Posts tagged ‘Donne’

5 ottobre 2012

Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro

Centinaia di persone sono scese in piazza in Tunisia, e non solo, in solidarietà con la giovane tunisina che rischia il carcere dopo aver subito uno stupro da parte della polizia. La ragazza è stata convocata ieri mattina, per la seconda volta, di fronte al giudice presso la procura di Tunisi. L’accusa di “offesa al pudore” e “oscenità premeditata e ostentata” – secondo la quale la ragazza rischierebbe fino a sei mesi di reclusione – è stata per ora confermata. Tra le questioni dibattute in aula anche la quantità di coscia visibile per definire la volontà o meno di ostentare: la misura dell’orlo della gonna sarà dunque il discrimine per comminare la pena, mentre l’altra linea di demarcazione sembra essere la discussa verginità.

La protesta. Davanti al tribunale una folla di almeno trecento persone, tra cui membri dell’Assemblea Costituente, Ong, e associazioni di femministe, ha manifestato durante l’udienza contro la palese ingiustizia. La ragazza, raggiunta anche da un messaggio di solidarietà dal governo francese, si è detta molto incoraggiata dal sostegno che le sta arrivando dal mondo intero. E, rispetto al passato, si sono visti in piazza cartelli molto più assertivi – come “Ministero terrorista, e ministero dello stupro”, “violentate o velate?”, fino a esortazioni più specifiche: “Polizia! Tenetevelo a posto”. Uno slogan che va bene anche per l’imposizione, diretta o indiretta, del velo – pudica barriera imposta alle donne per contenere l’esuberanza sessuale maschile. Ma forse i commenti più pressanti apparsi anche sui social network sono quelli all’insegna del dégage (“vattene”): la parola d’ordine scandita contro la dittatura il 14 gennaio 2011, quando è iniziata la rivoluzione. L’intera vicenda vede ancora una volta il partito islamista maggioritario Ennahdha e il governo attuale al centro delle polemiche, e ha quindi una dimensione tutta politica.

L'”offesa al pudore”: A ispirare il processo è l’articolo 226 del codice penale, retaggio della vecchia dittatura. E’ una norma abbastanza vaga da lasciare ampio margine allo zelo della pubblica accusa. Fornisce infatti a qualsiasi violentatore la scusa per trasformare la vittima in accusata o di mettere questa nelle condizioni di aver paura di denunciare, ed è anche una una sorta di comoda valigia dentro cui infilare ogni pretesto. Con lo stesso capo d’accusa, ancora in attesa di giudizio, si trova anche Sofiane Chourabi, un giornalista blogger non troppo amato dal potere, che è stato trovato a consumare alcol su una spiaggia nel periodo di Ramadan.

La storia della ragazza. I primi di settembre, nel quartiere di Tunisi Aïn Zaghouan la giovane si era appartata in auto con il suo ragazzo, dopo una cena. Un gruppo di poliziotti in borghese li ha visti e ha giudicato il loro atteggiamento indecente. Per rilasciarli però hanno preteso dei soldi. Il ragazzo aveva solo 40 dinari. Uno degli agenti, dopo averlo ammanettato, lo ha portato a cercare un bancomat per prelevare 300 dinari (150 euro). Poiché la ragazza era alla guida dell’auto, la conclusione dei poliziotti è stata che si trattasse di una donna sposata e dunque colpevole di comportamento immorale. Lei, 27 anni, una laurea in scienze delle finanze e un master in management, ha giurato di essere vergine e che si sarebbe sottoposta a un test, se necessario. I due agenti rimasti con lei l’hanno fatta sedere sul sedile posteriore della loro auto, l’hanno portata in un luogo isolato e violentata a turno. Poi hanno raggiunto il terzo poliziotto rimasto col ragazzo alla ricerca – infruttuosa – di un bancomat. Il ragazzo, che si è accorto dell’accaduto, è riuscito a strappare la bomboletta di gas immobilizzante a uno degli agenti, e ha cominciato a gridare. I poliziotti hanno rilasciato i giovani in cambio della bomboletta. Il soccorso ospedaliero non è stato tuttavia immediato. Solo alle 16 del giorno successivo la giovane è riuscita ad avere le cure necessarie e l’accertamento medico che quanto da lei dichiarato nei verbali corrispondeva al vero. Gli agenti stupratori sono stati arrestati, ma al momento del primo confronto la vittima si è trovata a doversi difendere dall’accusa “di offesa al pudore”. Ieri, durante la seconda udienza, l’accusa è stata confermata.

L’episodio ha suscitato grande emozione e un’ondata di proteste da parte delle Ong, e della società civile che si è espressa soprattutto tramite la rete. Si sono così susseguiti flashmob estemporanei, manifestazioni di attiviste e gente comune, prima davanti al ministero degli Interni poi in piazza a Tunisi, e lo scorso sabato con un ponte di solidarietà che è arrivato fino a Parigi. Ieri l’atmosfera era particolarmente surriscaldata davanti al tribunale nella Rue Bab Bnet.

Le reazioni della politica. In questi giorni, esponenti delle istituzioni (ministri degli Interni e Giustizia) hanno continuato a denunciare l’immoralità e l’indecenza dei due ragazzi, perdendosi in grotteschi distinguo: “Gli agenti sono in prigione, ma anche la ragazza ha compiuto un reato ed è quindi perseguibile secondo la legge”. Come se il fatto che responsabili sono stati puniti bastasse a legittimare un altro processo per offesa alla morale ai danni di una donna stuprata – per giunta dalle forze dell’ordine.

Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha, ha parlato attraverso la figlia Yousma la quale, dopo aver deprecato l’agire della polizia, ha però detto che è colpa dei media nazionali che spostano l’attenzione dai veri problemi del paese e quelli internazionali, che spiegano male la situazione. Così come molto poco credibili sono anche le tardive reazioni di condanna alla polizia del premier Hamadi Jebali in visita a Bruxelles, intervistato dal quotidiano Le Soir. E tardiva e prudente è la condanna di Sihem Badi, ministra della Donne e della Famiglia, che ha però rilevato come la denuncia della ragazza sia un importante segno di discontinuità rispetto al passato. Dall’opposizione, la reazione più significativa è venuta da Karima Souid della sinistra Ettakatol, che con CPR e Ennahdha è il partito della “troika” nell’Assemblea Costituente. La deputata ha detto di dissociarsi da tutti e ha concluso il suo discorso con un “je vous vomis” (vi rigetto con disgusto), domandando al ministro dei Diritti Umani che venga archiviato il caso.

La violenza sulle donne. Se lo stupro da parte della polizia era routine sotto Ben Ali, non essendo stata riformata, la polizia continua a comportarsi nello stesso modo. La questione ovviamente non riguarda solo le forze dell’ordine: il 30% delle donne tunisine afferma di avere subito violenze. L’andamento e l’esito di un processo così iniquo, che trasforma la vittima anche in un’accusata, sottopone la Tunisia a un test fondamentale agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda il suo cammino verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili. Si capirà se è vera la denunciata opacità di rapporti tra potere esecutivo e quello giudiziario. Ed è anche il termometro della capacità di riflettere su una serie di tabù sessuali che condannano il paese a un perenne medioevo.

Costituzione e ruolo delle donne. E’ in gioco, tra le altre cose, il ruolo della donna nella società tunisina: una linea di demarcazione di modernità, questa volta non imposta dall’alto come all’epoca di Ben Ali, ma reale espressione di una volontà popolare. Una piccola vittoria sembrava essere arrivata qualche giorno fa, quando l’espressione “la donna complementare all’uomo” era stata eliminata dalle bozze di articoli della futura Costituzione, come avrebbero invece voluto gli islamisti. Ma il caso delle giovane tunisina riporta in primo piano – oltre alla necessità di una profonda revisione Codice di statuto personale del 1956 (in cui si sanciva una parziale parità uomo donna) – questioni sociali e culturali legate al divario tra un’élite progressista e la Tunisia profonda, sulla quale punta invece la visione conservatrice e religiosa di Ennahdha.

di Sabina Ambrogi, Micromega

25 novembre 2011

Se una donna su tre è vittima di violenze

Non sono tanti a saperlo o a ricordarselo. Ma il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata l’Assemblea Generale dell’Onu a istituirla il 1999, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ong ad organizzare ogni anno incontri ed eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo dramma.

Perché è assurdo che, ancora oggi, tante donne siano capro espiatorio dell’aggressività maschile. E che in molti non ci facciano nemmeno più caso, come se si trattasse di un problema minore, che concerne solo alcuni Paesi, determinati ambienti sociali, poche persone insomma. E invece no! Nonostante i progressi nel campo dell’uguaglianza  di diritti dei due sessi, il rapporto che gli uomini intrattengono  con il mondo femminile resta estremamente complesso. E la violenza che subiscono le donne continua ad essere uno dei più grandi flagelli contemporanei. Secondo il Consiglio d’Europa, sono proprio le violenze fisiche, sessuali e psicologiche che subiscono le donne una delle cause principali della mortalità femminile e negli Stai membri. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Istat, una donna su tre è vittima della violenza di un uomo, almeno una volta nella propria vita. Chi sono allora questi uomini violenti? Perché non si riesce ancora a far prendere coscienza a molte persone della gravità del problema?

