Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

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