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30 gennaio 2012

Il coraggio dell’upupa

Una ricorda l’altro in un modo disarmante, come se la virilità dei tratti si fosse sciolta nella delicatezza dei lineamenti femminili: ma quando guardi una, vedi (anche) l’altro. Succede, tra padre e figlia, e nel caso di Maddalena e Mauro Rostagno la più bella definizione resta quella di Adriano Sofri: «lei gli assomiglia come un ramo sottile al tronco».
Nel libro che Maddalena ha scritto con Andrea Gentile, Il suono di una sola mano, uscito a settembre per il Saggiatore, emerge un Mauro Rostagno combattivo, determinato ma anche allegro, sempre con la musica in testa, un padre che gioca e che abbraccia; un uomo inquieto dalle molte vite, che all’improvviso cambiava come si cambia un cappello, ma che non è mai arretrato davanti ai potenti e agli ingiusti. Mauro ha il coraggio e la sfrontatezza di andare per la sua strada e di ricominciare sempre: come l’upupa si ribella ai limiti e va contro natura, supplisce col talento alla mancanza di mezzi. Così si scopre giornalista per caso, quando arriva in una televisione locale di Trapani per aiutare gli ex tossicodipendenti della comunità Saman; ed è subito un giornalista eccezionale – andrà in onda soltanto per due anni, ma gli basteranno per denunciare mafiosi e intercettare traffici internazionali di armi – perché per comunicare sa usare le parole che servono ma anche il corpo, la risata, lo sberleffo. Come la volta in cui riprende una tavolata di democristiani che si abbuffano, o quando risponde a una provocazione (mafiosa) facendo il consueto editoriale mentre zappa fuori dallo studio televisivo. Mauro, nel racconto di Maddalena, raggiunge i lettori con il suo cuore pensante, come un tempo toccava chi aveva intorno. Enrico Deaglio ricorda che nel ’68 le ragazze andavano a Trento soltanto per conoscerlo; ed era così bello e carismatico che c’era chi fingeva d’essere lui per rubare le briciole del suo successo. Da Macondo all’ashram di Pune, in India, fino al baglio di Lenzi e all’ultima battaglia siciliana ritroviamo intatte la sua schiettezza, la libertà, l’essere davvero fuori da ogni schema, sempre un passo avanti.
Ma quello di Maddalena è anche un ritratto di famiglia, una storia d’amore a tre – lei, sua madre Chicca e Mauro – che non si interrompe mai, neanche nello strappo violento della morte. Perché Mauro Rostagno è stato ammazzato a 46 anni sulla strada di casa. Il 2 febbraio scorso si è finalmente riaperto il processo per il suo omicidio, a un pelo dall’archiviazione definitiva, grazie all’ostinazione del pm Antonio Ingroia e al lavoro degli agenti della Squadra Mobile di Trapani, guidati da Giuseppe Linares, che hanno trovato la prova che mancava, un segno sui bossoli rinvenuti nei delitti di mafia. Così il boss Vincenzo Virga (presunto mandante) e il sicario Vito Mazzara (presunto esecutore materiale) sono finiti alla sbarra dopo anni di “schifezze”, come le definisce Maddalena: depistaggi, negligenze e omissioni, fino allo scandalo giudiziario che nel ’96 ha portato all’arresto di Chicca Roveri – poi subito scarcerata – con l’accusa di aver organizzato lei stessa l’omicidio di Mauro. Dopo 23 anni di attesa, quando ormai familiari e amici non ci speravano più, per la prima volta è invece proprio la mafia sul banco degli imputati: «già soltanto stare in aula è un grande regalo – commenta oggi Maddalena – e il libro serve a questo, a far sapere che si è riaperto il processo».
Che riscontri hai avuto dopo la pubblicazione?
La risposta sui giornali è stata bassissima, come mi aspettavo. Ho fatto interviste con giornali locali e online, ma di grandi uscite ne ho avute solo due, “Vanity Fair” e “Il Venerdì di Repubblica”. In qualche modo lo capisco, se penso che Mauro, pur essendo appartenuto a tanti gruppi, era un giocatore libero, non faceva parte di nessuna cricca. Ricevo però messaggi da tanti ragazzi su facebook e questo è molto incoraggiante, perché quando mi scrivono vecchi amici di Mauro provo una tenerezza immensa ma un po’ lo do per scontato perché chi l’ha conosciuto non può che volergli bene, soprattutto se allora l’aveva criticato. Mi pare che la sua vita parli da sola.
Come sta andando il processo?
Siamo ancora agli inizi, ma per ora posso dire che c’è chi ha finalmente testimoniato del metodo con cui Mauro lavorava: in questi anni, infatti, sono stati in molti a denigrare quello che lui aveva fatto, ignorando la sua battaglia culturale. Poi è significativo che un carabiniere venga risentito perché ogni volta si dimentica qualcosa o ci sono incongruenze nelle sue dichiarazioni. Parlo di Beniamino Cannas, che all’epoca indicò subito la pista interna; uno che in questi anni ha sempre detto, anche in udienza, che nell’immediato non fece la perquisizione in camera di Mauro e invece – come testimonia anche mia zia – mentre mia madre era trattenuta in caserma, è andato nella stanza di mio padre a Saman. Di questa perquisizione c’è soltanto un verbale parziale e diverse cose di Mauro sono sparite nelle ore successive alla sua morte.
Anche il video sui traffici all’aeroporto di Kinisia?
Esisteva una cassetta audio con su scritto “non toccare”, che Mauro teneva sulla sua scrivania e che il mattino dopo la sua morte era sparita. E poi, appunto, ci sono alcune testimonianze che parlano di queste cassette video, che però io non ho mai visto. Resta il fatto che quando ci furono delle indagini sulle piste nei dintorni di Trapani, l’Aeronautica militare all’inizio negò e poi fu in qualche modo costretta ad ammettere che in quella zona e in quel periodo si erano effettivamente tenute delle esercitazioni militari. Quindi, che ci fosse o no la cassetta, qualcosa a Kinisia è successo.
Rostagno incontrò davvero Falcone per raccontargli quello che aveva visto?
L’incontro con Falcone ci fu perché delle persone che facevano da scorta al giudice hanno riconosciuto le foto di Mauro e di una persona che lo accompagnava. I carabinieri però non hanno ritenuto opportuno verificare l’informazione quando il giudice era ancora in vita. Il fatto che nel processo stanno già venendo fuori alcune di queste leggerezze commesse dai carabinieri è molto importante.
Emergono molte contraddizioni?
Tutte le persone che sono state sentite in questi anni stanno facendo la loro deposizione e io, dopo aver letto i verbali, ti posso dire che a oggi l’unica persona che ha sempre confermato le sue dichiarazioni è mia madre; e non parlo solo degli inquirenti, ma anche dei collaboratori, dei familiari… le carte canteranno. Dal confronto si scoprirà che di coerenza ce n’è stata molto poca da parte di tutti.
Perché questo depistaggio? Rostagno dà ancora fastidio?
Tutte le situazioni su cui mio padre stava lavorando sono ancora attuali, dal traffico d’armi ai rifiuti di scorie radioattive. E chi c’era allora nelle stanze del potere c’è ancora adesso. Poi chi voleva colpirlo aveva più “materiale”, perché di Peppino Impastato potevi al massimo dire che era un depresso, di Pippo Fava che era un femminaro, ma di Mauro si poteva insinuare che era un brigatista, che era un drogato… andava in giro col vestito rosso e coi capelli lunghi e questa sua libertà ha offerto una sponda al malcostume”. Sia Peppino Impastato che Mauro Rostagno facevano comunicazione irridendo i potenti…Nel libro non sono riuscita a evidenziare quanto mio padre fosse una persona colta e preparata: si documentava moltissimo su tutto quello in cui si impegnava e poi, però, usava un linguaggio estremamente semplice. Sapeva mettersi allo stesso livello della gente comune, facendosi capire dal ragazzo come dalla signora ottantenne, in un modo che a Trapani ha funzionato; e Trapani non avrà mai più un altro Mauro Rostagno.
Ti aspettavi di più dalla città?
Non posso dimenticare che nel ’96, quando fu fatta questa operazione atroce di accusare mia madre, Trapani – una città che sa, che ce l’ha nel sangue che Mauro è stato ucciso dalla mafia – non ha reagito. E dopo, certo, c’è stata l’importante raccolta di firme nel 2007 per la riapertura del processo, grazie all’associazione “Ciao Mauro” (diecimila in meno di un anno, ndr). Io penso che bisogna sempre ringraziare per quello che arriva e non piangersi addosso per quello che non hai avuto: oggi però la città non sta partecipando molto al processo. Quando, durante le pause, usciamo dalle udienze per andare alla panelleria davanti al tribunale, io li vedo mangiare tutti insieme, gli avvocati della difesa con gli amici e i giornalisti. Il fatto che tu poi il giorno dopo fai un pezzo sul giornale con una certa linea… hai mangiato con l’avvocato. Ma se dovessi aspettarmi qualcosa da qualcuno rimarrei delusa da tutti, perché non è mai abbastanza. Per Mauro non è mai abbastanza, anche quello che io posso fare. Le delusioni più grandi vengono comunque dalla nostra famiglia, ma questa è una cosa che chiariremo alla fine.
Ti sei esposta molto con il libro, tua sorella Monica invece è rimasta nell’ombra…
Io e Monica ci siamo davvero incontrate e amate solo dopo la morte di nostro padre. Siamo figlie di due Mauri diversi perché io e lui abbiamo vissuto insieme 15 anni, in un rapporto quotidiano, fisico, molto diretto; Monica, al contrario, anche se andava a trovarlo, di fatto è cresciuta senza il papà. Alla sua morte non abbiamo reagito allo stesso modo: lei non ha avuto una fase di rabbia nei suoi confronti, come è successo a me. Non mi permetto di giudicare, ma quello che posso dirti è che Monica non mi è stata vicina quando Chicca è stata arrestata, probabilmente perché non era stata toccata la sua mamma. Dopo abbiamo fatto la raccolta firme insieme, la metto sempre al corrente di tutto ma so che abbiamo un approccio diverso.
Da Macondo all’India e poi in Sicilia, dall’Ashram a Saman: come vivevate i cambiamenti?
Per me, bambina, succedeva tutto all’improvviso. Quando siamo diventati arancioni mia mamma è partita per l’India da sola e io, che avevo cinque anni, sono rimasta per un periodo con Mauro a Milano. Oggi che anche io ho un bambino, guardo Chicca e le chiedo «ma tu come hai fatto a lasciarmi da sola con quello lì?» Perché era un pazzo scatenato, non voglio neanche immaginare cosa mangiavo, dove mi lavavo, come mi vestivo. Mauro sicuramente aveva un suo percorso ma era anche uno che, impulsivo, diceva basta, adesso ci spostiamo. Mia mamma, che pure avrebbe desiderato una vita più stabile, ha deciso di seguirlo. In seguito mi ha confessato che avrebbe voluto una casa, una famiglia numerosa, un cane, e invece c’era Mauro e con lui queste cose non si potevano avere: ma lei aveva scelto Mauro. Mio padre ha scritto due righe molto belle sulla fine del matrimonio con la mamma di Monica e sul suo rapporto con Chicca: «sono stato più fortunato, questa volta, ma non è stato merito mio». Loro erano uniti da un grande amore ma se siamo stati una famiglia, se ho questo ricordo fisico di Mauro, se ho il suo odore, è grazie a Chicca, perché lui non si sarebbe fermato.
Lo sogni?
Io non sogno Mauro – ed ecco che qui mi escono le lacrime – non riesco a sognarlo. Chicca sogna a volte prima delle udienze, sempre cose assurde, tradimenti o anche qualche sogno romantico, e ci scherziamo su. Io no, mai, neanche una litigata.
Al processo racconti di esserti messa davanti alla camera ardente e non aver fatto entrare chi non ti piaceva.
Sono stata molto giudicata per questo. È la rabbia di cui parlavo prima: non avevo voglia di entrare ma stavo lì fuori e facevo da cagnolino, osservavo tutti guardando male quelli che non mi convincevano e a un paio ho perfino detto «tu non entri »; era il mio modo un po’ possessivo di stargli vicino. Per tre giorni non sono riuscita a guardarlo, avevo una gran paura di cosa avrei trovato, e infatti forse avrei fatto meglio a evitare. Tutti mi dicevano «è bello, è bello» e invece… il male fatto si vedeva.
Perché sei venuta a vivere a Torino?
Torino è un caso. Non è un posto che ha fatto parte della nostra vita, anche se ogni tanto ci venivamo perché c’era sua sorella Carla, e non la consideravo la città di Mauro, che peraltro parlava molto poco del passato. Ma quando Chicca è uscita dal carcere – e Saman ha approfittato della situazione per lasciarla a piedi – Luigi Ciotti le ha offerto un lavoro al Gruppo Abele. Lei allora si è trasferita, mentre io sono rimasta a Milano; poi quando è nato Pietro, dopo un anno e mezzo da mamma single, ho deciso di venire a vivere qui, perché voglio che mio figlio abbia una famiglia intorno. Adesso lavoro anche io al Gruppo Abele, all’ufficio comunicazione e stampa.
Cosa pensi di aver ereditato da tuo padre?
Abbiamo molti aspetti del carattere simili ma lui era più bravo a sfumarli: io sono il ramo piccolo. Permalosi entrambi… Pietro invece è seduttore e solare come Mauro.
Ti sei fatta carico di custodire la sua memoria. Come lo vivi?
Io non rispondo della memoria di mio padre, tutto questo lo sto facendo per me. Io amo Chicca e Mauro e posso difendere tutti e due. Quando mia mamma era in carcere stavo lì davanti, in modo che i giornalisti potessero fare le foto e scrivere «la piccola non piange, chissà come mai»; adesso che Chicca sta bene e fa la nonna lottiamo per Mauro. Non faccio politica, non ho bisogno del consenso: ho incontrato tante persone che mi stanno aiutando e con altre ho litigato. Cerco solo di fare pulizia: così come sono io, un po’ prepotente, forte del fatto che tre eravamo e tre siamo rimasti. La mancanza di Mauro chiaramente la sento e me la porterò dietro fino alla fine. Ma mia madre mi ha insegnato che voler bene non è mai togliere ma sempre aggiungere: puoi continuare ad amare, a gioire, a godere – devi – e lui è sempre con noi. C’è nell’assenza come nelle cose belle.
di Federica Tourn, ExtraTorino

