Archive for maggio, 2007

20 maggio 2007

Guantanamo

GUANTÁNAMO: UN NUOVO RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL CONDANNA LE CONDIZIONI DI DETENZIONE

CRUEL AND INHUMAN – CONDITIONS OF ISOLATION FOR DETAINEES IN GUANTÁNAMO BAY, E’ SU: http://web.amnesty.org/library/Index/ENGAMR510512007

GUANTÁNAMO: UN NUOVO RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL CONDANNA LE CONDIZIONI DI DETENZIONE

Amnesty International ha diffuso oggi un nuovo rapporto in cui denuncia che la grande maggioranza di coloro che si trovano ancora a Guantánamo e’ detenuta in condizioni d’isolamento crudeli, che violano gli standard internazionali.
La maggior parte dei prigionieri e’ stata sottoposta a un trattamento duro per tutta la durata della detenzione, trascorsa in gabbie metalliche o celle di massima sicurezza. Per di piu’, una nuova struttura aperta lo scorso dicembre, conosciuta come Campo 6, ha determinato condizioni ancora
piu’ rigide e durature d’isolamento estremo e deprivazione sensoriale.

I prigionieri sono reclusi per 22 ore al giorno in celle d’acciaio isolate e recintate, tagliati quasi completamente fuori da ogni contatto umano. Le celle non hanno aperture sull’esterno o accesso a luce e aria naturale. I detenuti non possono svolgere alcuna attivita’, sono sottoposti a illuminazione costante, 24 ore su 24, e sorvegliati regolarmente dal personale del centro, attraverso spioncini collocati sulla porta della cella. Possono svolgere esercizio fisico uno per volta, in un cortile circondato da alte mura perimetrali che lasciano filtrare poca luce naturale. Poiche’ spesso vengono portati fuori dalle celle di notte, essi rischiano di non vedere la luce del sole per giorni e giorni.

Le autorita’ statunitensi hanno descritto il Campo 6 come una ‘struttura moderna e all’avanguardia’, piu’ sicura per il personale e piu’ confortevole per i detenuti. Tuttavia, Amnesty International ritiene che le condizioni, come rilevato da immagini fotografiche e dalle testimonianze dei prigionieri e dei loro avvocati, violino gli standard internazionali sul trattamento umano. Per certi aspetti, queste condizioni appaiono maggiormente severe anche dei piu’ restrittivi livelli di custodia in ‘supermassima sicurezza’ applicati in territorio statunitense, criticati da organi internazionali come incompatibili con gli standard e I trattati internazionali sui diritti umani.

Secondo quanto risulta ad Amnesty International, intorno all’80% dei circa 385 uomini che si trovano a Guantánamo sono detenuti in isolamento: si tratta di un passo indietro rispetto a decisioni precedenti, tese a migliorare le condizioni di detenzione e a favorire maggiore socializzazione tra i prigionieri. Il Pentagono ha comunicato che, intorno alla meta’ di gennaio, 165 detenuti sono stati trasferiti nel Campo 6. Altri 100 sono in isolamento nel Campo 5, un’altra struttura di massima sicurezza di Guantánamo. Un’ulteriore ventina di prigionieri si troverebbe in isolamento nel Campo Echo, una struttura separata dalle altre, dove le condizioni di detenzione sono state definite dal Comitato internazionale della Croce rossa ‘estremamente dure’.

Shaker Aamer, residente nel Regno Unito ed ex mediatore tra i detenuti e il personale del centro, e’ in isolamento totale a Camp Echo dal settembre 2005. Nella stessa struttura si trova anche, da 10 mesi, Saber Lahmer, un algerino catturato in Bosnia. Entrambi gli uomini sono reclusi in celle piccole, prive di finestra, con poche possibilita’ di fare esercizio fisico e nessun oggetto personale, fatta eccezione per una copia del Corano. A marzo Lahmer avrebbe rifiutato di lasciare la
propria cella per un colloquio, gia’ concordato da tempo, col proprio avvocato e cio’ ha sollevato forti preoccupazioni per la sua salute mentale.

