Posts tagged ‘Riforma’

8 aprile 2012

Svelato l’inganno: l’insicurezza è per tutti

Non è una svolta. Per milioni di giovani precari è un inganno. Perché i piccoli passi in avanti, i timidi correttivi – depurati dalle proclamazioni buoniste su apprendistato e lavoro a tempo indeterminato – non riducono la piaga dei contratti atipici e lasciano ampi spazi allo sfruttamento creativo delle aziende.    Partiamo dai fatti. Per un ventennio le aziende hanno stravolto la flessibilità disegnata dalla legge Biagi. Spremendo milioni di giovani (e ormai non più giovani) in ruoli di pari lavoro e impari retribuzione rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato “della scrivania accanto”: con peggiori compensi, peggiori tutele previdenziali, orari peggiori, zero diritti e spesso ampliamento non retribuito di mansioni. Quattro milioni di precari (dati 2011, Associazione Artigiani e Piccole Medie Imprese del Veneto) attendevano un immediato salto di qualità per compensi e tutele.    Succede invece che i precari delle finte partite Iva, ingaggiati in modo chiaramente subordinato, con una postazione in azienda, non sono immessi in organico, ma dovranno attendere 12 mesi per vedersi riconosciuti co.co.co.: il tempo utile alle aziende per “buttarli fuori”, secondo lo spirito di Emma Marcegaglia che all’idea di uno stop agli abusi minaccia minore occupazione.    Autorizzare tre apprendisti per due dipendenti a tempo indeterminato è una presa in giro: un invito a fabbricare altro lavoro precario. E ancora, prevedere 36 mesi di contratti successivi a tempo determinato per un precario, che (dopo tre anni meno un giorno!) potrà essere tranquillamente sostituito da un altro precario, è una beffa. Dal progetto sembra sparito il tetto ai licenziamenti individuali per “motivi oggettivi”. Così verranno aggirate le norme sui licenziamenti collettivi.    In tutta la vicenda il governo si è comportato come se dovesse mediare equidistante tra sindacati e imprenditori, invece di agire perché la sorte dei giovani in ingresso lavoro venisse subito migliorata. Un esempio? Sancire che dopo 36 mesi ogni prestazione continuata (in quanto tale) sia necessariamente coperta da un contratto a tempo indeterminato.    Intanto Monti dichiara ai quattro venti che il reintegro per licenziamenti economici ingiusti resterà “improbabile”. Felice notizia per i cinquantenni che saranno rottamati con vista sull’(irraggiungibile) pensione a sessantasette anni.    Si era tanto parlato del triste divario tra protetti e non garantiti. Ora finalmente è ristabilita l’eguaglianza. Insicurezza spalmata per tutti.

di Marco Politi,  IFQ

3 aprile 2012

Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora

La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un’altra occasione persa per parlare dello stato sociale.
Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.

I giornali parlano di un “modello tedesco” che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l’opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione. Non è assolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l’indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.

Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia…) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l’abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.

L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.

Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po’ ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale. La Francia è stata l’ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista “Esprit” dedicò un numero speciale all’evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?

Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell’Est.

Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un’altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe “rivoluzionario”, e sarebbe europeo. L’unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.

Ichino ha detto in trasmissione che l’indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell’indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l’ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.

Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un’intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziare la Fornero con la sua proposta di riforma degli “ammortizzatori sociali”, e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa?

Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:

Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

Poi leggo:

(12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri;

O anche

il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch’esso raccomandato l’introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale

E dunque l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri:

di riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.

E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso

senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell’intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)

In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.

Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un’infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).

Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po’ a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà “riformisti”. Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell’alloggio, e un’altra è la precarietà con il niente?
Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della società completamente diverse.

di Giovanni Perazzoli,  Micromega

16 marzo 2011

Riformano i magistrati, non la giustizia

La sedicente riforma della Giustizia ideata dal governo, non è un’operazione indolore per la sicurezza dei cittadini. Le ripercussioni negative sul versante delle indagini saranno tante. Anche per le inchieste di mafia. Chi studia l’evoluzione delle mafie constata che per realizzare i loro affari esse hanno bisogno di commercialisti, immobiliaristi, operatori bancari, amministratori e uomini delle istituzioni (la cosiddetta “borghesia mafiosa”). Sempre più si infittiscono gli intrecci con pezzi del mondo politico e dei colletti bianchi. I transiti di denaro sporco nel-l’economia illegale si intensificano. Spesso le istituzioni criminali e quelle legali si contrastano, ma senza volontà di annientarsi, nel senso che sono piuttosto alla ricerca di equilibri. Diventa sempre più difficile – allora – stabilire la linea di confine fra lecito e illecito all’interno delle attività   economiche, finanziarie e produttive. Per impedire che risuonino ancora oggi le parole di Giovanni Falcone circa il timore che “non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”, è necessario allora che le indagini di mafia siano condotte da una magistratura assolutamente autonoma e indipendente, nonché dotata di strumenti capaci di esplorare in profondità anche il lato oscuro e segreto delle mafie. Proprio il contrario di quel che risulta obiettivamente ricollegabile alla pseudo-riforma della Giustizia voluta dal governo. Una riforma che quand’anche abbia – come scopo di partenza – “solo” quello di vendicarsi dei magistrati, alla fine potrebbe causare   risultati obiettivamente devastanti. Quanto meno finché la politica italiana continuerà a discostarsi massiccia-mente dagli standard europei con conseguenze da trarre – doverosamente – in caso di accertato coinvolgimento in comportamenti illeciti.      Una “spia” dei veri obiettivi della riforma si può trovare nel fatto che le novità si collocano tutte all’interno del titolo 4° della parte seconda della Costituzione. Questo titolo, che oggi è denominato “La magistratura”, nella riforma   diventa “La giustizia”. Come volevasi dimostrare: si tratta di riformare i magistrati, non la giustizia. E non basta cambiare l’etichetta della bottiglia perché uno sciroppo diventi barolo. Ma torniamo agli effetti oggettivi della riforma. Possiamo prendere singolarmente – una per una – le modifiche in programma, oppure l’intiero pacchetto.

