Posts tagged ‘Studenti’

4 novembre 2011

A Roma prove di Stato di polizia. Studenti schedati a scuola.

Cariche contro chi tenta di violare il divieto di manifestare

Sono arrivata a scuola alle otto meno un quarto e ho visto una cosa incredibile. Davanti al marciapiede, dove di solito parcheggiamo i motorini, era tutto pieno di poliziotti. Tre camionette blu e due auto con agenti in borghese. Un mio compagno si è avvicinato e ha chiesto: ma che state facendo? Identifichiamo quelli che vanno alla manifestazione, hanno risposto. Poi è arrivata la preside e li ha cacciati, mica ci potevano stare qui”. Fulvia, ieri mattina, non è andata con gli altri. C’era una lezione di filosofia cui teneva, per quello è rimasta al Liceo Mamiani in viale Delle Milizie, quello della fiction tivù “I Liceali”. “Sennò ci andavo eccome – spiega mostrando sul cellulare le foto scattate al mattino –. Vedi, cinque classi sono andate via in blocco, più altri sparsi, circa 140 ragazzi in tutto. E la Polizia dietro, una scena ridicola: hanno detto che eravamo una scuola a rischio, ma quando mai”.    Identica scena in altri istituti del centro: Tasso, Giulio Cesare, Virgilio, Righi, licei ritenuti pericolosi per aver dichiarato – in anticipo – di voler partecipare al corteo che sfidava l’ordinanza Alemanno contro i raduni in centro dopo il disastro del 15 ottobre. E gli studenti hanno deciso di organizzare una manifestazione proprio contro il divieto, convergendo sulla stazione Tiburtina. Da lì, tutti insieme, si doveva arrivare alla Sapienza passando dal centro.

MA, DAVANTI alla stazione, i circa 300 manifestanti hanno trovato i poliziotti schierati in assetto antisommossa: hanno urlato slogan, mostrato i loro scudi di cartone e gommapiuma, gridato la voglia di futuro oltre le nubi del presente italiano. In risposta, niente autorizzazione al corteo. Gli studenti hanno tentato di forzare il cordone, gli agenti hanno caricato: spinte e manganellate su giovani in gran parte minorenni, del tutto disarmati. Dopo le botte, alcuni si sono spinti in un’area interna al piazzale per sfondare la rete del cantiere e tentare la fuga. Gli agenti hanno attaccato ancora: oltre alla manifestazione non autorizzata, c’era il danneggiamento. Altre manganellate, qualche ragazzino inseguito nelle vie laterali, e poi un cordone tutto intorno alla piazza. “Ci hanno sequestrato, non possiamo uscire di qua senza farci identificare – raccontava un ragazzo al telefono –. Adesso ci sediamo per terra e vediamo che succede”. Dopo una lunga mediazione, cui hanno partecipato diversi genitori e alcuni esponenti dell’opposizione, si è arrivati alla soluzione: si poteva lasciare la zona a gruppi di trenta per raggiungere la Sapienza, ma niente centro. Alla fine tutti si sono riuniti davanti all’università decidendo di riconvocarsi per il 17 novembre: con o senza il consenso di Alemanno.

Che ha commentato così: “Per fortuna non ci sono stati grandi incidenti, e mi dispiace sinceramente che la forza pubblica sia dovuta intervenire. Però ci sono delle regole che tutti devono rispettare. È chiaro che il Questore ha dovuto fare il suo mestiere, così come il sindaco che deve rispettare i diritti degli studenti ma anche quelli dei cittadini romani che non vogliono vedere la propria città messa sempre a dura prova da continue manifestazioni”. Dunque massima sintonia tra le istituzioni cittadine, e una certa soddisfazione per aver evitato noie al traffico. Peccato che la stazione sia rimasta chiusa per ore, i bus dirottati e le vie di accesso chiuse. Giuseppe, papà di uno studente 17enne, è stupito da tanta approssimazione: “Ho assistito a una gestione della piazza ridicola. Centinaia di agenti ed elicotteri per pochi studenti. Impediscono ai ragazzi di uscire dalla piazza. Ma con quale credibilità si agisce così? Perché dovrebbero identificare ragazzini minorenni che non rappresentano nessuna minaccia quando nel Paese ci sono rappresentanti in odore di crimini ben più gravi?”.