Grazie a numerosi studi sociologici, oggi sappiamo che “l’uomo violento” non è più solo un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un contesto sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglie avere un buon livello di istruzione. Non conta il lavoro che si fa o la posizione sociale che si occupa, ma l’incapacità ad accettare l’alterità e l’autonomia femminile. Si tratta per lo più di uomini che diventano violenti per paura di perdere il potere  sulla donna. E che percepiscono il proprio atteggiamento come “normale”: fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente. Anche se la maggior parte delle volte sono uomini insicuri e che hanno poca fiducia in loro stessi. Uomini che, invece di cercare di capire cosa esattamente non funzioni nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Talvolta fino al punto di trasformare la vita delle donne che li circondano – mogli, madri, sorelle o figlie – in un incubo. Come racconta la filosofa americana Susan Brison in un bellissimo libro autobiografico, la violenza che una donna subisce dall’uomo distrugge l’essere stesso di chi le subisce, perché elimina ogni valore, distrugge ogni riferimento logico. È proprio questo il messaggio del 25 novembre: fa capire che è estremamente difficile, per una donna che subisce violenze e umiliazioni, parlare di ciò che ha vissuto o continua a vivere.

Le parole mancano, si balbetta, non si riesce a spiegare esattamente ciò che è successo. Ci vogliono anni per poter riuscire ad integrare questi “pezzi di vita” all’interno di un racconto coerente. Soprattutto quando l’autore è il padre o il marito. Per poterlo fare, c’è bisogno che qualcuno ascolti veramente, senza pregiudizi e senza diffidenza, anche quando i ricordi paiono incongrui e l’atteggiamento nei confronti dei carnefici sembra ambivalente. Certo, non si potrà  mai definitivamente eliminare l’ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Nessuno di noi è immune dall’odio, dall’invidia, dalla volontà di dominio. Ma il carisma e l’autorità non hanno mai bisogno di utilizzare la prevaricazione e la violenza. Al contrario. La vera autorità è sempre calma senza per questo essere debole.

di Michela Marzano, La Repubblica

24 novembre 2011

Le donne ancora discriminate nel lavoro

L’Italia non vuole saperne di eliminare un’odiosa diseguaglianza: a parità di qualifica e impiego, nonostante i passi avanti fatti negli ultimi anni anche per merito della legislazione in tema di quota rosa, le donne italiane continuano a ricevere stipendi più bassi degli uomini.

A rilanciare per l’ennesima volta il dato è un’analisi svolta dalla II Commissione Politiche del Lavoro e Sistemi Produttivi del Cnel, che ha esaminato posizione professionale e redditi di oltre 10mila lavoratori.

Donne discriminate: situazione e possibili soluzioni

La denuncia sulla diversità di trattamento economico tra uomini e donne è ben documentata. Nella sua relazione, il CNEL ha registrato, su un campione di 10mila lavoratori, una differenza di retribuzione compresa tra il 10 e il 18%.

La ricerca, curata dal Dott. Rustichelli dell’ISFOL, comunica anche, con precisione statistica, che il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario è pari al 7,2%.

Nello specifico, risultano maggiormente penalizzate le donne meno scolarizzate, con punte di differenziale che arrivano fino al 20%, mantenendosi in ogni caso oltre il 15% se si è in possesso della licenza media.

Difficile, anche la situazione delle giovanissime (8,3% di penalizzazione rispetto ai coetanei) e le lavoratrici mature  (12,1%), mentre il gap tende a ridursi nella fascia di età compresa tra 30 e 39 anni (3,2%).

A livello geografico, l’area in cui si riscontrano le minori differenze è il Sud; guardando, invece, i dati scomposti per professione, si nota una marcata differenza di genere nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6%), degli impiegati (15,6%) nonché dei legislatori, dirigenti e imprenditori (13,4%).

Particolarmente penalizza, rispetto agli omologhi di sesso maschile, sono le donne impiegate in professioni non qualificate con una differenza retributiva del 17,5%.

I fattori che generano il gap sono molteplici: fattori culturali, stereotipi di genere, mancanza di politiche per la conciliazione che costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro, impedendone la continuità lavorativa e limitando le eventuali opportunità di carriera.

Borsaitaliana.it

24 novembre 2011

Lo stupro come tattica di guerra

La risoluzione ONU 1820, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel giugno 2008, definisce tattica di guerra l’uso deliberato della violenza sessuale e la perpetrazione di tale reato strumento di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Il precedente è costituito da una sentenza del Tribunale Internazionale Criminale per il Rwanda del 23 settembre 1998: già in questa sede lo stupro fu definito crimine di guerra. Il preambolo della risoluzione 1820 ricorda che lo Statuto di Roma, l’atto costitutivo della Corte Penale Internazionale, include al suo interno uno svariato elenco di violenze sessuali. Anche questo costituisce un precedente importante per la traduzione dei colpevoli di fronte alla Corte Internazionale. A tutt’oggi se ne parla spesso, soprattutto nei fatti di cronaca: le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, tra le notizie dei telegiornali e le righe dei quotidiani. Stupri perpetrati da immigrati su cittadine italiane o su loro connazionali, magari poi barbaramente uccise. Prostitute vittime di violenze, perché poco protette. Ma lo stupro non è solo fatto di cronaca, non costituisce solo argomento di informazione e di denuncia in materia di sicurezza nazionale. Ha radici storiche: dalla fondazione di Roma, che poggia su uno stupro di massa come il ratto delle Sabine, alle premesse dell’Iliade, con Achille adirato con Agamennone per la sottrazione della schiava preferita. Abbiamo testimonianze di stupri perpetrati in Renania nel primo dopoguerra dalle truppe di colore francesi contro le donne tedesche, o ancora di violenze sessuali commesse dalle truppe fasciste e tedesche contro le donne a nord della Linea Gotica tra il 1943 e il 1945. Se lo stupro in periodo di pace è spesso descritto come una violenza perpetrata contro le donne per soddisfare un istinto irrefrenabile dell’uomo, è chiaro che in periodo di guerra quest’istinto sia più difficile da espletare. A questo proposito vennero anche previsti dei bordelli accanto agli accampamenti militari. Nonostante l’accettazione di tale situazione, rimane deprecabile la considerazione di questo reato ritenuto “normale”, perché necessario a reprimere un desiderio altrimenti inappagabile. In un’Africa dilaniata dalle guerre civili e dalle lotte fratricide, l’uso sistematico delle violenze sessuali è uno dei metodi bellici più utilizzati in questi conflitti ataviche ed estenuanti, all’interno delle quali a farne le spese è soprattutto una popolazione civile già al limite delle condizioni economiche, sanitarie e di sopravvivenza. Ce lo dimostra anche l’esperienza della delegazione di tre eurodeputati, guidata da Jürgen Schröder del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), recatasi l’1 aprile 2008 nella Repubblica Democratica del Congo per sette giorni. In questo stato, pare che la situazione sia migliorata dopo la firma degli accordi di pace siglata nel gennaio scorso. “Lo stupro è stato uno strumento di guerra, ma dopo gli accordi di pace la situazione è cambiata”, dichiara l’eurodeputato tedesco. “Ora lo stupro è un segno di ordinaria criminalità perpetrato per lo più da fazioni ribelli, dai componenti dell’esercito regolare e anche dalla popolazione civile”.
Secondo le cifre del piano d’azione umanitario del 2008, gli stupri perpetrati nel 2007 in Congo ammontano a 30.000. Drammatica anche la situazione in Sudan, dove è alta l’incidenza di stupri contro donne ed adolescenti: da ottobre 2004 a febbraio 2005, sono state curate quasi 500 vittime di violenze in numerose località del Darfur occidentale e meridionale, il 28% delle quali dichiarano di essere state violentate da più persone e ripetutamente. Appare chiaro che il numero di denunce non corrisponda al numero effettivo delle violenze.  Le donne hanno raccontato di essere state percosse con bastoni, fruste o asce prima, durante e dopo lo stupro. Al momento dell’aggressione, alcune delle donne stuprate si trovavano in evidente stato di gravidanza, dal quinto all’ottavo mese. La maggioranza delle superstiti degli stupri e delle violenze sessuali raccontano a che le aggressioni avvengono quando le donne lasciano la relativa sicurezza dei villaggi e dei campi profughi per portare avanti le attività indispensabili per la sopravvivenza delle famiglie, come cercare legna per il fuoco o l’acqua. Costrette alle prestazioni sotto minaccia armata, in Darfur come in altre zone di guerra, lo stupro è utilizzato come strumento di guerra e per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile. Le vittime di stupri spesso non vengono curate, ma emarginate, stigmatizzate, a volte persino messe in prigione. Non bisogna dimenticare quanto le violenze sessuali siano un fattore determinante per la diffusione di malattie, quali l’HIV . In questo panorama non è solo il continente africano ad essere teatro di violenze: in Kosovo ad esempio, dove è stata istituita la Kosovo Women’s Initiative atta a diminuire la distinzione tra sessi attraverso la formazione professionale e la scolarizzazione, durante la guerra sono state violentate 20mila donne, in maggioranza musulmane.

Il documento dei Quindici, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiede la cessazione delle violenze sessuali contro i civili nelle zone di guerra, minacciando i colpevoli di condurli di fronte alla Corte Penale Internazionale de l’Aja. Al dibattito hanno preso parte sette donne ministro. Oltre alla Rice, hanno parlato il ministro degli Esteri del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma, il vice primo ministro croato Jadranka Kosor, il procuratore generale britannico Patricia Scotland e il segretario di stato agli Esteri francese Rama Yade. La risoluzione definisce il reato di stupro una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico». Il Segretario delle Nazioni Unite è chiamato a stilare un rapporto che elenchi i paesi dove l’uso della violenza sessuale sia stata sistematicamente utilizzata contro i civili, utile anche a rispondere a questa guerra silenziosa. La risoluzione è stata sponsorizzata da 30 paesi, tra cui l’Italia. Sono i Quindici a definire il ruolo chiave delle donne nella risoluzione pacifica dei conflitti e nel mantenimento della sicurezza. Importante la risoluzione se guardata in funzione di una generale condanna, rivolta purtroppo anche a soldati arruolati per missioni di pace nei contingenti ONU: secondo un rapporto Onu del 1999, sarebbero gli stessi funzionari civili delle Nazioni Uniti a commettere violenze. La relatrice del rapporto, Radhika Coomaraswamy, ha riferito di abusi sessuali di “brutalità inimmaginabile”, illustrando una mappa delle violenze che spazia dai Balcani all’Africa Australe, dal Sud Est Asiatico all’America latina. Tra gli episodi documentati ce n’è uno che riguarda il Kosovo e risale al 1999 (ci sono anche i fatti addebitati ai militari italiani in missione in Somalia negli anni tra il 1992 e il 1995).

