Posts tagged ‘L’Aquila’

14 dicembre 2011

Lacrime e sangue: quelli dell’Aquila hanno già dato

“I soldi se uno vuole li trova”. Oliviero Beha concluse così il suo intervento sul palco dell’Eliseo, a Roma, dove testimoni vari del terremoto aquilano si sono incontrati per una serata da dedicare alla città che non c’è più. Quando arrivo, nonostante il teatro sia quasi pieno, tra relatori e spettatori, più o meno mi è nota ogni faccia.

Tra chi è sopravvissuto e continua a sopravvivere, chi si impegna e rischia e rischia di spegnersi, chi racconta finendo immagini e parole, più o meno sempre gli stessi. Non è la passione di chi interviene a far difetto, né l’ostinazione nel non rassegnarsi di chi organizza, anzi. Stavolta ogni partecipante deve portare un coccio; un architetto, provvederà poi a lastricarsi una strada per le vie di L’Aquila antica, quella ferma al 6 aprile 2009. È il paradosso di una città che non sa più cosa inventarsi, che per ricordare al Paese le proprie macerie gliene chiede altre, in dono.

La sensazione, forte e avvilente, è che i presenti abbiano ormai compiuto ogni sforzo possibile, e che non sia stato granché utile. A deprimere ulteriormente, è la constatazione che il grande protagonista, seppur citato meno di quanto lo sarebbe stato poche settimane fa, è sempre e ancora lui, Silvio Berlusconi. Più ingialliscono le foto di Obama e Clooney sulle rovine, più netta e odiosa si fa la certezza del grande inganno di un governo che, come un Geyser Söze inafferrabile, conferma solo ora i soliti sospetti, quando è troppo tardi per riparare. Pensare il futuro qui è faticoso, anche perché per vivere il passato con meno angoscia sarebbe necessario intravedere un’idea migliore di presente, una qualsiasi. Nel sentire l’accorato e ripetuto appello a “tenere accesi i riflettori” su L’Aquila, mi chiedo se sia davvero così utile stare costantemente sotto osservazione come già successo, e i risultati dell’esperimento sono tristemente noti.

Ciò che potrebbe invece essere utile, per quanto all’apparenza impopolare, è non rinunciare mai alla politica. Cercare la migliore, la più capace, la più selezionata, anche tecnica, che ora va di moda. E chiedere ad un governo nominato per risolvere i problemi di un Paese di dare un segno d’attenzione verso quelli di una città, mi sembra improvvisamente possibile. “I soldi, se uno vuole li trova”, diceva Beha riferendosi al governo Monti. A Lacrime e sangue, da quelle parti hanno già dato.

di Diego Bianchi, Il Venerdì

20 maggio 2011

Scippo agli aquilani Niente ferrovia

I soldi stanziati ripagheranno le promesse elettorali di Chiodi.

Oplà. Con 38 righe scritte in gergo ministerial-burocratese vengono scippati a L’Aquila 75 milioni di euro. Un po’ meno di 2 milioni a riga. Un bel colpo, non c’è che dire. Proprio nello stesso momento in cui Angelo Zampolini della cricca del costruttore Diego Anemone, patteggia a Perugia 11 mesi di reclusione per faccende legate ai lavori per i Grandi eventi, compreso il G8 nella città del terremoto. Quei 75 milioni dovevano servire a trasformare in una metropolitana di superficie la vecchia ferrovia che attraversa le zone colpite dal sisma. Un’opera nuova innestata su un impianto antico, che avrebbe dovuto decongestionare L’Aquila dal traffico di auto e camion che dopo il disastro sembra moltiplicato per dieci e togliere dall’isolamento migliaia di persone confinate nelle new town. Cioè gli abitanti dei nuovi quartieri del progetto Case che si stanno rapidamente trasformando in enormi e tristi reclusori, difficili da raggiungere, con bus che passano a cadenza di ore, quando va bene. E invece quei soldi prenderanno altre direzioni.

LO SCIPPO è riassunto in un “appuntino” passato al sindaco della città, Massimo Cialente, da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, abruzzese a cui piace presentarsi come una specie di tutor della ricostruzione. Il titolo della nota sarebbe incoraggiante: “Interventi sulle reti ferroviarie dell’Abruzzo funzionali alla ricostruzione e allo sviluppo post-terremoto”. Sotto ci sono le 38 righe di testo, appunto, concordate dallo stesso Letta con l’amministratore delle Ferrovie, Mauro Moretti, e il presidente Pdl della Regione, Gianni Chiodi, che è anche commissario per la ricostruzione.    Basta poco per scoprire il trucco: il finanziamento di 100 milioni presentato come “funzionale alla ricostruzione”, in realtà è una sottrazione secca di fondi per la città del terremoto. Cinquanta di quei 100 milioni vengono utilizzati per l’elettrificazione della tratta Sulmona-Guidonia, linea che con la zona colpita dal sisma c’entra poco o niente, ma per il cui ammodernamento si era speso in campagna elettorale il futuro governatore. Altri 25 milioni vanno alle tratte Pescara-Sulmona e Sulmona-L’Aquila, binari di nuovo al di fuori delle aree colpite. In totale fanno 75 milioni. Per i binari che attraversano davvero le zone disastrate e lambiscono le new town, cioè la linea Sulmona-L’Aquila-Terni, ci sono solo 25 milioni. Soldi che bastano appena per eliminare tre o quattro passaggi a livello tra Sassa e San Demetrio, ma assolutamente insufficienti per il progetto complessivo della metropolitana leggera.    Raccontano che Letta fosse raggiante al momento della consegna del foglietto al sindaco de L’Aquila, come stesse annunciando un evento memorabile, tanto che i destina-tari della nota si domandano ancora se il sottosegretario fosse o no consapevole del gioco di prestigio oppure se stesse bluffando tout court. Di certo non l’hanno presa bene. Si sfoga con Il Fatto Stefania Pezzopane, assessore comunale, ex presidente della Provincia de L’Aquila e ora responsabile nazionale Pd per la ricostruzione: “Ma davvero pensano che abbiamo l’anello al naso? Il decreto per l’Abruzzo poi convertito in legge destinava 100 milioni di euro alla linea ferroviaria che attraversa le aree del cratere e invece ce ne danno un quarto. È uno scandalo e una presa in giro. Giocano senza vergogna sulla tragedia del terremoto. E magari vorrebbero anche essere ringraziati”. Il sindaco Cialente ha chiesto subito a Letta di bloccare tutto, mentre l’assessore Pezzopane e Giovanni Lolli, deputato Pd abruzzese, non solo non ci pensano proprio ad applaudire, ma stanno valutando se non ci siano addirittura i termini per un’azione legale per distrazione di fondi.

