“La mia Tv tra pugilato e bestemmie”

Tredici anni di epurazione: “Letizia Moratti mi convocò in viale Mazzini e la prese larga”: “Lei è una risorsa della Rai”. Appena aprì bocca capii che ero fottuto. “Purtroppo non posso rinnovarle il contratto, forse in futuro ci saranno altre occasioni”. Seguirono pranzo: “Grottesco, con cameriere in livrea” e titoli di coda. Sipario sul mezzo secolo di lavoro nella televisione di Stato di Gianni Minà, soldato del ’38. “Non credevo di soffrire così tanto e oggi, che riavvolgo laicamente il nastro e rifiuto di indossare i panni del martire, posso solo constatare che quando toccò ai compagnucci del centrosinistra fare un gesto, non lo fecero. Freccero me lo diceva : ‘Gianni, sul tuo nome incontro resistenze brutali’. Me ne accorsi. Zaccaria veniva a trovarmi. Mi inondava di complimenti. Io ero attonito: ‘Mi abbracci, ma nell’azienda che dirigi per me non c’è più posto’ e lui deviava: ‘Sai, ci sono meccanismi complicati’. Allora lo incalzavo: ‘Quali? Sono 50 anni che lavoro qui’. Mi hanno detto che forse, irritato dal tema di alcune puntate di Storie,il definitivo veto lo pronunciò Velardi. L’uomo di D’Alema. Fece il lavoro sporco”. Sorriso amaro. “Dopo Craxi, Velardi. Ecco la decadenza”.    Craxi?    A Bettino non ero simpatico. Sentiva erroneamente puzza di sinistra. Giampaolo Soda-no, lo scaltro direttore di Rai2 del tramonto degli ’80 ci scherzava su: ‘Nun t’ho potuto fa lavorà, me dispiace, ma stavi sul cazzo all’omone’. Craxi l’avevo incontrato un paio di volte. Era un uomo intelligente circondato da una claque che si incendiava a comando.    Prima esperienza in Rai?    Nel’59, da precario tra i precari. Condizione spezzata, dopo 17 anni, da un pretore del lavoro. La Rai di allora significava qualità. Le troupe erano composte da operatore, fonico, regista e giornalista. Io mi sbattevo. Avevo una figlia in Messico, dovevo guadagnare. Gli impegni mi inseguivano. Facevo radio, servizi per la tv, pezzi di giornale. Dormivo tre ore e ripartivo. I committenti infierivano.    Esempi?    In America, nel ‘70 avevo fatto un’intervista a Mohammed Alì nell’imminenza del match con Frazier. Convincere Alì, figlio di un madonnaro di Louisville e simbolo capace di incidere rabbia e contraddizioni nella carne viva del Paese a sottoporsi al microfono, rappresentò uno scatto di carriera e scatenò la fantasia dei capiredattori. Franco Recanatesi di Repubblica, spiritoso tricheur con la passione per il gioco era spietato e abilissimo a calcolare il fuso orario. Quando combatteva Alì mi addormentavo alle 4 del mattino e un’ora dopo, regolare, arrivava la sua telefonata. ‘Butta la testa sotto l’acqua , Gianni’. ‘Vaffanculo Franco’. ‘Buttala, ti farà bene, ti aspetto’. Allora andavo in bagno, aprivo il rubinetto e poi tornavo al telefono. ‘Quante righe dunque?’.    Una febbre.    Di cui non mi sono più liberato. Per la notizia ho lasciato nell’angolo famiglie, prudenze e ragionevolezza. Era il mio mestiere. Non avrei potuto farne nessun altro. Appuntavo una scaletta e poi dettavo. A braccio.    Era noto per le esclusive.    Monzon, Maradona, Marquez, Comaneci, Gillespie. I grandi si stupivano. Scoprivano un cronista senza preconcetti. Maradona e Alì mi dissero la stessa cosa: ‘Abbiamo apprezzato il fatto che tu non ci abbia processato’. A Dizzy poi bruciai quasi la casa. Era in legno, mettemmo le luci vicino alle travi. Dopo mezz’ora vedemmo un fumo denso. Sogni. Rischi. Follie.    Servizio pubblico.    L’antica funzione della Rai. Informare senza parteggiare, essere consapevoli delle diverse sensibilità, saper fare di tutto. Il principio fu pionieristico. Io e Beppe Viola ci accovacciavamo sotto il tavolo di Paladini, lo speaker del Tg.    Perché?    Gli toccavamo la gamba per far andare parlato e fotogrammi a sincrono. Usavamo i mezzi che avevamo. Ma nella Rai di allora e in quella del decennio successivo si sperimentò con l’occhio rivolto alle novità. Era tutto meno monolitico di oggi. Uno dei miei maestri, Maurizio Barendson, capiva in un minuto se il lavoro valeva molto, poco o niente. Si presentava in moviola e sibilava ’anatema: ‘Giannetiè, ‘o servizio non tiene sangue’.    Quindi?    Notte in bianco e via a rifare tutto. La mia fidanzata mi aspettava in via Teulada, ma l’alba l’avrei vista con il montatore.    Le professionalità della Rai.    Gente seria, preparata, di una semplicità eversiva. Sa cosa disse un operatore a Papa Roncalli?    