Archive for dicembre, 2007

28 dicembre 2007

L’Ue si comporta da bandito nei negoziati sul commercio

Resta acceso in Ghana il dibattito, avviato ormai da qualche tempo, sui probabili effetti nel paese di un accordo di partnership economica (EPA) con l’Unione Europea. Questo soprattutto grazie a Tetteh Hormeku, uno dei più energici attivisti africani in tema di commercio.
La posizione della Commissione Europea, braccio esecutivo dell’Ue, è inamovibile: circa 80 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) devono firmare gli EPA provvisori – relativi al commercio di beni – entro la fine di quest’anno. Le consultazioni su altre questioni, come la liberalizzazione dei servizi e le regole sugli investimenti, potranno invece proseguire nel 2008.
Gli appelli dei governi dell’Africa occidentale per un posticipo della scadenza sono stati respinti dai funzionari dell’Ue.
Hormeku, noto avvocato di 48 anni, lavora dal 1994 con il gruppo Third World Network Africa, ad Accra. È cresciuto a Old Ningo, un centro che vive di pesca e agricoltura a 50 chilometri dalla capitale del Ghana, dove i suoi genitori coltivavano pomodori, tapioca e peperoni.
Erano raccolti “utili” durante la sua infanzia, ricorda, ma dagli anni ’80 il loro peso nell’economia nazionale è crollato, da quando Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Ue insistono per aprire i mercati nazionali ai cibi spesso più economici provenienti dall’estero.
Eliminando la maggior parte delle tariffe sulle importazioni agricole dall’Europa, gli EPA renderebbero la situazione degli agricoltori del Ghana ancora più precaria rispetto a oggi, teme Hormeku, inasprendo la povertà in questo paese a basso reddito.

Hormeku ha parlato con il corrispondente dell’IPS a Bruxelles, David Cronin, durante la sua visita ad Accra*.
IPS: Qual è lo stato dei fatti nei negoziati EPA tra il suo governo e la Commissione Europea?
TH: Martedì (4 dicembre) ero piuttosto sconvolto quando ho sentito che era arrivata una delegazione della Commissione Europea e portava con sé una bozza provvisoria dell’accordo. Lo stesso martedì, la delegazione aveva dichiarato: “Abbiamo un volo stasera”, anche se poi lo hanno posticipato.
Un approccio scorretto, se davvero i funzionari volevano discutere con noi l’accordo provvisorio. Avrebbero dovuto sottoporci una copia almeno con una settimana di anticipo. Non ci si sveglia un martedì e si dice, “ecco, questo è l’accordo che dovete firmare”. Le consultazioni alla fine sono fallite a causa di una proposta dell’Ue sull’abolizione delle tasse di esportazione. Le tasse di esportazione sono usate dai paesi in via di sviluppo per incoraggiare la lavorazione a livello nazionale. In Ghana, abbiamo tasse di esportazione su cacao e ferro – per scoraggiare l’esportazione dei materiali metallici.
IPS: Può spiegare perché l’Ue vuole che vengano eliminate le tasse di esportazione applicate dai paesi africani?
TH: Il Kenya ha una tassa di esportazione sulla pelle grezza. Nel 2005, l’Ue ha cercato di costringere il Kenya a rinunciare alla sua tassa di esportazione sulla pelle, ma il Kenya si è rifiutato. Quando ha fallito con il Kenya, ha cercato di introdurre nuove regole nell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), ma tutti – Cina, India, ecc. – si sono rifiutati.
La posizione dell’Ue si spiega con la Global Europe strategy (la strategia globale europea, un documento politico dove viene esplicitata l’intenzione dell’Unione di eliminare ogni ostacolo che le aziende europee potrebbero incontrare all’estero). Per garantire la competitività dell’industria manifatturiera europea, bisogna assicurare un flusso continuo dei materiali grezzi.
IPS: È contento che il governo del Ghana non abbia accettato l’accordo proposto dall’Ue?
TH: Più che contento, ne sono piacevolmente sorpreso.
IPS: Malgrado l’Ue abbia avviato le consultazioni con l’obiettivo di concludere un accordo con la regione dell’Africa occidentale, ultimamente ha cercato di stringere accordi con i singoli governi della regione. Che ne pensa?
TH: La delegazione europea non sarebbe dovuta venire in Ghana. ECOWAS (la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha costituito un team per i negoziati. L’Ue ne è al corrente, ma viene ancora in Ghana e si rivolge al capo di stato.
Questo sarebbe come scavalcare Peter Mandelson (politico inglese e commissario europeo per il commercio), e andare da Gordon Brown (primo ministro britannico). Sarebbe come dire a Brown, “Abbiamo un problema con Peter Mandelson, lei deve intervenire”.
È una dimostrazione del cinismo dell’Unione Europea. Innanzitutto, sostengono che gli EPA servono per promuovere l’integrazione regionale. Poi, quando non ottengono quello che vogliono, assumono un comportamento tale da minacciare la nostra stessa integrazione regionale.
IPS: Crede che Mandelson abbia un atteggiamento colonialista?
TH: Non la metterei in termini di pensiero coloniale. Il suo atteggiamento è questo, se ritiene che una cosa sia buona per te, allora è davvero buona per te. Lo stesso atteggiamento che aveva nel governo britannico (quando era segretario di stato per l’Irlanda del Nord); si è comportato così anche con gli irlandesi, quando doveva trattare con loro.
IPS: Una “valutazione di impatto sulla sostenibilità” effettuata per conto della Commissione ha rivelato alcuni degli effetti negativi che gli EPA potrebbero avere sul Ghana. Si prevede per esempio che l’agricoltura sarà penalizzata quando le tariffe sulle importazioni alimentari dall’Europa saranno eliminate. Le secca constatare che la Commissione abbia ignorato questo studio?
TH: A maggio del 2003, c’è stato un incontro con Pascal Lamy (allora commissario europeo per il commercio) all’Hotel La Beach (di Accra). Gli chiesi cosa avrebbe fatto se le valutazioni di impatto sulla sostenibilità per l’Africa occidentale avessero confermato che la liberalizzazione non era necessaria. Lamy mi ha risposto: “Non mi interessa, io sono qui per fare gli interessi dell’Europa”.
IPS: L’Ue rimarca costantemente il fatto di essere il primo donatore di aiuti nel mondo. Il quadro che lei traccia si rivelerebbe un trauma per gli europei, i quali pensano di aiutare i paesi in via di sviluppo.
TH (con una bottiglia di birra in mano): Chi crede in questo, ha troppa fede nelle istituzioni europee. L’Ue si comporta da bandito nei negoziati internazionali. Non diversamente dagli americani, ma forse la differenza è che gli americani dicono, “Voglio la tua birra, ragazzo, e se non me la dai, ti sparo”. Gli europei dicono, “Voglio la tua birra perché è nel tuo stesso interesse darmela”.