GLI ATTI parlano chiaro, a partire proprio dal decreto legge del 28 aprile 2009, 22 giorni dopo il terremoto, che individuava gli “interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici”. All’articolo 4 si stabiliva uno stanziamento di 100 milioni di euro “nell’ambito dell’aggiornamento per l’anno 2009 del contratto di programma Rete ferroviaria italiana (Rfi) 2007-2011”. In premessa, l’articolo 1 dello stesso decreto stabiliva in modo chiarissimo che i quattrini dovevano andare “esclusivamente ai comuni interessati dagli eventi sismici”.    La presidente Pezzopane si era messa subito al lavoro e i tecnici della Provincia avevano elaborato un progetto per i circa 60 chilometri di binari delle aree del terremoto, un piano che prevedeva la metropolitana leggera da realizzare con l’elettrificazione della linea, l’eliminazione di 25 passaggi a livello, la costruzione di parcheggi di scambio per le auto dei viaggiatori. L’idea era piaciuta e il comune de L’Aquila e la Provincia avevano chiesto i finanziamenti. Guido Bertolaso, allora ancora capo della Protezione civile impegnato per la ricostruzione, si innamorò del piano fino ad appropriarsene e a presentarlo al presidente della Repubblica con una copertina nuova, con bene in vista il logo della presidenza del Consiglio. Per la ferrovia-metropolitana de L’Aquila sembrava fatta. Mancavano solo i soldi, i 100 milioni di euro richiesti, appunto. Dopo l’entusiasmo iniziale, sullo stanziamento cadde però il silenzio. Fino a pochi giorni fa, quando Letta si è presentato a L’Aquila raggiante con l’“appuntino” dello scippo. Il governatore Chiodi gli ha dato manforte con una dichiarazione che sembra una beffa: “A L’Aquila quei quattrini non servivano”.

di Daniele Martin, IFQ

10 marzo 2011

L’Aquila, ora chiedono l’affitto agli studenti sfrattati

L’Aquila, ieri mattina: gli otto ragazzi cacciati dalla Casa dello Studente e privati della borsa di studio rei di aver fumato una sigaretta nella sala studio e con la finestra aperta non sono stati fatti entrare nel padiglione dell’ex Cserma Campomizzi dove il commissario straordinario dell’ADSU aveva detto loro di andare in attesa di essere riammessi a pieno titolo nella Casa dello Studente. Una soluzione temporanea certo ma meglio di nulla. Muniti di valigie felici hanno lasciato i contaneir dove avevano trovato riparo nei giorni e si sono presentati all’ex Caserma Campomizzi accompagnati dall’avvocato Wania Della Vigna. Ad attenderli il responsabili dell’organismo per l’emergenza del terremoto. “Potete dormire qui ma solo a 600 euro a letto, 1200 euro a stanza “ spiegando che si tratta di una struttura adibita all’alloggio degli sfrattati del   sisma, dunque loro universitari modello non ne hanno diritto gratuitamente. Prima cacciati. Poi illusi. Ora sono stanchi. Demoralizzati. Sbattono le valigie a terra e alzano le braccia in segno di resa di una battaglia che non hanno mai combattuto   . Le lacrime si alternano a ghigni di dolore e sorrisi amari. “Non ce la faccio più. Torno a casa se è questo che vogliono”è lo sfogo di Sabrina di Lecce, seguito dalla supplica di Donato: “Non ci abbandonate, non ci abbandonate vogliamo solo laurearci” Grida di giustizia che si infrangono nel silenzio colpevole della politica. Di chi come il Presidente della Regione Chiodi non ha ritenuto di dover rispondere alle richieste del comitato Casa dello Studente che pubblicamente lo ha invitato a risolvere un problema che chiama in causa il grado di civiltà di una comunità, di un Paese. Grida di dolore che spezzano il cuore perché provengono da ragazzi che non contano. Figli poveri. Il loro reddito, lo ricordiamo di nuovo, non supera i 10 mila euro l’anno. Una cifra che non consente di poter pagare 600 euro per un posto letto oltre ai soldi per mangiare per pagare le tasse universitarie   per comperare i libri. Ragazzi “meritevoli”. Ma non più bisognosi, perché colpevoli di aver fumato una sigaretta violando il regolamento applicato alla lettera da un direttore, Luca Valente imputato per il crollo della Casa dello Studente in cui sono morti sette ragazzi e il   custode. Direttore che resta al suo posto nonostante ne abbia chiesto la rimozione anche il commissario straordinario dell’ADSU D’Ascanio proprio dalle pagine del nostro giornale. Ma a pagare sono sempre i più deboli che non hanno altro potere se non quello della volontà, della caparbietà della forza per non arrendersi continuando a sopportare sacrifici immani come dormire nei contaneir pur di conquistare quella benedetta laurea. Segno tangibile nella cosiddetta modernità ,di riscatto sociale, di uguaglianza, almeno sulla carta. È triste vederli tornare verso i contaneir con gli sguardi bassi come fossero profughi nel loro stesso Paese. Ad attenderli un’altra notte al freddo. Per ricominciare ad aspettare domani l’esito di nuove trattative per vedersi riconosciuto un diritto costituzionale negato.

di Sandra Amurri – IFQ

7 marzo 2011

La “mostruosità” degli studenti sfrattati a L’Aquila, ma l’Italia non si vergogna

“Sono storie emblematiche della barbarie in cui stiamo precipitando”. È la riflessione di Nichi Vendola di fronte alla notizia raccontata ieri dal nostro giornale degli otto ragazzi cacciati dalla Casa dello Studente de L’Aquila e privati della borsa di studio perché rei di aver fumato una sigaretta. Notizia seguita da un silenzio assordante. “Il silenzio è legato al fatto che la politica considera ‘politica’ il teatro del potere. La politica si è auto imprigionata nel Palazzo, vive e muore nei talk-show e non ha la pazienza, la costanza della tessitura territoriale”. Ma Vendola va oltre, “questo fatto mostruoso” che dice va inserito “nel contesto berlusconiano quello che evocava le new town costruite in forma di spot pubblicitario fino al momento in cui le intercettazioni telefoniche, le benedette intercettazioni, hanno svelato il livello di cinismo di una classe dirigente affaristica e corrotta. Due facce   della stessa medaglia di un potere che ama operare in deroga alle leggi e che è riuscito a non porsi il problema della peculiarità di una delle più belle città d’arte del mondo come L’Aquila”. E ricorda: “Allora ci fu quel ragazzo che indossò il cartello “noi quella notte non ridevamo” e i residenti del centro storico   cominciarono ad appendere le chiavi sui cancelli e ad armarsi di carriole per svelare all’Italia che dopo le favole appariva la realtà di una città morta”. Una decisione “estrema” quella di ricorrere a procedure disciplinari che negano il diritto allo studio che dice ”sembra dettata da una mente malata. Non valutare l’incredibile stress psicologico di chi fa ancor fatica a riguadagnare il diritto al sonno e al riposo, di chi ogni notte torna   a precipitare nel vortice di quella tragedia e quindi penalizzare chi sta facendo fatica e non riesce a essere in regola con i crediti universitari. Certo aver commesso quella infrazione, aver fumato una sigaretta, dovrà essere davvero un’infrazione imperdonabile osservata dal punto di vista di chi deve rispondere di cose ben più gravi come tutto ciò che ruota attorno alle responsabilità delle stragi che furono causate non solo   dal terremoto. Spero che si possa fare piena chiarezza su questa vicenda, che la politica possa intenderne la violenza. Lo dico perché corriamo un rischio che è quello di assuefarci al fatto che ogni giorno l’asticella della nostra civiltà si sposta di qualche millimetro, ma non in avanti, purtroppo all’indietro”. Come politico non sente anche su di sé la responsabilità del silenzio regnante? “Non sono parlamentare ma non mi sento estraneo e dico che insieme dobbiamo spezzare un atteggiamento culturale che minimizza episodi che sono insopportabili perché violano l’umanità”.   Che fare per dare un corpo all’indignazione? “Bisogna usare la rete perché alla disinformazione del potere e di un potere osceno bisogna replicare socializzando le notizie scomode cercando insieme, passo dopo passo, i sentieri della verità. Con la denuncia allargandola chiedendo ai parlamentari di fare atti di sindacato ispettivo. Noi dobbiamo fare in modo che questi ragazzi non siano soli. È la solitudine che uccide la giustizia. È la solitudine delle vittime che consente ai carnefici di fare il proprio mestiere con un sentimento di impunità… Dobbiamo porre domande. Io non sono depositario della verità ma se le mie orecchie raccolgono le grida di una vittima ho il diritto di fare domande e di avere   risposte. Questa storia la dobbiamo raccontare, proiettare pubblicamente, dobbiamo mettere tanti gregari e burocrati dell’ordine costituito nella condizione di doversi vergognare, di doversi difendere perché vorrei sempre ricordare a tutti noi che la forza del male non consiste nel suo proporsi in forme raccapriccianti, la forza del male consiste nel suo diventare ordinario. Ognuno di noi per la sua responsabilità deve opporre la banalità del bene e il bene è fatto innanzitutto di raccontarci le cose. A questi ragazzi che hanno un potere nullo perché sono segnati, perché sono di famiglie non ricche dobbiamo consegnare il nostro affidamento, il nostro ascolto e dobbiamo offrire la nostra voce perché possa replicare il loro dolore e la loro indignazione”. E dell’ex piduista Bisignani che   elabora per Masi la strategia punitiva contro Santoro cosa pensa? ”Qualcuno si stupisce di questo? Masi ha anche il volto giusto, è il direttore generale che sta portando la Rai verso la bancarotta e sta cercando di devastare quel po’ di dignitoso e di giornalisticamente elevato che ancora fa vivere questa azienda un tempo pubblica. Diciamo che questo Paese va riprogettato, ripensato e che la fatica di fare una battaglia vera sul sistema informativo e sull’emittenza pubblica nasce dalle esperienze che hanno visto il centro sinistra interno ad una logica di lottizzazione. Quando ne abbiamo avuto l’occasione non abbiamo posto mano a quelle riforme che probabilmente smantellavano anche privilegi, pigrizie, piccole reti di potere, carriere, che erano nel nostro schieramento”.