Le misure di sicurezza pare siano significativamente aumentate a seguito di un prolungato sciopero della fame e della morte di tre prigionieri, suicidatisi nel giugno scorso. Molte delle persone trasferite al Campo 6 provengono dal Campo 4, dove erano detenute in gruppi all’interno di baracche e avevano la possibilita’ di svolgere una serie di attivita’ ricreative. La popolazione carceraria del Campo 4 e’ scesa da 180 prigionieri nel maggio 2006, agli attuali 35.

Tra i detenuti dei Campi 5 e 6 figurano persone di cui e’ stato gia’ stabilito il rilascio o il trasferimento, tra cui alcuni uiguri, cinesi di religione musulmana, i quali tuttavia non possono tornare in Cina a causa del rischio di persecuzione.

Amnesty International teme che le condizioni detentive, oltre a essere inumane, possano avere un effetto fortemente negativo sulla salute psicologica e fisica di molti prigionieri, acuendo lo stress
Provocato dalla detenzione a tempo indeterminato, senza accusa ne’ contatto coi propri familiari. Avvocati che hanno recentemente visitato I prigionieri del Campo 6, hanno espresso preoccupazione per l’impatto delle condizioni detentive sulla salute mentale di diversi dei loro clienti. L’organizzazione per i diritti umani chiede che 3Guantánamo sia chiusa e che i detenuti siano incriminati e processati secondo gli standard internazionali sui processi equi oppure rilasciati. Nel frattempo, gli Usa dovranno prendere immediate misure per alleviare le condizioni detentive e
assicurare che tutti i prigionieri siano trattati secondo gli standard e I trattati internazionali.

Le misure sollecitate da Amnesty International comprendono la fine dell’isolamento prolungato e in condizioni di limitata stimolazione sensoriale, un aumento delle attivita’ e delle opportunita’ di
associazione tra i detenuti, contatti regolari con le proprie famiglie e possibilita’ di fare telefonate e ricevere visite.

Amnesty International, infine, chiede al governo statunitense di consentire l’ingresso a Guantánamo di organizzazioni indipendenti e di esperti Onu sui diritti umani, nonche’ di un team indipendente di medici che possa visitare i detenuti in privato e accertarne le condizioni di salute.

fonte GUANTÁNAMO: UN NUOVO RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL CONDANNA LE CONDIZIONI DI DETENZIONE

16 maggio 2007

Terrorismo

– La parola "terrorismo" è diventata il flagello del nostro vocabolario, la scusa, la ragione, la giustificazione morale della violenza di stato – la nostra violenza – che oggi ricade sugli innocenti del Medio Oriente, terrorismo, terrorismo. E un punto a capo, un segno di interpunzione, una frase fatta, un’orazione, un sermone, l’alfa e l’omega di tutto ciò che dobbiamo odiare per riuscire a ignorare l’ingiustizia, l’occupazione, l’assassinio su scala di massa. Terrore, terrore, terrore. E una sonata, una sinfonia, un’orchestra sintonizzata su ogni stazione radio e televisisva, su ogni dispaccio di agenzia, la telenovela del diavolo, servita calda in prima serata, o stancamente distillata nelle forme più noiose e mendaci dai "commentatori" di destra della costa orientale degli Stati Uniti, o dal Jerusalem Post, o dagli intellettuali europei. Colpire il Terrore, Vittoria sul Terrore, Guerra al Terrore. Guerra eterna al Terrore. Di rado, nella storia, soldati, giornalisti, presidenti e re sono stati tanto pronti a schierarsi compatti in questi ranghi stolidamente acritici. Nell’agosto 1917 i soldati erano convinti che sarebbero tornati a casa per Natale. Oggi, si è decisi a combattere per sempre. La guerra è eterna. Il nemico è eterno: cambia solo la sua faccia sui nostri teleschermi. Una volta stava al Cairo, aveva i baffoni e nazionalizzava il canale di Suez. Poi stava a Tripoli, vestiva con una ridicola uniforme militare, aiutava l’IRA e metteva le bombe nei bar americani a Berlino. Poi portava la veste di un imam musulmano, mangiava yogurt a Teheran e progettava la rivoluzione islamica. Poi indossava una veste bianca, e viveva in una caverna dell’Afghnaista, e poi ancora ripescava quegli stupidi baffi e risiedeva in una serie di palazzi intorno a Baghdad. Terrore, terrore, terrore. Infine, ostentava la kefiyah e una vecchia mimetica di taglio sovietico, si chiamava Yasser Arafat, ed era il signore del terrore nel mondo, poi un superstatista, poi ancora un signore del terrore collegata – a detta dei  suoi nemici israeliani – al Meister di tutti i terori, quello della caverna afghana. –
 