SECONDO la Questura, tutto regolare. L’avviso rivolto alla popolazione sui rischi “civili, penali e amministrativi” del partecipare a un corteo non autorizzato era sufficiente a giustificare la richiesta di documenti a tutti quelli che apparivano in procinto di organizzare o seguire l’evento. Flavia scuote la testa: “C’era anche un fotografo davanti alla scuola, la mattina. Faceva strane foto, non credo fossero per i giornali”. Le identificazioni ieri sono state oltre 300, e ora verranno denunciate almeno dieci persone per “invasione di terreno”. Nei confronti degli altri si sta valutando l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

Insomma Digos e agenti, tutti impegnati a perseguire pericolosi studenti liceali mentre ieri il Tribunale del Riesame ha deciso gli arresti domiciliari per sette tra gli arrestati di San Giovanni. Uno resta in carcere a Roma e un altro a Chieti (Leonardo Vecchiolla). Per altri due romani, tra cui Fabrizio Filippi detto er Pelliccia, si deciderà nei prossimi giorni.

di Chiara Paolin, IFQ

La polizia davanti al liceo Mamiani di Roma. (FOTO ANSA) 

10 marzo 2011

L’Aquila, ora chiedono l’affitto agli studenti sfrattati

L’Aquila, ieri mattina: gli otto ragazzi cacciati dalla Casa dello Studente e privati della borsa di studio rei di aver fumato una sigaretta nella sala studio e con la finestra aperta non sono stati fatti entrare nel padiglione dell’ex Cserma Campomizzi dove il commissario straordinario dell’ADSU aveva detto loro di andare in attesa di essere riammessi a pieno titolo nella Casa dello Studente. Una soluzione temporanea certo ma meglio di nulla. Muniti di valigie felici hanno lasciato i contaneir dove avevano trovato riparo nei giorni e si sono presentati all’ex Caserma Campomizzi accompagnati dall’avvocato Wania Della Vigna. Ad attenderli il responsabili dell’organismo per l’emergenza del terremoto. “Potete dormire qui ma solo a 600 euro a letto, 1200 euro a stanza “ spiegando che si tratta di una struttura adibita all’alloggio degli sfrattati del   sisma, dunque loro universitari modello non ne hanno diritto gratuitamente. Prima cacciati. Poi illusi. Ora sono stanchi. Demoralizzati. Sbattono le valigie a terra e alzano le braccia in segno di resa di una battaglia che non hanno mai combattuto   . Le lacrime si alternano a ghigni di dolore e sorrisi amari. “Non ce la faccio più. Torno a casa se è questo che vogliono”è lo sfogo di Sabrina di Lecce, seguito dalla supplica di Donato: “Non ci abbandonate, non ci abbandonate vogliamo solo laurearci” Grida di giustizia che si infrangono nel silenzio colpevole della politica. Di chi come il Presidente della Regione Chiodi non ha ritenuto di dover rispondere alle richieste del comitato Casa dello Studente che pubblicamente lo ha invitato a risolvere un problema che chiama in causa il grado di civiltà di una comunità, di un Paese. Grida di dolore che spezzano il cuore perché provengono da ragazzi che non contano. Figli poveri. Il loro reddito, lo ricordiamo di nuovo, non supera i 10 mila euro l’anno. Una cifra che non consente di poter pagare 600 euro per un posto letto oltre ai soldi per mangiare per pagare le tasse universitarie   per comperare i libri. Ragazzi “meritevoli”. Ma non più bisognosi, perché colpevoli di aver fumato una sigaretta violando il regolamento applicato alla lettera da un direttore, Luca Valente imputato per il crollo della Casa dello Studente in cui sono morti sette ragazzi e il   custode. Direttore che resta al suo posto nonostante ne abbia chiesto la rimozione anche il commissario straordinario dell’ADSU D’Ascanio proprio dalle pagine del nostro giornale. Ma a pagare sono sempre i più deboli che non hanno altro potere se non quello della volontà, della caparbietà della forza per non arrendersi continuando a sopportare sacrifici immani come dormire nei contaneir pur di conquistare quella benedetta laurea. Segno tangibile nella cosiddetta modernità ,di riscatto sociale, di uguaglianza, almeno sulla carta. È triste vederli tornare verso i contaneir con gli sguardi bassi come fossero profughi nel loro stesso Paese. Ad attenderli un’altra notte al freddo. Per ricominciare ad aspettare domani l’esito di nuove trattative per vedersi riconosciuto un diritto costituzionale negato.