di Sandra Amurri – IFQ

Un’immagine del terremoto de L’Aquila (FOTO LAPRESSE)

27 dicembre 2010

L’Aquila ha già sfiduciato il governo

Imprenditori che ridono pensando ai profitti e promesse non mantenute sulle tasse. Ma soprattutto manganellate. Il 2010, per i cittadini de L’Aquila, è stato l’anno della sfiducia. Nei mesi successivi al terremoto del 6 aprile 2009 il Governo era riuscito a ottenere il consenso di larga parte della popolazione, complici gli slogan “Tutti in vacanza a spese dello stato” e “Dalle tende alle case”. Quest’anno, invece, c’è stato un brusco risveglio. E a partire dal dicembre scorso (con una prima protesta per la proroga sulle tasse), il rapporto fra terremotati e istituzioni si è progressivamente deteriorato. Un’escalation che è culminata con le manifestazioni di quest’estate, ma che è proseguita anche nei mesi successivi, fino all’irruzione del 23 dicembre al palazzo della Regione per protestare contro la mancata sospensione degli arretrati delle tasse nel Milleproroghe.

Che i numeri non tornassero, del resto, era già evidente all’inizio dell’anno: si era detto case per 30mila persone, che sono diventate 18mila fra appartamenti e moduli provvisori. E solo quando si è chiusa la prima fase emergenziale.

A febbraio lo scandalo che travolge la Protezione civile scatena, per la prima volta, lo sdegno della popolazione: le intercettazioni pubblicate nell’ambito dell’inchiesta “Grandi eventi” e appalti del G8 alla Maddalena rivelano che la cricca ha messo le mani anche sull’Aquila. La conversazione fra due imprenditori, la notte del 6 aprile 2009, suscita enorme indignazione:

Gagliardi: «Oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito. Non è che c’è un terremoto al giorno.»

Piscicelli: «No, lo so.» (ride)

Gagliardi: «Così per dire per carità… poveracci.»

Piscicelli: «Va buò ciao.»

Gagliardi: «O no?»

Piscicelli: «Eh certo… io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto.»

Gagliardi: «Io pure…va buò… ciao.»

Arrivano reazioni sdegnate, dalla politica e dalla società civile. Il procuratore dell’Aquila Rossini chiede copia degli atti della procura di Firenze e afferma: «Tanti sono venuti e si sono organizzati per fare speculazioni truffaldine». Il 15 febbraio, Bertolaso, ancora capo della Protezione civile, ammette: «Qualcosa può essermi sfuggito». A giudicare da quanto scrive la Corte di Cassazione, quel che è sfuggito a Bertolaso è più di qualcosa: gli indagati facevano parte «di un sistema di potere in cui appare normale accettare e sollecitare utilità di ogni genere e natura da parte di imprenditori del settore delle opere pubbliche, settore nel quale quei pubblici ufficiali hanno potere di decisione e notevole potere di influenza, e gli imprenditori hanno aspettative di favori.»

Gianni Letta precisa che nessuno di quegli imprenditori ha lavorato all’Aquila. Ma in un’altra intercettazione Piscicelli afferma che, dieci giorni dopo il terremoto, gli sono stati chiesti già «sei escavatori e venti camion. Inoltre ci sono lavori per il consorzio Federico II, di cui fa parte la Btp: i vertici di quest’ultima sono indagati per presunti favori concessi dal coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini. In quei giorni, il Parlamento avrebbe dovuto convertire in legge il Decreto 195, che conteneva, fra l’altro, una creatura fortemente voluta da Berlusconi e Bertolaso: Protezione Civile Servizi Spa. Nel clima di bufera, la Spa viene stralciata.

Ma per gli aquilani questa rinuncia non basta. La misura è colma. Il 28 febbraio, con caschetti, pale e carriole, si radunano in Piazza Duomo, sfondano le transenne al grido di “3 e 32, io non ridevo” e si mettono a spalare le macerie mai rimosse della zona rossa, il centro storico ancora militarizzato. I terremotati rivendicano il proprio ruolo nella ricostruzione: chiedono di uscire dalla gestione emergenziale che avviene attraverso commissariamento e ordinanze; con difficoltà si organizzano in Assemblea permanente, propongono al Comune un regolamento per la partecipazione – ancora inascoltato – e scrivono una legge di iniziativa popolare con un progetto organico per la rinascita della città, riassunto nella sigla S.O.S.: sospensione delle tasse, occupazione, sostegno all’economia.

Non ottengono nulla di tutto questo. Anzi, arriva un nuovo vicecommissario, Antonio Cicchetti. E in estate si ripropone la questione-tasse. Il 16 giugno 25mila persone animano una manifestazione cittadina, ma la proroga di sei mesi concessa nel dicembre 2009 scade e dal primo luglio dipendenti e pensionati ricominciano a pagarle.

Rimane però il nodo della restituzione degli arretrati. Così, si ritorna a Roma. Nella capitale si radunano anche aquilani che scendono in piazza per la prima volta nella loro vita. Li aspetta una brutta sorpresa: arrivano le manganellate (video). E la sfiducia nello Stato cresce.