*L’intervista è stata rilasciata prima che il Ghana firmasse un EPA con l’Ue il 13 dicembre. (FINE/2007)

Di David Cronin http://www.ipsnotizie.it/

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27 dicembre 2007

Sette miti salutisti tutti da sfatare

Qualcuno ci avrà certamente detto almeno una volta che leggere a luci basse fa male agli occhi. Eppure non è vero. Così come non è vero che servono otto bicchieri d’acqua al giorno per stare bene, né che usiamo solo il dieci per cento del nostro cervello.
Queste teorie sono alcune delle sette "leggende mediche" elencate e sfatate in un documento pubblicato dal British Medical Journal. La prestigiosa rivista scientifica, come da tradizione, durante il periodo natalizio tratta di argomenti più "leggeri" del solito.
Due ricercatori americani, il professor Aaron Carroll, assistente di pediatria al Regenstrief Institute di Indianapolis e la ricercatrice Rachel Vreeman, che si occupa di salute del bambino alla Indiana University School of Medicine, hanno preso sette "luoghi comuni" legati alla medicina e hanno cercato le prove scientifiche della loro validità, senza però riuscire a trovarle.

Ecco le sette "leggende" sfatate dai ricercatori:

Bere otto bicchieri d’acqua al giorno toglie il medico di torno. Non c’è bisogno di bere tanto per mantenersi in salute. Non esiste una sola prova registrata dall’American Journal of Psychology su questo argomento.
Leggere a luci basse rovina la vista. Secondo la maggioranza degli esperti non dovrebbe causare danni permanenti ma, secondo i ricercatori, potrebbe comunque far strizzare gli occhi, sbattere le palpebre e causare problemi di messa a fuoco.
Radersi col rasoio fa crescere i peli più spessi. Chissà quante volte le ragazze si sono rifiutate di usare il rasoio, la famosa "lametta", per il terrore di veder poi crescere la "barba" sulle gambe. La rasatura invece, secondo gli studi dei ricercatori americani, non avrebbe alcun affetto sullo spessore e la frequenza della ricrescita.

Mangiare tacchino fa venire sonno. Ecco un altro dei luoghi comuni più gettonati, specialmente nei paesi di tradizione culinaria anglosassone. Persino il dottor Carroll e la dottoressa Vreeman all’inizio ci credevano. La carne di questo animale contiene infatti un amminoacido chiamato triptofano, coinvolto nel controllo del sonno. Ma non in quantità superiore a quella contenuta nel pollo e nella carne trita. Le cause della sonnolenza sono molto più probabilmente dovuete alle grandi abbuffate natalizie.
L’essere umano utilizza solo il dieci per cento del proprio cervello. Questa "leggenda medica" si è diffusa intorno al 1907, ma le analisi per immagini non mostrano alcuna area del cervello completamente inattiva.
Unghie e capelli continuano a crescere anche dopo la morte. Questa convinzione trae forse origine dai racconti macabri. In realtà, come hanno spiegato gli stessi ricercatori, dopo la morte la pelle si secca e si ritira, dando quindi l’impressione che le unghie siano più lunghe.
Bisogna spegnere i cellulari negli ospedali. L’ultimo dei "falsi miti" è quello della dannosità dei cellulari sulle apparecchiature mediche degli ospedali. Nonostante i timori diffusi, gli studi hanno riscontrato interferenze minime con l’equipaggiamento medico.

Conclusioni. I due medici autori della ricerca hanno sottolineato che i medici dovrebbero pensarci almeno due volte prima di sponsorizzare luoghi comuni non totalmente accertati scientificamente o del tutto falsi. "Ci siamo impegnati per sfatare questi miti dopo esserci accorti della loro popolarità – ha spiegato il professor Carrol – Queste credenze vengono spesso ribadite dai media e persino dai medici curanti. Questa diffusione di informazioni false non è scientificamente accettabile".

 
 
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22 dicembre 2007

Narco trafficanti brasiliani sparano su Babbo Natale

Nelle violenze che impazzano in Brasile è rimasto coinvolto anche Babbo Natale. Un attore, travestito con il classico completo rosso e la barba bianca d’ordinanza, è salito a bordo di un elicottero per raggiungere una favela di Rio de Janeiro e consegnare dei regali a tutti i bambini.

Insospettiti dal passaggio del velivolo alcuni narcotrafficanti hanno aperto il fuoco. Per fortuna nessuno è rimasto ferito.

Tutto è successo perché il pilota dell’elicottero ha confuso le favela Nova Marè e Vila do Joao. I boss della zona non erano quindi stati avvertiti dell’arrivo del carico di doni e vedendo effettuare una manovra di atterraggio, dove non era stata consentito, hanno pensato si trattasse di una band rivale pronta a fare incursione, o peggio ancora, della polizia. Immediata la reazione violenta.

Fortunatamente il pilota ha capito in tempo quello che stava succedendo e ha immediatamente ripreso quota, dopo che due proiettili hanno centrato in pieno l’abitacolo.

La vicenda si è conclusa bene perché il percorso di Babbo Natale non è stato interrotto e i bambini hanno potuto ricevere i doni dalle sue mani.
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21 dicembre 2007

Fujimori condannato a 6 anni per il primo dei suoi capi d’imputazione. Rottura del ciclo d’impunità in America Latina?