di Sandra Amurri – IFQ

23 dicembre 2010

Torino contesta anche Saviano, il coro: “Fatti i fatti tuoi alla riforma pensiamo noi”

“Saviano fatti i fatti tuoi, che a come stare in piazza ci pensiamo noi”. Risuona anche questo slogan nella lunga giornata di mobilitazione degli studenti torinesi. Accade in corso Vittorio, poco dopo l’incursione a colpi di uova e ortaggi contro la sede del Pdl, che nel-l’immaginario del 2010 ha sostituito la vecchia sede dell’M-si   di Corso Francia, meta privilegiata dei cortei anni ‘70. A gridare contro lo scrittore sono i ragazzi del Collettivo universitario autonomo, che ieri hanno dato vita a un corteo separato dai colleghi Studenti Indipendenti: “Non ci sono piaciute alcune dichiarazioni molto pesanti di Saviano – racconta Dana Lauriola del Cua – accusare ‘pochi facinorosi’ di tenere in ostaggio la protesta significa gettare una cappa pesante su un movimento che è sempre riuscito a trovare una sintesi”. Dana esprime amarezza per la spaccatura degli studenti a Torino: “Abbiamo letto sui giornali che gli Studenti indipendenti hanno ‘un’idea di società diversa dalla nostra’ e francamente è stata una doccia fredda. Così si lavora contro il movimento. Speriamo di ritrovarci a gennaio”.      LA ROTTURA a Palazzo Campana (storica sede delle facoltà scientifiche, teatro delle occupazioni del 1967-68), per quanto soft, c’è stata davvero. E infatti a Torino sono andate in scena due idee diverse di mobilitazione: gli Studenti indipendenti (eredi dell’Onda 2009) hanno puntato sulla fantasia, insegnando di fronte a palazzo Carignano (sede del primo parlamento italiano) una simbolica seduta in cui è stata approvata l’”altrariforma””: “Contro la farsa del Parlamento siamo l’inizio del cambiamento” era lo striscione sorretto dai ragazzi, che per l’occasione indossavano   la divisa rossa dei garibaldini. Insieme a loro, oltre agli studenti del Conservatorio con tanto di strumenti al seguito, garbaldini “veri” della XVII Brigata Garibaldi operante in Val di Susa tra il 1943 e il 1945.    Da Palazzo Nuovo, invece, è partito un corteo di alcune centinaia di studenti riuniti intorno al Cua (in parte vicino all’area dei centri sociali) con l’obiettivo di assaltare “i palazzi del potere”. A Torino non ci sono parlamenti, ministeri o   zone rosse, dunque gli obiettivi principali, dietro lo striscione “Voi in Senato, noi nelle piazza! Que se vajan Todos!” sono stati i simboli del berlusconismo in città. Prima tappa la libreria Mondadori di via Viotti, a due passi da piazza Castello: uova, farina e fumogeni dietro allo slogan di “questo governo è fumo negli occhi”.    POI un blitz all’agenzia della banca Mediolanum di corso Galileo Ferraris (i malcapitati dipendenti hanno cercato di riparasi dalle uova abbassando le serrande); quindi, dopo aver blocato il traffico tra corso Einaudi e corso Galileo Ferraris, i manifestanti si sono diretti, per la terza volta in poche settimane, verso la vicina sede del Pdl in corso Vittorio, difesa della polizia in tenuta antisommossa. Inevitabile, visto il lancio di ortaggi e fumogeni, qualche momento di tensione, ma la gestione della piazza da parte della Digos di Torino ha evitato inutili scontri. La giornata è   proseguita con l’occupazione del rettorato di via Po e (per la seconda volta) con un’incursione simbolica di circa mezz’ora all’interno della Mole Antonelliana. Epilogo al Politecnico: studenti e ricercatori, che da settimane occupano un’aula al piano terra, hanno impedito il tradizionale brindisi di Natale organizzato dal rettore Francesco Profumo, fino a poche settiamne fa il candidato sindaco preferito dal Pd: “Non c’è nulla da festeggiare”.