La città rischia lo spopolamento, la ricostruzione va a rilento perché mancano ancora le linee guida per le case più danneggiate e per i centri storici. Macerie e infiltrazioni mafiose sono al centro dei dossier di Libera e Legambiente.

Il 20 novembre una manifestazione nazionale nel capoluogo abruzzese rilancia l’S.O.S. Berlusconi promette che nel Milleproroghe ci sarà uno slittamento di 6 mesi per la restituzione degli arretrati. Ma agli aquilani non basta, considerato che per il terremoto di Marche e Umbria la proroga fu di 12 anni.

Infine, la doccia fredda: nel Milleproroghe non si parla dell’Aquila. Come se non bastasse, gli sfollati che vivono nel progetto C.A.S.E. dovranno pagare l’affitto dal 2011 per sostenere gli elevati costi di manutenzione degli alloggi voluti dal Governo e dalla Protezione civile; per i 2.095 che ancora vivono in alberghi e caserme l’assistenza finirà il 31 dicembre.

Così, il 23 dicembre viene occupato il palazzo della Regione. La sera arrivano rassicurazioni del governo per una proroga di altri 6 mesi. Ma all’Aquila non si crede più alle promesse e non ci si accontenta di misure che non prevedano una programmazione a lungo termine: Assemblea cittadina e Consiglio comunale si dichiarano in stato di agitazione permanente. Gli aquilani si aspettano la svolta nel 2011. Ma le premesse, stando ai fatti, sembrano ancora lontane.

L’Aquila, le promesse non mantenute del governo fanno infuriare la popolazione

A poche ore dal Natale all’Aquila esplode la rabbia. Ieri sera, 23 dicembre, centinaia di cittadini aquilani hanno occupano il Palazzo dell’Emiciclo della Regione forzando i cancelli d’ingresso (video) per protestare nei confronti dell’ennesima beffa sul fronte delle tasse: nonostante le promesse di Berlusconi, nel decreto milleproroghe non c’è la sospensione della restituzione degli arretrati. 

Nel piazzale del Palazzo, anche consiglieri regionali, come il capogruppo Pdl Gianfranco Giuliante e i consiglieri Giuseppe Di Pangrazio e Giovanni D’Amico.

Mentre l’azione è in corso, giunge la notizia che il Governo – impegnato in una trattativa dell’ultimo momento con una delegazione composta dal Presidente della Regione Gianni Chiodi, dal vicepresidente Giorgio De Matteis, dal presidente della Provincia Antonio Del Corvo e dal sindaco dell’Aquila Massimo Cialente –, si impegna a prorogare di altri 6 mesi.

Fino a ieri, non si era trovata la copertura finanziaria.

In ogni caso, l’assemblea cittadina ha proclamato lo stato di agitazione permanente. L’ennesima proroga a tempo, infatti non soddisfa gli aquilani, perché avviene nuovamente mediante ordinanza: non si esce dalla logica dell’emergenza e dei commissariamenti. E all’Aquila i cittadini sono stanche delle elemosine. Lo spiega bene il giornalista Giustino Parisse, che scrive su il Centro, quotidiano locale: «Quella di ieri è stata la giornata più brutta per L’Aquila dopo il 6 aprile del 2009. Il Sovrano e i suoi ministri dopo una giornata di suppliche hanno gettato dalla finestra di Palazzo Chigi le molliche avanzate dalla loro tavola imbandita»

Si tratta della terza proroga, dal 6 aprile 2009, giorno del terremoto.

Ed è da dicembre dello scorso anno che gli aquilani protestano sul tema tasse (video dicembre 2009) perché le proroghe, centellinate, da un lato rivelano che manca un progetto complessivo per la ripresa economica della città. Dall’altro, impediscono ai cittadini una progettazione a lungo termine. Nel terremoto di Marche e Umbria la sospensione della restituzione degli arretrati venne annunciata da subito per 12 anni e la restituzione riprese in 60 rate al 40%. Il che ha consentito ai terremotati una pianificazione del futuro. Da tempo, gli aquilani – che dal primo luglio di quest’anno hanno ricominciato a pagare le tasse – chiedono un trattamento analogo sugli arretrati. Non solo: lo chiedono con una legge organica. E l’hanno anche scritta, una legge di iniziativa popolare, per la quale si raccolgono le firme dallo scorso 20 novembre 2010, giorno della manifestazione nazionale. Ne sono state raccolte già 20mila.

La serata di ieri, che si è conclusa con l’occupazione del Palazzo dopo un’assemblea cittadina, giunge al termine di un 2010 fatto di promesse mancate e numeri gonfiati: la tensione sociale, all’Aquila, è altissima.

E nel frattempo, le nuove case del Progetto C.A.S.E. hanno problemi di ogni genere (dal riscaldamento alle infrastrutture) e hanno costi di manutenzione troppo alta per il comune. Così gli sfollati che le abitano, dal 2011, dovranno anche pagare l’affitto. Non solo: dal 31 dicembre cesserà anche l’accoglienza per coloro che sono rimasti in alberghi e caserme. E così, il miracolo aquilano raccontato da Berlusconi perde altri pezzi per strada. Per nascondere la realtà, le proroghe non bastano.

di Alberto Puliafito – IFQ


17 dicembre 2010

Quanto deve durare il funerale di Stato dopo il terremoto?

All’Aquila c’è una piazza. Non ci stanno le macerie che il governo ha messo in vetrina e poi ha nascosto dietro le telecamere spente. All’Aquila ci sta una piazza anche se si chiama Piazza d’Arti, che appena l’ho sentita nominare mi sono venute in mente le braccia, gli arti, quelle che davano il nome a un mestiere da povero, il bracciante.

Intorno a questa piazza ci sono diciassette associazioni che insieme all’Arci stanno facendo un teatro e uno spazio espositivo per l’arte contemporanea. C’è già una biblioteca, un centro diurno che si occupa di disabilità fisiche e mentali, l’equo e il solidale, gli scout per gente che il 6 aprile di un po’ di tempo fa s’è ritrovata coi propri arti e un sacco di macerie da spostare. Un posto normale in una città che non è più normale, ma solo normalizzata.

È passato sopra il terremoto. È passato sopra alle case fatte con la sabbia di mare. E dopo il terremoto che ha distrutto gli immobili è arrivata l’immobilità. C’è una parola che racconta il disagio e la crisi che proviamo quando ci viene da dire che manca la terra sotto i piedi. La parola è spaesamento. Gli abruzzesi sono stati spaesati prima del terremoto che ha messo in moto la terra e poi da un intervento che ha fermato tutto facendo passare in poche ore la città da una paurosa corsa sfrenata in discesa a una frenata pazzesca.

Questa sera a Piazza d’Arti, mentre ci beviamo un bicchiere di vino con Enrico dice che “all’inizio abbiamo pensato: ammazza che efficientismo!”.

E poi? Poi Sebastiano ricorda quando “giravamo per i campi e organizzavamo spettacoli e concerti. Un giorno la Protezione Civile ha detto che non avevamo l’autorizzazione per entrare. Gli ho fatto: ma vi dobbiamo chiedere il permesso pure per andare al bagno? E loro: certo!, perché la carta igienica ve la diamo noi”.