Definire lo stupro come reato sessuale, tuttavia, non è sufficiente: bisogna appropriarsi della cultura di molti popoli, all’interno dei quali la donna è ancora vista in una posizione inferiore agli occhi dell’uomo; bisogna capire come la violenza sessuale sia prima la violazione di un diritto individuale, e in quanto tale dovrebbe essere inclusa nel panorama generale dei diritti dell’uomo. Un sistema giuridico appropriato e una seria rivalutazione del ruolo della donna devono essere il contesto basilare in cui far valere il principio dell’inviolabilità della persona.

di Alessia Chiriatti, CrimeList

24 novembre 2011

Mutilata. La testimonianza di Khady Koita contro l’infibulazione

Incontriamo l’autrice di “Mutilata”, storia autobiografica su una violenza subita da una donna senegalese all’età di sette anni. Oggi Khady Koita è presidente di Euronet, l’organismo europeo che combatte le mutilazioni genitali femminili. La pratica atroce della mutilazione dei genitali femminili non sopravvive solo in Africa, dove la subiscono milioni di donne, ma anche in Italia. Sono, infatti, almeno 5.000 le bambine a rischio nonostante la nuova legge preveda pene severe. Lo riferisce ‘Donna Modernà spiegando che nel mondo, e soprattutto in Africa, ci sono tra i 100 e i 140 milioni di donne con mutilazioni genitali, infibulazione compresa, e che ogni anno 2 milioni di bambine subiscono la stessa sorte. “Tutte le comunità africane sanno che le mutilazioni genitali non si fermano alle frontiere. Anche in Europa ci sono donne e ragazze costrette a subirla”, ha spiegato Waris Dirie, ex modella infibulata a 4 anni. In Italia le stime parlano di 5-6 mila bambine a rischio e quasi 38 donne infibulate su 100 non hanno ancora deciso se faranno vivere lo stesso dramma alle loro figlie oppure no, dato che arriva dal Centro di medicina preventiva delle migrazioni dell’istituto San Gallicano di Roma. Da Korazym.org, una testimonianza per non abbassare la guardia.
“Mutilata” è la storia della tragica violenza subita da una bambina senegalese di soli sette anni, Khady. Una violenza che accomuna molte donne e che, secondo la tradizione africana,dovrebbe aumentare la fertilità femminile, garantire la purezza e la verginità delle ragazze e delle spose. Una violenza che in Africa prende il nome di Salindè ovvero ‘’purificazione per accedere alla preghiera” ma che in Italia è meglio conosciuta sotto il nome di infibulazione (parziale o totale asportazione dei genitali femminili esterni con parziale chiusura dell’area vaginale). Il libro, uscito da poco in Italia, racconta la vera storia di Khady, la sua convivenza con il dolore ed il percorso verso la consapevolezza della brutalità del rito. Khady, infatti, oggi ha 47 anni e nella sua vita ha trovato il coraggio, violando una delle ‘regole’ non scritte della sua gente, di abbandonare il marito che la picchiava e di divorziare, per schierarsi apertamente contro l’infibulazione, tanto da divenire presidente di Euronet, l’ organismo europeo che combatte le mutilazioni genitali femminili. Khady, però, ha voluto andare oltre affinché la sua testimonianza valesse anche per tutte quelle donne che non riescono a ribellarsi e che continuano a soffrire. L’incontro con l’autrice avviene nella hall di un hotel, a Roma. La attendo seduta in un salottino insieme ad un’interprete. Khady infatti parla francese. Arriva puntuale, vestita con un elegante bouba marrone. E’ una bella donna. I suoi occhi neri lasciano intravedere una vena di imbarazzo. Non penso di chiederle della sua esperienza. Il libro è pieno di pagine che trasmettono emozioni e dettagli dei particolari. Le domando se conosce la situazione delle
donne che praticano l’infibulazione in Italia, quali sono i modi migliori per accostarsi al problema e come agiscono le associazioni. Lei risponde: “In Italia ci sono molte donne somale ed il 98% di loro sono mutilate. Il nostro lavoro mira ad accendere la speranza affinché le figlie di queste donne non subiscano la stessa violenza. ‘In Italia lavoriamo con varie associazioni. A Roma c’è l’Associazione delle donne somale e Aidos che, però, lavora soprattutto sull’Africa. A Firenze collaboriamo con Nosotras e con l’Unicef e anche a Torino sono presenti altre associazioni. Il loro lavoro sul campo è molto intenso. Infatti si tratta di associazioni che intervengono non solo per quel che riguarda il problema delle mutilazioni sessuali, bensì sulla vita quotidiana delle donne. In Italia, inoltre, esiste una legge che regola il problema delle mutilazioni. Non è una legge semplice, è ricca di direttive che l’accompagnano. Spero solo non rimanga una di quelle leggi chiusa nei cassetti ma che venga applicata. Ancora non ho avuto la possibilità di incontrare donne dell’associazione italiana, la rete infatti non aveva abbastanza fondi per fralo. Quest’anno però spero di riuscire a fare il giro delle associazioni italiane per parlare delle varie situazioni e cercare di affrontare i problemi insieme”. Uno dei fili conduttori del libro e’ il camminare, che per Khady e’ anche una metafora della spinta a non arrendersi. “Da quando avevo sette anni ho camminato da Thies (la sua citta’ in Senegal) a New York passando per Roma Parigi e Londra. Non ho mai smesso di camminare, soprattutto dal giorno in cui le nonne sono venute a dirmi: oggi bambina mia ti purifichiamo”, scrive Khady nel suo libro, “Mutilata”. Khady non ha mai smesso di camminare. Non ha mai smesso di lottare contro questa pratica “assurda”: “E’ un vero sopruso aver tenuto le donne africane legate a questo rito che non ha assolutamente a che vedere con la religione. La vera ragione di questo atto e’ soltanto la volonta’ degli uomini di dominare e il principale obiettivo che ci prefiggiamo oggi e’ quello di informare. Informare dal punto di vista religioso e mettere a conoscenza tutte le donne delle conseguenze negative, sia mediche che psicologiche. Il problema risiede alla base della nostra educazione secondo la quale una donna non sposata non e’ nulla. La realtà invece dimostra che le cose sono molte diverse. Sono tantissime oggi le donne che lavorano in Africa riuscendo a far mangiare tutta la famiglia. In Africa per fortuna le cose stanno cambiando. Molte famiglie iniziano a considerare le bambine al pari dei bambini. La famiglia è molto importante nella nostra cultura. Per me, anche a distanza di cinque mila chilometri, ha rappresentato la salvezza. Il messaggio che vorrei fare arrivare alle donne che leggono il mio libro e’ l’importanza della solidarietà femminile. Spesso infatti, anche a causa della poligamia, sono le donne che lottano contro altre donne. Neri, bianchi, gialli verdi, la violenza contro le donne esiste ovunque, in tutte le culture ed in tutti gli strati sociali. Tutte le donne dovrebbero avere diritto alla salute, all’istruzione e all’integrità fisica e morale del loro corpo. Solidarietà dovrebbe essere la parola chiave, solidarietà tra donne ma non solo. Bisogna parlare soprattutto con i giovani, sono loro la prossima generazione che può cambiare le cose. Khady considera il suo libro uno strumento di riflessione e di dialogo: “Spero che questo libro diventi uno strumento di dialogo e di riflessione e non un mezzo di polemica. Le donne devono andare avanti nonostante la sofferenza, devono ingoiare la vergogna, il pudore e lavorare su se stesse. Ma questo non basta. E’ importante l’aiuto da parte di qualcuno che conosca sia la cultura d’origine che quella d’accoglienza e faccia da ponte tra le due. E’ per questo che le associazioni sono fondamentali ma hanno bisogno di aiuti economici”.

di Laura Muzzi

Associazione Amici di Lazzaro – http://www.amicidilazzaro.itinfo@amicidilazzaro.it – 340 4817498
Centro Studi Amici di Lazzaro – Materiali e ricerche

http://www.korazym.org/news1.asp?Id=16861

24 novembre 2011

Nelle campagne della Cina la risposta alla povertà è la tratta delle spose

Scapoli disperati, famiglie disposte a tutto e misere province dove si muore di fame. Così molte ragazze vengono rapite e vendute al miglior offerente. Diventando delle schiave.

La polizia della provincia dell’Hebei, la regione che abbraccia il distretto di Pechino, annuncia soddisfatta il frutto dell’ultima operazione contro la “tratta delle spose”: nel giro di pochi giorni avrebbe restituito la libertà a oltre duecento donne destinate a matrimoni forzati. Mentre nel resto del mondo centinaia di ragazze sono spinte con l’inganno o la violenza nel florido mercato della prostituzione, in Cina da anni si registrano casi di ragazze sequestrate e vendute, come spose alle famiglie di scapoli disperati.