Aveva un fuoco dentro

Chicca Roveri era la compagna di Mauro Rostagno; con lui – conosciuto nel ’71 ad un concerto dei Led Zeppelin – ha condiviso tutto,  dall’arancione dell’India al bianco di Saman, dagli anni palermitani segnati dall’impegno in Lotta Continua e (soprattutto) dalla nascita di Maddalena a quelli trapanesi, con i ragazzi della comunità di recupero per tossicodipendenti. Nel ’96 viene ingiustamente accusata di essere coinvolta nell’omicidio di Mauro e resta in carcere per undici giorni. In quell’occasione, il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo, sostenendo la pista interna a Saman, dirà: «Si doveva poter escludere il coinvolgimento effettivo di Cosa Nostra che, del delitto, non voleva e, soprattutto, non doveva essere gratuitamente incolpata.»
Come giudica il processo in corso?
È meglio di niente, anche se è un processo che si celebra tardi, perché chi ha voluto la morte di Mauro è ancora in circolazione. Trapani è uno dei santuari della mafia e uno dei suoi capi è il latitante Matteo Messina Denaro; Virga, accusato di essere il mandante, è uno che frequentava Dell’Utri, tuttora senatore della Repubblica. Mauro si era accorto degli equilibri che erano cambiati in Cosa Nostra e siccome era una persona intelligente – bisogna essere coraggiosi ma anche intelligenti, e lui lo era – mettendo insieme i fatti che osservava da giornalista faceva i collegamenti tra mafiosi e politici corrotti. Sarebbe sicuramente arrivato a definire la mappa della mafia trapanese e per questo dava fastidio. Ed era anche molto solo in questa battaglia.
Lo Stato si fa carico del bisogno di giustizia delle vittime?
Fino ad un anno fa dicevo che lo Stato per me ha già fatto molto: mi ha arrestata. Adesso qualcuno dello Stato sta
provando a fare qualcosa con il processo: allora aggiungo pazienza su pazienza e voglio dare fiducia. Ma quando penso a mia figlia, a quello che ha patito per questo Stato assente, spesso incapace, colluso o volutamente impotente, non posso che essere molto arrabbiata.
Soprattutto se si pensa che Mauro Rostagno ha servito lo Stato…
Questo non gli verrà mai riconosciuto. Mauro nella sua vita ha avuto diverse posizioni nei confronti dello Stato, non sempre di fiducia – negli anni ’70 lo Stato per noi era quello di piazza Fontana, per intenderci. Poi lui ha cambiato radicalmente idea grazie a Pio La Torre, a Pippo Fava, ad alcuni magistrati come Borsellino; ha visto, vivendo a Trapani, che l’unica speranza era credere nella legalità. È morto credendo che lo Stato fosse l’unica risposta possibile contro la mafia, quindi è davvero morto per lo Stato. Ma lo Stato non c’era ai suoi funerali, se escludi il prefetto di Trapani: non volevano nemmeno riconoscere che un ex di Lotta Continua potesse morire per un ideale. Mauro era un personaggio troppo scomodo. Non apparteneva a nessuno, era un uomo libero; se volevi stare con lui, dovevi prenderlo così. Lui avrebbe fatto comunque quello che voleva: era una persona con una carica incredibile, aveva un fuoco dentro. E poi era allegro: dopo una giornata intera di lavoro poteva arrivare a casa, a Saman, e dirmi «chiudi tutte le porte che mettiamo su una musica e balliamo».
F.T. ExtraTorino

Chicca Roveri oggi vive a Torino, vicino
alla figlia Maddalena e al nipotino Pietro,
e lavora nell’ufficio contabilità del Gruppo
Abele.

12 ottobre 2011

Pronti a suonare il requiem per il bavaglio?

“Le intercettazioni? No comment”. Maurizio Paniz scende in ascensore dalla Commissione Giustizia di Montecitorio all’Aula e se n’ esce con una “non frase” che è più esplicita di tante spiegazioni. Alla Camera non è ancora successo niente, ma basta il fugace incontro con l’onorevole avvocato del Pdl per capire qual è l’aria che tira per il bavaglio. A Montecitorio si respira quel clima ormai diventato tipico, sospeso tra attesa di un incidente, possibile più o meno in qualsiasi momento e immobilità quasi paludosa. L’inizio del voto sul bavaglio è previsto per stamattina.    Strada in salita, testo incerto. È Sardelli degli ex Responsabili (ora diventati Popolo e Territorio) a mandare il primo avvertimento: “Il nostro voto non è scontato”. Fa un passo avanti il collega di gruppo, Grassano: “Senza modifiche non lo voto”. E i numeri alla Camera sono quelli che sono. Tant’è vero che il relatore, Enrico Costa sta cercando una mediazione da giorni, nel tentativo di attrarre qualche voto anche dal Terzo Polo. In pratica, ha pronta la marcia indietro sui due punti più controversi: l’udienza filtro per decidere quali sono le intercettazioni pubblicabili che vuole anticipare il più possibile e la modifica dell’emendamento che introduce il carcere anche per chi pubblica ascolti irrilevanti. Ma anche così non è tanto certo di convincere gli indecisi. E allora la fiducia si allontana. La linea, in questo senso, la detta il ministro della Giustizia Nitto Palma in un’intervista a Libero: “Non sono favorevole” a porre la fiducia sul ddl intercettazioni. Si tratta di un testo, aggiunge, sul quale “credo si debba svolgere un dibattito sereno”.    Alla Camera, le notizie si susseguono: prima viene convocata in serata una riunione a Palazzo Chigi con i capigruppo del Pdl. Poi, comincia a essere sempre più insistente la voce che di fiducia sul provvedimento proprio non si parla e che anzi è possibile addirittura un suo ritiro. Dietrofront evidentemente difficile a livello di immagine. Poi arriva l’incidente in Aula sul Rendiconto economico a togliere le intercettazioni dal centro della scena. E nello stesso tempo a dare la stura a chi la legge non la vuole. Subito dopo che il governo è andato sotto è il capogruppo della Lega, Marco Reguzzoni a dichiarare che un provvedimento sulle intercettazioni “serve ma le nostre priorità sono altre, per questo spero che venga ritirato”.    Nel clima di caduta libera che si respira a Montecitorio suona come un Requiem. Tanto che Paniz stavolta può parlare: “Non c’è bisogno di mettere la fiducia. Non è un ddl strategico”. Ma è proprio lo stesso che solo qualche giorno fa aveva invocato spavaldo il carcere per i giornalisti? Ma sono le parole del capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto a suonare come la morte politica del provvedimento, quando annunciache “il disegno di legge verrà rinviato”. Rinviato o direttamente ritirato ? Nessuno lo dice esplicitamente, ma il commento che va ripetendo Costa in Transatlantico è più di un’indicazione: “Ci hanno tolto le castagne dal fuoco”. Spiega Federico Palomba dell’Idv: “Non è chiaro cosa faranno, ma sono in evidente difficoltà rispetto a questa legge”. Il provvedimento è già in Aula e per ritirarlo e rimandarlo in Commissione ci vorrebbe un passaggio formale. Spiega il centrista, Roberto Rao che punta a stravincere politicamente: “A questo punto noi il rinvio non glielo votiamo. Devono essere loro a ritirarlo”. Teoricamente il testo potrebbe essere ancora all’ordine del giorno oggi pomeriggio, ma nessuno ci crede. Rao poi dice un’altra cosa, che da giorni molti vanno suggerendo o ventilando: “L’obiettivo del Pdl è la prescrizione breve”. Provvedimento che oggi si comincia a votare in Commissione Giustizia al Senato (e che potrebbe essere licenziato per l’Aula già alla fine della settimana), quello che davvero serve a Berlusconi, visto che lo salverebbe dalla sentenza Mills. Il bavaglio per molti non sarebbe stato altro che uno specchietto per le allodole o una cortina fumogena.    Intanto, il caos aumenta e il futuro della maggioranza in generale diventa più incerto. Non c’è né il tempo né la testa per un vertice sul bavaglio (che infatti viene sconvocato), troppi sono quelli in cui si deve esaminare la situazione in generale. L’opposizione non nasconde l’euforia. Dario Franceschini per una volta parla di una doppia vittoria: “Abbiamo battuto la maggioranza e affossata la legge sulle intercettazioni”.

di Wanda Marra, IFQ

Fabrizio Cicchitto e Niccolò Ghedini ieri alla Camera (FOTO ANSA) 

8 settembre 2011

Il popolo che processa i suoi governanti e torna a crescere

Quanto sarebbe bello se la lingua italiana trasformasse il pronome “noi” in un nome proprio. Come in islandese. Forse si riuscirebbe a far capire alle istituzioni l’ovvia equazione, che “noi” è uguale a tutti e, contemporaneamente, a ognuno. Che gli interessi dello Stato corrispondono alla collettività e a ciascun cittadino, non solo alle caste. Quelle più in alto nella scala gerarchica. E chi tradisce questo senso dello Stato viene perseguito: banchiere o politico che sia. Accade in Islanda, dove il Parlamento ha deciso di far perseguire dalla magistratura l’ex premier Geir Haarde – leader del Partito conservatore – per accertare le sue responsabilità nella bancarotta dello Stato di 3 anni fa.