Allora penso a quando ti muore un padre, tu sei spaesato e hai bisogno di qualcuno che ti faccia tutto. Ti dia mangiare e bere, ti vesta il morto e te lo metta in bara, te lo porti al cimitero e ti faccia la lapide con la foto e il nome. Ma poi si deve tornare a vivere. E allora perché L’Aquila è ancora un cadavere? Perché gli abruzzesi sono condannati a vagare in lutto da una tenda a un albero, da una baracca di plastica a un casermone dove dovranno restituire anche l’aria che respirano? Perché vagano tra le macerie come fantasmi? Quanto deve durare questo funerale?

di Ascanio Celestini – Il Venerdì

 

14 dicembre 2010

Le New Town de L’Aquila: travi che crollano e terremotati-bis.

Il maltempo allaga le case della Protezione civile e la gente deve sfollare di nuovo. Mentre un sopralluogo dei vigili del fuoco da risultati preoccupanti sulla stabilità degli edifici.

“Dissesto statico”, “esecuzione difettosa”. Sono solo tre pagine col timbro dei vigili del fuoco, ma bastano a risvegliare L’Aquila dal sogno (incubo?) delle new town berlusconiane. Come quella di contrada Sant’Antonio, inaugurata l’autunno scorso. Un anno dopo, un crollo e il successivo sopralluogo dei vigili del fuoco aprono squarci preoccupanti sulle condizioni di quelle case.

Il maltempo dei giorni scorsi non c’entra. Semmai, ha peggiorato la situazione, creando quelli che in Abruzzo ora chiamano “sfollati bis”: terremotati pronti a lasciare le new town allargate per tornare in albergo. Già prima delle forti piogge, il 21 novembre, i vigili, chiamati per il crollo di una pesante trave di cartongesso nel soffitto di un garage a Sant’Antonio, avevano fatto rilevare, nel verbale, una presunta “esecuzione difettosa” dei lavori: la trave sarebbe crollata perché “priva di una staffa di sostegno”. Tra gli abitanti della palazzina, ora c’è chi annuncia di rivolgersi alla Procura. Da Eucentre,  l’azienda di Pavia che, con la Protezione civile, ha progettato le abitazioni, non commentano. Non è la prima polemica che investe il Progetto Case. Anzi. Un mese e mezzo fa, un servizio di Rainews 24, A prova di sisma, è stato acquisito dalla Procura abruzzese, che già indagava sull’efficienza degli isolatori antisismici installati nelle abitazioni.

In risposta, la Protezione civile ha provato a rassicurare tutti: “Le case sono sicure” fanno sapere da Roma, e citano come prova alcune simulazioni effettuate prima dell’inaugurazione. L’ultima parola la diranno le indagini della polizia giudiziaria, che ha sentito funzionari ministeriali ed esperti, nazionali e internazionali, compresi alcuni dell’Università di San Diego.

L’altro fronte della polemica che, da subito, ha investito le new town è quello dei costi. Secondo il consigliere regionale dell’Italia dei valori Carlo Costantini, sono eccessivi quelli sostenuti per le abitazioni: 13,5 milioni di euro solo per la fornitura dei 7.300 dispositivi antisismici sotto inchiesta. Costantini, che ha detto la sua anche sul suo blog, è stato querelato da Gian Michele Calvi, al contempo coordinatore del Progetto case e presidente dei laboratori di Eucentre: Calvi ha chiesto un risarcimento di due milioni di euro. Al centro della querelle, la distribuzione di incarichi e consulenze. Costantini aveva chiesto l’accesso agli atti con l’elenco dei nomi dei professionisti prescelte, che però in un primo momento gli è stato negato. Giorni fa, è stato il Tar de L’Aquila a riconoscergli il diritto a consultare quei documenti: un modo per esercitare il diritto alla difesa. E ora quelle carte potrebbero contribuire a fornire un quadro più chiaro della vicenda.

di Paolo Casicci – Il Venerdì

3 dicembre 2010

Le mani su L’Aquila

Fondi immobiliari. Privatizzazioni. Speculazioni. Dopo tante promesse ai terremotati sul centro storico, ora la ricostruzione diventa un gigantesco piano immobiliare. E un business per le imprese.

C’è qualcuno che scommette su L’Aquila ricostruita. E non fatica ad ammetterlo. Si chiama Antonio Napoleone e di mestiere gestisce capitali. In una parola: speculazione. “La parola in sé fa pensare male” ammette “ma nel contesto anglosassone non ha la stessa accezione negativa che ha da noi”. Quando si gestiscono grandi somme per conto di altri, si sa, la prima cosa che bisogna garantire è il profitto. Anche tra le macerie. È lui che ha aperto la prima finestra ai colossi del mattone sulla fase post-emergenziale dell’Abruzzo. Dove lo Stato non arriva, il veicolo sono i fondi immobiliari.

Antonio Napoleone sbarca a L’Aquila pochi mesi dopo il terremoto del 6 aprile 2009. “Volevo dare una mano, mettere la mia esperienza a servizio di una terra che sento mia” dice. Napoleone è nato a Castiglione a Casauria, in provincia di Pescara, ma ha studiato e si è sposato nel capoluogo abruzzese prima di fare esperienza e fortuna all’estero, nei Paesi arabi e poi nell’Europa dell’Est. È presidente di Europa Risorse S.r.l, una società che propone progetti per lo sviluppo e la rivalutazione di aree e immobili, con capitali di investitori istituzionali.

Dopo il sisma Antonimo Napoleone si attiva, scrive al Presidente del Consiglio e bussa “alle porte di tutti gli operatori immobiliari chiedendo a ciascuno di partecipare alla ricostruzione dell’Aquila”, come spiega lui stesso in un’intervista al settimanale ‘Tempi’. Arrivato da Milano prende contatto con il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, con il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi, con Guido Bertolaso e con Ettore Barattelli (il presidente del consorzio Federico II, al centro dell’indagine della magistratura sui presunti affari della “cricca” nella ricostruzione) e anche con Rinaldo Tordera, presidente della Carispaq, la banca aquilana.

L’estate è quasi alla fine. In vista dell’inverno, Protezione civile e prefettura cercano di trovare alloggi per gli sfollati che vivono in tenda e sulla costa. Un rapporto Ance parla di 3.000 appartamenti sfitti pronti per essere requisiti, ma la realtà è che gli imprenditori edili preferiscono affittare ai prezzi di un mercato che sta lievitando.

L’allora prefetto Franco Gabrielli, ora succeduto a Bertolaso a capo della Protezione civile, con le requisizioni di case non ha successo. Qui entra in scena Antonio Napoleone. Europa Risorse Srl affianca la struttura di emergenza, la prefettura e il Comune nella requisizione e gestione degli alloggi. Un incarico affidato attraverso ordinanze del presidente del Consiglio e decreti commissariali firmati da Bertolaso.