di Stefano Caselli – IFQ

21 dicembre 2010

Studiare è resistere Con 1000 euro al mese

Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in un’università americana. È la prima volta che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato. Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro. Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori. Di nuovo nelle prossime ore, assieme a loro, scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassintegrati. Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gel-mini. La posta in gioco è molto più alta. È il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso. Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto   , 17 anni, ultimo anno di liceo. Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese. I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci   di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti. Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano. Chi? Risponde Luca, suo compagno di scuola: “C’hanno rotto tutti: Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di Palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “È un politico pure lui! Ma almeno è gay”. Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, black-bloc qua, infiltrati là, ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”.      SE LA PRENDONO anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “Sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1.000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”. Prende la parola la sua compagna: “Sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al   mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà”. Chiedo come fa a mantenersi gli studi con un reddito familiare così basso. Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina. Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “Aho, ci fai o ci sei?”. Non capisco. Allora precisa: “Mica lavoro a stipendio”. Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero. Lei guadagna solo con le mance. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”. Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la tv in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà, ma sarà un caso che ne incontro pochissimi. La maggioranza che protesta è messa veramente male. Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini. Qui in mezzo   alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione. “Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica   . E aggiunge: “Se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”. Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “Mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”. Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato. Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “Quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari.   Siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto”. Devo ammettere che non sapevo né che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, né dell’accordo bombardiere con la Gel-mini. A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà, ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68. Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese. Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi.   Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio. Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti assieme a loro. E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perché vedono per i   loro figli un futuro nero. A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari. I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università, sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini.    ANCHE LORO a formare una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sotto-pagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice. Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. È il suo stipendio mensile. “Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato   che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa. Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i   quali non potrà permettersi di uscire di casa. Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica. Quei pochi soldi non bastano. Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare. Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “Vorrei vedere loro scendere in strada perché gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”. Cita l’86%, che è quanto la Finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni.   Giovanni prosegue: “Sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”.    Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura. Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse. È la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto. La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica. Lo ha dimostrato in tutti questi mesi. Lasciateli arrivare davanti al Parlamento.   Non lanceranno un sasso. Lascia-teli arrivare di fronte al Senato. Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato. Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo. Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.

di Roberto Faenza – IFQ

17 dicembre 2010

È giusto non tollerare la protesta dei giovani. Bisogna ringraziarli.

L’Italia è un Paese per vecchi. Ma il linciaggio mediatico che ha accompagnato il movimento delle università, con le calunnie vomitate dai soliti cani da guardia contro una protesta pacifica, creativa, intelligente, beh, questo è  davvero preoccupante. Significa che il Paese invecchia molto male, nel rancore e nell’egoismo, proprio come l’uomo che si è scelto per farsi condurre alla tomba.

L’Italia è vecchia nell’età, 43 anni in media, contro i 26 del resto del mondo; nella classe dirigente, la più longeva del Pianeta; nell’industria, ancora basata sulla manifattura a basso livello tecnologico. Decrepita nella cultura e nella formazione, con la metà degli investimenti su ricrca e università e meno della metà dei laureati sulla media europea, cioè un terzo nel confronto con Germania e Francia, e indici di lettura africani.

In Italia è vecchia anche la maggioranza dei giovani, cresciuti in mezzo alla pattumiera televisiva, rassegnati al familismo come stile di vita e a campare di paghetta fino a quarant’anni, fra le forfore della nonna. Ora,  se in questo Stato la nostra meglio gioventù scende in piazza e ci costringe a parlare di argomenti seri, bisogna far festa, abbracciarli uno a uno. Reclamano un diritto da cittadini democratici, il diritto allo studio. Non si lamentano senza far nulla, come la maggioranza dei sudditi di questo ridicolo regno.

Qualche volta esagerano, d’accordo. Ma esagerano meno della polizia e molto meno di quanto abbiano esagerato con loro le generazioni passate.

Gli abbiamo lasciato un mondo del lavoro senza speranze e una montagna di debiti da pagare. Il debito pubblico è questo, sfottere il futuro dei figli. Non sono poveri, non ancora. Hanno il telefonino, il computer. Ma saranno poveri, nella logica del declino.

Dopo il Rinascimento c’è voluto quasi un secolo per ridurre l’Italia alla miseria, ma i tempi cambiano e questi son veloci.