Prima condanna per l’ex presidente peruviano Alberto Fujimori. Qui la sua storia in breve e considerazioni sull’impunita’ in America Latina
La giustizia peruviana ha deciso ieri, martedì 11 dicembre, di condannare l’ex presidente Alberto Fujimori a 6 anni di prigione per avere ordinato la perquisizione illegale e il furto commessi nell’abitazione della moglie di Vladimiro Montesinos, l’ex capo dello spionaggio durante il regime del "chino".
Con quella operazione l’ex presidente cercò di occultare dei video compromettenti che lo riguardavano.
La condanna implica anche il pagamento di oltre 130.000 dollari.
Fujimori ricorrerà in appello perché reputa eccessiva la condanna pur ammettendone le basi di veridicità.
Rimangono ancora aperti gli altri processi iniziati lunedì 10 dicembre contro Fujimori per delitti molto più gravi legati alla violazione dei diritti umani.
Le accuse di cui “el chino” (“il cinese”, soprannome di Fujimori dovuto alle sue origini orientali e, soprattutto, alla sua doppia nazionalità, peruviana e giapponese) sta rispondendo pubblicamente si riferiscono al periodo 1990 – 2000, anni in cui il mandatario detenne il potere e provocò una deriva autoritaria con l’autogolpe del 1992, costruì un nuovo testo costituzionale approvato ad hoc nel 1993, anche per permettere la sua rielezione che era proibita dalla Carta precedentemente in vigore, e, infine, attuò la soppressione del Parlamento nazionale e del Potere Giudiziario.
Alla fine degli anni ottanta il Perù viveva una spaventosa crisi economica e politica che, dopo i frustranti cinque anni di presidenza di Alan Garcia, sostenuto dallo storico partito APRA (Alianza Popular Revolucionaria Americana), portò all’emersione di uno sconosciuto matematico, Fujimori, che sconfisse nel secondo turno elettorale lo scrittore Mario Vargas Llosa, presentandosi come un candidato nuovo, diverso dai politici e tecnocrati tradizionali cui era abituato il popolo peruviano ma che, alla fine dei conti, utilizzò un mix di misure socio-economiche di tipo neoliberale, ortodosso e autoritario.
Le accuse concrete che ora gli si rivolgono, articolate in sette capitoli, riguardano la violazione dei diritti umani e le pratiche di corruzione.
1991. Si consuma la mattanza di 15 membri della comunità locale nel quartiere periferico di Barrios Altos a Lima, dove una quarantina di persone, riunitesi per una festa, vengono interrotte e massacrate a suon di mitra da un gruppo dei servizi segreti conosciuto come “La Colina”. per giustificare la strage, viene utilizzata la scusa ufficiale della lotta al terrorismo visto che in quel periodo l’opinione pubblica, in particolare la classe media urbana, era molto sensibile al tema in un paese dove la guerriglia era una forza attiva e minacciosa per gli apparati statali, da decenni latitanti, insensibili e inadempienti nei confronti della maggioranza della popolazione costretta alla povertà estrema, all’emarginazione e, forse nel migliore dei casi, all’emigrazione soprattutto in paesi come la Spagna, l’Italia e gli Stati Uniti.
1992. Nella stessa Lima, nell’Università Enrique Guzman Valle a La Cantuta, vengono sequestrati e uccisi 9 studenti e un docente sospettati di avere connessioni con Sendero Luminoso, la principale forza d’opposizione armata e clandestina del paese. Negli anni novanta l’organizzazione di Sendero Luminoso sarà disarticolata con strumenti repressivi e violenti e poi con l’arresto del suo leader Abimael Guzman nel 1992.
Nel dicembre 1996, un altro gruppo, il MRTA (Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru) sarà protagonista del sequestro di 600 persone, appartenenti alla elite peruviana, nella residenza dell’ambasciatore giapponese ma finirà per fare il gioco di Fujimori che, dopo aver ordinato un’operazione militare che riesce a liberare tutti gli ostaggi, tranne uno che rimane morto sul campo, potrà esibire un nuovo “successo internazionale” per legittimare la sua progressiva concentrazione dei poteri.
Fujimori ha anche accumulato una serie di delitti “minori” come il pagamento di favori e silenzi per 15 milioni di dollari al suo principale collaboratore, Vladimiro Montesinos, il gran complice del regime che nell’ottobre 2000 preferì riparare a Panamà e poi in Venezuela durante gli mesi di agonia del “suo” Presidente.
Questi dovrà altresì costruire una difesa per le accuse di intercettazione telefonica a politici, imprenditori e giornalisti, il furto di 40 valigie nella casa della moglie del suo collaboratore, il citato Montesinos, il sequestro di un impresario e di un giornalista, mazzette a parlamentari e malversazione di fondi pubblici per l’acquisto di un canale TV.
L’apertura del processo a Fujimori in Perù è stata possibile grazie all’estradizione concessa dalla Corte Suprema cilena il 22 settembre scorso, arrivata dopo quasi due anni dalla sua detenzione a Santiago il 6 novembre 2005. Da cinque anni Fujimori risiedeva in Giappone dove era scappato per evitare la crisi politica e istituzionale che lo attanagliava in Perù.
Infatti, nonostante la terza vittoria consecutiva alle elezioni nel 2000, l’ex Presidente, pressato da numerosi scandali e da un clima d’instabilità politica, dà le dimissioni e fugge in Giappone, paese di cui è cittadino e che non può concedere l’estradizione in Perù, ripetutamente invocata (http://www.un.org/spanish/news/audiovis/radio/04/sept/04092200.htm) per motivi costituzionali interni. Nel novembre 2005 “el chino” decide di salire sul suo jet privato e fare tappa a Tijuana, in Messico, dove passa inosservato (la “svista” farà salare alcune teste nell’Interpol di Tijuana). Poi riparte per Santiago, Cile, per sostenere da lì la sua candidatura alle elezioni presidenziali peruviane in cui Alan Garcia, l’attuale Presidente, ha vinto al secondo turno. Il viaggio di Fujimori è risultato quanto meno sfortunato, visto che è stata bocciata dalle autorità elettorali del Perù la sua candidatura con il partito SI CUMPLE, che, in spregio al rispetto delle vittime delle stragi perpetrate durante il mandato de el chino, ancora in piena campagna elettorale, tappezzava i palazzi più imponenti di Lima con gigantografie di un Fujimori sorridente anche se già recluso e pregiudicato. Intanto il candidato che “sì compie e adempie” era finito immediatamente agli arresti presso la Scuola della Gendarmeria cilena. Per cercare una via di scampo Fujimori s’è candidato anche alle elezioni del 29 luglio 2007 per ottenere disperatamente un seggio al Senato del Giappone, ma è stato sconfitto. Sorti distinte ha avuto, invece, sua figlia Keiko Fujimori, che a soli 32 anni s’è imposta, incredibilmente, come la parlamentare peruviana più votata alle elezioni del 2006 con oltre seicentomila voti e si vocifera già riguardo ad una sua possibile candidatura alle prossime presidenziali del 2011.
Questo risultato testimonia la polarizzazione della società peruviana e ricorda, anche se con una minor carica emozionale e un significato storico più limitato, gli spasimi e gli estremi che vive la nazione cilena, profondamente divisa tra i sostenitori acerrimi, ancora oggi, del dittatore Generale Augusto Pinochet e gli oppositori, portatori di diversi orientamenti politici ma anche di un comune senso di rifiuto verso la destra più reazionaria e l’eredità di quasi vent’anni di dittatura (1973- 1990).
Attualmente tutti i membri del triumvirato che ha esercitato il potere in Perù negli anni novanta si trovano in carcere e ricordano simbolicamente la fine di un regime militarizzato che sembrava indistruttibile fino a pochi anni fa. Infatti, fanno compagnia all’ex Presidente, l’ex consigliere e capo dei servizi segreti, Vladimiro Montesinos, detenuto nella Base Navale del Callao, e Nicolas de Bari Hermoza, ex comandante generale dell’esercito dal 1992 al 1998, recluso nel carcere di San Jorge. Le testimonianze dei due luogotenenti stanno compromettendo sempre più la posizione e la difesa del loro ex capo.
La vicenda peruviana, con il processo a Fujimori che inizierà prima delle vacanze natalizie di questo 2007, rappresenta una svolta importante per l’America Latina, continente straziato dall’impunità, dalla violazione dei diritti umani e dal continuo riproporsi della violenza e della repressione di Stato (http://fainotizia.radioradicale.it/2007/05/10/diritti-umani-e-cultura-de… e http://espora.org/comitecerezo/). Per la rottura del circolo vizioso delitto – impunità (immunità), qualcosa si sta muovendo anche in terra argentina con le prime condanne e la riapertura dei processi per i membri più sanguinari dell’ultimo governo militare (1976 – 1983) e, con gravi ritardi, anche il Cile comincia a svegliarsi da una letargia ventennale con l’apertura dei casi legati agli arricchimenti illeciti della famiglia Pinochet anche se la “giustizia” ha lasciato invecchiare e morire il dittatore golpista senza nessuna condanna definitiva contro di lui.
Verso nord, lascia invece poche speranze di risoluzione il caso dell’ex dittatore genocida guatemalteco (1982 – 1983) Efrain Rios Montt, ormai ottantenne, il quale è riuscito a ottenere l’immunità giuridica grazie al seggio ottenuto in parlamento con la formazione politica d’estrema destra FRG (Frente Repubblicano Guatemalteco). Le recenti elezioni in Guatemala hanno quindi vanificato gli sforzi e i tentativi dell’avvocato spagnolo Benito Morales che aveva ottenuto un ordine internazionale di detenzione con fini d’estradizione contro Rios Montt il quale, per questo motivo, non può più varcare le frontiere del Guatemala.