FOSS’ANCHE “per non aver saputo comprenderla o impedirla” (i reati che potrebbero essergli imputati). Dopo aver giudicato e spedito in galera alcuni banchieri, l’Islanda vuole ora capire quanto i suoi politici siano stati negligenti o noncuranti.Seibanchierisonostati i responsabili dell’acquisto di titoli tossici, il capo del governo ha fatto il suo dovere? O, piuttosto, ha fatto finta di nulla, pur sapendo dell’attività spregiudicata degli istitutibancari?O,ugualmentecolpevole, è stato superficiale e noncurante? Haarde, premier dal 2006 al 2009, rischia 2 anni di carcere. Prima del tracollo finanziario del 2008, la “baia di vapore”, Rejkiavik, era da anni al primo posto nella lista delle città con la migliore qualità di vita. Un primato che non significava felicità, ma aiutava a raggiungerla. Tutta l’Islanda, non solo la capitale, fino ad allora , era considerata dai soloni dell’economia un Paese affidabile, in forte crescita, nonché un limpido paradiso finanziario – non come le Cayman o Santa Lucia. La politica economica dell’allora governo liberista di destra, era impegnata da tempo nell’ attrarre il più possibile i capitali stranieri. Proponendo agevolazioni fiscali per gli investimenti in tecnologie e nuove energie grazie anche alla sponda delle banche che erogavano generosi prestiti.

LA MESSE di capitali stranieri veniva poi investita secondo le, ormai ben note, regole della finanza creativa. Con le banche inglesi – una per tutte la Lehman – crollò anche l’impalcatura finanziaria dell’Islanda e la sua caduta generò il crollo di altre economie. Si innescò così il primo grande effetto domino. Il default dello Stato islandese ha dimostrato alla comunità internazionale che le conseguenze possono essere disastrose, per tutti.    La più grande isola europea dove abitano solo 300mila persone, è tuttora, uno dei Paesi con il reddito pro capite più alto – circa 39 mila euro all’anno – ma non è più considerata dagli economisti la terra della vita facile. I loro parametri però sono diversi da quelli dei comuni mortali.    Se la gente non è contenta, non è a causa della flessione della macroeconomia. Il malcontento è dovuto alla perdita del lavoro, che in questa isola ghiacciata e isolata, è una fonte di denaro ma soprattutto è un’opportunità. Per vivere con dignità e stabilire relazioni sociali. La cupezza attuale della quotidianità islandese è aumentata dalla perdita di fiducia nelle istituzioni. Ma per fortuna non c’è stata fuga nel qualunquismo. E, nelle prime elezioni dopo la bancarotta, tutti sono andati a votare. Per il partito socialdemocratico, allora all’opposizione.    Così, dal 2009, li governa Johanna Sigurdardottir, donna e lesbica. Da sempre impegnata per i diritti delle minoranze, era già stata ministro degli affari sociali. Ecco, quando si dice, trasformare una crisi in una opportunità. La ripresa dell’Islanda è ricominciata lentamente. Talvolta si inabissa ancora nelle acque gelate che la circondano, talvolta erutta dalla bocca del vulcano (con il fumo che scorso anno ha impedito all’Europa di volare per diversi giorni). Per poi essere risucchiata dai geyser. Certo è che la premier Sigurdardottir, che da ragazza faceva la hostess, ora ha 66 anni, ha ridato portanza alla sua comunità.    Che è tornata a frequentare le piscine geotermali, il passatempo preferito degli islandesi. Grazie all’acqua in perenne ebollizione nel sottosuolo e ai geyser, gli islandesi hanno sempre il riscaldamento gratis. Anche in questo caso, gli islandesi sono riusciti a fare di un problema, un vantaggio. La natura matrigna è diventata madre: il bradisismo, le strade che si rompono improvvisamente e impediscono la viabilità, i pericolosi geyser, sono stati trasformati in occasioni di lavoro, di divertimento, di benessere. La sessualità in confronto e accoglienza del diverso. La politica corrotta in riflessione sull’etica. In riscatto. In esempio. Dopo il buio, il sole a mezzanotte. E noi?

di Roberta Zunini, IFQ

2 settembre 2011

Chi ha sparato a Mauro Rostagno? Era mio padre

A casa di Maddalena Rostagno ci sono due scatole. Una è arancione. È quella dei ricordi di bambina, di un’adolescente che a 15 anni, quando le ammazzano il padre, ha già vissuto a Milano, in India, a Trapani. Poi c’è la scatola nera. Dentro ci sono “pezzi di giornale, indagini, rassegne stampa”. Ventitre anni dopo l’omicidio di suo padre, Mauro Rostagno, Maddalena ha deciso di riaprirla. Il suono di una sola mano – che ha scritto insieme ad Andrea Gentile – è in libreria da ieri. Comincia da quel giorno, quel 26 settembre 1988, un lunedì, in cui lei non ha voglia di andare a scuola e preferisce rimanere tra gli ulivi di Saman, la comune che Rostagno ha fondato all’inizio degli anni Ottanta e che è diventata un centro di recupero per tossicodipendenti. Suo padre è appena salito sulla sua Duna bianca per andare a Radio Tele Cine, il posto da cui ogni sera racconta Trapani, la Sicilia, l’Italia che non va. Quella sera Mauro Rostagno a casa non tornerà, fermato da tre colpi di fucile e poi finito da una calibro 38. E adesso Maddalena ha deciso di rimettere in fila i giorni arancioni e di tornare a fare domande su quelli neri.

SUGLI SCHERMI di Radio Tele Cine, vestito di bianco, Mauro Rostagno arriva nel 1986. Ha portato con sé alcuni ragazzi di Saman, per un programma di reinserimento, ma ben presto smette di parlare solo di droga. Vuole occuparsi di Casa Nostra, di Trapani, “dell’intrico che c’è tra mafia, massoneria e politica”. Ogni mattina prende la telecamera e va alla “Chiazza”, il mercato del pesce, poi fa il “munnizza car trekking”, poi parla con le vecchiette, poi intervista Leonardo Sciascia, Paolo Borsellino. Adesso legge “furiosamente libri tutti diversi da prima”, legge le carte. E “decide che il pubblico di Rtc deve sapere”. Mariano Agate, luogotenente della mafia trapanese degli anni Ottanta “non gradisce”: “Diteci a chiddu ca varva e vistutu di bianco ca finissi di riri minchiati. Dite a quello con la barba e vestito di bianco che la finisca di dire minchiate”. Lui continua a parlare: degli incontri tra “Licio Gelli, Agate e i fratelli massoni”, della famiglia Manuguerra, dell’ufficio “parallelo e occulto” che gestirebbe il bilancio del comune di Trapani. Gli dicono che “deve andare a zappare”. Lui si presenta in video: “parla, e nel frattempo zappa”.

COME LA TERRA che si rivolta, anche il passato torna a bussargli alla porta. Gli anni di Lotta Continua, quelli che aveva lasciato per studiare meditazione, per vestirsi di arancione, per partire per l’India: a luglio del 1988 Leonardo Marino ha tirato in ballo il suo nome per il delitto del commissario Calabresi. Lui chiede di essere sentito dalla procura, ma a settembre del 1988 nessuno lo ha ancora convocato. Rostagno continua a lavorare: a Rtc parla del delitto del magistrato Alberto Giacomelli del giorno 14, del giudice Antonino Saetta morto ammazzato il 25. Il giorno dopo a casa non torna, resta nella sua Duna bianca. Ad ogni anniversario a Maddalena e a sua madre, Chicca Roveri, dicono che “c’è una svolta nelle indagini”. Nel 1996 la “svolta” è arrivata dentro casa sua: Chicca portata a San Vittore perché Rostagno lo hanno ucciso i suoi amici tossici della comunità di recupero Sa-man e lei li ha “favoriti”: “Ma quale mafia, ah ah ah”. Maddalena l’hanno chiamata Fil di ferro “perché quando mi hanno intervistato non ho pianto”. Chicca uscirà di prigione undici giorni dopo. Cinque anni più tardi la “svolta” è l’arresto del boss trapanese Vincenzo Virga. Alcuni pentiti lo accusano, tra l’altro, di essere il mandante dell’omicidio Rostagno. Ma nel 2003 arriva l’archiviazione. E poi ci sono le “svolte” rimaste solo su un pezzo di carta: una sta nelle parole di Sergio Di Cori, depositate alla questura di Trapani: “Il Rostagno – ricostruiva il procuratore Garofalo – sarebbe stato ucciso perché avrebbe scoperto, filmandone anche una parte, un traffico internazionale di armi e droga, finanziato da elementi della massoneria coperta trapanese e cogestito da Cosa Nostra e da settori deviati dei servizi segreti” il cui ricavato sarebbe stato riciclato da Francesco Cardella, socio di Rostagno a Saman. E ancora tante altre dichiarazioni di collaboratori di giustizia, Giovanni Brusca compreso: “Siamo stati noi di Cosa Nostra” disse al pm Antonio Ingroia.

ALL’ENNESIMA richiesta di archiviazione, a giugno del 2006, il gip di Palermo Maria Pino dice no. E nel maggio di due anni dopo, grazie a una nuova perizia balistica, la Procura antimafia di Palermo si dice “certa” della responsabilità di Cosa Nostra nell’omicidio: il mandante, dicono, è Vincenzo Virga, l’esecutore Vito Mazzara. Vengono rinviati a giudizio il 23 maggio del 2009. “Dopo più di vent’anni. Non ci speravamo più”.

Il processo è ricominciato. Maddalena confessa di aver paura, di non sapere da dove cominciare. Un amico le ha detto: “È facile. Inizia con: ‘Avevo quindici anni’”.

di Paola Zanca, IFQ

5 agosto 2011

Caccia al tesoro di Cl

A giudizio due membri del gruppo di Formigoni. Hanno mentito su “Memalfa”, la cassaforte segreta.

Gli uomini del nucleo d’acciaio di Comunione e Liberazione, i Memores Domini, fanno voto d’obbedienza, castità e povertà. Ma due di loro andranno a giudizio per aver mentito sui soldi che maneggiavano. Sono Alberto Perego e Alberto Villa, appartenenti al medesimo gruppo di cui fa parte Roberto Formigoni, il più noto dei Memores Domini. Gli ingredienti di questa complicata storia da “Codice Da Vinci” sono contratti petroliferi e tangenti internazionali, società di diritto irlandese e una misteriosa fondazione di Vaduz, una barca a vela (“Obelix”) usata da Formigoni e amici, conti svizzeri cifra-ti e soldi in contanti stipati in una scatola nascosta sotto il letto. Perego e Villa dovranno presentarsi davanti ai giudici della settima sezione del Tribunale di Milano – l’udienza è stata fissata per il 22 novembre – per rispondere dell’accusa di aver fatto “dichiarazioni mendaci” al pm che li stava interrogando come persone informate sui fatti nell’ambito dell’inchiesta Oil for food. Hanno mentito, secondo la procura di Milano, sui soldi dei Memores Domini, il supergruppo di Cl. Per questo il processo che inizierà in autunno sarà l’occasione per capire qualcosa di più delle misteriosissime e segretissime strutture finanziarie manovrate dai confratelli di Formigoni.