Nel giro di una generazione finiranno a fare i camerieri dei coetanei cinesi o tedeschi. Non per colpa degli altri immigrati, che ci salvano dalla bancarotta di Stato e dalla recessione permanente. Per la responsabilità, l’irresponsabilità anzi, e l’egoismo di padre e nonni.

Che cos’hanno da perdere nella protesta? Che cosa ci fanno perdere?

Il futuro italiano è una bomba a orologeria e questi ragazzi stanno cercando di disinnescare il timer. Si può dire soltanto:  grazie.

di Curzio Maltese – Il Venerdì

6 dicembre 2010

Perché si ribellano

Un Paese con le finestre chiuse. Che non guarda al futuro. Che ai ragazzi offre solo prospettive di precarietà, incertezza, disoccupazione e lavoretti sottopagati. Parlano gli studenti e i ricercatori che salgono sui tetti

Il cielo grigio di Milano annuncia una nottata di neve. Il tetto del dipartimento di Fisica è occupato da un plotone infreddolito di ricercatori di quelle facoltà scientifiche che una volta erano il motore e il vanto dell’azienda Italia. Lavorano nei laboratori del Politecnico, della Statale, della Bicocca e sono i primi a stupirsi di essersi improvvisati rivoltosi. Appollaiati sul cemento tra le tegole, si salutano, discutono, chiamano i colleghi, organizzano i turni di presidio. Dalle scale, trafelato, sale un tecnico di 43 anni, infagottato in giacca a vento e sciarpona di lana, che riassume sorridendo l’assurdità del caso: “Scusate il ritardo, mia figlia, tre anni e mezzo, non mi lasciava uscire. Mi chiedeva: “Papà, ma perché devi andare sul tetto?”. Perché ci stanno distruggendo l’università. “E chi ve la distrugge?” Il governo, piccola mia, ma è una storia lunga da spiegare”. 

Ventenni e quarantenni. Precari e garantiti. Studenti e ricercatori, con la solidarietà di molti professori. Il no alla riforma Gelmini ha unito persone diversissime per età, reddito, cultura, opinioni politiche e posizione sociale. Per cercare un filo che annoda mille proteste, tra città bloccate e monumenti imbandierati, si può provare a partire da due luoghi simbolo come Milano e Bologna, dove tra il ’68 e il ’77 una generazione di studenti sfidò il potere sognando un futuro radioso. Oggi i ricercatori che salgono sui tetti hanno paura del futuro, come i ventenni che occupano le facoltà o i dottorandi che assediano le istituzioni. Incertezza, paura, instabilità sono le parole chiave che accomunano il ricercatore con il posto fisso, l'”assegnista” eterno precario, la ventenne che sembra pensare solo all’esame, il laureando che organizza occupazioni ma non crede più nella politica. Dal grande mosaico della protesta, ecco quattro identikit di un’Italia che ha perso la speranza.

Datemi un domani
A Bologna, dove nel ’77 si sognava l’immaginazione al potere, il cuore della protesta oggi batte in via Zamboni 38, “facoltà di lettere occupata”. All’ingresso, una scritta enorme: “La vostra crisi non la paghiamo”. Dentro, tra lenzuola colorate di slogan e adesivi “no Gelmini”, la vetrata centrale si spalanca su un tranquillo professore che fa lezione in un’aula piena. Al primo piano tre studenti ripassano l’esame di storia moderna. Cecilia T., 20 anni, sciorina date e fatti da Cromwell agli Stuart, che gli amici Elena e Andrea verificano su un pachidermico blocco di appunti. “Perché ho scelto storia? Perché è una materia bellissima e molto sottovalutata”. Che futuro sogna una ventenne di oggi? “Beh, siamo tutti sfiduciati, sappiamo che il mondo del lavoro è chiuso e che al precariato di oggi si sommerà quello di domani. Vorrei fare lo storico, il ricercatore o almeno l’insegnante come mia madre, ma so che le speranze sono minime. Quindi mi concentro sul presente. Letteratura, antropologia, storia: gli studi che mi appassionano. Per noi il futuro non esiste”. Viso pulito, risata scintillante e pessimismo cosmico. Che ne pensi della riforma Gelmini? “Va buttata via tutta. Serve solo a distrarre l’opinione pubblica. Questo governo prende in giro la gente con slogan contraddittori: più ricerca e meno ricercatori, tempo pieno e maestra unica…”. Per chi voterai? “Forse Vendola”. Quindi voi tre siete occupanti? “No”.