18 dicembre 2007

Campi OGM. Api in fuga.

Italia — Le api lo sanno che bisogna stare alla larga dagli Ogm! Una ricerca canadese rivela, infatti, che nei campi di colza geneticamente modificata si è verificata una forte riduzione del numero delle api presenti insieme a un forte deficit nell’attività di impollinazione.

Le api – insetti fondamentali per la loro attività di impollinazione – sono un bioindicatore della qualità degli agrosistemi. La loro fuga dai campi biotech è un segnale grave che l’agricoltura non può ignorare.

Questa preoccupante notizia conferma per l’ennesima volta che le coltivazioni Ogm rappresentano una minaccia per la biodiversità e per la libertà di scelta di consumatori e agricoltori.

Il recente rapporto di Greenpeace "Coesistenza impossibile" dimostra, sulla base di analisi di laboratorio e campionature in quaranta campi di mais spagnoli, che le colture tradizionali e gli Ogm non possono coesistere. In almeno un quarto dei casi si è registrata la contaminazione non voluta da Ogm.

Alcuni mesi fa in Spagna, Messico e Filippine gli attivisti hanno marchiato alcuni campi di mais con cerchi e lettere giganti per denunciare il rischio di contaminazione.

www.greenpeace.org

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Le api sanno distinguere le coltivazioni Ogm da quelle convenzionali. I consumatori, invece, non possono difendersi dai cibi contaminati né gli agricoltori possono proteggere i loro raccolti se i governi europei non garantiscono controlli sempre più rigorosi e normative efficaci.
13 dicembre 2007

I bambini armati

Secondo le ultime stime di Amnesty International almeno 300.000 bambine e bambini sono coinvolti come soldati in conflitti, soprattutto in Africa e Asia. Ma molte altre migliaia di giovani fanno parte, in tante parti del mondo, di bande criminali e utilizzano quotidianamente armi leggere, facilmente reperibili, economiche, semplici da usare, per sparare, ferire, uccidere.

Secondo l’Organizzazione Sanitaria panamericana, solo il 25% dei minorenni che fanno parte delle bande giovanili ha terminato le scuole elementari. Si tratta di bambini la cui vita è spezzata dalla violenza e dall’uso della forza, il cui destino è segnato non solo per il periodo in cui fanno uso di armi e utilizzano la violenza contro gli altri, ma anche quando saranno adulti, quando cioè verranno isolati dalla società e non riusciranno a condurre una vita normale.

La diffusione incontrollata delle armi, soprattutto di quelle leggere, uccide ogni anno mezzo milione di donne, uomini e bambini, ne ferisce e traumatizza altrettante. La disponibilità di armi e la mancanza di controlli a livello internazionale intensifica la violenza e ne aumenta la possibilità di essere utilizzata per violare i diritti umani, esacerbare conflitti, acuire la povertà endemica di tante comunità. Le armi viaggiano da un confine all’altro, in paesi dove ci sono alti livelli di criminalità organizzata, di violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà e ingiustizie sociali. I paesi emergenti spendono in media 22 miliardi di dollari in acquisto di armi, a detrimento di spese necessarie per lo sviluppo delle loro fragili economie, in settori quali la sanità, l’educazione.

Il fenomeno delle bande armate giovanili, di cui si parla poco, ma che è molto diffuso soprattutto in Centro America (le cosiddette maras o pandillas), ha oggi toccato livelli preoccupanti, in quanto non si tratta più solo di bande rivali, bensì di reti criminali organizzate.