Le indagini    in mano alla politica

SEMPRE avremo lo stesso identico risultato: il trasferimento del “rubinetto” delle indagini (cioè dei controlli di legalità) dalle mani della magistratura a quelle del potere politico, governo e/o Parlamento. Con conseguente riduzione   degli spazi d’intervento autonomo della magistratura e quindi dei controlli indipendenti sulle violazioni di legge commessedaipotenti.Conilrischio anzi che tali controlli causino al magistrato coraggioso guai non di poco conto, dalle ispezioni ministeriali (addirittura elevate al rango costituzionale), alle bufere scatenate da quanti vorranno strumentalmenteapprofittaredellenuove norme sulla responsabilità dei magistrati.    L’analisi di alcuni punti della sedicente riforma offre decisive conferme, anche per le inchieste di mafia.      Il Csm riformato – la riforma prevede lo sdoppiamento del Csm, la riduzione del numero dei membri “togati”, la loro nomina col fantozziano sistema dell’estrazione a sorte (una grottesca lotteria che rappresenta anche una discriminazione mortificante, posto che i membri “laici” continueranno a essere eletti dal Parlamento in seduta comune), il divieto di adottare atti di indirizzo politico (cioè pratiche a tutela dei magistrati vilipesi perché scomodi). Viene di fatto azzerata la stessa ragion d’essere del Csm: governo autonomo della magistratura e tutela della sua indipendenza. Il magistrato che debba scegliere tra diverse opzioni, egualmente possibili nel perimetro dell’interpretazione della legge, non sentendosi più tutelato da un Csm ridotto ad organo di semplice amministrazione, ci penserà ben bene prima di esporsi alle rappresaglie impunite del potente di turno. Figuriamoci quale impulso   potrà derivare alle indagini su quella vischiosa zona grigiacheconsenteagliaffaridi mafia di prosperare!

1) AZIONE PENALE E POLIZIA GIUDIZIARIA NELLE MANI DELLA POLITICA L’azione penale a parole resta obbligatoria, ma dovrà essere esercitata “secondo i criteri stabiliti dalla legge” , vale a dire che sarà la politica a stabilire chi indagare e chi no: ed è improbabile che essa mostrerà particolare zelo per gli intrecci tra pezzi del suo mondo e la mafia   . Quali che siano tali criteri, poi, resta il fatto che non sarà più direttamente la magistratura a disporre della polizia giudiziaria, che pertanto prenderà ordini dal governo (ministero degli interni per la polizia di stato; difesa per i carabinieri; economiaperlaGdF).Lapolitica,in sostanza, avrà in mano il rubinetto delle indagini e potrà regolarlo col contagocce tutte le volte che ci sia il rischio di scoprire qualcosa di troppo degli “inquietanti misteri” di cui parlava Falcone.

2) ASSOLTI PER SEMPRE    Con clamorosa violazione della “parità delle armi” tra accusa e difesa, mentre l’imputato condannato potrà sempre ricorrere in appello, il pm non lo potrà fare in caso di assoluzione dell’imputato, salvo che “nei casi previsti dalla legge”. Ora, sarà impossibile (per non perdere la faccia) che tra questi casi non rientrino i delitti di mafia, ma che ne sarà del cosiddetto “concorso esterno”? Senza questa figura è impensabile che si possano colpire anche le collusioni conlamafia,mapoichéildelitto non esiste (lo sostiene il presidente Berlusconi!), si può scommettere che sarà fortementearischiolapossibilitàper il pm di appellare le assoluzioni per “concorso esterno”: la linea di demarcazione fra lecito e illecito tenderà sempre più allo sfumatoevanescenteeperlacosiddetta   “borghesia mafiosa” ci sarà da brindare.