La rete d’azione dei trafficanti ormai consente lo di procacciarsi spose-schiave anche all’estero: in Vietnam, Cambogia, Mongolia e Corea del Nord. Un mercato sempre più fiorente, a seguito del boom economico che ha trasformato le province rurali di un tempo in distretti industriali. Secondo il tariffario più aggiornato, una sposa può costare tra duecento e tremila dollari, secondo l’età, lo stato di salute e l’avvenenza.

Nello Hebei, che oggi è tra le dieci aree industrializzate più ricche della nazione, la polizia rende noto di aver sgominato centinaia di organizzazioni criminali negli ultimi due anni, oltre ad aver liberato oltre tremila tra donne e bambini da famiglie fittizie. Ma mentre la stampa locale riferisce che le spose liberate vengono “aiutate a tornare a casa”, le organizzazioni per i diritti umani, inclusa l’agenzia Onu per i diritti dei rifugiati, diffondono il timore che le donne vadano incontro ad altri problemi. Alcune di loro si trovano in Cina perché volevano fuggire dalla Corea del Nord, dopo aver speso fino a 500 dollari per farsi portare oltre il confine. AL rientro, si teme che vengano accusate di tradimento verso il regime e punite duramente. La nazione, infatti, non brilla per apertura e liberalità. Per questo il Comitato per i diritti umani in Corea del Nord, che ha sede in America, ha chiesto alle autorità cinesi che alle vittime della tratta sia data la possibilità di richiedere asilo politico, e che i figli nati in Cina ottengano la cittadinanza cinese.

Secondo le organizzazioni, nelle regioni dove è alta la domanda di spose a pagamento, all’anagrafe sono registrati fino a 14 maschi per ogni femmina. Uno squilibrio notevole, che contraddistingue le ultime generazioni. Mentre la stampa internazionale si interroga sulla sorte dei milioni di bambine che mancano all’appello (mai registrate all’anagrafe), le famiglie cinesi fanno i conti col problema di sistemare i loro figli. Tutti maschi.

di Gaetano Prisciantelli, Il Venerdì

24 novembre 2011

Violenza contro le donne, è pandemia In Italia 651 omicidi in cinque anni

Sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari. La violenza domestica è una realtà quotidiana per oltre seicento milioni di donne. Domani la giornata internazionale contro la violenza fissata dall’Onu.

Sebbene in 125 paesi esistano leggi che penalizzano la violenza domestica, e l’uguaglianza tra uomini e donne sia garantita in 139, sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre a opera di mariti e familiari. Lo ha sottolineato Michelle Bachelet, direttore di UN Women, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre.

“La violenza contro le donne ha la portata di una pandemia  –  sottolinea  nel suo messaggio l’ex presidente cileno, che chiede ai governi di intervenire in modo deciso. – Oggi due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indica nella violenza sessuale una tattica deliberata di guerra, eppure le donne continuano ancora a essere vittime di abusi. E questo non per mancanza di consapevolezza, ma perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali”.

“Quando ero ragazzina in Cile c’era un detto, quien te quiere te aporrea, chi ti vuole bene ti picchia. E’ sempre stato così, sospiravano le donne; ma oggi questa violenza non può più essere considerata inevitabile e va identificata per quello che è, una violazione dei diritti umani, una minaccia alla democrazia, alla pace e alla sicurezza, un pesante fardello per le economie nazionali. E invece è uno dei crimini meno perseguiti nel mondo”.

Seicentotre milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica è considerata un fatto strettamente privato. Oltre 60 milioni di bambine vengono costrette a sposarsi, e sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali; mancano all’appello, in tutto il mondo, 100 milioni di bambine che non sono venute al mondo perché vittime della pratica dell’aborto selettivo; almeno 600mila donne ogni anno sono vittime della tratta a sfondo  sessuale.  Tutto questo in un mondo in cui due su tre adulti analfabeti sono donne, in cui ogni 90 secondi, ogni giorno, una donna muore durante la gravidanza o per complicazioni legate al parto, nonostante esistano conoscenze e risorse per rendere il parto sicuro.

E da noi? E’ di pochi mesi fa la sentenza di un tribunale italiano che riconosce le attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. Ed è di questi giorni la notizia dell’assalto al tribunale di Velletri messo a segno da parenti e amici di tre ventenni, tutti italiani, condannati a 8 anni e sei mesi per lo stupro di una ragazza minorenne. Tutto questo in un paese in cui i femminicidi accertati sono stati negli ultimi cinque anni 651 (92 nei primi nove mesi di quest’anno).

In occasione della mobilitazione internazionale, AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, si unisce alla richiesta di Amnesty International, che esorta l’Unione Europea e tutti i membri del Consiglio d’Europa a firmare e ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione, adottata dalla Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa a Istanbul nel maggio 2011, è un trattato internazionale giuridicamente vincolante che contiene norme per la protezione delle vittime e il preseguimento dei colpevoli. La Convenzione, aperta agli stati membri del Consiglio d’Europa, all’Unione Europea e a qualunque paese la voglia adottare, entrerà in vigore con il deposito della decima ratifica. Fino ad ora la Convenzione ha ricevuto la firma solo di 17 paesi e dell’Unione Europea, e nessuna ratifica.

“Affinché le donne si possano sentire sicure per strada, in ufficio e nelle loro case, Stati e Unione Europea devono potenziare tutte le misure per eliminare la violenza contro le donne, inclusa la prevenzione, la protezione, il procedimento giudiziario e il risarcimento. Il primo passo è aderire alla Convenzione, mettendo in primo piano il problema della violenza contro le donne”, dice Nicolas Beger, Direttore dell’ufficio istituzioni europee di Amnesty International.

“È inaccettabile- sottolinea Daniela Colombo, Presidente di AIDOS –  che ogni giorno in Europa 5 donne subiscano tuttora violenza. È prioritario che gli Stati del Consiglio d’Europa e l’Unione Europea ratifichino al più presto la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e pongano in atto misure per eliminare la violenza tra le mura domestiche, che costituisce la parte più consistente di tutte le violenze ai danni delle donne”.

Molte le iniziative indette per celebrare la dodicesima edizione della Giornata internazionale. Il Nobel per la pace Shirin Ebadì, a Roma per la presentazione del libro “Tre donne una sfida. Da Kabul a Khartoum, la rivoluzione rosa di Shirin Ebadì, Fatima Ahmed, Malalai Joya”, della giornalista Marisa Paolucci, patrocinato da Telefono Rosa,  incontrerà gli studenti delle scuole romane al Teatro Quirino (un recente sondaggio ha rivelato che il 65 per cento dei ragazzi delle scuole superiori ignora il significato del termine stalking).

di Emanuela Stella, Repubblica.it

27 aprile 2011

Picchiare le donne? Non è poi così grave

Picchiare la moglie, secondo i nostri politici, si può. Nessuno, opposizione inclusa, ha avuto nulla da ridire sulla notizia data dal Fatto Quotidiano: l’onorevole Pdl Remigio Ceroni ha menato la consorte. Anche dopo la pubblicazione del referto medico del Pronto soccorso, che dimostra inequivocabilmente quanto accaduto, le scuse non arrivano: appare invece su Libero un’intervista al deputato Pdl in cui, poco elegantemente, Ceroni insinua che a pestare la compagna sia stato il padre (che non può replicare perché è deceduto). Il deputato, racconta, ha ricevuto tanta solidarietà, soprattutto dai colleghi di partito. E Ceroni conta anche sulla solidarietà della moglie: “Io non presenterò querela al Fatto, sarà lei ad agire nelle sedi opportune”. Ma una donna che prende le difese del marito non dimostra granché. Se i parlamentari studiassero i dati sulla violenza che si consuma tra le mura domestiche, quasi mai denunciata, forse sarebbero meno solidali con Ceroni e sentirebbero la necessità di fare (almeno) qualche dichiarazione.

IO NON PARLO. Nel mondo, oltre il 90 per cento delle violenze perpetrate su una donna dal suo partner non vengono denunciate. E, anche se in Italia mancano dati ufficiali, la tendenza a tacere sembrerebbe essere la stessa: lo confermano al Fatto sia il ministero delle Pari opportunità che le associazioni. Racconta Antonella Faieta, avvocato del Telefono Rosa: “Le donne che vengono da noi per essere aiutate lo fanno, in media, dopo oltre dieci anni di violenze subìte in silenzio”. E, per lo più, si recano nei centri di assistenza per informarsi: “Se mio marito mi prende a schiaffi dopo una lite, può considerarsi reato?”. In Italia oltre 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, un episodio di violenza fisica o sessuale. I legali del Telefono Rosa spiegano che non passa giorno senza che si presentino ragazze con occhi neri e nasi rotti: “Non si tratta di persone deboli. É un fenomeno trasversale”. Perché il pensiero spesso corre ai piccoli paesi, dove l’emancipazione, se è arrivata, non ha attecchito. Invece, dati alla mano, le storie che leggiamo sui giornali potrebbero capitare al nostro vicino di casa: basti pensare che il 36 per cento delle vittime di stupri, che spesso accompagnano le botte, ha una laurea. Il 64 per cento vive al Centro-Nord, il 42 per cento abita in aree metropolitane. E, soprattutto, nel 70 per cento dei casi l’autore della violenza è il convivente: ci sono circa 3 milioni di donne, in Italia, che sono state picchiate dal marito o dal compagno. Però non parlano, e in alcuni casi la legge è dalla parte degli aggressori.    Prendiamo il caso (vero) di Maria, che arriva al pronto soccorso con il labbro rotto da un pugno e un ematoma sulla fronte. É la prima volta, racconta ai medici, che il marito la picchia. Però non vuole sporgere denuncia, perché con lui ha due figli, perché lui minaccia di portarglieli via e perché, ne è certa, non capiterà più. In questa situazione non si può fare nulla: il reato di lesioni si persegue solo se la vittima sporge querela. E se denuncia e poi ritira non c’è possibilità di punire il marito.    Diverso è se i maltrattamenti sono continuati (in questi casi, come per lo stalking, la denuncia presentata non si può più ritirare): allora si può agire d’ufficio, il medico chiama la polizia e il giudice decide se allontanare il violento dalla famiglia. Oggi i divieti di avvicinamento in atto in Italia sono 2.629.    Ma quali garanzie ci sono che l’uomo non si vendichi sulla compagna che l’ha esposto? “L’allontanamento del violento – spiega l’avvocato Faieta – è una misura cautelare. Se lui torna, sta alla donna chiamare la polizia: anche per questo è nata la legge sullo stalking, così da mettere in carcere chi viola l’ordine restrittivo”.