TUTTO PARTE dallo scandalo internazionale Oil for food. Un’indagine americana scopre che durante l’embargo all’Iraq, Saddam Hussein, all’ombra del programma Onu che permetteva di scambiare petrolio con cibo e medicine, assegnava contratti petroliferi a prezzi di favore in cambio di robuste mazzette impiegate per sostenere il regime (e poi, dopo l’invasione Usa, per finanziare la guerriglia e il terrorismo). La costola italiana dell’indagine Oil for food è stata portata a termine dal pm Alfredo Robledo e da una squadretta di investigatori che hanno avuto elogi ed encomi internazionali e hanno incassato le prime condanne al mondo per questo scandalo internazionale. Il personaggio che ha avuto le più massicce assegnazioni petrolifere fatte a soggetti italiani (ben 24,5 milioni di barili) è Roberto Formigoni, forte della sua amicizia con il cristiano Tareq Aziz, allora braccio destro di Saddam. Le forniture di petrolio sono gestite da aziende suggerite dal governatore, come la Cogep della famiglia Catanese (tra i fondatori della Compagnia delle Opere) che in cambio, secondo l’accusa, paga tangenti per 942 mila dollari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani. Per questa vicenda è stato condannato in primo grado e in appello, ma poi salvato dalla prescrizione, anche Marco Giulio Mazarino De Petro, amico e collaboratore di Formigoni, nonché intermediario con l’Iraq. Nella sua indagine, Robledo solleva il velo sul “Codice De Petro”, le attività finanziarie dei Memores Domini, che ruotano attorno a tre società estere chiamate Candonly e a una fondazione di Vaduz di nome Memalfa. Gli uomini che le manovrano sono, oltre a De Petro, tutti Memores del gruppo di Formigoni: Alberto Perego, Alberto Villa, Fabrizio Rota, Mario Villa, Mario Saporiti. Perego, commercialista nato a Brugherio, è stato anche l’organizzatore e il tesoriere di una campagna elettorale di Formigoni. La prima Candonly Ltd nasce nel 1991 a Dublino. “Mandante Sig. Alberto Perego”, dice un memo riservato interno della fiduciaria svizzera Fidinam. Nel 1995 (anno in cui Roberto Formigoni viene eletto per la prima volta presidente della Regione Lombardia), a spartire a metà con Perego il controllo di Candonly arriva il segretario di Formigoni, Fabrizio Rota e subito nei conti della società cominciano ad affluire i soldi (829 mila dollari) di Alenia, gruppo Finmeccanica, interessata agli appalti nell’Iraq di Saddam.

NEL 1997, Candonly passa nelle mani di De Petro. Parte il business petrolifero: la piccola Cogep “ringrazia” Formigoni versando a Candonly oltre 700 mila dollari. Come li giustifica De Petro? “Sono il compenso per la mia consulenza”. Tre paginette dalla sintassi difficile in cui strologa di un “accordo petroil for food”. La Candonly nel 1999 rinasce a Londra, nel 2001 in Olanda. Ma continuano ad affluire i soldi di Alenia e della Cogep. Arrivano anche misteriosissimi soldi da Cuba e dall’Angola, oltre a 50 mila euro dall’italiana Agusta. Il denaro entrato nelle Candonly va in parte su un conto cifrato presso l’Ubs di Chiasso intestato a De Petro; in parte finisce sul conto “Paiolo” presso la Bsi di Chiasso; il resto affluisce su un paio di conti della banca Falck & Cie di Lucerna e di Chiasso, intestati alla Fondazione Memalfa. E qui siamo al cuore del “Codice De Petro”, al sancta sanctorum dei Memores Domini. Memalfa nasce nel 1992 a Vaduz, in Liechtenstein. Beneficiari economici: Alberto Perego e Fabrizio Rota. Che si tratti di uno strumento finanziario dei Memores è dimostrato dallo statuto: prevede che alla morte di uno dei due beneficiari il patrimonio venga assegnato interamente all’altro e, alla morte di entrambi, alla Associazione Memores di Massagno, la filiale svizzera dell’associazione. Sui conti Memalfa di Lucerna e di Chiasso entrano i soldi affluiti alla Candonly. In uscita, Memalfa bonifica denaro al conto “Paiolo” di Chiasso e, dopo il 1997, a un altro conto acceso presso la Bsi di Zurigo. Il beneficiario è sempre Alberto Perego. Lui nega, e per questo sarà processato. Dei Memores è anche la barca usata da Formigoni, “Obelix”, 15 metri. Pagata 670 milioni di lire, 470 dichiarati e 200 in nero. Versati in parte da Formigoni in assegni, in parte in contanti e assegni da De Petro e dai Memores. Tra cui Alberto Villa, che versa 10 mila euro (benché non risulti tra i proprietari della barca). Memalfa, la sofisticata cassa comune offshore dei Memores Domini, è stata chiusa nel 2001. I suoi fondi sono finiti sul conto “Paiolo” di Perego.

di Gianni Barbacetto, IFQ

Roberto Formigoni in vacanza in Sardegna (FOTO OLYCOM)

29 giugno 2011

Macellai cambogiani, processo alle ombre

Alla sbarra, 30 anni dopo, gli uomini del boia Pol Pot Giustizia tardiva per un milione e mezzo di morti

Il museo del genocidio a Phnom Penh

Gli ultimi maestri dell’orrore vanno in tribunale per spiegare come hanno ucciso (a bastonate) un numero incerto di persone quando non sopportavano di obbedire al fanatismo che esasperava le “comuni” della rivoluzione culturale cinese, incubo Khmer Rossi, cambogiani rossi di Pol Pot. Tra il ’75 e il ’79 hanno assassinato un milione e mezzo di disobbedienti.    Disobbedire voleva dire non denunciare chi portava gli occhiali, chi parlava il francese saltellante della colonia di Parigi, chi rifiutava la “civiltà contadina” per sfogliare libri la cui memoria era proibita, o fare il medico, l’avvocato, l’insegnante, vendere stoffe e ortaggi o raccogliere riso nel nome della proprietà quando la proprietà era stata abolita dai profeti dello Stato padrone. Decideva le fantasie e la dieta di ogni persona nella trasformazione di piccoli e grandi protagonisti in contadini medievali. Il viaggio dei giornalisti che i “liberatori” vietnamiti accompagnavano nelle scoperte dell’orrore, sfiorava trulli bianchi; in lontananza avevano l’aria innocente di cumuli di pietre ed erano teschi ammonticchiati lungo le strade come ammonimento alle Pol Pot era l’icona suprema, il sacerdote sommo. Cultura parigina, teatrante di mediocre successo, leader dall’integralismo spietato. Finito il carnevale eccolo davanti al tribunale che lo condanna alla prigione eterna. Ma la morte arriva quasi subito.

SCOMPARSO l’ideologo che Pechino proteggeva con discrezione, tutto finito? Un po’ sì perché l’età dei quattro ideologi superstiti ondeggia tra i 79 e gli 85 anni. La loro pedagogia educava i bambini a spiare “genitori trasgressivi” tanto che fino a qualche tempo fa nelle campagne lungo il Megonk se i giochi dell’infanzia trascinavano l’allegria dei piccoli fra padri e nonni impegnati in discorsi politici, il silenzio pietrificava l’assemblea fino a quando l’ultimo bambino non usciva dalla sala degli adulti. Il segno della paura sopravvive nel pessimismo di possibili ritorni. Se l’immagine di Pol Pot accompagnava ogni passo cambogiano, l’ideologo sotterraneo, acuminato e senza pietà, era il numero due, per lungo tempo faccia senza nome: Nuon Chen. L’altro ieri arriva nell’aula dove il nuovo tribunale faticosamente strutturato da compromessi Onu lunghi cinque anni, decide l’analisi dei crimini con ritardo surreale nell’aula gremita da testimoni sopravvissuti e da discendenti di famiglie scomparse nei gironi di una follia senza nome.    Nuon Chen arriva trasandato come un clochard che si è lasciato andare. Ma non del tutto. I suoi avvocati avvertono della decisione di voler rispondere alla “curiosità dei giudici” solo quando “verranno accolte le richieste di allargare il periodo incriminato”. Non più i quattro anni del delirio al potere. Nuon Chen e gli altri pretendono che gli anni da considerare devono cominciare all’inizio dell’escalation americana in Vietnam. Quei bombardamenti al napalm che bruciavano le rive del Mekong e condannano generazioni e generazioni a deformità raccapriccianti da una parte e dall’altra della frontiera. E allungano ombre pesanti sulla rete dei consiglieri dei governi insediati dalla Cia a Saigon.    Dimitri Negroponte, per esempio. Cresciuto all’ombra di Bush padre e insediato nel trono di zar dello spionaggio da Bush figlio. Si è fatto le ossa tra Vietnam e Cambogia . E Graham Green ne ha anticipato le fortune in un romanzo famoso: L’americano tranquillo.

NUON CHEN e gli altri reduci pretendono che il loro sadismo venga considerato “legittima reazione” alle bombe a grappolo che avvolgevano nelle nuvole arancione i villaggi di Cambogia e Vietnam. Fra i documenti depositati dalla difesa, la voce di Bob Dylan, due video contro l’ipocrisia che ancora brucia la memoria americana.    Le tossine dei processi di Norimberga infastidiscono il passato e il presente. I fantasmi dei compagni di Pol Pot non sono cascami degli anni quasi dimenticati. Ripropongono il dubbio che accompagna mezzo secolo della nostra storia: la responsabilità delle superpotenze nel giocare con le ambizioni di leader gonfia-bili da sgonfiare appena strategie e finanze suggeriscono convenienze diverse. E gli assassini sopportati e nutriti da Cina, Russia e Stati Uniti non servono più. Vanno scaricati nell’ignominia: da Pol Pot, Nuon Chen, Saddam Hussein.

BIN LADEN, adesso Gheddafi. Con la dignità morale di chi sintetizzaleinquietudinidiogniPaese del mondo, la risoluzione delle Nazioni Unite potrebbe non separare i sacrilegi dei responsabili dei massacri a bastonate ai sacrilegi sofisticati di burattinai nascosti sotto gli slogan di strane democrazie e nella concretezza delle strategie economiche.    Il processo cambogiano è solo una curiosità lontana. Invece potrebbe aprire un nuovo umanesimo e ridiscutere i dogmi di Norimberga. Mostri e mandanti nel tribunale della storia.

di Maurizio Chierici, IFQ

15 giugno 2011

Amianto, una strage consapevole

Battute finali del processo Eternit a Torino, Guariniello: “Dolo evidente”.

“L’Eternit ha causato un vero e proprio disastro, che prosegue ancora oggi per consapevole, deliberata volontà dei suoi proprietari”. Inizia così la requisitoria del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e le sue parole risuonano nella stessa aula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino dove soltanto due mesi fa è stata letta la sentenza della strage alla ThyssenKrupp; una sentenza che è già passata alla storia, perché per la prima volta un “incidente” sul lavoro è stato giudicato omicidio volontario. La sentenza Eternit potrebbe essere – per quanto una graduatoria d’importanza, va da sé, sia impossibile – ancora più significativa. Per un motivo molto semplice, i numeri: il capo d’accusa elenca complessivamente 2191 morti (1649 soltanto a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria) e circa 6300 parti civili.