Cosa?    Stavano girando “Diari del Concilio” e il Pontefice indossava un ermellino bianco, troppo luminoso. Lui si avvicinò e senza convenevoli andò al punto: ‘Santità, abbia pazienza, se vada a cambià la mantellina, er bianco spara’. Il Papa traballò: ‘Non capisco’ e quello, laconico: ‘Nun se preoccupi Santità, se faccia servì, je lo dico io’.    Decine di Mondiali e Olimpiadi, ma nessuna trasvolata per Argentina ’78    Decisero i dirigenti, per salvaguardarmi. Un anno prima mi trovavo a Buenos Aires per la conferenza sull’evento dell’ammiraglio Lacoste. Alzo la mano. ‘Ci dicono che alcune persone sarebbero scomparse’. Lacoste si irrigidisce: ‘Lei è male informato’. A sera incontro Giangiacomo Foa del Corriere: ‘Gianni devi andartene domani’. Io la metto sul cazzeggio e lui serissimo: ‘Non hai capito, non puoi scegliere’.    Tornò subito?    Il giorno dopo andai a intervistare il generale Videla alla Casa Rosada. L’appuntamento me lo procurò un sedicente giornalista che trafficava con i servizi argentini. Mi porse un foglio: ‘Farà queste domande’. Ribattei: ‘Guardi, non è possibile’. La trattativa, estenuante, si concluse con un compromesso. Dopo 10 minuti con Videla entrò un militare: ‘ General, està bien? Borramos todos?’.    Cancelliamo tutto.    Il clima era quello. Dopo ci portarono in una saletta per mondare la pellicola dalle parti considerate compromettenti. Iniziai ad avere paura anche perché i Buenos Aires 8, un gruppo musicale, ci aveva procurato documenti sui desaparecidos che decidemmo di fotografare.    Vi perquisirono?    Ovviamente, ma Gianni Gitti il fonico ebbe un’idea geniale e sigillò le pellicole come se fossero vergini. Salimmo sull’aereo verso l’Italia con sollievo. Una delle hostess,bellissima, era la moglie di Little Tony. Mi parve la madonna. Tornammo a Roma e qualche sera dopo scoprimmo che i materiali argentini erano stati visionati nottetempo da qualche anonimo dentro la Rai. Della loggia P2 e del genocidio argentino non si sapeva ancora nulla. Ma i prodromi erano lì.    Lei rivoluzionò il varietà.    Mi offrirono Blitz nell’81. Costanzo aveva rinunciato a due settimane dal via. Alla Rai c’era il panico. Minoli che aveva un caratteraccio ma era un capostruttura d’avanguardia. Decise di rischiare e mi lanciò.    De Niro, Paul Anka, Fracci.    La formula mutuata da Mixer funzionò. Passavano Celentano, Troisi e Fellini. Ci venne in mente che la formula milanese dello studio era asfittica. Così contattammo Bernardini della Bussola e spostammo le esterne a Viareggio. Un Uno contro tutti in cui un personaggio si confrontava con i giovani. Le prime due occasioni furono trionfali. Poi arrivò Mastelloni.    E cosa accadde?    L’inferno. A Leopoldo voglio bene, ma quella volta la situazione ci sfuggì di mano. I ragazzi erano aggressivi, gli chiedevano maniacalmente della sua omosessualità. Alla quarta domanda in carta carbone, perse la testa: ‘Ma lasciate che gli omosessuali facciano il cazzo del porco d.. che vogliono’. Avevamo dato la pausa. Io stavo mangiando un panino e quasi mi strozzai. Stella Pende che conduceva, nella bolgia, non sentì nitidamente. Io benissimo. Trenta secondi e i telefoni iniziarono a trillare. Capii che bisognava scusarsi, ma non lo feci in tempo reale. Mastelloni pagò con 5 anni d’esilio. La Pende che era e sarà poi bravissima, se la cavò con due .    Mai incontrato Berlusconi?    Mi convocò e mi offrì una cifra che non vedrò mai più e per la quale ancora oggi mio fratello mi rimprovera aspramente.    Ebbe dubbi?    Me li fece venire la persona da cui il futuro premier mi mandò: l’allora sconosciuto Dell’Utri. Rimasi in bilico. Lo venne a sapere Biagio Agnes, l’unico dirigente che nonostante De Mita, non prese ordini dalla politica e non ricevette mai Berlusconi.    Cosa le disse Agnes?    ‘’Ndo cazzo vai?’. Fu affettuoso, abile. Mi propose un quarto dei soldi e una qualifica da inviato.    Oggi Minà cosa fa?    Vinco premi in giro per il mondo. Montréal, Siviglia, Berlino. Giro documentari, edito Latinamerica con i miei mezzi e continuo a divertirmi. L’ultimo film è Cuba nell’epoca di Obama. Un viaggio di mille km all’interno del paese, dall’Avana a Guantanamo, dalla strada alle scuole d’elité. Grandezza e miseria. La nostra materia. Noi stessi.

di Malcom Pagani, IFQ

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