BOTTE E STALKING. Quando una donna trova la forza di denunciare, capita spesso che subisca poi episodi di stalking (a proposito: su Ceroni il ministro Carfagna non ha nulla da dire?). Ogni mese, informa il ministero delle Pari opportunità, 547 persone vengono denunciate o arrestate per questo reato. L’85 per cento sono italiani e quasi il 90 per cento sono uomini.    Le minacce e gli insulti, raccontano nei centri di assistenza, sono sempre uguali: “Ti spezzo le gambe, ti porto via i figli, non farai più niente senza di me, quando ti vedo ti uccido”. E di solito sortiscono effetti proprio perché arrivano dopo anni di violenze. L’iter, spiega il Telefono Rosa, è questo: le botte cominciano da giovani, quando i due sono ancora fidanzati. Il periodo in cui l’uomo diventa più aggressivo è durante la gravidanza: la donna incinta è più vulnerabile, non vuole crescere un figlio da sola. Si abitua quindi più facilmente a essere picchiata, per motivi spesso futili: non ha apparecchiato la tavola, ha parlato troppo durante una cena, si è messa l’abito sbagliato. Seguono periodi di calma, ma la rabbia – dicono gli assistenti sociali – si manifesta di nuovo”.    La ribellione avviene, di solito, “quando vengono coinvolti nelle liti anche i figli che prendono le difese della madre”. Denunciare conviene. E non solo perché la violenza domestica è la prima causa di morte accidentale (nel 2009 la Banca mondiale ha anche dichiarato che “il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro o incidenti”). I tempi della giustizia, almeno per questi reati, si sono accorciati e la prima udienza viene solitamente fissata entro un anno. In quattro o cinque si può avere una sentenza di Cassazione. Nel frattempo la vittima viene assistita: il piano nazionale antiviolenza varato a gennaio ha stanziato 20 milioni di euro per aprire 80 nuovi centri distribuiti in tutta Italia.

di Beatrice Borromeo, IFQ

25 marzo 2011

Bisbetiche domate. E bastonate

Breve storia della violenza coniugale, dalla “strage delle adultere” allo stalking

Si racconta che un giorno a Saragozza il re Alfonso fu supplicato da una donna affinché intervenisse in suo favore ponendo un limite all’eccessiva frequenza dei rapporti sessuali richiestile dal marito. Pur stupito, il re pose il tetto di sei contro i trentadue pretesi dal consorte. La fonte (Pierre de Bourdeille) ometteva di precisare un particolare: in quale lasso di tempo. Ma il caso stava a dimostrare come i diritti e i doveri del talamo nuziale fossero usciti dalla sfera morale per divenire un problema pubblico.    A partire dal Basso Medioevo e per tutta l’età moderna la questione del debito coniugale fu un capitolo ineludibile di ogni trattazione intorno al matrimonio. I giuristi si impegnarono intensamente a trasferire categorie e nomenclature del diritto di proprietà sul rapporto coniugale. I teologi disciplinarono i dettagli più minuti delle prestazioni del debito. Fiorirono sul punto rigogliosi dibatti, talora fantasiosi ed eleganti. Ma mai innocui. E vennero elaborati ragionevoli parametri quantitativi, soprattutto sulla base dell’età. Se fra i 20 e i 45 anni si giudicava accettabile una frequenza di due volte alla settimana, fra i 45 e i 55 anni ci si poteva accontentare di una volta al mese. Il rifiuto del coniuge riottoso poteva essere perseguito d’ufficio, soprattutto nel caso in cui creasse scandalo, e sanzionato sino alla scomunica. Lo ius in corpus originato dal matrimonio generava insomma una sorta di titolo di possesso, che nell’amplesso a fini procreativi riconobbe il proprio fulcro dal momento in cui il rapporto coniugale divenne, col cattolicesimo, un sacramento. È questo uno degli snodi centrali nel-l’ultimo lavoro di Marco Cavina Nozze di sangue, una storia culturale della violenza domestica, costruita scavando su codici, trattati, manuali per la confessione, testi letterari.    Si trattò certo di formalizzazioni che si innestavano nell’alveo della famiglia patriarcale. Esse si configurarono nondimeno come solidi pilastri per garantire l’impunità della violenza coniugale occultandone l’anima nera. Ben oltre l’Antico Regime. Da questa visione nasce, ad esempio, l’ammissibilità dello stupro all’interno delle pareti domestiche, riconosciuta per secoli da tribunali civili ed ecclesiastici, a patto che l’atto si svolgesse «secondo natura» e non fosse praticato per lussuria extra vasum con finalità non procreative. Di qui anche il potere del marito di uccidere la moglie fedifraga o, nei migliori dei casi, di ricorrere alla rasatura dei capelli, alla flagellazione, alla reclusione in convento. Una vera e propria «strage di adultere» attraversò il Medioevo e l’età moderna, nonostante insigni canonisti come Burcardo da Worms e celebri teologi come Guibert de Nogent invitassero alla moderazione invocando il giudizio di Dio sull’uomo che si fosse macchiato di uxoricidio.    Intorno all’idea del potere maritale si coagulò un immaginario dominativo che nella cintura di castità trovò uno dei miti patriarcali più noti, anche se storicamente meno concreti. La «braga de fero» fu un’invenzione letteraria di indubbia efficacia simbolica: la moglie non aveva il possesso dei propri organi sessuali, la cui «chiave» era riposta nelle mani del marito che poteva usare per «aprire» la sua donna, proprio come una casa o uno scrigno di gioielli. Ma le radici più severe della tirannide maritale allignarono nella cultura popolare. Per secoli consuetudini e norme locali riconobbero ai mariti il potere di «bastonatura» delle mogli a fini correzionali, sanzionando – e neanche sempre – solo gli atti che giungevano all’omicidio o alla mutilazione. Tuttavia, come recitava un proverbio francese, «non appena il marito percuote la moglie, il pube di lei se la ride» al pensiero – si intende – di futuri piaceri. Le violenze potevano innestare insomma adulterii di ritorsione. E poiché, lo insegnava anche Seneca, ogni adultera è un’avvelenatrice, le paure di una società maschilista si condensarono nell’archetipo della «moglie avvelenatrice».    Fra Otto e Novecento la violenza domestica di stampo patriarcale è venuta affievolendosi nel mondo occidentale, erosa dalle critiche degli intellettuali, dai consigli degli uomini di Chiesa e soprattutto, secondo Cavina, dall’arte dei legislatori. Il campo delle aggressioni «lievi», svolte sul piano psicologico e perseguibili per legge, si è enormemente allargato sino a comprendere negli ultimi decenni lo stalking e il mobbing, denunciati non di rado anche da mariti perseguitati. Nella società globalizzata la «moglie bisbetica» finisce in tribunale. Eppure, fra simulacri antichi e dinamiche nuove, la violenza coniugale è lungi dall’essere estirpata.

di Lucia Ceci, Saturno

9 marzo 2011

Spogliarsi in dirett@ per pagare l’affitto

Fino a cinquemila euro al mese senza mettere un piede fuori casa: bastano un computer, una connessione Internet e una web cam. Sembra facile, e infatti il fenomeno delle webcam girl, perlopiù studentesse che si spogliano e assecondano le richieste dei loro cyber-clienti, è diventato per tante ragazze un lavoro a tempo pieno. E per i siti specializzati, che incassano il 50 per cento di quanto guadagnato dalle “impiegate”, un business da centinaia di migliaia di euro all’anno.    Noi ci siamo iscritti al più popolare tra questi siti: si chiama  Riv.com  , che sta per “Ragazze in vendita”. E abbiamo scoperto che, a dispetto di quello che si può immaginare, chi diventa webcam girl non lo fa per gioco. Indichiamo le generalità: la nostra ragazza (immaginaria) si chiama Bianca Fiore, è di Milano, 1,75 cm di altezza, data di nascita 18 marzo 1985. Bisogna comunicare un indirizzo mail valido (nel nostro caso  biancaperte@hotmail.it  ), scegliere un nickname (“Dragana”), e specificare le proprie abitudini sessuali. Tante le opzioni: eterosessuale, bisessuale, lesbica. Schiava o padrona.

IL SECONDO passaggio è già più complesso: ogni ragazza deve decidere da sola il prezzo delle proprie prestazioni: nel nostro caso 39 centesimi al minuto. E arriva il primo vero ostacolo per chi vuole rimanere anonimo: va inserito, oltre ai propri contatti telefonici, il numero di un documento, per dimostrare di essere maggiorenni. Assecondiamo questa richiesta prendendo in prestito la patente di un collega. A questo   punto Riv spiega le due regole d’oro: nessuna ragazza potrà collaborare con altri siti, pena il “banneraggio”, cioè la cancellazione a vita dal sito (e il mancato pagamento di quanto guadagnato fino a quel momento) ed è vietato incontrare di persona i clienti. Una volta accettate tutte le condizioni, tra cui per esempio che Riv avrà diritti illimitati su tutte le immagini che passano dal sito (che potrà quindi riprodurre a suo piacere) viene chiesta anche la fotocopia di un documento dove siano ben leggibili i dati personali (per accertare la maggiore età) e con una fotografia nitida. La nostra Bianca Fiore non ha superato il controllo, ma oltre diecimila ragazze   , solo su Riv, hanno scelto di metterci la faccia (e il nome, il cognome, l’indirizzo).