I DUE IMPUTATI, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il quasi novantenne barone belga Jean Louis De Marchienne, devono rispondere di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e disastro doloso. Ancora una volta, come nel caso ThyssenKrupp, il pool di Raffaele Guariniello contesta il dolo. I due, in qualità di presidente e amministratore delegato della multinazionale svizzera dell’amianto, avrebbero deliberatamente omesso di adottare misure necessarie per tutelare la salute dei lavoratori, nonostante la pericolosità dell’amianto – come i pubblici ministeri hanno tentato di dimostrare – fosse nota alla comunità scientifica fin dalla fine del XIX secolo. Ma a morire di asbestosi e mesotelioma pleurico non sono stati soltanto i lavoratori dell’Eternit. A Casale Monferrato (e non solo) si sono ammalate persone che in fabbrica non avevano mai messo piede, perché l’amianto intorno agli stabilimenti era dappertutto.

“NON ABBIAMO contestato il dolo per la gravità delle conseguenze – ha detto ieri Guariniello – né per l’intesa commozione suscitata ovunque non solo in Italia, né per dare una risposta alle richieste di giustizia avanzate non solo dalle famiglie delle vittime. Il dolo, la contestazione del dolo, non è il frutto di una scelta emotiva e men che meno il frutto di una scelta filosofica. È il frutto di un’analisi meditata. Nell’immediatezza dei fatti, noi abbiamo iscritto nel registro delle notizie di reato soltanto reati colposi, primo fra tutti l’omicidio colposo. Nell’immediatezza dei fatti, mai per un attimo avevamo pensato di contestare il dolo. Sono state le indagini a imporcelo. E aggiungo, sono state proprio le risultanze dibattimentali a rendere per noi palmare la sussistenza del dolo”.    Ai pubblici ministeri Gianfranco Colace e Sara Panelli, ora, il difficile compito di convincere la Corte. Stephan Schmidheiny, ex amministratore delegato di Eternit, non è un imputato qualunque: è uno degli uomini più ricchi del mondo (Forbes lo piazza al 354esimo posto), si è reiventato filantropo paladino dello sviluppo sostenibile e può disporre di una batteria di decine di avvocati. Non era scontato il rinvio a giudizio, non lo è la condanna, per quanto Guariniello non abbia dubbi che le responsabilità siano da cercare ai vertici e non – come sempre accaduto in tutti gli altri processi per morti d’amianto – tra i pesci piccoli.

“NON SIAMO in presenza – ha detto il procuratore aggiunto – di carenze occasionali o meramente operative. Siamo in presenza invece di carenza strutturali, addebitabili a una politica mondiale, a scelte aziendali di fondo, a scelte di carattere generale della politica aziendale, rispetto alle quali nessuna capacità di intervento possa realisticamente attribuirsi ai dirigenti italiani degli stabilimenti Eternit del nostro Paese”.    Comunque vada (la sentenza potrebbe arrivare entro l’estate) è già pronto un Eternit-bis. Perché a Casale Monferrato, dove la percentuale di mortalità per mesotelioma pleurico è 40 volte superiore al resto del Piemonte, si continua a morire.

di Stefano Caselli, IFQ

5 maggio 2011

Rondolindo

Siccome in Italia il primo che passa diventa esperto di tutto, non bastando Belpietro e Sallusti, è arrivato pure Fabrizio Rondolino. Già inviato dell’Unità al seguito di D’Alema, portavoce del radioso governo D’Alema-Cossiga-Mastella del ‘99 (quello delle bombe in Serbia e dell’affare Telecom), autore del Grande Fratello e de La pupa e il secchione (Mediaset), rubrichista di Panorama, ora finalmente approdato al Giornale di Olindo, il Rondolino ci illumina sull’house organ berlusconiano col suo autorevole parere sulla deposizione di Brusca al processo per le stragi del ‘93: “Una classe dirigente che abbia rispetto di sé non può neppure immaginare di prendere in considerazione le chiacchiere e le opinioni di un signore che era chiamato ‘lo scannacristiani’ e ‘il porco’, è stato condannato per un centinaio di omicidi, ha strangolato e sciolto nell’acido il piccolo Di Matteo, ha attivato il radiocomando di Capaci”. Anche perché, argomenta l’acuto neofita della mafiologia, Brusca parla a orologeria “a un mese dalle elezioni amministrative”. L’esperto di nonsisache ignora che Brusca disse praticamente le stesse cose al pm fiorentino Chelazzi nel giugno 2001, dieci anni prima delle elezioni comunali che tanto angustiano Rondolindo. E quelli che lui chiama “particolari da commedia all’italiana” sono fatti documentati da anni e in gran parte già raccontati da decine di collaboratori e testimoni: Cosa Nostra trattò con lo Stato sotto i governi Amato e Ciampi, poi da fine ‘93 si rivolse a due vecchi amici che entravano in politica: Dell’Utri e B. Non è vero che, come scrive Rondolindo, “nel settembre ‘93 B. doveva ancora fondare Forza Italia e non l’aveva detto neppure a Confalonieri”, né che, come dice B., “all’epoca politicamente non esistevamo”, dunque Brusca mentirebbe quando racconta che nell’autunno ‘93 Cosa Nostra spedì Mangano a Milano a parlare con Dell’Utri. Nell’agenda di Dell’Utri sono annotati due appuntamenti a Milano con Mangano nel novembre ‘93. Dell’Utri commissionò al consulente Ezio Cartotto i primi studi sul partito Fininvest nel maggio-giugno ‘92, dopo Capaci e prima di via D’Amelio (tempistica perfettamente compatibile con quella indicata da Brusca, quando ricorda che Riina gli confidò che dopo Capaci si erano “fatti sotto” prima Ciancimino, che faceva da tramite col Ros, e poi Dell’Utri). E il marchio Forza Italia fu depositato dal notaio nell’estate ‘93, dopo varie riunioni ad Arcore cui partecipò pure Confalonieri. Il fatto poi che Brusca sia stato condannato per vari omicidi, compreso quello del piccolo Di Matteo, e fosse apostrofato con soprannomi truculenti non può di per sé sminuire l’attendibilità del suo racconto, né tantomeno smentirlo, anzi. Intanto, se sappiamo che commise quei delitti, è perché li ha confessati lui assieme ad altri pentiti come lui. E poi un pentito, più delitti ha commesso, più cose ha da raccontare. A meno che non si ritenga che il pentito buono è quello muto, perché non ha fatto nulla, dunque non ha nulla di cui pentirsi né da raccontare. Ma Rondolindo fa di più: scrive che “sia B. sia Mancino hanno seccamente smentito” Brusca, dunque Brusca mente: se fosse così semplice, non si processerebbe mai nessuno. Poi aggiunge che, siccome Brusca accusa Mancino e Dell’Utri, “B. non è il mandante occulto delle stragi (e chissà come ci sarà rimasto male Travaglio)”. Spiacenti di deluderlo, ma noi non abbiamo mai detto che B. sia il mandante delle stragi, né che sia un mafioso. Abbiamo “solo” ricordato quel che dicono le sentenze che Rondolindo ignora: B. ha avuto a lungo rapporti con la mafia, l’ha finanziata per trent’anni, ne è stato (e forse ne è ancora) ricattato e nel ‘94 la sua discesa in campo gettò Cosa Nostra in un tale sconforto da indurla a interrompere di botto le stragi. Il resto lo stabiliranno i giudici, ben consci del fatto che Brusca va riscontrato, ma è un testimone oculare di quei fatti, mentre Rondolino non sa nemmeno che giorno è.

di Marco Travaglio, IFQ

12 aprile 2011

Il Redentore

Per incastrare B. non è necessario intercettarlo: basta lasciarlo parlare. Nelle dichiarazioni spontanee del 2003 al processo Sme, dov’era accusato di un bonifico da un suo conto svizzero a uno di Previti a uno di Squillante, tenne al tribunale una memorabile lezione su come si corrompe un giudice pagandolo cash: “Ma vi pare che, se uno versa 500 milioni destinati a un fine illecito, fa un versamento da conto a conto in modo che sia facilissimo ricostruirlo? Ma anche il più ingenuo dei manager sa che questa dazione illecita si deve fare con un versamento in contanti. Quindi la cosa più normale era che uno si mettesse la mano in tasca e tirasse fuori dei soldi senza nessuna registrazione”. Si capiva che parlava per esperienza. Infatti non gli venne proprio in mente di dire: ma vi pare che un uomo onesto come me possa anche solo pensare di corrompere un giudice? L’on. avv. Pecorella, seduto al suo fianco, sudava e pregava sottovoce che finisse presto. Poi lo prese di peso e, prima che confessasse anche il resto, lo trascinò via. Ieri, in passerella al processo Mediaset, B. s’è un po’ confuso, ha parlato di un altro, il processo Ruby. Da mesi un esercito di avvocati, parlamentari, giornalisti e intellettuali da riporto ripetevano a macchinetta che lui non lo sapeva che Ruby fosse una prostituta, anzi pensava che fosse la nipote di Mubarak. I più temerari (tipo Ferrara, Sgarbi e Squacquadanio) negavano addirittura che Ruby avesse mai fatto la prostituta, anzi “sono i pm che diffamano quella povera ragazza dandole della puttana”. Poi, tomo tomo cacchio cacchio, arriva lui. E, fresco come una rosa, se ne esce con un’altra confessione delle sue: “Pagavo Ruby perché non facesse più la prostituta e aprisse un centro estetico per la depilazione”. In pochi centesimi di secondo, vanno in fumo mesi di lavoro dei suoi trombettieri. Tutto da rifare. La nuova versione, per quanto tragicomica, non è nuova negli ambienti della papponeria. I mattinali sono pieni di gentiluomini che han visto Pretty woman e, sorpresi dalla polizia in un boschetto con la patta aperta e i soldi in mano in compagnia di certe tipe in abiti succinti, si travestono da redentori: “Tutto regolare, agente, stavo appunto pagando la signorina per salvarla dal marciapiede”. In ogni caso, senz’accorgersene, B. ammette che Ruby si prostituiva e lui lo sapeva. Tant’è che la pagava perché smettesse. Resta da capire perché, oltre ai soldi cash e alla buste di Spinelli, la riempisse pure di gioielli per centinaia di migliaia di euro. Da quando in qua si addobba una ragazza di collane, braccialetti, monili, orologi pregiatissimi perché apra un centro estetico? O forse era una gioielleria? Già che c’è, B. ripete pure che lui la credeva la nipote di Mubarak. Prostituta e contemporaneamente nipote. Meno male che Mubarak è un po’, diciamo così, impedito, altrimenti marcerebbe su Arcore per chiedergli spiegazioni: come ti permetti di insinuare che mia nipote batte i marciapiedi? Ma guardati la tua, di famiglia. Non vorremmo essere nei panni degli on. avv. Ghedini e Longo, costretti ogni giorno a ricalibrare la difesa in base agli ultimi deliri del cliente. Da ieri la loro Maginot si può riassumere come segue: B. riceve in casa sua una quindicina di volte una prostituta minorenne, che dopo eleganti bunga-bunga si ferma a dormire da lui; poi la copre d’oro per salvarla dalla prostituzione; poi la polizia la ferma per un furto e lui – avvertito da un’altra prostituta che ha il suo numero di cellulare perché lui sta cercando di salvare anche lei – chiama la questura per farla affidare alla Minetti che, per salvarla meglio, la consegna a un’altra prostituta; e lui, per essere più persuasivo, non dice che la ragazza va liberata perché è una prostituta minorenne che lui sta cercando di salvare, ma che è la nipote del presidente egiziano anche se è marocchina; e lui ne è davvero convinto, come del resto 314 deputati. Alla peggio, come al suo attentatore Tartaglia, gli danno l’infermità mentale.

