché”, “Crolla il teorema dei pm”, “Vent’anni di gogna”. Insomma un bel replay dei titoli cubitali del mese scorso sul dispositivo e soprattutto sulla requisitoria (anzi arringa) del sostituto Pg Iacoviello. Poi han cominciato a leggere la sentenza e si son sentiti mancare: “Cazzo, ma la Cassazione è impazzita? Dice che Dell’Utri faceva da mediatore fra B. e Cosa Nostra, che è colpevole di concorso esterno, che B. pagava le cosche per star tranquillo. E ora come facciamo a titolare che non è successo niente”. Avevano anche pensato ai soliti alibi multiuso. Tipo “così fan tutti”, ma hanno rinunciato: è dura dimostrare che tutti mediano con la mafia o la pagano. O tipo “a loro insaputa”, ma han lasciato perdere: è difficile che qualcuno si beva la mafiosità per distrazione. E allora han ripiegato sulla soluzione Minzolingua: tacere la notizia in prima pagina e impapocchiare qualche frasetta nascosta all’interno. Per incredibile che possa sembrare, la Cassazione dice che B., tre volte premier, ha finanziato la mafia per 30 anni e il suo braccio destro Dell’Utri, creatore del suo partito e parlamentare da 16 anni, era il rappresentante di Cosa Nostra in casa B., ma sulla prima pagina del Corriere non c’è una sillaba. La notizia contraddice la linea del giornale, dunque va nascosta a pag. 6 (anche perché la prima è dominata da un’imperdibile foto di New York anni ‘10): a darle risalto, uno potrebbe pensare che avevano torto i vari Battista, Panebianco, Ostellino e ragione chi “demonizzava” la Banda B. Il Giornale, poi, ha già il suo daffare con le intercettazioni delle Papi Girl, affidate a un nuovo promettente giurista: Sgarbi. Ruby – sostiene – non era una prostituta perché B. “non la percepiva come prostituta” (la celebre prostituzione percepita) e “non esiste il reato di manutenzione minorile” (ma c’è un equivoco: tra i due, chi ha bisogno di manutenzione non è Ruby). La sentenza Dell’Utri invece se l’aggiudica Stefano Zurlo, a pag. 13: a suo dire la Cassazione ha smontato “18 anni di scavi di più Procure” ed è giunta a una “disarmante verità: il Cavaliere era ‘vittima’ di Cosa Nostra e Dell’Utri cercò di tenere alla larga la piovra”. In realtà i primi a sostenere che B. era vittima della mafia (consapevole, infatti la pagava) furono i pm Ingroia e Gozzo. Il fatto poi che Dell’Utri, per “tenere alla larga la piovra”, gli abbia messo un mafioso in casa per due anni, è puro avanspettacolo. Come la definizione di Mangano “stalliere al centro di mille presunti intrighi e crimini” (una condanna per mafia, una per droga, una per tre omicidi). Più comico ancora è Libero, che occulta la notizia in basso a pag. 11 e l’affida al solito mèchato. Il quale trova nella sentenza “qualche passaggio imbarazzante per B.”, tipo che nel 1974 incontrò i boss Bontate, Teresi, Di Carlo e Cinà prima di assumere Mangano, ma queste sono “rivelazioni extra-giudiziarie”. Che poi Dell’Utri lavorasse contemporaneamente per Cosa Nostra e per B. e che B. abbia finanziato Cosa Nostra per 30 anni non lo turba: i boss amici di Silvio e Marcello erano “mafiosi perdenti”, “di piccolo cabotaggio”, “poi spazzati via dalla mafia vera, i corleonesi”, mentre Mangano era solo “un mezzo mafioso di serie B”. Brava gente che si poteva tranquillamente foraggiare per “risolvere i problemi”: “Pagare il pizzo non è reato”. Libero Grassi e quelli come lui che per non dare soldi alla mafia si son fatti ammazzare sono dei poveri fessi. Se la mafia ti chiede il pizzo, è tuo preciso dovere morale pagare: “L’alternativa, ai tempi, era andare a vivere all’estero”. O chiamare i carabinieri e denunciare i mafiosi, ma il futuro statista pensò che non fosse il caso: meglio un mafioso in casa che uno sbirro alla porta.

di Marco Travaglio, IFQ

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