3) L’INDIPENDENZA DEL PM “ABROGATA” PER LEGGE A spazzare definitivamente ogni possibile dubbio circa le effettive conseguenze della riforma provvede infine il nuovo – se approvato – art. 104 della Costituzione (quello che non a caso introdurrebbe la separazione delle carriere…), laddove stabilisce “che l’ufficio del pubblico ministero è organizzato secondo lenormedell’ordinamentogiudiziario che ne assicurano l’autonomia e l’indipendenza”. In sostanza, autonomia e indipendenza del pm non sono più valori di rango costituzionale tutelati dalla Carta fondamentale, ma optional rimessi alla legge ordinaria, che pertanto la politica potrà cambiare a suo piacimentosenzaneancheilfastidio delle procedure e delle maggioranze qualificate previste per le norme costituzionali. Vale   a dire che la politica non avrà in mano soltanto il “rubinetto” delle indagini, ma avrà in sua balia direttamente il pm. Per cui è difficile pensare che vorrà orientarlo verso inchieste che potrebbero scoprire segreti inquietanti   di colletti bianchi e/o politici per favori scambiati con la mafia o affari fatti insieme. Ed è persino superfluo notare che tutto ciò che colpisce in prima battuta il pm avrà inevitabilmente un effetto domino sui giudici: perché se al pm non è consentito indagare su certe materie, esse non arriveranno mai sul tavolo del magistrato giudicante.

Un pericolo che  non si può correre

COME si vede, gli scenari futuri sono cupi e se si vuole che la lotta alle mafie non rischi di diventare un esercizio di facciata, ma sia un’azione incisiva, la riforma costituzionale in cantiere dovrebbe essere riconsiderata: perché le conseguenze negative che ne potrebbero obiettivamente derivare (obiettivamente: anche a prescindere dall’orientamento di questa o quella maggioranzapoliticacontingente)costituiscono un pericolo da non correre. A Potenza, nella XVI Giornata antimafia della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera per il 19 marzo, si discuterà anche di questo.

di Giancarlo Caselli – IFQ

12 marzo 2011

Prima comprava i giudici ora li riforma

A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”. Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la   consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi   gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

di Marco Travaglio – IFQ

10 marzo 2011

“Pizzo di Stato”: o paghi 200 mila euro, oppure niente pensione

Sono davvero molti, a giudicare dalle lettere che stanno giungendo nelle redazioni dei giornali, i lavoratori che si stanno accorgendo in questi giorni dell’effetto disastroso della legge 122/2010 sulle ricongiunzioni dei contributi versati dai dipendenti pubblici o nei Fondi separati dei lavoratori elettrici, telefonici e dei trasporti. Quei lavoratori, infatti, che hanno lavorato presso enti diversi, ad esempio nel pubblico impiego e poi nel privato versando una parte dei contributi all’Inpdap e un’altra parte all’Inps, oppure ai fondi esclusivi sopra citati, per   ricongiungere la propria posizione contributiva presso l’Inps dovranno sborsare molti soldi.    UN

LAVORATORE di Cagliari, Giuseppe Putzolu, per cumulare i 28 anni di contributi versati al fondo elettrici, gli 11 al fondo telefonici con l’anno versato all’Inps si è visto chiedere 188 mila euro. Ci sono altre richieste nell’ordine di decine di migliaia di euro in alcuni casi al limite della beffa. Un altro caso aiuta a chiarire il problema: Guido Lotti ha iniziato nel 1971 con la Grundig nel settore dell’elettronica, poi è stato assunto dall’Enel nel 1976. Nel 1999, grazie alla cessione di un ramo d’azienda   , è entrato in Wind nel settore delle telecomunicazioni dove ha accettato la proposta di esodo incentivato nel 2009 e ha iniziato a pagare i contributi volontari per arrivare ai 40 anni nel 2011. Lotti aveva già ricongiunto i primi sei anni versati direttamente all’Inps nel fondo Elettrici (anch’esso presso l’Inps ma con gestione separata) cumulando   28 anni e 3 mesi. Si ritrova poi con 11 anni e 9 mesi di contribuzione al fondo Telefonici (sempre Inps). Ora dovrebbe versare quasi 200 mila euro per potere godere della sua pensione dopo 40 anni di lavoro dipendente, oppure ricorrere alla cosiddetta totalizzazione con un’ulteriore beffa che vedremo più avanti. Prima della approvazione della legge 122 la ricongiunzione avveniva senza oneri per il richiedente: esisteva solo l’obbligo delle gestioni precedenti di trasferire presso l’Inps la contribuzione relativa ai periodi interessati maggiorata di interessi del 4,5 per cento annui.