Napoleone però fa di più. Attraverso Europa Risorse Sgr, una società di gestione del risparmio, dà vita a un fondo immobiliare speculativo: il fondo Aq. Acquista case con uno sconto del 25%, rispetto al prezzo pre sisma, da costruttori con l’acqua alla gola costretti a svendere per rientrare con i fidi e i mutui accesi presso le banche. Il fondo intende attrarre capitali per 100 milioni di euro e acquistare in tutto 500 appartamenti. Li darà al Comune per alloggiare le famiglie la cui casa è stata dichiarata inagibile. L’affitto è a canone calmierato, stabilito con ordinanza della Protezione civile. Più volte il fondo Aq viene pubblicizzato come “fondo etico” e vince addirittura il “mattone d’oro” per la finanza solidale durante i Real Estate Awards. Alla scadenza, tra cinque anni, il fondo promette un guadagno “equo” del 3% per gli investitori, vendendo con un ricarico “giusto” agli inquilini, che per contratto hanno un diritto di prelazione sull’acquisto. Un’operazione, quindi, che sembra condotta senza speculare sulla pelle degli aquilani.

In realtà di garanzie non ne esistono e il guadagno etico è solo a parole: “Nessuno è stato in grado di dire cosa succederà tra 5 anni – ammette Antonimo Napoleone – se L’Aquila esploderà nella ricostruzione quegli appartamenti saranno ambìti”. Nonostante le promesse, infatti, il fondo Aq non è vincolato a vendere a prezzo scontato. Chi garantisce che le case non saranno messe in vendita a prezzi più alti a grandi palazzinari se chi ha la prelazione non se li potrà permettere?. La risposta, quasi imbarazzata, è un: “Nessuno”.

Lo spettro è quello dell’arrivo dei grandi speculatori immobiliari, che già ci sono perché il fondo AQ è stato sottoscritto da Fintecna e Fimit, che portano 40 milioni di euro su 100. Il resto arriva da un pool di banche capitanate dalla Banca popolare dell’Emilia Romagna, gruppo a cui appartiene anche Carispaq, attraverso un mutuo, anche questo “etico”, con tasso fisso all’1%. Fintecna è la ben conosciuta finanziaria a capitale statale, che controlla al 100% Fintecna immobiliare e Patrimonio dello Stato Spa, società che ha come obiettivo “gestire, valorizzare ed alienare il patrimonio dello Stato”. Quindi vendere con profitto. Fimit invece è una società di gestione risorse (Sgr) con diversi azionisti, per lo più enti previdenziali: Inarcassa (5%) Enasarco (10%) Enpals (19%) e Inpdap (30.72%). Il resto appartiene a una società di diritto lussemburghese, la Lbrep III società di gestione di fondi della fallita Lehman Brothers per un 18%, e un 17% al management, cioè la Ifim di Massimo Caputi, che è anche amministratore delegato di Fimit. Caputi è uomo di Caltagirone nel consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena e ha già fatto affari, in passato, con i big della finanza come Pirelli Re, Benetton, Caltagirone e lo stesso Napoleone.

Massimo Caputi è sotto inchiesta da parte della procura della Repubblica di Milano per aggiotaggio, riciclaggio e ostacolo all’attività di controllo di Consob e Bankitalia. Il manager si era dimenticato in un hotel di Milano una busta con 45.000 euro. Dalle intercettazioni che sono seguite con l’ipotesi di riciclaggio, si è scoperto che la gestione di alcuni fondi di Fimit, quotati in borsa, era quantomeno “allegra”.

Fimit aderisce ad Aq attraverso uno dei suoi tanti fondi immobiliari, il Senior. Nel comitato etico c’è anche il vescovo vicario dell’Aquila, monsignor Giovanni D’Ercole, fino a qualche mese fa presidente del Cda di Aquilakalòs srl, società nata per partecipare alla ricostruzione, con un occhio agli interessi della Curia e “per il bene della comunità”.

Il fondo Aq è un fondo di tipo speculativo, che solitamente offre agli investitori, a fronte di un forte rischio, alti rendimenti, anche grazie all’utilizzo di leve finanziarie e strumenti non concessi ai normali fondi. Un fondo speculativo immobiliare “etico” è un’anomalia. Infatti altri fondi con finalità di housing sociale non risultano catalogato come di tipo speculativo negli elenchi di vigilanza della Banca d’Italia.

Nonostante gli sforzi e i decreti commissariali i soldi a settembre 2009 non sono ancora arrivati, almeno non tutti. Manca la terza tranche di sottoscrizioni che ancora Fintecna e Fimit non sono pronte a garantire. C’è ancora reticenza a investire senza sicurezza di un guadagno. Anche per chi gestisce fondi pubblici. “In fondo Fintecna ha sottoscritto – racconta Napoleone – perché non poteva dire di no a Bertolaso”. Allora arriva una mano dal governo. Un’ordinanza del presidente del Consiglio del novembre 2009 impone agli enti previdenziali pubblici di investire il 7% degli utili nella ricostruzione attraverso “investimenti immobiliari in via indiretta”. Si legga “fondi immobiliari”. Significa che Inail, Enpals Inpdap e Inps dovranno investire a L’Aquila tramite strumenti gestiti più probabilmente da privati, come nel caso del fondo AQ. La porta quindi ora è aperta.

Sulla questione l’onorevole Leoluca Orlando dell’Idv ha presentato un’interrogazione alla Camera. Perché non si finisce mai di fare chiarezza e spulciando tra le visure societarie spunta anche qualche paradiso fiscale: dall’inchiesta del settimanale Left si sa infatti che la Doughty Hanson, società di private equity proprietaria al 50% di Europa risorse srl assieme alla Bdp di Antonio Napoleone, possiede una quota dell’1% della sua omonima italiana, la Doughty Hanson srl. Il restante 99% appartiene alla Brac1, società con sede nelle isole Cayman. Mentre alcuni soci di Napoleone nella Bdp hanno costituito una società con sede in Lussemburgo. Lo stesso Napoleone dice di non sapere nulla della Brac1 e delle Cayman, “Ma sono tutte operazioni consentite all’estero – spiega – per mere ragioni fiscali”.

Ora negli appartamenti del fondo immobiliare abitano oltre 800 persone, più di 250 famiglie che, se la loro casa non sarà riparata o ricostruita, tra cinque anni avranno l’opzione di acquisto del loro appartamento. A quali prezzi? Nessuno è in grado di dirlo. La possibilità è ancora la vendita a colossi della speculazione in grado di far fronte a enormi investimenti e di influenzare il mercato immobiliare di una città che (forse) rinasce.

E che siano scenari tutt’altro che fantasiosi lo dimostra la protesta, a Roma, di un gruppo di inquilini. Il motivo è l’aumento degli affitti fino al 100% e in altri casi un ricatto: o compri casa tua al nostro prezzo o te ne vai. Abitano in immobili di enti previdenziali; uno di questi, della Cassa nazionale del Notariato, è stato apportato al fondo Theta di Fimit:”Con alcuni enti c’è stata una trattativa – spiega Massimo Pasquini, dell’Unione inquilini – Con Fimit non è mai successo. Sono ideologicamente contrari a fare accordi”.

di Matteo Marini – L’espresso

 

