Non corre più, la Malaguti chiude per crisi

I 170 operai dello storico marchio avranno 20 mila euro di buonuscita.

C’era una volta l’industria dei motori all’emiliana, quella nata dall’ingegno contadino e cresciuta come se fosse una creatura di famiglia. Lì dove centinaia di operai lavoravano come se fossero nella “loro” fabbrica e dove al padrone si dava del tu. Un gran pezzo del-l’Emilia, l’ennesimo, che saluta, smette di rombare e far sentire al resto dell’Italia che c’era un modo di produrre migliore, quello del socialismo, delle coop e delle micro-aziende che facevano della regione più rossa d’Italia anche la più produttiva. E ingegnosa.    L’ultima a spegnere i motori è quella che fu una delle regine negli scooter degli anni Novanta, la Malaguti. Ci hanno provato a salvarla, i fratelli Malaguti, Antonino e Marco. Poi si sono arresi: la crisi ha cominciato a far crollare le commesse e l’azienda, anche a causa di mancati investimenti e innovazioni negli ultimi anni, non è più ripartita. I battenti del grande stabilimento chiuderanno il prossimo 31 ottobre: 170 persone perderanno definitivamente il lavoro dopo che la produzione si era fermata già lo scorso aprile con l’attivazione della cassa integrazione .    Quella dell’azienda bolognese è soprattutto una storia triste. Pochi i comunicati, pochi gli operai disposti a parlare: la famiglia Malaguti ha chiesto a tutti il silenzio. “Siamo con le spalle al muro”, mormorano alcuni operai.

UNA VOLTA erano innamorati di questi industriali che ai loro dipendenti non facevano mancare nulla, come in una specie di grande famiglia. Oggi l’azienda ha promesso che chi non impugnerà il licenziamento avrà una buonuscita di 30 mila euro lordi che di fatto si ridurranno a poco più di 20 mila euro netti. E, con le lacrime agli occhi, hanno accettato, in attesa di quelle migliaia di euro che potrebbero garantire una breve sopravvivenza.    In fabbrica, dalla fine del mese, resteranno solo quelli del settore ricambi, giusto per onorare i contratti con i clienti: 17 persone, anche loro costrette in un polmone artificiale destinato a spegnersi in pochi anni.

QUEI 30 MILA euro hanno anche creato tensioni tra la Fiom-Cgil, che chiedeva di lottare per proseguire la produzione, e molti degli operai che da tempo avevano capito le intenzioni dei fratelli Malaguti. Scelte irrevocabili: chiudere ora che i conti dell’azienda sono ancora apposto. “Se l’azienda va in fallimento non vedremmo più neppure quei 30 mi-la euro”, raccontano gli operai.    L’ultimo incontro si è tenuto ieri in Regione Emilia Romagna e ha semplicemente sancito la volontà da parte dell’azienda di non rinnovare gli ammortizzatori. Tradotto: la ditta chiude. “L’azienda vuole levarsi il carico dei lavoratori e preferisce accontentarli con questi 30 mila euro, il motivo lo possiamo immaginare”, spiega Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna. Del resto alla famiglia rimane una marchio, un grande capannone con vista autostrada e un capitale di circa 40 milioni. “Penso che qualche operazione avverrà”, azzarda Papignani, lasciando intendere la possibilità di una prossima vendita. “Sicuramente l’azienda non ha voluto vendere con gli operai dentro”.    È l’ultimo pezzo, la Malaguti , che lascia orfana quella che era stata soprannominata la Motor Valley. Vuoi per la Ferrari, certo, ma anche la Maserati, la Ducati, la Moto Morini. Tutte aziende, eccezion fatta per la rossa di Maranello, che la crisi ha già minato. Per la Maserati ci ha pensato l’amministratore delegato della Fiat in persona, Sergio Marchionne: ha trasferito a Grugliasco la produzione del cosiddetto Maseratino, mezzo a prezzo ridotto che dovrebbe rilanciare il marchio in un altro segmento. A Modena sono rimasti 600 operai in cerca di garanzie per il futuro che non arrivano. Marchionne va ripetendo da mesi che non è detto che la Maserati venga prodotta solo a Modena. Tradotto: vuol dire tutto e niente.

LA DUCATI, l’altra rossa dell’Emilia, concentrata com’è sulle corse, ha già annunciato che sposterà parte della produzione in Thailandia, vuoi per i costi, vuoi perché è il mercato asiatico che lo vuole. Telai e pezzi di ricambio, con tutto quello che comporta per l’indotto, che prendono l’ennesima destinazione là dove il costo del lavoro è niente. Manterranno il nome, dunque quel Made in Italy presunto, ma che di italiano avrà ben poco.    La Moto Morini se n’è già andata qualche mese fa: il marchio è stato venduto all’asta e rilevato da due imprenditori milanesi, ma di riapertura dello stabilimento non se ne parla, almeno per adesso.

La Malaguti, se ce ne fosse bisogno, ha celebrato il funerale della Motor Valley, nel silenzio del governo affaccendato a risolvere altre beghe. Se volete sentire i motori rombare meglio prendere un’altra strada, magari verso est.

di Emiliano Liuzzi e Davide Marceddu, IFQ

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