HA TROVATO un’altra via Valentina Petrini, giornalista di Exit (La7) che ha messo un annuncio su Facebook per diventare webcam girl. L’appuntamento con uno dei ragazzi che gestisce il sito è in un sexy shop di Sesto San Giovanni (Milano), appena tre giorni dopo la pubblicazione del post sul social network: lui le spiega che si può lavorare anche come free lance, senza contratto, saltando quindi – almeno in una fase iniziale – le formalità burocratiche. Ma è lo stesso impresario a cercare di dissuadere la giornalista: “Hai l’aria così tranquilla, perché lo vuoi fare? Hai idea della concorrenza che c’è?”. Il sesso on line, infatti, è un mercato selvaggio: non sono solo studentesse, ma signore fino ai 50 anni. Pronte a tutto, al giusto prezzo. Casalinghe, commesse, donne che hanno bisogno di arrotondare (un part time,   quello delle esibizioni virtuali, che può valere duemila euro mensili). L’offerta è alta, ma la domanda non manca: soltanto Riv ne ha 470 mila, ma sono diversi i siti concorrenti che contano oltre 300 mila iscritti. Il cliente salda il conto prima dello spettacolino, di solito con le carte di credito prepagate fornite dalle Poste, molto usate per gli acquisti su Internet. L’impresario spiega: “Hai cinque minuti per convincere un cliente che sei meglio delle migliaia   di altre donne che può guardare. Devi fare più di qualunque concorrente, esagerare con performance che difficilmente saresti disposta a fare nella vita reale”. Poi le stelle del sesso virtuale hanno la possibilità di fare soldi anche con i gadget: su molti siti le ragazze possono vendere i loro contatti diretti su servizi di chat come Msn o Skype, la loro biancheria intima (usata), o perfino il numero di telefono.

COME SI SCEGLIE questo lavoro l’ha spiegato una professionista del mestiere da 7 anni, Helen, nel suo libro Manuale della perfetta Webcam girl (Mursia Editore): “Un affitto da 1.000 euro e un part time che rende al massimo 500 euro al mese sono i motivi che spingono tante ragazze a provare”.   Racconta al Fatto che i clienti “sono i più svariati, tra i 18 e i 65 anni. A me sono capitati i pensionati già due volte”. Sono “persone disperate, frustrate e spesso sole. Ma non sono mostri – dice Helen – sono quelli che incontri la mattina in banca o dal panettiere”. E cosa chiedono? “A volte ti dicono: ‘Fai tu’. Altre hanno richieste particolari: come i tacchi a spillo, la tuta in lattice o il costume da infermierina”. E capita che “diventino pericolosi, soprattutto i mariti o i fidanzati. Uomini che tentano in continuazione di abbattere le barriere virtuali, di conoscerti e quindi – spiega lei – trasformarti in una prostituta vera”.

di Beatrice Borromeo – IFQ

Streap teas Ragazze che guadagnano mostrandosi in Rete

 

9 marzo 2011

La direttrice di “Newsweek”: B. vi umilia, è fuori controllo.

“Questo è il momento delle donne”, dice Tina Brown, la giornalista che ha portato al successo Vanity Fair America, svecchiato il New Yorker, inventato il popolarissimo sito di notizie The Daily Beast e che da questa settimana è il neodirettore di Newsweek (comprato dal Daily Beast a novembre per un dollaro). Il primo numero di Newsweek firmato Brown ha dunque in copertina Hillary Clinton e all’interno una classifica delle “150 donne che scuotono il mondo”. E come simbolo del ritorno delle donne sulla scena pubblica Newsweek sceglie, con una foto a tutta pagina, la manifestazione delle donne italiane del 13 febbraio. Con la convinzione che si sia avverato il motto di quando la Brown dirigeva il New Yorker: “La serietà tornerà a essere sexy”.      Tina Brown, perché la scelta di dedicare una pagina intera alla rivolta femminile contro il bunga bunga?    Per me è stato veramente galvanizzante vedere le donne italiane alzare la testa e ribellarsi, dire basta alle continue umiliazioni che subiscono dalla cultura berlusconiana. È fantastico che finalmente sia successo. Era ora.    Perché ha titolato in italiano (“Basta Berlusconi”) la pagina sulla manifestazione?    Qui conosciamo la parola “basta” e mi piace la forza che ha. Era anche una critica al maschio italiano.    Nella didascalia si legge che il 90% degli uomini italiani non ha mai usato una lavatrice.    Non era una battuta, ma una statistica che abbiamo trovato. E che ha fatto inorridire molti degli uomini che lavorano con me.      Nella classifica delle donne da ammirare c’è una sola italiana: Emma Bonino. Come mai?    Forse la colpa è nostra, perché monitoriamo di più i Paesi dove i diritti mancano completamente, dove le violenze domestiche sono all’ordine del giorno, come l’Iran, l’Africa e il Medio Oriente.    Le ricordo la classifica che avete pubblicato sul “Daily Beast”: in quanto a parità dei sessi l’Italia è al 74esimo posto su 134 nazioni.    Giusto, dovremmo seguirvi di più. Ho organizzato un summit, che inizia domani a NY, dove parteciperanno 400 donne provenienti da tutti i paesi: si parlerà anche dell’Italia e della tv berlusconiana.      Ieri al Cairo manifestavano migliaia di donne per la festa dell’otto marzo e per la democrazia.    È esaltante: le donne hanno deciso che devono avere i loro diritti sanciti da una Costituzione. Invece che continuare ad accettare l’emarginazione stanno dicendo: ‘Siamo parte di questo processo, siamo parte del nuovo Egitto. Noi siamo parte della democrazia, anzi siamo la democrazia’.    Lei è una delle donne più potenti nel mondo dell’editoria. Pensa che avrebbe potuto costruire la stessa carriera se fosse nata in Italia?    Io sono inglese, quando mi sono trasferita in America c’erano tantissime opportunità. Il   mio successo dipendeva da me: ho avuto davvero pochi ostacoli dovuti al solo fatto di essere una donna. Non ci sono molti altri Paesi che offrono queste opportunità.    Eppure anche negli Usa ci    sono poche donne che guidano grandi società.    Infatti comincia ad esserci molto scontento. Poco tempo fa, a Devon, ho moderato un incontro tra Bill Clinton e i 36 amministratori delegati più importanti d’America: non c’era neanche una donna. Possiamo aspirare a posti molto importanti, ma sono sempre al secondo livello: capo del marketing, capo reparto.    Come se lo spiega?    Fa parte della cultura, ma stiamo   cominciando a ribellarci. Molte donne si scoraggiano e si accontentano delle retroguardie. Ma c’è un nuovo fenomeno: tante professioniste hanno deciso di aprire le loro società e di guidarle da sé. Io l’ho fatto con il Daily Beast. Sono andata da Barry Diller, il mio editore, gli ho proposto il progetto e oggi il mio sito è uno dei più seguiti in America. Se non mi fossi creata la mia azienda, non credo sarei mai stata nominata a dirigerne un’altra: e questo perché le donne fanno paura.    Un fenomeno tutto italiano: quello delle parlamentari della maggioranza che vanno in televisione a difendere Berlusconi anche a costo di affermare, per esempio, che “il presidente non paga prostitute, fa la carità a delle povere ragazze”. Cosa pensa di questo comportamento?    È una delle cose più scioccanti che abbia sentito. Faccio fatica a credere che ci siano donne disposte a comportarsi così. Voi italiani dovete denunciare queste   abitudini il più possibile: perché solo parlandone si creano ondate di ribellione.    In America hanno fatto più scalpore i rapporti di Berlusconi con la mafia o il suo processo per prostituzione minorile?    (ride) Ma voi italiani vi rendete conto che Berlusconi è oltre   ogni limite? Come se non avesse un ruolo pubblico, né alcuna responsabilità. Pensa di poter vivere secondo i parametri del suo universo morale, e che le regole e l’etica comuni non contino nulla. È un problema enorme per l’Italia.    Dai dispacci di Wikileaks si    evince però che il presidente Barack Obama preferisce    avere un alleato debole piuttosto che un leader credibile.    È molto grave per l’Italia essere considerata così. Dall’altro canto, a Obama converrebbe avere come alleati leader che vengono appoggiati nei loro paesi perché governano bene, non perché controllano tutti i media.

di Beatrice Borromeo – IFQ

8 marzo 2011

Otto marzo alla rovescia

Ma davvero sono tutte così in malafede? Non ci si può credere, perché quando poi ci parli in privato, off record, lontano dai microfoni, dai palchi e dalle convention (a me con qualcuna di loro è capitato), le donne del Pdl lo ammettono: altro che gossip, il Ruby gate è uno scandalo politico. Altro che chiacchiere e barzellette, Berlusconi è stato un disastro per le donne italiane, ha fatto più danni lui di una mandria di bufali in una cristalleria. Allora perché poi non lo dicono apertamente? Che domande… perché non vogliono farsi strumentalizzare dalla piazza antiberlusconiana, no? E   allora cosa fanno? Si fanno strumentalizzare da chi della dignità e del corpo delle donne ha fatto carne da macello. Da un non-netto che negli ultimi dieci anni ha esortato le donne a fare le massaie, a sposarsi un miliardario, a farsi palpeggiare, vezzeggiare, smessaggiare come delle povere gallinelle, sempre pronte a vendere la propria avvenenza in cambio di qualcosa, che sia una farfallina, una Mini, una busta gonfia di bigliettoni o una poltrona.