10 novembre 2010

Il Premier a L’Aquila si rifugia nelle battute

“Scusate il ritardo, c’era traffico e tanta pioggia. Magari qualcuno avrà anche pregato che non arrivassi mai”. Come se niente fosse, dopo una giornata nel disastro veneto e le dure contestazioni della gente, Silvio Berlusconi scalda l’auditorium della Scuola di Finanza dell’Aquila con una battuta fuoriprogramma, lanciata prima ancora di sedersi in prima fila ad ascoltare i discorsi ufficiali.    A Coppito ieri pomeriggio si consegnavano le benemerenze di prima classe della Protezione civile a 18 rappresentanti di enti e istituzioni che hanno lavorato al post terremoto. Dopo i saluti calorosi del sindaco Massimo Cialente (“Non vi dimenticheremo   mai, però abbiamo ancora molte cose da dirci, Presidente”) e del governatore Gianni Chiodi (“Grazie davvero a Bertolaso, si merita ogni cittadinanza onoraria, e in bocca al lupo al nuovo Capo, Franco Gabrielli, che abbiamo già potuto apprezzare”) è cominciata sul palco la sfilata dei premiati con medaglietta dorata e lungo fiocco blu, il colore della Protezione civile.    GUIDO BERTOLASO e Silvio Berlusconi sono saliti sul palco, ma la scena era tutta per il premier. E dei suoi ospiti: innanzitutto il Capo dello Stato Maggiore della difesa Vincenzo Camporini, poi il parigrado dell’Esercito Giuseppe Valotto e il Capo del Corpo Nazionale Vigili del fuoco Alfio Pini. A seguire   ancora Bruno Branciforte (Marina Militare), Giuseppe Bernardis (Aeronautica), Nicola Izzo (Polizia), Franco Ionta (Polizia penitenziaria) e Marco Brusco (Capitanerie di Porto). Una parata militare in piena regola, con parole esplicite al momento di presentare Leonardo Gallitelli, Comandante Generale dei Carabinieri: “I più amati dagli italiani – ha concesso il premier -, ci danno tranquillità e sicurezza. Finché ci sono i Carabinieri, c’è e ci sarà la democrazia in Italia”.    Premiato, con battuta, anche il Comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo: “La Gdf è quella che ci fa pagare le tasse, se le pagassimo tutte sarebbero più leggere. Lo dico da primo contribuente italiano” ha ammiccato il premier.   Che ha concluso l’evento con un discorso accorato: “Lo Stato ha fatto il proprio dovere all’Aquila. Credo di aver degnamente rappresentato il popolo italiano come leader del governo. Queste cose, al di là della tragedia, fanno bene a una nazione. Dice il Pascoli: ‘La nube nel giorno più nera, fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera’” A rinforzo, sul palco sale l’Aquila Rugby cui personalmente “il Dottor Berlusconi”, come sottolineato dal capo delegazione, ha elargito 200mila euro: per forza, risponde lui, “è del 1936 come me, classe vincente”. Maglietta in omaggio e battuta finale: “Mi hanno disobbedito anche stavolta, non doveva saperlo nessuno dei soldi”.    Tranne le più alte cariche militari di uno Stato italiano che, tra   nubi e terremoti, ha ricevuto un messaggio distensivo: tutto sotto controllo. L’unico disturbo è venuto dai comitati cittadini che hanno bloccato le vie di accesso alla caserma non potendo manifestare nemmeno fuori dalla struttura. Qualche scontro – anche duro – con la polizia, un calcio all’auto del vicecommissario Antonio Cicchetti, cinque ore sotto la pioggia a ricordare   l’altra versione della storia: “Siamo il paradigma dell’emergenza Italia” dice Anna Colasacco, blogger con al collo un cartellone che ha fatto furore: “Tu bunga bunga, noi macerie”. E continua: “Volevamo solo dire al premier che non siamo soddisfatti di come vanno le cose qui, che le casette stanno cadendo a pezzi con quello che sono costate, che da gennaio dovremo ripagare le tasse e pure gli arretrati mentre per altri terremoti si è aspettato dieci anni, che il sistema delle new town ha trasformato gli aquilani in un popolo di gente smarrita, sempre in macchina da una parte all’altra della città devastata, con le macerie che stanno lì a marcire tra erbacce e pioggia”. Parole che gli alti generali non sentiranno.

di Chiara Paolini IFQ

15 ottobre 2010

La minaccia degli albergatori “niente pasti e biancheria”

L’Aquila, l’ultimatum per gli sfollati in attesa dei soldi da Roma.

Berardino Persichetti abita a Roseto degli Abruzzi dal 10 aprile 2009. Vive in un residence e dice che ogni mattina, quando si sveglia, per un attimo pensa di essere in camera sua, a L’Aquila. Poi si ricorda del terremoto e sa che passerà un altro giorno lontano da casa, un altro giorno sospeso nell’attesa di tornare alla sua vita vera. Ieri però c’è stata una novità. La vicepresidente di Federalberghi L’Aquila Mara Quaianni ha deciso che gli sfollati non avranno più biancheria pulita e pasti caldi nelle strutture dove sono stati sistemati dalla Protezione civile: “Se non ci saranno segnali concreti sui pagamenti delle spettanze arretrate – ha fatto sapere la Quaianni –, dal 15 ottobre sospenderemo i servizi di cambio biancheria, pulizie camere e fornitura pasti ai terremotati che stiamo ospitando”. A 18 mesi dal sisma, Berardino Persichetti è solo uno   dei quasi tremila aquilani ancora sistemati in hotel, e l’ipotesi di diventare ostaggio umano degli albergatori che non riescono a farsi pagare dallo Stato lo fa andare su tutte le furie: “Prima il governo ci ha promesso il miracolo dicendo che la città sarebbe rinata in un attimo; poi, siccome la ricostruzione è ferma e non c’è uno straccio di legge quadro, abbiamo osato protestare e ci hanno subito dato degli ingrati e piagnoni (oltre a qualche manganellata); adesso siamo diventati pupazzi in balìa di chi ha un credito da incassare.

Le “promesse” del sottosegretario

SIAMO incazzati neri, questa è la verità. E voi che non siete de L’Aquila, che non siete terremotati, che non c’entrate niente,dovetecapireunacosa:oggi tocca a noi, domani a voi. Se qualcosa va storto e un cittadino deve contare sull’efficienza dello Stato, è così che succede: sei solo un numero piccolo   sballottato tra grandi interessi”.  I numeri in ballo sono tanti. Qualche giorno fa il sottosegretario Bertolaso ha raccontato al Senato che per l’Aquila ci sono 14 miliardi. L’ultima ordinanza del Consiglio dei ministri ha previsto una tranche di 714 milioni per l’emergenza, di cui 80,5milioni dovrebbero essere in arrivo a breve. In realtà solo 42 sarebbero materialmente disponibili per coprire diverse esigenze: contributi all’autonoma sistemazione (cioè un rimborso parziale a chi si paga l’affitto), puntellamenti degli edifici, costi già sostenuti per attività amministrative del Comune e mille altre voci. Il problema è che solo per ripagare gli albergatori servono 60 milioni. Il Commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi ha bocciato sonoramente l’iniziativa di Federalberghi: “È inaccettabile e disumano l’atteggiamento di certi imprenditori che, minacciando di interrompere i servizi agli sfollati, cercano di far leva sul disagio di persone già così duramente colpite per ottenere condizioni diverse da quelle concordate e   accettate da tutti gli operatori abruzzesi. In ogni caso abbiamo sbloccato 2,6 milioni per coprire questa emergenza in tempi rapidissimi”.