Occupo poi mi laureo
Per trovare i capifila dei cortei bolognesi basta entrare nell’aula del collettivo autonomo. Gli occupanti mandano avanti un portavoce, Niccolò Cuppini, 24 anni, laureando magistrale in Scienze politiche, capelli lunghi, occhi azzurri e carisma da nazareno. Si è fatto le ossa “con l’onda, nel 2008, ma ora siamo più consapevoli: la riforma Gelmini è l’elemento simbolico, il disagio è molto più profondo. Siamo la prima generazione precaria dalla culla alla pensione che non avremo”. Soldi? “Lavoro nei bar, smonto palchi, prendo contratti a chiamata all’Ikea. Mi bastano 600 euro al mese, quando non ce la faccio torno dai miei. E questo mi rode”. Progetti? “Imparo tante piccole nozioni, ma so che non c’è laurea o master che tenga: avremo comunque un futuro peggiore dei nostri padri”.

Datemi un domani
A Bologna, dove nel ’77 si sognava l’immaginazione al potere, il cuore della protesta oggi batte in via Zamboni 38, “facoltà di lettere occupata”. All’ingresso, una scritta enorme: “La vostra crisi non la paghiamo”. Dentro, tra lenzuola colorate di slogan e adesivi “no Gelmini”, la vetrata centrale si spalanca su un tranquillo professore che fa lezione in un’aula piena. Al primo piano tre studenti ripassano l’esame di storia moderna. Cecilia T., 20 anni, sciorina date e fatti da Cromwell agli Stuart, che gli amici Elena e Andrea verificano su un pachidermico blocco di appunti. “Perché ho scelto storia? Perché è una materia bellissima e molto sottovalutata”. Che futuro sogna una ventenne di oggi? “Beh, siamo tutti sfiduciati, sappiamo che il mondo del lavoro è chiuso e che al precariato di oggi si sommerà quello di domani. Vorrei fare lo storico, il ricercatore o almeno l’insegnante come mia madre, ma so che le speranze sono minime. Quindi mi concentro sul presente. Letteratura, antropologia, storia: gli studi che mi appassionano. Per noi il futuro non esiste”. Viso pulito, risata scintillante e pessimismo cosmico. Che ne pensi della riforma Gelmini? “Va buttata via tutta. Serve solo a distrarre l’opinione pubblica. Questo governo prende in giro la gente con slogan contraddittori: più ricerca e meno ricercatori, tempo pieno e maestra unica…”. Per chi voterai? “Forse Vendola”. Quindi voi tre siete occupanti? “No”.

Occupo poi mi laureo
Per trovare i capifila dei cortei bolognesi basta entrare nell’aula del collettivo autonomo. Gli occupanti mandano avanti un portavoce, Niccolò Cuppini, 24 anni, laureando magistrale in Scienze politiche, capelli lunghi, occhi azzurri e carisma da nazareno. Si è fatto le ossa “con l’onda, nel 2008, ma ora siamo più consapevoli: la riforma Gelmini è l’elemento simbolico, il disagio è molto più profondo. Siamo la prima generazione precaria dalla culla alla pensione che non avremo”. Soldi? “Lavoro nei bar, smonto palchi, prendo contratti a chiamata all’Ikea. Mi bastano 600 euro al mese, quando non ce la faccio torno dai miei. E questo mi rode”. Progetti? “Imparo tante piccole nozioni, ma so che non c’è laurea o master che tenga: avremo comunque un futuro peggiore dei nostri padri”.