Il senso e il bisogno di appartenenza, di coesione, di famiglia, fa sì che molti ragazzi, bambini e adolescenti vedano nel gruppo la famiglia che non hanno avuto, tanto che molti di loro sarebbero disposti a dare la propria vita per la banda. Guatemala, Honduras e El Salvador sono i paesi con il maggior numero di maras, termine che nasce dalla contrazione del termine "marabunta", una colonia di formiche depredatrici e carnivore delle selve del Sudamerica.

Le maras iniziarono a sorgere negli anni ’90, dopo l’avvio di processi di pace in El Salvador nel 1992 e in Guatemala nel 1996. Se inizialmente erano bande giovanili dei quartieri poveri e marginali delle città, oggi si connotano come vere e proprie organizzazioni criminali, in cui domina un "codice etico" evidente nei tatuaggi che li riconosce come facenti parte di quel gruppo e quindi nemici di qualsiasi altro.

In El Salvador, l’86% dei crimini in relazione con la violenza sociale è opera di giovani di 12-14 anni facenti parte di bande organizzate, per lo più collegate alla delinquenza statunitense. Molti giovani, infatti, approfittando della forte emigrazione centroamericana negli USA, vengono reclutati e poi addestrati in scuole specializzate a Los Angeles, dalle quali escono formati e tatuati per uccidere. Le maras possono essere considerate come prodotti di esportazione statunitensi: a Los Angeles, infatti, gli uffici dell’associazione Homies Unidos (vedi il sito www.homiesunidos.org) si trovano a due passi dal cuore della Little San Salvador, punto di incontro degli immigrati in situazione irregolare arrivati da poco dall’America centrale (il Salvador conta oggi 6 milioni di abitanti, di cui 2,5 milioni vive negli USA e 800.000 a Los Angeles).

Subito dopo il rapimento l’iniziazione alla nuova vita avviene mediante la partecipazione forzata ad un’azione violenta; si superano così le prime paure, si fa superare il "tabù" dell’uccidere e dei sensi di colpa. Molti bambini spariscono, vengono detenuti arbitrariamente per poi essere costretti ad uccidere, forzati a compiere atti sessuali, a volte anche di cannibalismo sui corpi uccisi. La paura viene trasformata in un sentimento spietato di ritorsione verso l’altro, chiunque esso sia.

Coinvolti sin da piccoli in conflitti, prostituzione, criminalità, alcolismo, droga, traffici, senza prospettive e alternative, con situazioni alle spalle carenti e vacillanti, sono alla mercé di adulti senza scrupoli che trasformano piccole vite in robot da guerra senza corpo. Sono schiavi che appartengono a dei proprietari invisibili, trasnazionali, multinazionali. Le reti organizzate che dominano tali bande armate sono molto lucrose e di tale ampiezza e indefinitezza da non essere facilmente misurabili e identificabili; oltre a ciò si aggiunge il fatto di essere particolarmente corrotte e infiltrate con il sistema locale di sicurezza e protezione.

Ma perché reclutare bambini e adolescenti? Ci si potrebbe porre la stessa domanda per l’arruolamento di bambini soldato. Le logiche, infatti, sono identiche: i bambini sono impressionabili, sensibili all’autorità, meno portati a disertare o a reclamare come fanno gli adulti, non hanno punti di riferimento fissi, sono poveri, senza educazione. Non conoscono i loro diritti, non discernono immediatamente la differenza tra la finzione e la realtà, tra il gioco e la realtà, tra la vita e la morte. Le loro condizioni, secondo rapporti ufficiali di Unicef e Amnesty International, sono terribili: soffrono costantemente la fame e la paura. Quelli che tentano di fuggire vengono picchiati o addirittura uccisi.

Non sono ammessi errori, né ripensamenti e se ciò dovesse accadere, il corpo è segnato a vita da simboli indelebili che facilmente identificano il bambino e la bambina come mareros o padilleros, cioè come criminali, violenti, drogati, venduti. Il tatuaggio garantisce un’identità culturale – stabilisce chi fa parte del gruppo sociale -, garantisce il controllo delle reti internazionali – è un marchio riconoscibile ed identificabile a vita.

Gli effetti psicologici non sono meno gravi di quelli fisici: nell’immediato possono soffrire di patologie che li fanno godere nel vedere il sangue e la morte, – uccidere diviene una droga – , nel lungo termine soffriranno gli effetti traumatizzanti della schiavitù, il senso di paura verso gli adulti e il mondo che li circonda in genere, l’annichilimento della propria autostima, comportamenti autodistruttivi.

Le migliaia di giovani pandilleros non sostengono alcuna rivendicazione a carattere sociale o politico e la loro visibilità (data dai tatuaggi in primo luogo) ne facilita l’"utilizzo" come capri espiatori. Inoltre la "guerra contro le maras" gode del sostegno della maggior parte dei media, che continuano a dare grande risalto a crimini morbosi, violenze sessuali e altre azioni violente attribuite ad esse.

Le leggi internazionali di protezione, contrasto e tutela tardano invece ad arrivare. Al di là di un necessario intervento del potere pubblico, ciò che si fa sempre più urgente e necessario è una trasformazione profonda delle strutture sociali che contribuiscono a mantenere stati di povertà e di abbandono. Le cause di tali fenomeni sono sempre le stesse: il sottosviluppo, la miseria, le ingiustizie.

Per eliminare il lavoro minorile, la violenza, l’uso di armi incontrollato è necessario azionare leve profonde che rimettano in discussione il volto sociale che vogliamo dare al nostro pianeta e ai nostri bambini, presente e futuro dell’umanità. Non bisogna dimenticare che l’alto numero di bambini e adolescenti emarginati è causa di impoverimento del tessuto vitale della società che impone altissimi costi sociali.

Nel caso delle bande criminali giovanili, il discorso si fa ancor più complesso e intricato, perché si tratta di un "lavoro" sommerso, proprio perché criminale, in cui le possibilità di intervento sono ancora più limitate.