Il sindaco Cialente smorza i toni

SECCA la risposta della Quaianni: “Non abbiamo mai detto che cacceremo dalle nostre strutture i terremotati. Però qualcosa dobbiamo fare per difendere i nostri diritti, visto che abbiamo molti mesi di arretrato e ci sentiamo presi in giro dalle istituzioni”. Il sindaco Massimo Cialente smorza i toni: “Sono sicuro che alla fine gli albergatori ragioneranno e nessuno avrà disagi supplementari.È un modo per attirare l’attenzione”. Tra i terremotati c’è chi solidarizza con gli imprenditori. Daniela Ragno non ha dubbi: “Io li capisco, e le dirò che ormai non mi importa più niente. Se devo mangiare un pezzo di pizza in camera e fare il bucato alla lavanderia a gettoni, lo faccio volentieri: basta si capisca che non ce la facciamo   più. Io mi ero trasferita al centro de L’Aquila tre giorni prima del terremoto. E’ andato giù tutto. Gli sciacalli mi hanno rubato qualche mobile e l’argento che mi aveva lasciato mia madre. Poi mi hanno mandato in hotel vicino Lanciano, 170 chilometri da casa. Ieri finalmente sono stata spostata in un albergo in centro, vicino casa”. Il giorno sbagliato, giusto in tempo per rimanere senza cena. Ragno sorride: “Il problema mio è un altro. Ieri, consegnandomi la chiave della camera, la Protezione civile mi ha chiarito che potrò restare qui solo fino all’8 dicembre. Ma come? E dove vado fino a quando finisconoilavoriperrimettereinpiedi almeno la casa dei miei, in periferia? Dovrebbe essere per aprile, ma nel frattempo che faccio? L’architetto ha allargato le braccia, dice che c’è gente furba che sfrutta gli alberghi più del dovuto e quindi adesso ci danno un taglio. Ho anche proposto che vengano a controllare   il cantiere, e lì è stato il colmo dei colmi. Dicono che gli ingegneri dovranno dichiarare di aver trovato un ostacolo, un problema imprevisto, e così poi magari potrò avere ancora aiuto. Capito? Non si può dire la verità in Italia, sennò si è puniti. Invece l’imperatore che racconta balle viene qui in trionfo quando gli fa comodo. Scommettiamo che se si vota a primavera arriveranno magicamente soldi e telecamere?”.

di Chiara Paolin IFQ

Una visita tra le macerie dell’Aquila di Bertolaso con Napolitano. Non è cambiato ancora nulla (FOTO ANSA)

13 ottobre 2010

Appalti a L’Aquila il ruolo di Letta e la svolta dei Pm

Attenzione sulla riunione ristretta a Palazzo Chigi con Verdini e Fusi.

Se fossimo in America dove dal ’73 la Corte Suprema ha stabilito che gli uomini pubblici hanno una minore “aspettativa di privacy: un uomo politico non può mentire; deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la coerenza tra i valori proclamati e i comportamenti tenuti”, il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini si dovrebbe dimettere. Secondo quanto emerge dal rapporto che i Ros hanno consegnato al Procuratore de L’Aquila Rossini, infatti, risulta che Verdini ha mentito ai Pm di Firenze che indagano sulla ricostruzione post-terremoto a proposito dei suoi rapporti societari con l’imprenditore Riccardo Fusi, presidente dimissionario della Btp. Rapporti che secondo   il coordinatore del Pdl si interruppero nel 1995-1996 mentre i Ros nell’informativa hanno accertato che i “rapporti socie-tari” con Fusi sono proseguiti in maniera evidente fino a giugno 2007 e anche oltre. Verdini, Fusi e l’imprenditore aquilano Ettore Barattelli – presidente del consorzio Federico II (associazione di imprese nata dopo una riunione svoltasi a Palazzo Chigi presieduta da Gianni Letta che secondo l’accusa sarebbe   servita per accaparrarsi commesse nell’ambito della ricostruzione proprio attraverso l’ausilio di amicizie politiche di rilievo) – verranno interrogati il 18 ottobre prossimo. Sono indagati per “abuso d’ufficio” in concorso con Barattelli – del Federico II fa parte la Bpt di Fusi, tutti già indagati dalla Procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sui grandi eventi, che ha portato all’arresto del presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo Balducci, dell’imprenditore Diego Anemone e al coinvolgimento del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. I magistrati vogliono capire quale sia stato il ruolo di Letta.

AL CENTRO dell’interrogatorio sarà proprio l’incontro avvenuto il 12 maggio 2009 a Palazzo Chigi a cui parteciparono il sottosegretario, Verdini e alcuni imprenditori e dirigenti della Cassa di Risparmio de L’Aquila in cui si decise la costituzione del Consorzio Federico II che poi si è aggiudicato quattro gare d’appalto nella ricostruzione. Gianni Letta dal quale, come ha raccontato Verdini ai Pm di Firenze, ha accompagnato “Fusi e il presidente della banca de L’Aquila per raccomandargli la possibilità di lavorare… siccome Letta è de L’Aquila ed era molto interessato alle cose, io ho accompagnato   loro da Letta”. C’è stata una riunione però sulla questione dei lavori Letta già lì rispose: “Parlerò, vedrò, però c’è questa tendenza alla ricostruzione attraverso la Protezione civile”. Mentre in una telefonata intercettata Verdini dice a Fusi che le carte sono state date da Gianni a Bertolaso. Ma Bertolaso ai pm nega di aver ricevuto carte da Gianni Letta. Per ora di certo c’è che da parte di Verdini ci sia stato un interessamento a favore   di Fusi che aveva un’esposizione non garantita di 26 milioni e 600 mila euro nei confronti del suo Credito Cooperativo Fiorentino (come da relazione dell’ispezione della Banca d’Italia) come confermato anche dal governatore abruzzese Gianni Chiodi: “Ho parlato con l’imprenditore Fusi al telefono, mi è stato passato dal coordinatore nazionale del Pdl, Verdini, con il quale ero in una riunione politica a Roma. Mi chiese un incontro, risposi, ‘quando vuole’. Un normale atto di cortesia che non ha avuto alcun seguito tant’è che non l’ho mai incontrato. Non so se poi ha provato a rimettersi in contatto con la mia segreteria”. Mentre a proposito delle rassicurazioni di Letta, che aveva garantito che imprenditori finiti nell’inchiesta di Firenze non avevano poi lavorato a L’Aquila, Chiodi dice: “Penso che Gianni Letta, stavolta, abbia avuto delle informazioni sbagliate”.

IN CONCLUSIONE il Consorzio Federico II o l’associazione temporanea d’imprese che comprende la Btp di Fusi ha ottenuto gli appalti dalla   Protezione civile (lavori di rifacimento della scuola Carducci de L’Aquila per un importo di 6 milioni e 843 mila euro ); dal Provveditorato alle Opere Pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna (per l’ammodernamento della caserma Campomizzi. importo 11 milioni e 235 mila euro); dal Comune de L’Aquila (per il puntellamento del centro storico per un importo liquidato di 428.957 euro più 528.958   euro, ordinativi dirigenziali comunali parzialmente revocati per inadempimento del Consorzio); e dalla Cassa di Risparmio de L’Aquila – di cui è consigliere di amministrazione Barattelli (per il contenimento dei danni delle sedi dell’istituto di credito di corso Vittorio Emanuele II e nel palazzo Farinosi – Branconi per un importo di 2 milioni di euro). Pura casualità e come si sa al caso non si comanda.

di Sandra Amurri IFQ

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