QUINDI per celebrare degnamente il centenario dell’8 marzo, cosa fanno le donne del Pdl? Lo festeggiano alla rovescia. E cioè si chiudono in una sala a cantarsela e suonarsela tra di loro   e a leggere il messaggio del nonnetto, il quale manda a dire: “Chi cerca di strumentalizzare le donne non le difende, ma le mortifica”. Davvero non ci si può credere. Invece questo è il messaggio che Berlusconi ha avuto il coraggio di inviare al gentile consesso, dove le rappresentanti e le simpatizzanti si trincerano dietro le frasi di ordinanza: “Niente   gossip”, “reati tutti da dimostrare”, “intercettazioni scandalose”. Ecco, questo è il peggior servizio che si possa fare alle donne italiane. Perché chi se ne frega di Ruby. Non c’è bisogno di aspettare la sentenza sul sexy scandalo per poter affermare che il Cavaliere è la quintessenza del maschilismo   , una machismo latino triste e poverello, dell’uomo semplice che ha in mente sempre e comunque un unico tipo di donna ed è quella “orizzontale” (uso la ormai celebre frase della Santanchè). Tutto il resto derubricatelo pure a gossip, ma questo è un dato di fatto. Una verità rivelata e sbandierata da lui stesso medesimo. Ma ci saranno dentro   il Pdl delle ragazze che vogliono fare politica davvero? Ci saranno di quelle disposte a conquistarsi i voti nei rioni e nei mercati? Pensate se nella giornata in cui si festeggia la liberazione della donna, le ragazze del Pdl mandassero a quel paese il vecchietto e dicessero una volta per tutte: basta Minetti, basta Ruby, basta oche e galline. Noi vogliamo essere valorizzate non per le nostre doti fisiche ma per quello che siamo. Non vogliamo più che qualcuno ci dica che siamo “belle e brave”. Vogliamo avere i nostri uomini, le nostre famiglie, la nostra vita e non dover rendere conto delle nostre giornate e nottate un vecchietto bavoso.   Vogliamo lavoro, asili nido, aiuti fiscali, rispetto, tutto quello che ci può aiutare davvero ad essere indipendenti. E indipendenti vuol dire non dover chiedere a un uomo la paghetta o il regalino o la macchina o qualunque cosa. Ecco, se le donne del Pdl facessero un discorso del genere potrebbero scendere in piazza a testa alta con le altre donne italiane, senza bisogno di chiudersi in   una sala, senza paura di strumentalizzazioni. Perché queste sono cose che vanno oltre le divisioni di partito, di fazione e di parte politica. E sono le cose di cui le donne italiane hanno davvero bisogno, senza distinzione di casacca.

INVECE si accodano dietro alla ministra Mara Carfagna, la più bella d’Europa eh, quella che posava nuda sui calendari di Max ed è stata il modello per tante altre aspiranti politiche, ragazze che hanno deciso di spagliarsi perché se l’ha fatto lei perché noi no. E proprio la Carfagna al raduno delle donne Pdl sabato diceva: “Noi siamo state elette per capacità, competenza, orgoglio, passione”. Non si è alzata una grandissima pernacchia in quella sala. E quel silenzio è il simbolo che una parte delle donne italiane si appresta a festeggiare un   8 marzo alla rovescia. L’8 marzo di chi le vuole ancora una volta ricondurre ai soliti ruoli della santa (la mamma sempre e la sorella talvolta) e della puttana (tutte le altre).

di Caterina Soffici – IFQ

3 marzo 2011

Afghanistan, la guerra raccontata dalle videoreporter afgane

Ad Herat la prima mostra videofotografica di un gruppo di donne afgane che sono divenute videoreporter grazie ad un progetto realizzato dall’Università di Herat e dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan

Herat è oggi un posto tranquillo. Tranquillo quanto può esserlo una città afgana. Nel senso, cioè, che la guerra è altrove, nei villaggi e fra le montagne ai confini del Paese: luoghi come il territorio a nord di Shindand dove l’ultimo giorno di febbraio è caduto in attentato l’alpino Massimo Ranzani.

Certo, anche a Herat in ogni momento può esserci una bomba che esplode al passaggio di una colonna di mezzi militari, o un kamikaze che si fa saltare fra la folla di un mercato. Ma per il milione e mezzo di abitanti della città e della provincia, la vita scorre nell’ordinaria precarietà e povertà, intellettuale oltre che materiale, di un Paese in guerra da dieci anni.

È per quegli uomini e per quelle donne che le truppe italiane sono lì, in “missione di pace”. Ed è la loro vita che Asma e Vidia, Massima, Mahnaz e tante altre giovani donne afgane stanno imparando a raccontare per immagini e video grazie al primo corso per foto e videoreporter donne tenuto all’Università di Herat dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan e con la Fondazione Fondiaria Sai.

Asma e le altre escono ogni giorno sul campo a riprendere ciò che sfugge o non interessa ai fotoreporter di guerra: la giornata tipo di una donna anziana: pulire, cucinare, fare la spesa e badare alla nipotina (la madre è morta durante la guerra) mentre gli uomini della famiglia sono fuori a sbarcare il lunario. O il lavoro, tutto femminile, della coltivazione, raccolta ed essiccazione dello zafferano. O, ancora, la realizzazione del sogno possibile di Nahid, 23 anni, insegnante di karate e allenatrice di una squadra femminile.

Parte del lavoro delle giovani aspiranti fotoreporter è stato presentato il 25 febbraio in una grande mostra a Herat: foto e testi dove non si parla di bombe, ma di lavoro e mercato, tossici e famiglia. In una parola, della vita difficile di un popolo che cerca d’inventarsi una parvenza di normalità. Alcune delle immagini sono anche sul sito womentobe.org, rivista online dove vengono pubblicati i lavori delle fotoreporter.

“Finora, l’informazione dall’Afghanistan è stata monopolio della stampa internazionale, che ovviamente privilegia la copertura della guerra. L’obiettivo che ci siamo posti è invece quello di far raccontare l’Afghanistan dagli afgani” spiega Marco Lombardi, coordinatore del corso. “Con il valore aggiunto della formazione specifica di giornaliste donne: sono loro, infatti, che con sensibilità, curiosità e coraggio possono raccontare un Paese in lenta ma ineluttabile trasformazione”.

Per le migliori è previsto uno stage in alcuni media italiani. “Le ragazze sono molto motivate e determinate” racconta Lombardi, che alla Cattolica insegna Sociologia e Gestione della crisi e comunicazione del rischio. “Fin dal primo momento non hanno esitato a buttarsi sul territorio per raccogliere storie e personaggi, senza l’elmetto o il giubbotto antiproiettile di rigore per tutti i giornalisti e gli operatori stranieri, me compreso”.

Il corso per fotoreporter non è l’unica autentica espressione del concetto “missione di pace” in Afghanistan. Da quando, due anni fa, il dirigente del ministero della Cultura Attaullah Wahidyar venne in Italia, a Milano, chiedendo alle università locali idee e disponibilità per corsi da tenere a Herat che aiutassero le nuove generazioni a costruire un nuovo Paese, sono partiti diversi progetti con una base comune: l’università Cattolica e alcuni sponsor forniscono il software, i militari italiani l’hardware, cioè gli edifici, costruiti o ricostruiti in loco dal nostro contingente.

“Tutti i progetti hanno in comune due linee guida: l’educazione e le donne” spiega Lombardi. Il primo è partito a Kabul: in una scuola a 40 kilometri dalla capitale afgana è stato avviato un sistema di borse di studio per 50 famiglie che mandino a scuola le loro figlie femmine, più un corso di aggiornamento per gli insegnanti. Le borse sono garantite fino al 2014, anno del presunto ritiro dall’Afghanistan.

La Cattolica ha poi avviato, in contemporanea a quello di foto e videoreportage, un corso all’università di Herat donne e famiglia come motori di sviluppo del nuovo Afghanistan. E, sempre la Cattolica, provvede alla formazione di 30 docenti di 15 scuole costruite a Herat e provincia dai militari italiani. “Insegniamo ai maestri, ragazzi che finito il liceo passano dal banco alla cattedra, come si fa ad insegnare” spiega Lombardi. “Cose basilari: come si fa lezione, con quali strumenti, come usarli, come gestire la conflittualità in classe. Conoscenze che a loro volta i maestri trasferiranno ai loro colleghi”.

La vera sfida, però, è il Centro per donne maltrattate che il governo locale ha chiesto organizzare nel Social center costruito, sempre dagli italiani, a Herat e assegnato al Dowa (Departement of women affaires). “Siamo ancora alla fase di valutazione del progetto” dice Lombardi. «Il governo locale deve spiegarci in quale contesto, per chi e per fare che cosa sarà istituito questo Centro”. Che cosa significa, in Afghanistan, violenza alle donne? Probabilmente non quello che s’intende in Occidente. Più facilmente qualcosa che ha a che vedere con il ruolo stesso della donna nella società afgana: una persona priva di diritti, spesso percossa, abusata, ripudiata dal marito e dunque messa sulla strada. Se non bruciata viva dal marito. O suicida, sempre dandosi fuoco, per sottrarsi a un matrimonio imposto o alla violenza di un marito padrone.