di Marco Travaglio, IFQ

12 aprile 2011

Cerca l’incidente

I duecento manifestanti che, intonando “Meno male che Silvio c’è”, hanno atteso il premier all’uscita del Tribunale di Milano e il successivo comizio di Berlusconi, illustrano bene la situazione e i rischi corsi in questi giorni dal Paese. Il capo del governo, quasi fosse un Al Capone qualsiasi alle prese con un processo per presunte frodi fiscali, ha definitivamente scelto di rivolgersi alla piazza. Lo ha fatto per la prima volta il 28 marzo quando, dal predellino della sua auto, aveva rivendicato il proprio ben poco glorioso curriculum di “presidente più imputato della Storia”. Lo ha fatto ieri con una confusa autodifesa chiusa dall’ormai consueto attacco frontale ai magistrati. E lo farà di nuovo nelle prossime settimane, man mano che si avvicina la (per lui) decisiva tornata delle elezioni amministrative. La strategia seguita da Berlusconi è evidente. Da una parte utilizzare i processi per fare propaganda politica. Dall’altra tentare d’intimidire i giudici, arroventando il clima nella speranza inconfessabile che scoppi un incidente tale (basta una lite) da giustificare una richiesta di spostamento dei dibattimenti ad altra sede per legittimo sospetto. È bene dunque che in futuro i cittadini in disaccordo con i supporter del Cavaliere rinuncino per un giorno al loro diritto alla protesta e lascino sfilare Berlusconi in tribunale da solo. Del resto proprio quello che è accaduto durante la piazzata di via Freguglia (una strada significativamente laterale rispetto al Palazzo di Giustizia) è la fotografia perfetta dello status in cui versa – politicamente, ma non solo – il premier. Costantemente accompagnato dal suo medico, Alberto Zangrillo, e con il volto coperto da un pesante fondo tinta virato d’arancione, il primo ministro non è riuscito a concedersi il bagno di folla che sperava. Mario Mantovani, nominato coordinatore lombardo del Pdl, dopo aver fatto edificare in quel di Arco-nate un monumento a mamma Rosa (Berlusconi), aveva detto esplicitamente di attendere un “migliaio di persone”. Sms e email erano stati inviati a tutti i Promotori della libertà. Ma alla fine per sostenere il premier sono arrivati solo dei pullman semi-vuoti e quasi nessun milanese. Segno che, se si manterranno i nervi saldi, la situazione si rivelerà per quel che è. Grave. Anzi tragica, ma ormai tendente al comico.

di Peter Gomez, IFQ

6 aprile 2011

Montatura di montatore

Cicchitto: “Gravissima violazione della legge, intercettazioni indebite, strumentalizzazione della giustizia per fini politici”. Quagliariello: “Trascrizioni in assoluto spregio delle leggi e della Costituzione”. E via delirando. Figurarsi se i giureconsulti da riporto non s’inventavano qualche nuova balla alla vigilia del processo Ruby che leva il sonno al Cainano perché non è ancora riuscito a escogitare una legge che lo fulmini. Il pretesto gliel’ha scodellato su un piatto d’argento il Corriere della Sera che, accanto allo scoop su tre telefonate fra altrettante Papi-girls e B., pubblica un commento dal titolo “Le conversazioni che non dovevano essere trascritte”. Che cos’è accaduto? Fra le 20 mila pagine dei 20 faldoni di atti depositati dalla Procura di Milano agli onorevoli difensori di B., il Corriere ha scovato tre foglietti esplosivi: quelli, appunto, che raccolgono i brogliacci di polizia giudiziaria con le trascrizioni di tre telefonate della Minetti, della Polanco e della Skorkina, intercettate mentre parlano con B. (e pare ce ne sia qualcun altro). Il Corriere le pubblica e fa benissimo: il contenuto è molto interessante, dal punto di vista sia giudiziario sia politico. Fin dal 1° agosto 2010, quattro mesi prima di essere indagato e tre settimane dopo il primo interrogatorio di Ruby, B. già sapeva che c’era un’inchiesta che poteva riguardarlo e si attivava per rastrellare testimonianze sul fatto che la minorenne si fosse spacciata per maggiorenne. Prometteva soldi, anzi “benzina” a una ragazza rimasta a secco, tramite il solito Spinelli; un posto in Parlamento alla Minetti; e contratti in Mediaset alla Polanco. Ma soprattutto a convocare le testimoni per le indagini difensive, non era lo studio Ghedini, bensì la segretaria del premier, che già che c’era suggeriva pure la versione da fornire all’onorevole avvocato (“costruire e verbalizzare la normalità delle serate del presidente B.”). Un caso da manuale di inquinamento probatorio e di subornazione del teste, roba da arresto in flagrante. Invece, sorprendentemente, la Procura ha deciso (almeno per ora) di chiudere un occhio sulle anomalie delle indagini difensive e sulle manovre di B. per costruire testimoni ad personam. Così quelle telefonate, legittimamente intercettate sui telefoni di private cittadine, non sono state inviate alla Camera per il via libera a usarle contro il premier. Nel 2005, però, la Consulta ha stabilito che, quando un parlamentare viene intercettato mentre parla con un privato sul telefono di quest’ultimo, la conversazione può essere usata tranquillamente contro il privato senza passare dalle Camere. Dunque non si vede perché – contrariamente a quanto scrive il Corriere – quelle conversazioni non avrebbero potuto essere trascritte. Nessuna legge lo vieta e del resto è prassi normale che la polizia giudiziaria stili dei brogliacci, ora riassumendo ora trascrivendo i dialoghi più interessanti, perché il pm li legga, li valuti e decida se e contro chi utilizzarli. Contro B. la Procura non li ha utilizzati, ritenendoli superflui. Ma potrebbe usarli contro la Minetti (nel processo parallelo a lei, Mora e Fede), visto il loro contenuto pesantemente indiziante sul giro di prostituzione ad Arcore e sulle varie modalità di “pagamento” delle Papi-girls. Per questo non ha distrutto quei brogliacci. Ma, anche se avesse deciso di distruggerli, avrebbe dovuto depositarli ai difensori di B. e degli altri intercettati, a garanzia dei loro diritti (vedi mai che, nelle telefonate, ci fossero elementi utili alla difesa). E così è stato fatto. Nessun abuso, nessuna violazione di legge, anzi un doveroso scrupolo garantista che non porterà alcun vantaggio all’accusa (le intercettazioni, non essendo passate per la Camera, sono inutilizzabili almeno contro B.). Infatti per Rosa Santanchè “la Procura ha commesso un reato grave con subdoli intenti politici”. E per Olindo Sallusti, detto il Fotocopia, “la Boccassini ha commesso un reato e dev’essere processata”. La prova migliore che è tutto regolare.

di Marco Travaglio, IFQ

1 aprile 2011

Cricca, l’uomo di Gianni Letta: grazie a noi i Pm “Se la prendono nel c…”

Nella lista dei testimoni al processo sui Mondiali di nuoto, che aprirà i battenti il 5 aprile prossimo a piazzale Clodio, c’era anche il nome di Gianni Letta. I pm ritenevano necessaria la sua presenza, il gip ha preferito non scomodare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Peccato, il primo processo romano sulla Cricca è un po’ la madre di tutti i misfatti che si sono consumati all’ombra dei Grandi Eventi, dalla Scuola dei marescialli al G8, e forse più di altri dimostra quanto fossero stretti e privilegiati i rapporti tra Angelo Balducci e Palazzo Chigi. Al centro dell’inchiesta c’è il Salaria Sport Village, il circolo sportivo costruito sulle rive dell’Aniene in violazione dei piani urbanistici e in assenza di ogni autorizzazione, posto sotto sequestro su richiesta del pm Sergio Colaiocco il 25 maggio 2009.     . Il Circolo sportivo rimase sotto sequestro e lo è tuttora.     sui Mondiali di nuoto Angelo Balducci, Diego Anemone e Claudio Rinaldi, che dell’evento era commissario straordinario, cominciarono a preoccuparsi seriamente. E prima ancora che quest’ultimo fosse invitato a comparire in Procura, cosa che avvenne il 6 maggio, decisero   di predisporre una “difesa” da inviare a Gianni Letta che, secondo la procura di Perugia, veniva informato di tutto in corso d’opera. Lo dimostra lo scambio di sms tra Balducci e Rinaldi alle 20,09 del 9 maggio: “Bisogna trovare una linea comune”.   cuore del Sottosegretario. Bentivoglio rassicura entrambi che la questione è risolta.     

   EBBENE già il 26 maggio, appena 24 ore dopo, la presidenza del Consiglio aveva approntato un provvedimento che disponeva l’immediato dissequestro della sede sportiva. Un provvedimento che come una saetta approdò sul tavolo di Silvio Berlusconi che lo firmò il 30 maggio, appena quattro giorni dopo. Purtroppo, nella fretta, a Palazzo Chigi non si erano accorti che si trattava di un provvedimento incostituzionale: nessun atto amministrativo può intervenire su un’indagine penale sopraffacendo la decisione del giudice

   Fatto che per Balducci e Diego Anemone pesa più dell’arresto, delle accuse di corruzione, riciclaggio, abuso d’ufficio e quant’altro perché, come la procura fiorentina scoprì grazie a una lettera anonima, i due soci avevano investito nel Salaria village decine di miliardi, provenienti da un’intensa attività di riciclaggio avviata in Tunisia tramite Hidri Fathi, l’autista prestanome di Balducci cui venivano intestate ville, poi rivendute nel giro di un paio di anni, che hanno garantito la liquidità necessaria a un investimento importante come l’imponente circolo sportivo sull’Aniene.  

   Scriveva l’Anonimo: “Con l’autista la rottura ci fu nel 2004…lui gli aveva assicurato che sarebbe divenuto il direttore di un grande centro sportivo al 15° chilometro sulla Salaria…per risalire al tutto andrei in Tunisia a Cartagine…questi soldi ripuliti li ritrovate nel centro sportivo nella via Salaria e in appartamenti a Parigi”.  

   Le indagini confermarono che l’origine della lite tra Balducci e l’autista fu la mancata promessa di farlo divenire direttore del centro sportivo. L’incarico Balducci preferì assegnarlo al figlio, ma tutto finora dimostra quanto alta fosse la posta in gioco del Salaria village. Quando ai primi di maggio l’Espresso pubblicò un’inchiesta    Balducci ordina alla segretaria di preparare due buste, con la copia della memoria difensiva sul Salaria Village. Una è intestata proprio a Letta. Ma è dallo scambio di telefonate del 26 maggio 2009, intercorse tra Balducci ed Enrico Bentivoglio, un funzionario della presidenza del Consiglio molto vicino a Letta, e poi tra Bentivoglio e Anemone, che si comprende quanto la questione del Salaria village fosse nel  cuore del Sottosegretario. Bentivoglio rassicura entrambi che la questione è risolta.

   COME? L’atto, poi giudicato incostituzionale, stabiliva che i Mondiali di Nuoto quale “grande evento” fosse trasferito dal Comune di Roma alla Regione Lazio, facendo così decadere le violazioni compiute in deroga alle norme comunali.  