ORA, INVECE, SI PAGA. E si paga in relazione al beneficio ricevuto quindi alla maggiore pensione percepita in seguito alla ricongiunzione. Se, ad esempio, un dipendente pubblico ha versato 15 anni di contributi all’Inpdap e poi, passando al privato, ne ha versati 20 all’Inps, è evidente, e del tutto logico, che la sua pensione cambi di molto se invece che su 20 poggia su 35 anni complessivi. Questo “aumento”, però, si paga, tramite   calcoli un po’ complicati, di circa la metà. La metà cioè del beneficio percepito, e che costituisce un diritto assoluto, per il resto della propria vita. Una sorta di “pizzo” che il governo ha voluto applicare con conseguenze che possono essere devastanti. Infatti se un lavoratore non ha le risorse per pagarsi la ricongiunzione si ritroverà con una pensione decurtata e con il furto dei contributi versati e non ricongiunti.    “In realtà la 122 è una bomba a orologeria – spiega al Fatto Luigina De Santis, responsabile previdenza dell’Inca, l’ente di patronato della Cgil – perché è andata a toccare un meccanismo che stava in piedi da solo e che ora, invece, si mostra del tutto incoerente. E solo per fare cassa”. La legge in questione, infatti, produce un’altra distorsione, quelle delle finestre di uscita che vengono portate a 12 mesi rispetto ai 3 o 4 mesi precedenti. Per esempio, se il diritto alla pensione scatta il 2 gennaio e la finestra è fissata al 1 gennaio, occorre attendere un altro anno prima di andare in pensione senza nemmeno godere dei contributi versati. Nel caso invece   si voglia ricorrere alla “totalizzazione dei contributi”, cioè alla loro somma senza oneri (come sarebbe possibile nel caso che abbiamo citato sopra) questo si può fare solo se il totale dei contributi è di 40 anni oppure si è arrivati a 65 anni di età. Ma in tal caso la finestra di uscita da 12 mesi passa a 18.

NEL CORSO dell’approvazione del decreto “milleproroghe” i lavoratori del fondo Elettrici e Telefonici hanno cercato di fare pressioni sul Parlamento per ottenere almeno una proroga all’introduzione del provvedimento in modo da far capire il pasticcio che si andava realizzando. “Alcuni parlamentari della maggioranza, come Giuliano Cazzola, si sono resi conto della situazione – spiega ancora De Santis – ma l’apposizione della fiducia da parte del governo ha reso impossibile procedere a quel rinvio che avrebbe consentito di tornare a ragionare”. E oggi di fronte agli sportelli dell’Inps si ritrovano lavoratori che non sanno assolutamente come recuperare un diritto sacrosanto che gli è stato portato via.

di Salvatore Cannavò – IFQ

28 dicembre 2010

La Riforma Gelmini e la fine della Storia dell’Università di massa

Ha ragione Mariastella Gelmini a celebrare l’approvazione della sua riforma dell’Università come “la fine del Sessantotto”. Con questa espressione però la ministro non intende quello che ogni buon conservatore associa al cosiddetto Sessantotto: antiautoritarismo, antimilitarismo, liberazione sessuale, rottura della morale borghese, equilibrio nel conflitto tra capitale e lavoro.

No, per Mariastella Gelmini il Sessantotto rappresenta innanzitutto un aborrito “egualitarismo”, da combattere con le armi dello sfuggente concetto di “meritocrazia” che la nuova legge si propone di incarnare. La Riforma di oggi è “la fine del Sessantotto” in quanto fine di quel fattore cardine di coesione e perequazione sociale rappresentato dall’Università di massa che Berlusconi e Tremonti, attraverso Gelmini, si erano promessi di eliminare.

 

L’equilibrio tra capitale e lavoro raggiunto dalle socialdemocrazie europee si protrasse per tutto il decennio successivo finché il primo, con la spallata thatcheriana, non prevalse sul secondo. La svolta neoliberale e neoconservatrice, che in Italia prese la forma simbolica della “marcia dei 40.000” prima e del berlusconismo poi, oggi, trent’anni dopo, è tra i fattori che stanno determinando la caduta di coesione sociale che è alla base dell’eclisse dell’Occidente. La Riforma Gelmini approvata oggi dal Senato è quindi epocale perché è il compimento di un lungo percorso che rompe in Italia un altro equilibrio fondamentale: quello tra la Costituzione, che ancora elementi, come il diritto allo studio, di forte perequazione sociale in un’economia di mercato, e gli interessi delle classi dirigenti. Gli ottimati pensano di incarnare il “merito” per censo e con Gelmini hanno l’occasione, nel tardo neoliberismo incarnato dal governo Berlusconi, di rafforzare e rinnovare privilegi antichi. Quindi, al contrario di quanto dice il ministro, solo i figli dei farmacisti continueranno a fare i farmacisti, i figli degli architetti gli architetti e i figli dei baroni… i baroni. Ciò perché la riforma Gelmini rappresenta la caduta dell’architrave democratico della nostra società rappresentato dall’Università di massa come percorso di ascensione sociale prima precluso ai più, poi dalla fine degli anni ‘60 aperto a tutti (che roba Contessa!), da oggi di nuovo ristretto.

I numeri parlano chiaro. Alla metà degli anni ‘60 gli studenti universitari in Italia erano 400.000. Oggi sfiorano i due milioni. Riscontriamo dati simili per tutti i nostri paesi di riferimento, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. Nell’Europa occidentale, nel quarantennio che ci separa dal “maggio francese” il numero delle persone che hanno potuto spendere sul mercato del lavoro un titolo universitario è quadruplicato. Ovvero: con l’Università di massa i figli del popolo vanno all’Università, senza Università di massa i figli del popolo, anche i capaci e i meritevoli, ne sono esclusi.