Tratto da libro "Medioriente" di Robert Fisk
 
Siamo così presi da questa idea del terrore che ormai chiunque la pensi in modo diverso da noi diventa un terrorista, abbiamo visto nei giorni scorsi,  un comico diventare terrorista solo per aver fatto una battuta sulla chiesa cattolica (tra l’altro ineccepibile dal punto di vista logico: "il Papa, e la Chiesa che "non si è mai evoluta": "Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana"). I ceceni prima erano un popolo che combatteva per la propria libertà (secondo l’occidente era stato invaso) ora sono diventati tutti terroristi. Il livello di distorsione della realtà è ormai così vasto che terrorista è anche quello che ti taglia la strada in auto.
 
Per saperne di più: www.robertfisk.com/
 
9 maggio 2007

Nove maggio 1978

PEPPINO IMPASTATO
 
Nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa.
Nel 1965 fonda il giornalino "L’Idea socialista" e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio privata autofinanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di suicidio. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: "Prima di uccidere Peppino devono uccidere me". Morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.

 

Per saperne di più: http://www.centroimpastato.it/ http://www.peppinoimpastato.com/

7 maggio 2007

L’illegalità della legge.

Quando si parla di giustizia si evoca spesso il principio della certezza della pena. Prima ci si potrebbe chiedere se esiste la certezza del processo penale. Perché?
In media un processo penale dura 10 anni, se invece sono previsti più capi di imputazione e molti imputati, anche di più. Diciamo che circa il 70 per cento dei processi che vengono portati a giudizio ha una durata massima di prescrizione di sette anni e mezzo. Questo significa che tutta la macchina giudiziaria lavora per la prescrizione. Un imputato che ha soldi e quindi la possibilità di resistere in giudizio, è inutile che acceda a riti abbreviati, patteggiamenti se, andando in dibattimento, può vedere il suo processo evaporare a norma di legge. Notifiche sbagliate, abbondanti possibilità di rinvio, impugnazioni automatiche fino alla Cassazione, un giudice del collegio che cambia in corso d’opera e quindi si ricomincia da principio. E intanto il tempo passa. A partire dalla riforma del codice di procedura penale del 1989 fino ad oggi il legislatore, di riforma in riforma e magari in buona fede, non ha fatto altro che offrire a piene mani cavilli che incentivano tattiche dilatorie per difendersi piuttosto che nel processo dal processo.
Nella giustizia civile le cose i tempi sono ancora più lunghi.
L’eccessiva durata del processo è una violazione dell’art. 6 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e l’Italia è il primo Stato nella graduatoria delle condanne inflitte dalla Corte europea di Strasburgo. Per queste condanne l’Italia ha pagato e continua a pagare centinaia di milioni di euro, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa considera il nostro paese un “sorvegliato speciale” e si è chiesto addirittura se in Italia sussistano ancora le condizioni di uno Stato di diritto.

Per saperne di più: http://www.report.rai.it/R2_HPprogramma/0,,243,00.html

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