Nel ’77 a Bologna la protesta degenerò in lotta armata: qualche vecchio ve ne parla? Sguardo infastidito: “Abbiamo imparato la lezione della strategia della tensione. La P38 è solo uno spettro del passato, usato per impaurire chi contesta”. Sognate un nuovo ’68, magari insieme agli operai? La voce si abbassa: “Oggi è difficile pensare a un’azione collettiva. Nel lavoro non c’è solidarietà, c’è ricattabilità. Penso che la crisi non produrrà rabbia o violenza, ma depressione, isolamento, individualismo”. Se cade il governo, andrai a votare? “No”. Non credi proprio in nessuno? “Anche Vendola o Grillo hanno lo stesso vizio del berlusconismo: marketing politico. Datemi i voti che poi ci penso io. Guarda Obama: cosa è riuscito a cambiare? Dobbiamo trasformare il sistema dal basso, insieme, unendo movimenti e associazioni per creare una nuova economia e riprenderci il futuro. Per questo studio coperazione e sviluppo. E ora scusami, ho un’azione”.
Il nazareno s’infila sotto i portici con una cinquantina di compagni. Parte un tam-tam su telefonini e computer. Il corteo, velocissimo, continua a ingrossarsi. Un sms annulla il primo obiettivo: “La Digos ha fermato tre dei nostri sotto la torre degli Asinelli”. Nessun problema. Gli studenti deviano tra i vicoli e piombano di corsa nel palazzo comunale. Approfittando di una mostra, salgono in sala Ercole, spalancano le finestre su piazza Maggiore, srotolano due striscioni e accendono i fumogeni. Un coro ritmato amplifica gli slogan del megafono. “Se ci toccano il futuro, noi blocchiamo la città”. Sul lenzuolo, in alto a sinistra, hanno disegnato il simbolo dei vecchi punk: no future.

di Paolo Biondani – L’espresso


2 dicembre 2010

Dal New York Times alla BBC, la protesta fa il giro del mondo

La protesta degli studenti italiani diventa una notizia globale, superando anche quella dei colleghi inglesi e scalando la prima pagina del quotidiano americano New York Times. Il giornale ha aperto la sua edizione Usa di ieri con una fotografia degli scontri a Bologna tra i ragazzi e la polizia in assetto antisommossa, e sul sito Internet ha pubblicato un video con le cariche degli agenti che rispondono a lanci di oggetti. E come il NyTimes, anche la sua versione internazionale, l’International Herald Tribune, mostra studenti che a Roma reggono cartelloni con i titoli di romanzi, da “Cent’anni di solitudine” a “Ragazzi di vita”, da “Satyricon” a “Mille piani”. Scrive il quotidiano: “La polizia usa i gas lacrimogeni per impedire   al corteo, che protesta conto i tagli, di raggiungere il Parlamento”. Anche il Wall Street Journal racconta le proteste italiane a confronto con quelle del Regno Unito. “Bloccano tutto” è il titolo dell’emittente televisiva americana   Abc, che registra una “partecipazione di oltre 400mila studenti in tutt’Italia”. Nel sito della Abc anche la vicenda della spazzatura campana: “A Napoli i dimostranti hanno lanciato rifiuti davanti alla sede del governo regionale. Studenti e accademici sono sconvolti dal taglio di nove miliardi di euro e di 130 mila posti di lavoro stabiliti dal sistema educativo voluto dall’esecutivo di Berlusconi”. Il presidente del Consiglio italiano viene citato su quasi tutti i siti stranieri per la sua dichiarazione: “Gli studenti seri stanno a casa a studiare”.    Il sito della Bbc – la tv pubblica inglese – trasmette ininterrottamente sulla home page video delle proteste italiane ripresi in varie città, da Torino a Palermo: si vedono furgoni   della polizia assaliti dai cortei, fumogeni verdi e gialli, fuochi e uova che si spaccano sugli scudi delle forze dell’ordine. E la Bbc pubblica anche una galleria fotografica: da una parte i caschi degli agenti “che fanno cordone umano per proteggere i deputate”, dall’altra i ragazzi con le mani in aria in segno di non violenza.    “In migliaia contro i tagli”, è la scritta che accompagna un video della principale emittente tv in lingua araba (e non soltanto) Al Jazeera.    Va oltre alla semplice cronaca lo spagnolo El Pais, che pubblica una foto di agenti con i manganelli tesi verso i manifestanti: “La marcia acutizza la crisi di Berlusconi a 14 giorni dal voto di fiducia in Parlamento”.