“All’ospedale di Herat esiste un Burn Center dove viene data assistenza medica alle donne scampate alle fiamme. Noi vogliamo essere sicuri di poter offrire qualcosa di più: non solo assistenza psicologica ma anche una nuova prospettiva di vita” dice Lombardi. “È molto importante che le istituzioni locali abbiano individuato questa necessità, ma prima di partire con il progetto dobbiamo essere sicuri che il governo sarà in grado, dopo il nostro intervento, di dare a queste donne case protette e lavoro. Altrimenti il nostro aiuto sarebbe vano e tanto varrebbe offrire loro la stricnina invece dell’alcool e del cerino”.

di Valeria Gandus – IFQ

11 febbraio 2011

Il Tribunale di Milano condanna i supermercati della Lombardia per discriminazione sessuale

Proprio come nel film di Nigel Cole We want sex, un gruppo di donne si batte per ottenere gli stessi diritti dei colleghi maschi e vince. Solo che non siamo nel 1968, ma nel 2011. E al posto delle giovani operaie della sede londinese di quella che era la fabbrica simbolo dell’industrialismo, la Ford, ci sono nove dipendenti del punto vendita di Novate Milanese della Coop. Il colosso della distribuzione che quando dice “la Coop sei tu” si riferisce ai suoi soci, cioè i clienti, e non sempre ai lavoratori. Nel 2009 le signore, tra i 28 e i 45 anni, hanno fatto causa alla cooperativa che offriva la possibilità di lavorare a tempo pieno (con lo stipendio che ne deriva) soltanto agli uomini. Pochi giorni fa il Tribunale del lavoro di Milano ha dato loro ragione.

LE DIPENDENTI,scrive il giudice Riccardo Atanasio nella sentenza di primo grado, hanno subìto discriminazioni dirette di carattere sessuale: pur lavorando per la Coop da circa vent’anni, non veniva concesso loro il contratto full time per il solo fatto di essere donne. Per questo devono essere risarcite: sia per il mancato guadagno dovuto alla differenza di salario tra part time e full time in questi tre anni, sia per i danni morali   (5 mila euro a testa). Oltre, ovviamente, alla trasformazione del loro contratto in uno a tempo pieno.    Per capire quanto fosse anacronistica la condizione di lavoro delle nove ribelli di Novate basta guardare i numeri: su 51 dipendenti, 14 sono uomini e 37 donne. Degli uomini, tutti tranne uno (peraltro invalido) sono stati assunti a tempo pieno. Su 37 donne invece, ben 34 non sono riuscite ad avere un contratto migliore di un   semplice part time. Pur avendo anzianità aziendale maggiore dei colleghi uomini e pur avendolo richiesto più volte, il contratto a tempo e stipendio pieno veniva sempre assegnato agli uomini, anche se neoassunti. E la differenza di reddito non è poca in busta paga: circa 400 euro netti al mese su uno stipendio di 800 euro. Oltre al fatto che con un contratto a tempo pieno è più semplice accendere un mutuo. I secondi lavori in nero a cui erano costrette   le donne della Coop non bastano per convincere la banca a concedere il finanziamento: “Tutte noi facciamo le pulizie nelle case o negli uffici, anche perché a No-vate Milanese non c’è molta scelta. E anche così arriviamo, al massimo, a 1.100 euro”, raccontano al Fatto Quotidiano. Ma non è tutto.

SECONDO il giudice di Milano c’è stata anche una discriminazione indiretta, sulla carriera: con un contratto part time non si possono ottenere promozioni interne. L’elenco delle mansioni a cui si ha accesso non può cambiare: affettare i salumi, sistemare gli scaffali e stare dietro ai banconi in salumeria. Ma nulla di più. L’avvocato Carmen Schettini dello studio Paganuzzi, la prima a intuire che c’erano gli estremi per fare causa all’azienda, sottolinea che c’è una sola donna, nel punto vendita lombardo, con un ruolo dirigenziale. “Nessuno dice esplicitamente: ‘Non vi promuovo perché siete donne’. Ma ‘non fate carriera perché avete il part time’   – spiega l’avvocato – e con questo trucchetto hanno tenuto tutte le lavoratrici in attesa per oltre vent’anni”. La Schettini ha raccolto i dubbi delle signore, che si chiedevano come mai non riuscissero a cambiare la loro condizione. Poi si è resa conto che non erano casi isolati, ma “un vero   sistema discriminatorio probabilmente inconsapevole, e per questo ancora più grave”.    Sarà una semplice coincidenza dovuta all’andamento del mercato, oppure una forma di ritorsione, ma da quando è iniziata la vertenza l’azienda non ha più permesso alle nove lavoratrici di fare gli straordinari. “È stata veramente dura reggere tre anni con il minimo della busta paga. Le nostre famiglie ci sostenevano, ma a volte i sacrifici erano troppi. È stato il nostro avvocato a dirci che dovevamo insistere: se non fosse arrivata questa decisione ci saremmo rassegnate. E ora abbiamo paura che ci trasferiscano per vendetta”. Erano tutte presenti in tribunale quando il giudice ha lettolasentenza:“Cisiamoguardate e non siamo riuscite a dire una parola. Non ci crediamo ancora: per noi la vita, da oggi, cambia”. E non solo per loro: la giurisprudenza in materia di pari opportunità è poca e, quando c’è, è soprattutto di fonte comunitaria. “Questa è una sentenza pilota,   che verrà considerata anche in futuro per casi analoghi” spiegano dallo studio legale. Un punto a favore di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga nella sua storica guerra contro le Coop, che era stato denunciato (senza successo) per aver scritto “Falce e carrello” attaccando i suoi concorrenti.

di Beatrice Borromeo – IFQ

Un’immagine del film We Want Sex (FOTO LAPRESSE)

26 novembre 2010

Donne in Italia: è tutto un casting. Ma l’intelligenza vale proprio zero?

Caro Serra, sono una studentessa di 22 anni, a quanto pare brillante e capace, ma sfortunatamente anche carina. Pochi sono disposti a credere ai successi intellettuali di un’avvenente studentessa di giurisprudenza. Difficile ritagliarsi un posto per merito, capacità, intelligenza. I nostri compagni maschi continuano a essere tre passi avanti in una società che si accontenta dell’uguaglianza formale, che ha raggiunto il suffragio femminile tardi e che non è strutturalmente adeguata per permettere alle madri di essere lavoratrici quanto lo sono i padri, che fanno più carriera e sono meglio retribuiti.

È deprimente scoprire come l’intelligenza femminile venga sottovalutata in favore del corpo, la comunicazione mediatica sembra rivolta a soli uomini: vallette, starlette, letterine, spot con donne immancabilmente seminude anche per i chewingum. Comprano, lavorano, pensano solo gli uomini?

Il nostro ministro per la Pari opportunità, dopo i calendari per Max, ripulita e castigata da tailleurini e baschetto, si è strenuamente scagliata contro la mercificazione del corpo; mentre quello per l’Istruzione (meritocratica a suo dire) ha sostenuto l’esame di Stato da avvocato a Reggio Calabria, pur avendo studiato a Brescia.

Le donne del presidente, giovani e avvenenti, fanno quadrato intorno al capo per difendere una carriera politica faticosamente conquistata. Il governo ha l’acqua alla gola e c’è chi dice che il berlusconismo sia finito, ma i suoi strascichi quanto dureranno?

di Giulia Ivaldi

Mi piacerebbe un suo parere sullo spot televisivo della gomma da masticare ( o gomma americana, o chewingum) Brooklyn; non so se facendo zapping le sia capitato di vederlo. Ebbene, comincia con un sontuoso, accattivante e direi “commovente” lato B. Non le pare che parta un po’ troppo lontano per arrivare alla bocca, dove di solito avviene la masticazione della mitica gomma? Si ricorda Carosello in bianco e nero (a cavallo tra i Sessanta e Settanta; lo si può trovare benissimo su Youtube) con una giovanissima e bellissima Carla Gravina che attraversava di corsa il Brooklyn Bridge accompagnata dalle noti di un rock duro alla Led Zeppelin? Altra eleganza.

di Michele De Luca

Le statistiche dicono che la presenza femminile nei posti di responsabilità (consigli di amministrazione, ruoli dirigenti) è, in Italia, spietatamente ridotta. Molto inferiore alla media europea. Tragicamente inferiore alle democrazie del Nord. In una situazione strutturalmente e storicamente sperequata a svantaggio delle donne, si è poi abbattuta la catastrofe culturale del berlusconismo, che ha catalizzato gli istinti maschili (e femminili) più biechi e rudimentali, assegnando quasi “ufficialmente” il destino delle donne alla compatibilità erotica: un vero e proprio casting al quale non è sfuggito  neppure il personale governativo, indipendentemente dal valore e dai meriti personali (Mara Carfagna è stata la prima a pagarne il prezzo: il suo valore di persona è stato costantemente soggetto al pregiudizio di chi ha pensato che avesse fatto carriera per meriti non intellettuali. Fino alle conseguenze riportate dalle cronache). In questa situazione, lo sfogo della studentessa Giulia è non solo lecito, ma anche lucido. E la lettera del lettore De Luca sullo spot che affratella B e bocca (ne sono arrivate anche altre, tra il sarcastico e l’indignato) conferma il quadretto poco confortante. A Giulia vorrei dire, citando un vecchio slogan, che la attende una lotta dura, ma senza paura. Molte donne formidabili (per citare un magistrato: Ilda Bocassini) si sono conquistate un profilo professionale e civile così forte da disintegra ogni possibile vaglio maschile sulla loro persona fisica. La crisi non solo politica, ma anche sociale e culturale del nostro Paese, sta sollecitando in moltissimi italiani una riflessione radicale su tanti dei luoghi comuni, delle storture, dei pregiudizi che ci hanno condizionati, e penalizzati. Forza Giulia, siamo tutti, tutti con te.

di Michele Serra – Il Venerdì

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