Di Martina Andretta

Per:http://www.oltreillimes.net

Per saperne di più: www.hondurasmaya.net/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=66

                www.cristinaspinosa.it/cms_point/skDocStream.aspx?lang=ita&chID=w.i.library&preID=d45center&cID=1

                www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=285

                www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=7&ida=&idt=&idart=8111

                http://www.sicsal.it/news/it/dossier-salvador.htm

salvatruchas Criminali delle maras, i gruppi criminali del Centramerica, per i quali il tatuaggio è la divisa da combattimento

 

9 dicembre 2007

“Terrorismo” Vaticano

Le gerarchie ecclesiastiche usano gridare allo scandalo e spesso accusano addirittura di "terrorismo" chi osa semplicemente ricordare fatti storici e verità indiscutibili. eppure eminenti rappresentanti della Chiesa apostolica romana non mostrano il minimo senso del pudore – né tanomeno di onestà _ quando trattano – con espression, queste sì, davvero terroristiche – temi come l’aborto, l’Aids, l’mosessualità, l’eutanasia.
A cura di Emilio carnevali
Tratto da Micromega "Per una riscossa laica" in edicola in questi giorni
"Non sopporto che il Vaticano abbia vietato i funerali di Piergiorgio Welby. Non lo sopporto. E invece li ha permessi a Pinochet, a Franco e a un componente della banda della Magliana. Ma  ragazzi è giusto così. Accanto a Gesù Cristo in croce non c’erano due malati di sclerosi multipla, ma c’erano due ladroni". Per aver pronunciato queste parole nel corso del tradizionale concerto del Primo Maggio di quest’anno a Roma, il conduttore Andrea Rivera è stato accusato dall’Osservatore Romano nientedimeno che di "terrorismo". "Anche questo è terrorismo lanciare attacchi alla Chiesa. E terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell’amore, l’amore per la vita e l’amore per l’uomo. E vile e terroristico lanciare sassi questa volta ddirittura contro il papa, sentendosi coperti dalla grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile".
Ma le parole dell’Osservatore Romano, nella loro estrema e sconcertante gravità, non hanno suscitato l’indignazione e ferma reazione che ci si sarebbe potuti aspettare da parte dell’azienda che ha mandanto in onda l’evento, dei sindacati organizzatori, degli esponenti del mondo politico e delle pià alte istituzioni della Repubblica. Tutti si sono anzi affrettati a prendere le distanze dalle parole di Rivera. La Rai e Rai Tre hanno scritto in una nota di "non avere alcuna responsabilità" su qaunto accaduto "non paretcipando direttamente alla contrattualizzazione degli artisti e dei conduttori, né alla stesura dei testi e della scaletta del concerto". Ed anche i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil si sono subito dissociati dalle parole del comico.
Eppure Andrea ERivera si è semplicemente limitato a ricordare due fattiincontrovertibili. In merito ai funerali di Piergiogio Welby, il vicariato di Roma aveva infatti dichiarato "di non poter concedere tali esequie ecclesiastiche" perché "era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrata con la dottrina cattolica". Evidentemente non contrasta con la dottrina cattolica, invece, il comportamento del sanguinario dittatore cileno Augusto Pinochet, come ci ricorda il cadrinal Pio Laghi in un’intervista concessa alla Stampa il 12 dicembre 2006: "Sì, è morto con i sacramenti. Si dichiarava cattolico. Ma sono situazioni imbarazzanti, certamente. E giocoforza accettare questi fatti compiuti". Lo stesso Pio Laghi che da nunzio apostolico in Argentina – il 27 giugno 1976, tre mesi dopo il golpe militare – dichiarò: "il paese ha un’ideologia  tradizionale e quantdo qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la nazione reagisce come un organismo, con anticopri di fronte ai germi [..] I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria".
A proposito di dichiarazione "terroristiche", dunque, il mite Andrea Rivera ha ancora molto dfa imparare. Forse potrebbe cominciare a farlo proprio leggendo un campionario assortito di esternazioni di memrbi della gerarchia ecclesiastica.
"I preservativi non sono sciuri contro l’Aids e so che almeno in due paesi europei vengono infettati intenzionalmente con il virus [..] Vogliono sterminare il popolo africano. Questo è il programma. Vogliono colonizzarci come hanno semrpe tentato di fare finora. Se non facciamo attenzione finiremo presto per tornare alla situazione di un secolo fa"
Monsignor Francisco Chimoioi, vescovo di maputo, Mozambico (intervista alla Bbc, 26/09/2007)
"Prima erode, ceh fece uccidere i bambini di Betlemme, poi tra gli altri Hitler e Stalin, che fecero sterminare milioni di persone , e oggi – ai nostri giorni – bambini non ancora nati vengono uccisi a milioni"
Cardinale Hoachim Meisner, arcivescovo di Colonia (ansa, 07/01/2005)
"Dopo la caduta dei regimi costruiti sopra le ideologie del male (nazismo e comunismo), in questi paesi le forme di sterminio nominate poc’anzi sono di fatto cessate. Permane tuttavia lo sterminio legale degli essere umani concepiti non ancora nati".
Giovanni Paolo II (Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005)
"Oltre all’abominevole terrorismo dei kamikaze, che occupa quotidianamente la nostra cineteca mediatica, c’è il cosiddetto "terrorismo dal volto umano", anch’esso quotidiano e altrettanto ripugnante, che viene subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressione nascondono la tragica  realtà dei fatti", come quando l’aborto viene chiamato "interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso" o quando l’eutanasia viene chiamata "più blandamente morte con dignità" o quando oggi " non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messarri falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo". Purtroppo non possiamo chiudere le biblioteche del male nè distruggere le sue cineteche che si riproducono come virus letali" ma possiamo chiedere a Dio di"rafforzarci, mediante la formazione di una retta conscienza che cerca e ama il vero e il bene  ed evita il male.
Monsignor Angelo Amato, segretario della Congregazione per la dottrina della fede (Sir, 23/04/07)
Ogni atto di violenza è terorismo. La Chiesa viene applaudita se parla di pace, ma derisa se parla di aborto. Anche questo è terrorismo perché scientificamente provato che la vita comincia con il concepimento. lo stesso vale per la pillola del giorno dopo."
Cardinal Severino Poletto (Ansa, 31/04/2004)
"[il diritto alla vita]è minacciato proprio dall’odierna tecnologia altamente avanzata. […] Un tale paradosso è giunto fino al punto di creare una "cultura della morte", nella quale l’aborto, l’eutanasia, e gli esperimenti genetici sulla stessa vita umana hanno già ottenuto o stanno per ottenere il riconoscmimento legale. […] Possiamo non mettere in relazione qeusta cultura della morte nella quale le vite umane più innocenti, indifese e gravemente ammalate sono minacciate dalla morte, e gli attacchi terroristici, come quelli dell’11 settembre, nei quali sono state colpite migliaia di persone innocenti?".
Cardinale Francis Arinze (Ansa, 09/04/2002)
"L’Aids è un castigo di Dio, evidentemente, perché prima non c’era. […] E una malattia si espande da costoro agli altri, innocenti, e così li hanno sulla coscienza [..] Il mondo ha progredito soprattutto nei sette peccati capitali. Dio per risposta ci ha mandato l’Aids".
Cardinale Giuseppe Siri (intervistato da Il sabato, Ansa 23/03/1987)
"L’aborto è il principio che mette in pericolo la pace nel mondo".
Giovanni Paolo II (Ansa, 22/05/2003)
"La particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente ordinata".
Cardinale Joseph Ratzinger (Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 10/10/1986)
Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accetatta come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare una qulasiasi diritto, nè laHciesa nè la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distrore guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano".
Cardinale Joseph Ratzinger (ibidem)
"Durante questi ultimi anni, l’omosessualità è diventata un fenomeno sempre più preoccupanete ed è ritenuta in diversi paesi una "qualità" normale, mentre è sempre stata un problema nell’organizzazione psichica della sessualità e non è stata mai determinante nelle scelte della società. Esssa non rappresenta un valore sociale e ancor meno una virtù morale che potrebbe concorrere all’incivilimento della sessualità. Può anzi essere ritenuta come una realtà destabilizzante per le persone e la società".
Monsignor Toni Anatrella (L’Osservatore Romano, 29/11/2005)
"Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio".
Cardinale Joseph Ratzinger (Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 10/10/1986).
 