Prima di proseguire, allora, è bene che il lettore si interroghi se i propri studi universitari sarebbero stati possibili se fosse nato una generazione prima. Basta interrogarsi sulla propria classe sociale di provenienza e sul percorso formativo dei propri genitori per avere un’approssimazione di risposta. Basta dare un’occhiata al registro del personale docente universitario, in particolare dei 27.000 ricercatori. Altro che “parentopoli”! Nella maggior parte dei casi troverete cognomi umili (vogliamo dire proletari?) che per la prima volta nella storia accedono alla docenza universitaria. Lo stesso l’Università di massa ha garantito in altri campi, dalla medicina all’avvocatura. Che l’operaio abbia visto il proprio figlio dottore non vuol dire che i dottori di oggi siano migliori di quelli di ieri. Vuol dire che lo studiare come privilegio elitario, sia pure in un contesto dove permangono mille problemi, è stato abbattuto da quell’Università egualitaria della quale oggi Gelmini rivendica lo scalpo.

L’Università di massa della quale si celebra il funerale era figlia della lotta generazionale e di classe per permettere ai molti di sfuggire sia a un lavoro subalterno che a una subalternità culturale. Tale destino subalterno aveva cominciato ad essere superato quando la costruzione delle nazioni dopo la Rivoluzione francese aveva teorizzato e praticato l’educazione di massa come passaggio ineludibile per il benessere della società. In Italia però, con la riforma Gentile, della quale Gelmini si considera erede, in epoca fascista, l’avviamento al lavoro subalterno di chi non apparteneva alla classe dirigente era rigidamente incanalato fin dalla pre-adolescenza e solo nel periodo dell’odiato Sessantotto le masse ruppero gli argini e conquistarono il diritto a studi e carriere superiori.

Certo, l’ultimo quarantennio ha mostrato tutte le difficoltà della costruzione di un modello democratico di Università. Gli studenti che provengono dalla classe lavoratrice beneficiano di meno opportunità e stimoli di quelle offerte dalle famiglie borghesi. Hanno in casa biblioteche meno capienti, hanno fatto meno viaggi, visitato meno musei. Sono stati meno sorretti nelle difficoltà e più portati all’abbandono degli studi. Allo stesso modo un’Università che ha bisogno di circa centomila docenti tra strutturati e precari non può garantire lo stesso livello medio di didattica di un’università elitaria. I saperi di massa si sono per loro stessa natura massificati e in qualche caso sviliti. Arrivano alla laurea studenti con basi culturali traballanti che faranno ben poco con il “pezzo di carta”. Ciò non è un bene ma l’unica alternativa sostenibile, come sa per esempio il cancelliere Angela Merkel, è continuare a investire in educazione, borse di studio, aiuti, che permettano di liberare le forze di ragazzi altrimenti destinati all’abbandono. Alla logica del “merito” teorizzato da Gelmini e supportato dal taglio del 90% delle borse di studio, che comporta lo stigma del “demerito”, va contrapposta la logica del sostegno a chi ne ha bisogno come unica possibilità di progresso della società.

E’ vero, l’Università di massa è piena di sclerosi e di malfunzionamenti, difetti, sprechi e si basa su un modello piramidale dove il servilismo rende di più del pensiero critico. Ma la risposta non può essere quella neo-elitaria della Gelmini e di Francesco Giavazzi, mai osteggiata seriamente dal centro-sinistra. Valgano due dettagli per tutti: il citato taglio anticostituzionale del 90% delle borse di studio e l’allungamento di ulteriori sei anni del precariato per accedere ai ruoli universitari. Questo domani porterà ad un ingresso molto oltre la soglia dei 40 anni. Chi ne sarà colpito non saranno i figli della classe medio-alta, che possono con crescente difficoltà pagare, o quelli della classe dirigente, che già oggi vanno a studiare all’estero come nella miglior tradizione dei paesi sottosviluppati.

Chi ne sarà naturalmente colpito saranno quegli studenti vittime del “demerito indotto” dalle loro condizioni sociali e che si interrogano quotidianamente se vale la pena continuare a studiare rispetto ai sacrifici che ciò comporta. Chi si beneficerà dell’allungamento ulteriore del precariato universitario voluto dalla Gelmini con i contratti da ricercatore a tempo determinato, saranno i figli di professori, i figli della classe dirigente. E’ questa la vera parentopoli! La vera parentopoli, la parentopoli sociale rafforzata dalla Gelmini, è quella del classismo del quale è intrisa la vita universitaria a ogni livello e del quale se ne comprendono i meccanismi solo dall’interno. Lo scandalo non si gioca sui cento metri piani di un concorso più o meno combinato. Si gioca sulla lunga distanza di una maratona dove i capaci e i meritevoli, anche se in testa alla corsa, vengono costretti ad abbandonare per mancanza di acqua prima di un traguardo posto ogni giorno più lontano.

