Romano & C., l’allegro pool degli impresentabili

La galleria delle nomine ad alta capacità urticante portate puntualmente a termine dal Quirinale su richiesta di Berlusconi deve partire dall’indimenticabile caso Brancher.    Già sacerdote paolino, poi uomo Fininvest condannato per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi, il deputato Pdl fu promosso sottosegretario alle riforme nel 2001 e confermato nel 2008 fino alla nomina di ministro al “decentramento e alla solidarietà” avvenuta il 18 giugno 2010. Proprio in quelle settimane la procura di Milano stava ultimando la fase dibattimentale del processo in cui Brancher era accusato di ricettazione e appropriazione indebita per aver brigato nella scalata Antonveneta. Sei giorni dopo la nomina, il ministro invocò il legittimo impedimento per evitare un’udienza, ma Napolitano bloccò la manovra. “Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare, in quanto l’onorevole Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio” disse il presidente. Brancher andò in aula il 5 luglio, e lì diede le dimissioni. Insomma 17 giorni di battaglia, con finale poco sorprendente: il 28 luglio arrivò la condanna a due anni di carcere.

GIUSTO il tempo di una pausa estiva e poi il nuovo guaio: Paolo Romani, fedelissimo del Berlusconi imprenditore tv, viene scelto per occupare la poltrona delle attività produttive (lasciata vuota cinque mesi prima da Claudio Scajola causa acquisto inconsapevole della casa al Colosseo tramite Anemone). Napolitano mostra scarso entusiasmo conferendo l’incarico senza brindisi né chiacchiere amichevoli, solo il giuramento buttato lì in dieci minuti. Forse meditando sul motivo per cui l’impresario di Colpo Grosso fosse giunto alla guida delle sorti industriali della nazione, beauty contest digitale incluso.    Più mordace la resistenza opposta al titolare dell’agricoltura, quel Saverio Romano sotto indagine alla Procura di Palermo per inquietanti rapporti con la mafia. Napolitano lanciò diversi segnali tesi a evitare la conferma di un nome tanto compromesso, ma si convinse a firmare lo scorso 23 marzo. Perché, pur esprimendo “riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale”, il presidente non ravvisò “impedimenti giuridico-formali”. Andata.

IN VERITÀ Romano era indispensabile a saldare la fragile maggioranza alla Camera coibentando il gruppone dei responsabili assortiti. Stesso motivo per cui lo scorso 5 maggio furono imbarcati nove sottosegretari nuovi di zecca e un consigliere speciale del premier con delega al commercio estero , un certo Massimo Calearo eletto col Pd ma folgorato sulla via di Scilipoti. Anche in questo caso, Napolitano ratificò il tutto chiedendo al Parlamento di esprimere almeno il proprio assenso alla nuova compagnia. Benedizione giunta, e blindata da Berlusconi con voto di fiducia. Uno dei nominati, l’effervescente Daniela Melchiorre, non fece nemmeno in tempo a godersi il momento: s’era già dimessa.

di Chiara Paolin, IFQ

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