 
7 dicembre 2007

Senza Parole

 
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4 dicembre 2007

Femminicidio

:: NUESTRAS HIJAS DE REGRESO A CASA ::

Ciudad Juárez, città messicana al confine con gli Stati Uniti, è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”. Dal 1993, si registrano oltre 400 donne uccise – spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate – e oltre 600 scomparse. Abbiamo incontrato Marisela Ortiz Rivera, una delle fondatrici di Nuestras Hijas de Regresso a Casa – associazione di parenti e amici delle donne assassinate – che è stata in Italia, anticipando di pochi giorni l’arrivo del presidente messicano Calderon.

Basta con il femminicidio!

Di Elvira Corona – Scholarship in Human Rights Education – Council of Europe ,
per Selvas.org

Giugno 2007


:: Ciudad Juarez ::
http://www.mujeresdejuarez.org/


Le Nostre Figlie
di Ritorno a Casa


Sito in ITALIANO con Petizione


“Benvenuti a Juarez, il Municipio più dinamico e progressista della frontiera nord del Messico….” Si apre con questa frase il sito istituzionale di Ciudad Juarez, con i saluti di Héctor Murguía Lardizábal, governatore del Municipio. La città oggi conta circa un milione e mezzo di abitanti, e prende il nome dal Benemerito Don Benito Juarez, illustre personalità messicana che ricoprì anche la carica di Presidente della Federazione ed è tuttora ricordato per il suo impegno in difesa dei diritti di libertà del popolo messicano. Bagnata dal Rio Bravo, che fa da confine naturale con gli Stati Uniti, è il primo passo per i gringos nel “cortile di casa”. E’ illuminata da luci al neon che lampeggiano nelle strade del centro, tirato al lustro con i soldi facili del narcotraffico, delle maquiladoras (fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera che godono di particolari privilegi fiscali) e del turismo. Ma per le giovani donne, che arrivano a Juarez da tutto il Messico in cerca di un lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, il benvenuto non è scontato, e neppure la difesa dei diritti alla libertà tanto cari al Benemerito. La maggior parte di loro si stabilisce nelle Colonias, le zone periferiche della città, dove vivono le persone povere. Qui, ombre di assassini si aggirano per le strade buie, liberi e impuniti.

Dal 1993, anno in cui si è iniziato a contarle in maniera sistematica, si registrano oltre 400 donne uccise – spesso dopo essere state torturate stuprate e mutilate – e oltre 600 scomparse. Cifre probabilmente sottostimate, anche perché è difficile contare sui dati ufficiali, ma che fanno già rabbrividire, tanto da aver portato alcuni studiosi (per lo più antropologi), alla coniazione di un triste neologismo, il femminicidio.
Ma gli omicidi di donne raggiungono cifre allarmanti anche nel resto del Messico, così come in Guatemala, El Salvador e in tutto il Centroamerica. Questo fenomeno viene per lo più ignorato dall’opinione pubblica e considerato dalle autorità locali inesistente, probabilmente per non turbare equilibri di questi paesi, già precari. Tra tutte, Ciudad Juárez è stata definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “capitale dei crimini contro le donne”.
Loro, le donne e le loro famiglie si sentono abbandonate e impotenti di fronte a tanta violenza e impunità. Per questo nel 2001, Marisela Ortis Rivera
insieme ad altri familiari e amici delle vittime di questi assurdi femminicidi, hanno deciso di fondare l’associazione “Nuestras Hijas de Regresso a Casa” (le nostre figlie di ritorno a casa), con l’intento di creare una rete di solidarietà tra le famiglie che hanno perso una parente, ma anche con quello di far sapere al resto del mondo cosa succede a Ciudad Jurez e avere finalmente giustizia. E’ con questo intento che la signora Ortiz Rivera, per la prima volta in Italia, ha partecipato a fine maggio, ad una serie di iniziative in alcune città della penisola, per dire cosa succede ancora nella sua città, e affinché Ni una mas, (non una di più) sia vittima di questa inconcepibile morte.