Sbagliano dunque gli studenti che temono la “privatizzazione” dell’Università. In Italia tutte le privatizzazioni si sono sempre fatte con soldi pubblici e non è questo il caso. Il progetto continentale, che possiamo far partire dal “processo di Bologna” del 1999 è quello della dismissione dell’Università di massa per preservarne solo gli spazi elitari. E’ quello di un’Università che autoriducendosi esce dalla sfera del diritto allo studio per entrare nel mercato come “public company” e dalla quale pertanto sono espulsi quelli che nell’Università cercavano un luogo per sfuggire ad un destino sociale di subalternità. Nel 2020, quando la riforma Gelmini sarà a pieno regime e il blocco del turn-over avrà impedito la sostituzione dei quadri entrati in ruolo nei primi anni ‘80, l’Università pubblica avrà docenti solo per 5-600.000 studenti con la conseguente espulsione dei tre quarti degli studenti attuali. Un bel risparmio per il quale oggi incroceranno i calici Gelmini, Giavazzi e Tremonti.

È un risparmio che nasconde il disinvestimento nel paese nel suo complesso che torna ad essere identificato nella propria classe dirigente escludendo tutte le altre. La riforma Gelmini accelera dunque un processo che costituisce un salto indietro (graduale, mascherato) di 50 anni, ai numeri dei primi anni ‘70, nel quale un numero limitato di clienti-studenti troveranno soddisfazione alle loro esigenze di imprenditoria individuale. Tutto il resto, tutto quanto non smerciabile, sapere critico, cultura, dovranno essere marginalizzati in piccole nicchie perché, per i criteri di economicità e di profitto con i quali funzionerà l’Università “public company” non c’è posto per loro come non c’è posto per quelle classi popolari e medio-basse che in questi 40 anni avevano beneficiato dell’Università in un processo di ascensione sociale.

Il problema è che se il modello su cui si basa la Riforma Gelmini poteva essere vendibile 15 o 20 anni fa, al momento di auge del modello neoliberale, è palesemente antistorico oggi che la crisi ne mette a nudo l’impraticabilità. Oggi chiunque ha avuto occasione di confrontarsi con gli studenti sa che questi non lottano per sfuggire solo ad un destino subalterno ma anche per sfuggire ad un modello di sviluppo capitalista che ha eretto la precarietà come nuova, più avanzata e più pervasiva forma di costringerli a tale subalternità nonostante gli studi universitari. Se oggi un titolo universitario non garantisce più progressione sociale la risposta del governo è quella di indurre a rinunciare all’educazione superiore chi acquisirebbe un titolo svalutato. Al contrario la richiesta degli studenti è di una politica che riqualifichi e renda nuovamente spendibili tali titoli.

Venti anni fa si poteva ancora far finta di non esserne coscienti, ma oggi è evidente che la precarietà non è solo un miglior modo di controllo sociale, di coercizione sindacale e di massimizzazione degli utili ma anche l’unica maniera di creare lavoro che questo modello di sviluppo riesce a concepire. Paesi come l’India, in grado di laureare 700.000 ingegneri l’anno, sanno che dai grandi numeri si può scremare l’eccellenza. L’Italia (e pezzi dell’Europa) sta scegliendo un cammino opposto, convogliando decrescenti risorse su numeri via via più ristretti che tornano a coincidere con le élite tradizionali. Dal rifiuto della riforma Gelmini all’ “intuizione” di un destino subalterno e precario che ha portato gli studenti, a Londra come a Parigi come a Roma, a scendere in piazza, all’elaborazione di un modello alternativo di Università e di società che rimetta al centro, in una società dei saperi rivalorizzati, la lotta all’esclusione, il passo è ancora lungo. Per colmarlo ci vorrebbe la politica.