Il Fatto Quotidiano

1 dicembre 2010

Si sentono assediati e bloccano il paese: studenti contro la Gelmini

Piazza Montecitorio ieri era deserta. Piazza Colonna e via del Corso, vuote. Nel centro di Roma era impossibile incontrare un cittadino. Solo polizia in tenuta antisommossa e camionette a difesa dei palazzi. Un clima di tensione degno di altri tempi. Dall’altra parte, 20 mila studenti. La causa del blocco della città è stata l’enorme zona rossa ritagliata intorno ai responsabili dell’approvazione di una riforma che peggiorerà il futuro degli universitari. Le proteste hanno unito tutto il paese nel giorno del via libera della Camera al disegno di legge che riformerà gli atenei italiani. Futuro e Libertà, dopo aver fatto inciampare il governo su due emendamenti, dimostrando la sua importanza per la tenuta parlamentare dell’esecutivo, ha votato a favore del testo proposto dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Adesso la riforma   deve tornare al Senato per l’approvazione definitiva. Ma l’accelerazione del ministro, che vorrebbe licenziarla entro il 13 dicembre, prima del voto di fiducia, è stata contestata dal gruppo del Pd e l’esame potrebbe slittare.

LA GELMINI non ha parlato per tutto il giorno, ha ascoltato distrattamente le notizie che arrivavano dall’esterno, si è agitata sulla sua poltrona, attendendo l’esito, ormai scontato, del voto. A difenderla, e minimizzare la protesta, ci ha pensato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: “L’approvazione è la dimostrazione che siamo il governo del fare. Gli studenti veri sono a casa a studiare — ha dichiarato il premier – quelli in piazza sono fuori corso e dei centri sociali”. Ma nella sua coalizione non sono tutti d’accordo. Per Umberto Bossi, “gli studenti in parte hanno anche qualche ragione, ma non si devono fare strumentalizzare”   . La Lega, infatti, ha sempre criticato la legge, ma ha rinnovato la fiducia a Berlusconi. “Il 14 ce la faremo sia al Senato che alla Camera” ha detto il ministro per le Riforme. Di altro parere i finiani: “Immagino che questa riforma dell’Università sia una delle ultime cose che questo governo farà” ha dichiarato Benedetto Della Vedova che però, contraddicendo la sfiducia promessa al governo, ha indicato al gruppo parlamentare di votare a favore della legge. E per il presidente della Camera “gli estremisti che hanno bloccato Roma e causato gravi incidenti non hanno reso un buon servizio alla stragrande maggioranza di studenti scesi in piazza con motivazioni, anche non totalmente condivisibili, ma con la volontà di migliorare”. Sulla gestione dell’ordine pubblico si è aperto un duro scontro tra il leader di Sinistra e libertà, Nichi Vendola, e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. “Roma è stata assediata e sequestrata da una vera   e propria tenaglia militare, che ricorda Santiago del Cile ai tempi di Pinochet” ha detto il governatore della Puglia, definendo “criminale” la gestione dell’ordine pubblico. “Io ho il compito di evitare incidenti e l’assalto ai luoghi sacri della democrazia – ha dichiarato Maroni – E mi pare che tutto sta avvenendo con grande responsabilità delle forze dell’ordine”.

DOPO IL SÌ della Camera la Gel-mini ha espresso la sua soddisfazione “per la riforma più importante della legislatura” e si è dichiarata “dispiaciuta” del clima di tensione sociale creato, secondo lei, “da posizioni ideologiche”. Mentre il premier in serata si è “venduto” l’emendamento su parentopoli, inizialmente proposto dall’Idv (che alla fine non l’ha votato) e poi modificato e fatto proprio dall’esecutivo. “Non potranno ora partecipare ai concorsi i parenti fino al quarto grado”.    Il Parlamento ha avuto il tempo di   bocciare l’emendamento proposto da Alleanza per l’Italia che mirava a finanziare contratti di ricercatore a tempo indeterminato ricorrendo ai fondi per il finanziamento pubblico ai partiti. Il Pd si è spaccato, l’ex tesoriere dei Ds,   Ugo Sposetti, ha definito la norma “indecente e strumentale, perché permetterebbe solo a Berlusconi di avere i soldi per le campagne elettorali” e l’alleanza Fli-Api non è bastata per coprire le spalle ai ricercatori.

di Caterina Perniconi IFQ

18 novembre 2010

Piazze e radio contro la “riforma” Gelmini. Qualcuno lotta ancora.

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