Marisela Ortiz Rivera è stata l’insegnate di Lilia Alejandra Garcia Andrade, 17 anni, ritrovata morta dopo cinque giorni di torture e sevizie, in un campo incolto. Solo allora la signora Ortiz Rivera ha capito che quello che raccontavano i giornali e le autorità erano solo falsità, “dei veri e propri insulti all’intelligenza umana”, così ha deciso di prendere coraggio per difendere la memoria della sua allieva e quella di tutte le altre vittime e chiedere giustizia. La professoressa ha risposto ad alcune domande:

Come si vive oggi a Ciudad Juarez?
Ci sono due posizioni predominanti: una parte degli abitanti che vive nel terrore, sono quelli colpiti da vicino da questi omicidi, sconvolti per l’accaduto e ancora con la paura che possa succedere di nuovo perché magari hanno altre donne a rischio in famiglia. Anche gli attivisti vivono nel terrore quelli che come me lavorano per fare giustizia, io stessa sono stata minacciata di morte più volte; poi c’è l’altra parte della popolazione che non si rende conto di quello che succede, che legge i giornali, vede i telegiornali e sente le dichiarazioni di polizia e amministratori pubblici, loro minimizzano il problema, fanno credere che riguardi solo una tipologia di donne, prostitute, drogate, che magari vanno in giro la notte vestite in maniera provocante, o magari hanno delle relazioni con uomini violenti.

Non è così?
No, non è solo così. Questi omicidi colpiscono donne che in comune hanno solo la modesta estrazione sociale e il fatto di trovarsi sole e indifese. Molte di loro lavoravano nelle Maquiladoras, quindi spesso uscivano di casa con camice da lavoro lungo fin sotto il ginocchio, non certo con vestiti provocanti quindi. Mass media e autorità locali tendono a rassicurare i cittadini, criminalizzando le vittime, per far credere che le persone per bene, non hanno di che preoccuparsi. È una strategia per tranquillizzare la gente, capita spesso che i giornali mettano in prima pagina le foto delle vittime, delle quali magari non si sa ancora neppure il nome ma loro sanno già che era una prostituta. I parenti non sono stati neppure avvisati, e si ritrovano le foto agghiaccianti delle loro care sui giornali e oltre al dolore per il fatto in sé, si aggiunge quello per le menzogne che vengono raccontate.

Che motivo hanno le autorità e i mezzi di comunicazione di comportarsi così?
Coprono qualcuno e così facendo si rendono complici di questi omicidi. Dietro questi assassini ci sono i clan mafiosi, i narcotrafficanti. Juarez, è ormai un centro nevralgico di traffico di droga con gli Stati uniti, più importante persino di Medellin o di altre città note per questi traffici. Girando per strada si vede ricchezza e benessere nel centro e miseria e discriminazione nelle periferie. I cadaveri di queste donne, bambine, madri, studentesse, vengono ritrovati con dei segni di estrema violenza, sessuale e non solo. Alcuni con dei veri e propri messaggi incisi nel corpo, destinati ad altri gruppi mafiosi. Le persone coinvolte sono dei pezzi grossi, degli intoccabili. La polizia e le autorità spesso sono coinvolte direttamente, o indirettamente rendendosi cosi complice anche di questi crimini. Da un po’ tempo a questa parte non fanno ritrovare neppure i cadaveri, così da non andare ad aumentare la lista ufficiale di assassinate.

Perché tanta violenza nei confronti delle donne?
Non è semplice da spiegare. E’ un problema sociale molto complesso, il fatto che le donne debbano spostarsi da sole in un’altra città per trovare lavoro, la situazione di città di frontiera quale è Juarez, riti di iniziazione che vengono richiesti per far parte di clan malavitosi. L’impunità nella quale queste persone agiscono non fa altro che dare un senso di onnipotenza a questi criminali e rendere sempre più complicata la soluzione dei crimini e la giustizia.

Vi siete rivolti alle Istituzioni Federali?
Si, ai tempi di Vincente Fox, furono individuati un centinaio di responsabili di negligenza, per la conduzione delle indagini e per l’impunità dei responsabili, quando individuati. Ma poi non è successo nulla, perché la questione è rimasta interna allo Stato di Chihuhaua e poi il tutto è andato in prescrizione. Ho avuto anche modo di incontrare personalmente Felipe Calderon, prima che venisse eletto Presidente. Ascoltò con attenzione e con le lacrime agli occhi, promettendo di impegnarsi per risolvere questa gravissima situazione. Ma ora che è alla presidenza, abbiamo chiesto udienza più volte in questi mesi, ma nessuno ci ha dato ancora risposta. Paradossalmente è più facile richiamare la sua attenzione dall’estero, piuttosto che in Messico.

E’ per questo che ha deciso di portare all’attenzione internazionale la sua battaglia per la giustizia?
Si, i politici messicani sono molto interessati all’opinione che hanno di loro all’estero. Per questo per me è più facile ed efficace, parlare all’estero che nel mio Paese. Se quello che succede a Juarez succedesse in un paese europeo sarebbe inammissibile e provocherebbe delle reazioni immediate. Per fortuna stiamo ricevendo molta solidarietà, e questo è molto importante per noi, non sentirci soli, e sapere che dall’altra parte del mondo ci sono persone che ci sostengono, ci dà la forza per continuare.

Avete l’appoggio della Chiesa Cattolica?
No, l’appoggio si limita alla solidarietà di qualche sacerdote sensibile, che magari dedica una giornata di preghiera per le vittime. Ma il vescovo della città per esempio ha preso una posizione vergognosa e denigrante per noi amici e familiari delle vittime. Ha dichiarato che questi fatti succedono a persone lontane dalla chiesa, prive di valori e per questo punite. Non vogliono che si parli di questo problema sociale perché dà una brutta immagine della città, in realtà noi sappiamo bene che tante chiese sono state costruite con i soldi dei narcotrafficanti, che vivono sotto la protezione delle istituzioni, anche di quelle ecclesiastiche.

Cosa si può fare da qui per la vostra causa?
Per noi è molto importante che nel resto del mondo di sappia quello che succede a Ciudad Juarez, la diffusione delle notizie è fondamentale. La solidarietà che riceviamo non ci fa sentire sole i consigli e il sostegno di tutti ci danno la speranza che presto si possa avere giustizia sociale e politica per queste vittime innocenti.

Il 30 maggio scorso Marisela Ortiz Rivera (nella foto) ha incontrato il Presidente della Camera Fausto Bertinotti. Un’occasione per mettersi subito a lavoro visto che l’Italia ora siede nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Tratto da : http://www.selvas.org/

Per saperne di più: http://www.programmaintegra.it/modules/news/index.php?storytopic=22

                    http://www.geocities.com/mujeres_de_arena/donnedisabbiaturin.html

                    http://www.kronic.it/artGet.aspx?aID=43&sID=1663

MariselaOrtizRivera

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