di GennaroCarotenuto.it

27 dicembre 2010

Le omissioni di Quagliariello

Bisogna dare atto al professore-senatore Quagliariello (e ringraziare Il Fatto per aver promosso l’iniziativa) di aver fatto ciò che il ministro Gelmini non ha fatto per due anni: confrontarsi con gli studenti e i ricercatori. Per il resto, però, non è andato oltre una serie di luoghi comuni e slogan governativi sull’università. Insomma come accademico, ha dimostrato ciò che vent’anni fa diceva Sabino Cassese: “Molti professori non scriverebbero una riga nelle loro discipline senza aver fatto mille ricerche di archivio, ma, per il solo fatto di essere all’università, ritengono di esprimersi da esperti sull’università stessa”. Questo limite si aggrava combinandosi con la retorica e   le parole d’ordine politiche che poco hanno a che fare con un discorso serio e fondato sull’università. Insomma, il professore-senatore non sa o non dice una serie di cose che dovrebbe invece sapere e dire.    Uno degli argomenti principali cavalcati tanto dalla Gelmini quanto da Quagliariello è quello secondo cui l’università italiana versa in un pessimo stato e ciò è certificato dai ranking internazionali   : nessuna università italiana è tra le prime 200. Questo basta e avanza per giustificare la riforma “epocale”. Tutto chiaro allora? Per niente, siamo in piena mistificazione. Nel 2008 il Times Higher Education Supplement, accanto ai ranking per singola istituzione, ha fatto anche quelli dei sistemi di istruzione superiore. Sorpresa! L’Italia si piazza all’ottavo posto nel mondo e primo in Europa per la probabilità che   uno studente ha di ricevere una buona istruzione e al dodicesimo posto nel mondo in termini di qualità complessiva del sistema. Il professore ignora, o vuol ignorare, questo dato proveniente da una delle fonti che cita per screditare l’università. Ma mica finisce qui. Il nostro accademico-senatore non sa, o non vuol sapere, che è appena uscito un rapporto UNESCO, secondo cui il sistema americano, per quanto riguarda la didattica, è uno dei peggiori al mondo, sebbene le sue istituzioni di vertice egemonizzino i ranking internazionali. Perché? Perché ha ottimi e ben finanziati centri di ricerca, ma per il resto e nel complesso non è che se la sfanghi bene. C’è un’altra mistificazione presente nel Quagliariello-pensiero e nel non-pensiero gelminiano: la ricerca italiana se non è pessima   poco ci manca, gli accademici italiani passano il tempo a scrivere di cose eccentriche e irrilevanti, si produce poco e con scarsissima rilevanza internazionale. Una recente ricerca del CNRS francese ci dice tutt’altro. La ricerca italiana si piazza all’ottavo posto nel mondo e al quarto   in Europa per numero di pubblicazioni; è al settimo posto nel mondo per numero di citazioni; le eccellenze sono nei campi della medicina, matematica, fisica, biologia molecolare e genetica, scienze spaziali, neuroscienze e scienze del comportamento; i giovani ricercatori italiani si piazzano al secondo posto in termini di successo nell’ottenimento dei finanziamenti del Consiglio Europeo della Ricerca; delle 45.000 pubblicazioni prodotte nel 2007 il 40% sono frutto di collaborazioni internazionali. Va sottolineato che i Paesi che ci precedono sono quelli in cui il finanziamento dell’università e della ricerca è nettamente più alto del nostro. E a proposito di finanziamento, il professore-senatore non dice che l’Italia si trova al trentaseiesimo posto dei paesi OCSE relativamente alla spesa   per l’istruzione universitaria sul PIL, al ventiseiesimo posto per quanto riguarda il rapporto docenti-studenti e tra gli ultimi relativamente al numero di studenti che beneficiano di sussidi e borse di studio. Infine, ma ci sarebbe ancora molto altro da dire, il professore-senatore dice che   “L’Inghilterra era uscita da qualsiasi classifica di merito e grazie a quei tagli [epoca Thatcher, nda] ha ripreso a scalare le classifiche mondiali”. A parte il fatto che le “classifiche di merito” esistono dal 2003 e che al tempo dei tagli non ve ne era traccia, quello che il professore non sa è che negli anni ’90 la politica universitaria britannica si accorge del disastro prodotto da quei tagli in termini di qualità della didattica e della ricerca. A partire dalla metà degli anni ’90 il sistema viene fortemente finanziato e questa politica è continuata fino a quest’anno (governo Cameron). Giusto per dare l’idea, tra il 2000 e il 2007 la spesa pubblica in istruzione superiore britannica è cresciuta del 50% contro il nostro 12% dello stesso periodo (dati OCSE). Se la Gran Bretagna oggi è in alto nelle classifiche è   perché il suo sistema è stato ben finanziato, non de-finanziato. E lo stesso si deve dire della Germania e la Francia che hanno immesso miliardi extra per finanziare le rispettive politiche per l’eccellenza dell’istruzione superiore.

di Massimiliano Vaira Università di Pavia – IFQ

2 dicembre 2010

Dal New York Times alla BBC, la protesta fa il giro del mondo

La protesta degli studenti italiani diventa una notizia globale, superando anche quella dei colleghi inglesi e scalando la prima pagina del quotidiano americano New York Times. Il giornale ha aperto la sua edizione Usa di ieri con una fotografia degli scontri a Bologna tra i ragazzi e la polizia in assetto antisommossa, e sul sito Internet ha pubblicato un video con le cariche degli agenti che rispondono a lanci di oggetti. E come il NyTimes, anche la sua versione internazionale, l’International Herald Tribune, mostra studenti che a Roma reggono cartelloni con i titoli di romanzi, da “Cent’anni di solitudine” a “Ragazzi di vita”, da “Satyricon” a “Mille piani”. Scrive il quotidiano: “La polizia usa i gas lacrimogeni per impedire   al corteo, che protesta conto i tagli, di raggiungere il Parlamento”. Anche il Wall Street Journal racconta le proteste italiane a confronto con quelle del Regno Unito. “Bloccano tutto” è il titolo dell’emittente televisiva americana   Abc, che registra una “partecipazione di oltre 400mila studenti in tutt’Italia”. Nel sito della Abc anche la vicenda della spazzatura campana: “A Napoli i dimostranti hanno lanciato rifiuti davanti alla sede del governo regionale. Studenti e accademici sono sconvolti dal taglio di nove miliardi di euro e di 130 mila posti di lavoro stabiliti dal sistema educativo voluto dall’esecutivo di Berlusconi”. Il presidente del Consiglio italiano viene citato su quasi tutti i siti stranieri per la sua dichiarazione: “Gli studenti seri stanno a casa a studiare”.    Il sito della Bbc – la tv pubblica inglese – trasmette ininterrottamente sulla home page video delle proteste italiane ripresi in varie città, da Torino a Palermo: si vedono furgoni   della polizia assaliti dai cortei, fumogeni verdi e gialli, fuochi e uova che si spaccano sugli scudi delle forze dell’ordine. E la Bbc pubblica anche una galleria fotografica: da una parte i caschi degli agenti “che fanno cordone umano per proteggere i deputate”, dall’altra i ragazzi con le mani in aria in segno di non violenza.    “In migliaia contro i tagli”, è la scritta che accompagna un video della principale emittente tv in lingua araba (e non soltanto) Al Jazeera.    Va oltre alla semplice cronaca lo spagnolo El Pais, che pubblica una foto di agenti con i manganelli tesi verso i manifestanti: “La marcia acutizza la crisi di Berlusconi a 14 giorni dal voto di fiducia in Parlamento”.