   Nelle telefonata delle 18,31 Enrico Bentivoglio rassicura Balducci: “…E’ stato firmato.. rimanda al Piano delle Opere”. E’ risolutivo? chiede con ansia Balducci. “E sì! E poi sostituisce l’intesa non con il Comune, ma con la Regione..che di fatto c’è già stata…ci sono i pareri favorevoli”.  

   Poco dopo Balducci rassicura Anemone, che alle 18,50 parla con Bentivoglio, dando per scontato che l’indagine giudiziaria vada ad esaurirsi. E Bentivoglio ridendo conferma: “Se la pigliano nel culo…capito? Se la pigliano nel culo…esatto”.  

   Anemone muore dalla voglia di saperne di più: “Enrì, ma tu ce l’hai sott’occhio?”  

   Bentivoglio: “Non ce l’ho io…ce l’ha lui…ce l’ha lui però me l’hanno raccontata..diciamo è sanata”.  

   L’entusiasmo provocato da tali rassicurazioni, fu tale che il 12 giugno successivo Anemone e Filippo Balducci acquistarono un terreno adiacente al Circolo Sportivo che certamente incrementava il valore del Salaria Sport village, ma procurava un ulteriore danno al comune di Roma di 10 milioni di euro, pari ai mancati contributi. 

  di Rita Di Giovacchino, IFQ

 

29 marzo 2011

Mediatrade, solo in 100 rispondono all’adunata pro-B. Che non trova nemmeno il microfono

“Ah, lei è quello cattivo!”. Così Silvio Berlusconi si rivolge al magistrato Fabio De Pasquale, esibendo un sorriso a 32 denti che vorrebbe forse fargli dimenticare quel “famigerato” che gli aveva regalato solo cinque mesi fa. È iniziata così, ieri mattina a Milano, l’udienza preliminare (e dunque a porte chiuse) del processo Mediatrade, in un Palazzo di Giustizia blindato da polizia e carabinieri. Fuori i fan si erano dati appuntamento attorno al gazebo dei “Promotori della libertà”. Un flop. Solo un centinaio di persone ha risposto alla chiamata degli organizzatori, ai giri di telefonate, ai 600 sms inviati per raccogliere il popolo di Silvio attorno al capo che è tornato in tribunale, otto anni dopo lo show delle dichiarazioni spontanee al processo Sme del giugno 2003. Ed è tornato sul predellino: prima di allontanarsi dal Palazzo di Giustizia, ha salutato i sostenitori issandosi sulla sua auto blindata.    Berlusconi è arrivato a Palazzo di Giustizia alle 9.46 e assieme ai suoi avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo è salito al settimo piano, per l’occasione reso inaccessibile a giornalisti e curiosi. Là lo attendevano i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro e il giudice dell’udienza preliminare Maria Vicidomini, che dovrà decidere se rinviarlo a giudizio per frode fiscale e appropriazione indebita.

IL PROCESSO Mediatrade-Rti è una costola dell’inchiesta Mediaset. Secondo la procura, l’acquisto in Usa di prodotti tv, film e telefilm, avveniva con una serie di passaggi intermedi che ha gonfiato i costi finali, ha generato illecitamente fondi neri all’estero fino al 2005 e ha realizzato una frode fiscale fino al 2009. Colonna portante di questo meccanismo era il produttore Frank Agrama, amico di Berlusconi e in affari con lui fin dal 1976. Ad Agrama la procura ha sequestrato, nell’ottobre 2005, 100 milioni di dollari (diventati ora, con gli interessi, 127) sui conti in Svizzera della sua Wiltshire Trading di Hong Kong. Il denaro, secondo i pm, sarebbe anche di Berlusconi, perché il produttore è accusato di essere un suo socio occulto. Sono imputati in questo procedimento anche il presidente e il vicepresidente di Mediaset, Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi. Accusati di riciclaggio, invece, il direttore generale di Mediaset, Giovanni Stabilini, e il banchiere della Arner Bank Paolo Del Bue: avrebbero, secondo l’accusa, ripulito i soldi ottenuti con le false fatturazioni di Mediaset, per girarli all’“utilizzatore finale” Berlusconi.    Quella di ieri era un’udienza tecnica, per stilare il calendario dei lavori (accettate le date del 4 aprile e del 2 e 30 maggio). La presenza di Berlusconi non era dunque proprio necessaria. Ma il presidente del Consiglio ha voluto presentarsi: per poter forse essere assente, in futuro, a udienze più operative e processi più imbarazzanti, come quello sul caso Ruby.    Prima di andare in aula, Berlusconi aveva dato le sue spiegazioni al programma La telefonata di Maurizio Belpietro su Canale 5. “È l’ennesimo tentativo per cercare di eliminare il maggiore ostacolo che la sinistra ha nella conquista del potere. Accuse infondate e ridicole. Io non mi sono mai occupato di diritti tv. E dal 1994, quando sono sceso in politica, mi sono allontanato dalle aziende che ho fondato”. Poi Berlusconi ha dato i numeri: “Ho subìto 24 processi che si sono conclusi tutti con archiviazioni e assoluzioni con formula piena per non aver commesso il fatto. Ora me ne restano sei nel penale e uno nel civile, con oltre mille magistrati che si sono occupati di me”.

IN REALTÀ i processi subìti sono 20, i magistrati poche decine e le “assoluzioni” sono cinque per prescrizione, due per amnistia, due per depenalizzazione del falso in bilancio. In più, in un paio di processi hanno pesato anche le testimonianze false e reticenti dell’avvocato David Mills, ripagato con un regalo di 600 mila dollari.    Ma i pochi fan davanti al Palazzo di Giustizia lo hanno acclamato: “Silvio, Silvio!”. E hanno inveito contro i magistrati e la loro “persecuzione politica”. Salito sul predellino della sua Audi, con un giubbotto antiproiettile appoggiato sulle spalle da uno degli uomini della scorta, Berlusconi, visibilmente affaticato e con più fondotinta del solito, ha cercato un microfono per parlare ai suoi. Invano. Nel gazebo del Pdl non l’hanno trovato. Berlusconi ha allora pronunciato poche parole: “È andata bene, sarò in aula la prossima udienza”. Ha glissato le domande dei giornalisti su Ruby: “Questo è un altro processo”. E poi via a tutta velocità. Cupo un consigliere regionale lombardo: “Non è possibile, era incazzato nero, come si fa a non aver pensato al microfono?”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

25 marzo 2011

Ruby disse: il mio avvocato è Ghedini

La rete attorno a Ruby si stringe presto, quando ancora nessuno la conosce, mesi prima che scoppi lo scandalo della minorenne che rivela il bunga-bunga di Arcore. È una rete fatta di persone (l’impresario Lele Mora, l’avvocato Luca Giuliante, il “fidanzato” Luca Risso, la “consigliera ministeriale” Nicole Mi-netti) e di soldi, tanti soldi. E, sopra tutti, Niccolò Ghedini, che veglia silenzioso sulle sorti del presidente del Consiglio.    La rete di protezione e di contenimento scatta dopo la notte in questura, il 27 maggio 2010, quando a tirar fuori dai guai Ruby (ma soprattutto Silvio Berlusconi) viene mandata Nicole Minetti. Poi scattano Mora, Giuliante, Risso. Il culmine dell’“attività inquinatoria” è raggiunto nella notte del 6 ottobre 2010, quando Karima El Mahrough, in arte Ruby, viene “interrogata”, e non dai magistrati. Ora le carte depositate dalla procura di Milano rivelano chi l’ascolta, quella notte, e la interrompe quando arriva “alle scene hard con il Pr…”: l’avvocato Giuliante, alla presenza di Lele Mora, dell’“emissario di Lui” e di una donna che verbalizza.

MA ANDIAMO per ordine. L’avvocato Giuliante “protegge” Ruby già nel luglio 2010. Ecco che cosa scrivono in un loro rapporto del 31 luglio 2010 i responsabili della comunità genovese Kinderheim Sant’Ilario, dove Ruby aveva l’obbligo di risiedere: “Venerdì 23 luglio 2010, Karima esce e rientra in Kinderheim con l’avvocato Giuliante intorno alle ore 19 (…). Scaricano valigie con indumenti dalla macchina, le dà danari imprecisati e dice che nei bagagli c’è l’oro della ragazza. Karima viene ripetutamente invitata a consegnare i gioielli in Direzione per metterli in cassaforte, ma la ragazza tergiversa e non li consegna. Mette le valigie in camera e lascia gli indumenti sparsi per terra senza ordinarli nell’armadio. Rubi esce e non torna per la notte, rientra il 26/7 accompagnata dall’avvocato Giuliante intorno alle ore 21”.    Continua la relazione: “Precedentemente l’Avv. aveva telefonato assicurando il suo interessamento per riportare la ragazza. Karima sale in camera mentre le educatrici (…) sono con l’Avv. La ragazza dice di aver trovato la porta rotta e che sono spariti i suoi oggetti d’oro. L’Avvocato consola la ragazza dicendole che la signora Diana Mora glieli avrebbe ricomprati ancora più belli. (…) Karima (…) viene invitata a sporgere denuncia formale presso il comando dei Carabinieri di Nervi, nel pomeriggio alle ore 16 insieme alla responsabile. Karima esce dicendo di dover andare dall’estetista e che sarebbe venuta autonomamente dai Carabinieri. Non si presenta. Si presenta dai Carabinieri in data 29/7/10 e fa la sua denuncia”.

I RESPONSABILI della comunità notano una sorta di “conversione” verso la fine del mese: “Dal 27/7/10 non è più uscita di sera. Esce con una ragazza regolare. Chiede di poter cucinare il shushi per tutte le ragazze. Invece di andare al cinema, come consentito, ritorna con due film in cassetta, ‘per risparmiare’. Mostra alla responsabile le fotografie del suo fidanzato siciliano con il quale ha convissuto per quattro anni e dice che intendono sposarsi alla fine di novembre”. La scena cambia in autunno. Ruby frequenta a Genova le discoteche Fellini e Albikokka e ha stretto un rapporto con Luca Risso, che le gestisce. “Se io vengo lì e lo sa qualcuno, son rovinato”. È il primo settembre 2010. Il caso Ruby scoppierà soltanto un mese e 26 giorni dopo. Ma Risso è già preoccupato. Karima El Mahrough, in arte Ruby , gli chiede di passare la notte con lei. “Se io vengo lì, e lo sa qualcuno, io perdo due milioni di euro”. Forse è preoccupato che lo venga a sapere la sua fidanzata, Serena, a cui ha intestato le sue proprietà. Ma Ruby lo rassicura: “Eh… dato che ho avuto una notizia non bella, ma bellissima… Visto che il mio caro Silvio mi darà altri soldi, te li posso anche dare due milioni di euro… Basta che la lasci, cazzo”. Luca frena: “No, non posso”. E Ruby, allora: “Scherzo… no, sto scherzando… No, non lo viene a sapere nessuno, non ti preoccupare”. Luca. “No Ruby, io ti giuro, io verrei, mi farebbe veramente piacere. Io ho paura però che tu poi tu mi scleri, tu ciocchi, tu lo dici a qualcuno”. Ruby: “Ma minchia, l’hai visto, sto cercando di cambiare in tutti i modi”. Luca: “Questo è vero, su questo son d’accordo, hai ragione questo è vero”. Ruby ride: “Grazie, ah meno male, dai ti sto aspettando, ciao”. Luca: “Arrivo tra un quarto d’ora, venti minuti”.

