A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”. Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la   consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi   gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

di Marco Travaglio – IFQ

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