Il Fatto Quotidiano

18 novembre 2010

Piazze e radio contro la “riforma” Gelmini. Qualcuno lotta ancora.

11 ottobre 2010

“ Politecnico strangolato dai tagli”

A Torino i Presidi scrivono agli studenti: “In gioco il vostro futuro”.

Il Politecnico è bloccato, le lezioni sono rinviate ed è necessario avvertire gli studenti che potrebbe essere solo l’inizio di un periodo nero. Allora i presidi delle Facoltà di Ingegneria e Architettura di Torino hanno preso carta e penna e scritto a tutti gli universitari con due lettere distinte.

“CARI STUDENTI, come Presidi delle tre Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino dove state per cominciare o per proseguire gli studi – si legge nella prima missiva pubblicata anche sul sito web dell’ateneo – ci sentiamo in dovere di informarvi su ciò che sta avvenendo nell’Università e che riguarderà da vicino il vostro futuro in questa istituzione. Le difficoltà   e le incertezze che hanno provocato il rinvio dell’inizio delle lezioni (…) del quale comunque ci scusiamo, sono dovute alla delicata situazione dell’Università italiana, strangolata da fortissimi e insostenibili tagli ai finanziamenti ordinari in   attesa dell’ennesimo e problematico tentativo di riforma”. Sarà difficile per il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ignorare anche questa volta il grido di dolore che arriva da 5 presidi di una delle eccellenze del paese. Non potrà dire che sono stati “indottrinati dalla sinistra” come ha fatto venerdì con i trecentomila ragazzi scesi in piazza per manifestare contro i tagli alla scuola e all’università. Perché le parole di Paolo Camurati, Donato Firrao, Sergio Rossetto, Ferruccio Zorzi e Rocco Curto condannano senza mezze misure una riforma fatta con le forbici in mano e che   incide soprattutto sull’università pubblica .

“ll progetto di riforma in discussione al Parlamento – scrivono infatti i presidi – sembra essere prevalentemente condizionato dalla preoccupazione che la riforma non comporti maggiori oneri finanziari, senza fare intravedere convincenti linee guida di futuro sviluppo del sistema universitario. Anzi, i provvedimenti governativi in materia finanziaria degli anni più recenti rischiano di pregiudicare la funzionalità dell’Università pubblica già dal 2011, comportando l’impossibilità di far fronte alle spese correnti e un’intollerabile riduzione delle prestazioni didattiche e dei servizi agli studenti”.

“COME SAPETE – si legge ancora nella lettera – il corpo docente è formato da professori ordinari e associati e da ricercatori, coadiuvati dal personale tecnico-amministrativo. Tutti sono stati colpiti dai tagli in un modo che non trova eguale nel comparto pubblico e particolarmente danneggiati sono   risultati i ricercatori, privi di uno stato giuridico chiaro e con prospettive di carriera molto incerte”.    La protesta a Torino riguarda il 30 per cento dei ricercatori delle facoltà di Ingegneria e la quasi totalità di quelli delle facoltà di Architettura in cui il corpo docente ha una maggiore incidenza di ricercatori. Il Rettore, Francesco Profumo   , ha annunciato la necessità di ricorrere a “professori a contratto” esterni se i ricercatori non riprenderanno a fare didattica (dato che per contratto non sono tenuti a farlo).

“TUTTO  CIÒ premesso – spiegano i presidi di Ingegneria – è comunque doveroso da parte nostra sottolineare   che, nonostante le grandi difficoltà incontrate, i professori e i ricercatori del Politecnico di Torino proseguono nel loro impegno per mantenere gli eccellenti livelli di formazione, ricerca e servizi riconosciuti a livello internazionale. Condividono senza riserve l’obiettivo di migliorare l’attuale Università secondo principi meritocratici e di efficienza, ma giudicano inaccettabile l’uso strumentale di tali principi a difesa di tagli indiscriminati e di provvedimenti legislativi che mettono in pericolo il funzionamento stesso dell’istituzione universitaria pubblica, invece di renderla sempre più competitiva a livello internazionale e in grado di offrire strumenti di crescita per il Paese e per i giovani”. Che guardano al futuro disegnato per loro dalla Gelmini con sempre meno fiducia.

di Caterina Perniconi IFQ

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