RUBY, all’inizio del settembre 2010, è dunque sicura che “il mio caro Silvio” le darà soldi, molti soldi. Otto giorni dopo, il 9 settembre, la ragazza chiede a Risso di portarla a Milano: deve riscuotere. “Lunedì… lunedì mi devi accompagna… Ahò! Mi fai parlare? Mi devi accompagnare”.Luca: “Dove?”. Ruby: “A Milano”. Luca: “A cosa fare?”. Ruby: “Eh, mi devono dare i soldi”. Luca: “Eh amore, io lunedì… A che ora?”. Ruby: “Lunediiiiii… l’importante è che sia dalla fascia delle otto del mattino fino alle cinque di pomeriggio. Hai tempo? L’ufficio della segreteria di Silvio è aperto in questo orario. deve dare 7 mila euro, sinceramente, e mi servono, perciò ci andiamo. E in treno non ci posso andare perché ci sono sempre i controllori, non voglio rischiare un cazzo”.    Intanto i “guardiani” di Ruby si danno da fare. Il 3 ottobre l’avvocato Giuliante chiede a Luca Risso di mandargli articoli di giornale su Ruby e s’informa se è stato citato anche Lele Mora. Due giorni dopo, Giuliante fissa a Risso un incontro da Lele Mora, per le ore 19 del giorno seguente: “Ciao Luca, domani alle 19 in viale Monza 9: se possibile ti chiederei di venire solo”. La mattina del 6 ottobre, Risso chiede di anticipare l’incontro alle ore 17. Ma poi arriva in viale Monza alle 17.45 e avvisa subito ,Giuliante. Alle 18.47 Ruby chiama Luca Risso e gli dice di essere arrivata anche lei a Milano. Si danno appuntamento per andare insieme da Giuliante.    Scrivono gli investigatori: “Luca chiede a Ruby dove si trova e con chi e aggiunge di essere anche lui a Milano e che tra mezz’ora passa a prenderla. Ruby di essere con Sana in corso Buenos Aires e Luca le dice che l’amica non può stare con loro quindi deve farle prendere un treno e mandarla a casa. Ruby replica che Sana non lo farà e comunque lei sa tutto. Luca le chiede cosa sa e poi aggiunge che deve smetterla. Ruby dice che l’ha visto e a quel punto Luca, che pensava altre cose, si tranquillizza. Luca dice che questa sera si devono vedere con Giuliante. Si sente Ruby che parla in arabo. Poi Luca dice a Ruby di vedersi in piazzale Loreto all’inizio con via Monza”. Si avviano così alla riunione cruciale. Raccontata in diretta da Risso, via sms e poi al telefono, alla sua fidanzata ufficiale, Serena. Alle 23.42 Risso scrive: “Io sono ancora qui… È sempre peggio quando ti racconterò (se potrò) ti renderai conto… Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo ci sono pezzi da 90”. Poi, alle 22.43, le spiega meglio al telefono. Risso: “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò ma è pazzesco!”. Serena: “Stai attento… ricordati grano”.    Alle 23.47 Serena chiede, via sms: “Ma dove sei? Perche stanno interrogando Ruby? E perché tu ascolti tutto? C’è Le-le o solo l’avvocato?”.

RISSO RISPONDE: “C’è Lele, l’avv., Ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza… Cmq tranquilla, è tutto molto tranquillo. Sono qui perché pensano che io sappia tutto”. Alle 12.39, Luca Risso chiama Serena. “Sono ancora qua. Ora sono sceso un attimino sotto, sono venuto a far due passi… Lei è su, che si son fermati un attimino perché siamo alle scene hard con il Pr… con con una… con la persona… Sì, si, guarda, ti racconterò tutto”. Serena: “Va bè, non dirmelo per telefono”. Luca: “No no, infatti, brava brava, perfetto”.    Il 22 ottobre, i pm Forno e Sangermano scrivono che a stare addosso a Ruby è anche Lele Mora: “I brani dialogici finora captati rendono evidente come la minore parte lesa Ruby sia oggetto di una frenetica attività di interessamento e pressione condotta nei suoi confronti da terzi, di cui uno degli epicentri è Mora Dario inteso Lele, ovvero il soggetto che si ipotizza possa averla indotta alla prostituzione. La natura di questa attività, la eventuale partecipazione ad ‘interrogatori’ della minore di soggetti controinteressati rispetto alla tutela delle ragioni della stessa (e rispetto alla tutela della stessa integrità morale della minore), quali l’indagato Lele Mora o imprecisati ‘emissari’ ivi inviati da terze persone, evidentemente preoccupate per il patrimonio di conoscenze detenuto dalla parte lesa, lascia ipotizzare che sia in atto una pregnante attività inquinatoria. Tale attività di inquinamento probatorio, di cui è ragionevole ipotizzare la sussistenza stante gli elementi sopra dedotti, influisce significativamente sulla veridicità delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria; ciò perché, evidentemente, chi si attiva, nella ipotesi indiziaria quivi percorsa, per ‘inquinare’ la prova, è bene a conoscenza, sia del tenore delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria, ovvero si preme su di lei per conoscerne il contenuto, sia del loro fondamento, atteso che in caso contrario, non sarebbe necessario assumere condotte così pregnanti nei confronti della sunnominata parte lesa”.

IN AGOSTO, Ruby continua a essere accudita da Giuliante e Mora. L’8 agosto parla con Diana, la figlia di Mora che ha già tentato di averla in affido, per “liberarla dalla comunità dove parla troppo. Ruby “riferisce alla Diana che Giugliante viene a prenderla il 18 con la Giulia e vanno a Portofino. Diana conferma l’appuntamento per il 18 o il 19, dipende da quello che dice Gugliante. Ruby dice alla Diana che tanto loro due si vedono mercoledì”. Ruby: “Minchia ma mi sta rompendo i coglioni quelli del dottor Forno”. Diana: “Ancora?”. Ruby: “Minchia, torna il 18, cioè manco a Ferragosto ti fa stare bene questo giudice del cazzo ou, poi si chiude nella stanza dalle 8 fino alle 8, sembra che ci ha l’orario che è apposta per me fatto per lavorare quello, ou minkia non vedo l’ora che vada in pensione”. Diana: “Va be, dai, porta pazienza”. Ruby: “Ma poi non vuole arrivare a me, cioè lui il suo interesse non è arrivare a sapere cosa faccio io, lui vuole arrivare a colpire Silvio Berlusconi, che per lui è diventata una tragedia, e Lele Mora, capito?”.    A un’amica, Ruby il 26 ottobre confessa: “È venuto il mio avvocato, ha detto: Ruby, dobbiamo trovare una soluzione… è un caso che supera quello della D’Addario e della Letizia, perché tu eri proprio minorenne… Adesso siamo tutti preoccupatissimi”. E in un’altra conversazione: “Il mio caso è quello che spaventa più di tutti… Il mio avvocato se n’è appena andato… gli ho detto: io ho parlato con Silvio, gli ho detto che ne voglio uscire di almeno con qualkcosa… cioè mi da 5 milioni”.    Ma alla fine entra in scena lui, Niccolò Ghedini. È l’avvocato di Silvio Berlusconi, ma Ruby lo considera anche il suo difensore. Lo dice apertamente a un collaboratore di Luca Risso, Marco Proverbio, che organizza “eventi” al Fellini. Ruby: “Ma guarda… guarda, tra lui e Raoul, li sto, li stooo, li sto io messa incaricati due avvocati, perchè io c’ho due avvocati migliori di Milano”.    Marco: “Ma va?”. Ruby spiega: “Uno è Dinoia, quello che era diii… l’avvocato di Di Pietro, e l’altro è Ghedini, che sarebbe anche l’avvocato diiii, di Silvio”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

I promessi sposi Ruby Rubacuori e Luca Risso hanno annunciato il loro matrimonio durante il programma di Signorini. Lui fino a poco prima scambiava sms con la fidanzata Serena raccontandole “le scene hard col premier” (FOTO ANSA)

 

La guerra di Fede al medico no-bunga

Gli amici del pollo da spennare sono i miei nemici. E così le due “vecchie cornacchie”, come si auto-definiscono Lele Mora ed Emilio Fede, tramano contro chi intralcia i loro festini e, quindi, i loro affari: l’avvocato del premier Niccolò Ghedini e il suo medico personale Alberto Zangrillo. “Se Lui diminuisce le serate saremo costrette a rubargli in casa”, dicono le Papi-girl intercettate dai magistrati di Milano. Ma non sono le uniche a preoccuparsi per il calo fisiologico di entusiasmo del 74enne presidente del Consiglio. Che ogni tanto, per non perire di bunga bunga, viene messo a riposo forzato da Zangrillo.    È il pomeriggio dell’11 ottobre 2010 quando Emilio Fede si lamenta con Lele Mora: “Niente, io non ho notizie di lui, è stato operato, adesso però non so dov’è ma gli ho mandato un messaggio”. “E?”, chiede Mora. “Bè, poi sai attorno io c’ho due nemici, Ghedini e Zangrillo, capito?”.    Il nemico Zangrillo infatti è inflessibile: a Silvio Berlusconi impone tranquillità assoluta. Niente balli fino all’alba nella discoteca sotterranea di Arcore, basta file per distribuire gioielli e buste di contanti, niente feste con 33 fanciulle per volta. Infermierine sì, ma quelle vere. E “Super-man” Berlusconi, anche detto (dalle ragazze) “Mr. Big” e “Al Caprone”, si trova costretto a vestire il pigiama del convalescente. La causa è l’operazione ai tendini della mano sinistra che il premier ha subito il giorno prima dell’intercettazione: un intervento di 15 minuti all’Istituto Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano. Impegni cancellati per tutta la settimana seguente: “Il presidente è davvero tirato e stanco, ha bisogno di molto riposo – dichiarava all’epoca Zangrillo – è al limite e sfruttiamo questa occasione perché, per tanti motivi, ha bisogno di fermarsi un po’ ”.    Sulla salute di Berlusconi rovinata dai party, un mese dopo, Wikileaks pubblica 652 documenti. Uno di questi si riferisce all’anno precedente, quando l’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, trasmetteva al presidente Barack Obama le preoccupazioni di Gianni Letta sulla salute fisica del Cavaliere. Dai dispacci diffusi sul sito di Julian Assange traspare l’inquietudine della diplomazia statunitense che comincia a considerare Berlusconi un partner poco affidabile dopo “tre collassi ed esami medici disastrosi”, pisolini involontari durante gli incontri ufficiali, problemi familiari che influiscono sulla sua “capacità di prendere decisioni”.    La fragilità fisica del Cavaliere e le attenzioni di Zangrillo sono quindi un rischio concreto per Mora e Fede: niente più prestiti milionari, né creste, né “fortuna sessuale” (parole di Fede). Dunque bisogna “occuparsi dei nemici”, che siano medici, fidanzate troppo possessive (il direttore del Tg4 vuole arginare l’ex miss Roberta Bonasia che “si vuole prendere tutto”), o avvocati. Perché Ghedini non si limita a sequestrare a Berlusconi il cellulare, ma gli ricorda più volte che le amicizie di Lele Mora rappresentano un pericolo. L’impresario dei vip è un punto di contatto tra lo scandalo Ruby e l’inchiesta sulla ‘ndrangheta a Milano che ha appena portato in carcere 35 uomini delle ’ndrine. Mora è legato a Paolo Martino, condannato per associazione mafiosa e traffico di droga, e cugino di Paolo De Stefano, boss di Reggio Calabria. Ma per Fede il problema è solo che “Niccolò è troppo severo”.

di Beatrice Borromeo, IFQ

12 marzo 2011

Prima comprava i giudici ora li riforma

A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”. Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la   consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi   gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

di Marco Travaglio – IFQ

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