Agorafobia

Se si lasciasse avvicinare, lo abbraccerei proprio. E non per strangolarlo: per ringraziarlo. Mentre i giornaloni “indipendenti” divenuti all’istante house organ del governissimo Montissimo che fa benissimo, lui occupa come sempre i tg col solito messaggio a reti unificate. E, sempre teso al bene comune, fa sapere che si contenta di poco: il ministero della Giustizia. È la migliore risposta a chi, sul Corriere e dintorni, vorrebbe voltare pagina come se questi 17 anni fossero una parentesi da chiudere in quattro e quattr’otto. Ma sì, archiviamo tutto con una bella “tregua” senza colpe né esami di coscienza, senza vincitori né vinti. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato. Berlusconiani e antiberlusconiani, chi aveva ragione e chi aveva torto, finiscono sullo stesso piano. Pari e patta. Dopo De Bortoli, Cazzullo e Polito el Drito, ieri il testimone, anzi l’estintore è passato a Pigi Battista. Che non s’è mai capito che mestiere faccia: il giornalista pare di no (mai avuto una notizia in vita sua), lo scrittore nemmeno (pubblica libri all’insaputa dei lettori), lo storico gli piacerebbe (è ancora convinto, per dire, che Andreotti sia stato assolto). Ma si crede un tutore dell’ordine e si autoincarica di disperdere la folla festante con gli idranti. Questi pompieri sono affetti da agorafobia: hanno il terrore della piazza. E temono che la gente, ora che ci è andata una volta, ci prenda gusto e ci torni. Magari quando il governissimo che fa benissimo ci manderà in pensione a 95 anni per salvare le banche che ci han regalato la crisi. Il luogo natale della democrazia diventa un postaccio da non frequentare perché, spiega Battista, ci vuole “una vera tregua senza rese dei conti” per non “mortificare i responsabili di un regime che non c’è stato”. O, se c’è stato, lui non se n’è accorto (quando Biagi fu cacciato dalla Rai, Battista che aveva vicediretto Panorama di Giuliano Ferrara si affrettò a prenderne il posto). “Nessuno può essere messo sul banco degli imputati della Storia”, dunque guai a “mettere sotto processo politico una parte ancora politicamente importante e decisiva”. Per esempio “porre il veto a Gianni Letta… regala una soddisfazione simbolica, ma non è una scelta saggia”. E certo: l’amico di Bertolaso e Bisignani, l’uomo dei fondi neri Iri e delle tangenti Fininvest, da trent’anni braccio destro di B. prima alla Fininvest e poi nei tre governi B. che ci han portati alla bancarotta, è il vicepremier ideale per salvarci dalla bancarotta. Questa è la politica per i nostri pompieri: cosa loro. Un gioco di (alta) società, un Risiko da consumare nelle segrete stanze fra pochi intimi, gli stessi che trent’anni fa ridevano a crepapelle alle presunte “battute” di Andreotti, poi per vent’anni si sono sbellicati alle battute di B., e ora basta che Monti dica “bella giornata” per scompisciarsi alla “battuta di Monti sulla bella giornata”. I cittadini, da questo gioco per soli adulti, devono tenersi a debita distanza. La politica è un prodotto findus da montare, smontare e rimontare nella camera iperbarica, appaltata ai soliti noti e ai loro ciambellani incaricati di surgelarla e sterilizzarla. Quando un prodotto scade, se ne estrae dal freezer un altro. Ma guai se gli elettori vogliono dire la loro, partecipare: ogni volta che glielo si permette, c’è il rischio che vada a finire come a Napoli o a Milano. Cioè che vinca chi doveva perdere e viceversa. Se manifestano in centinaia di migliaia e fanno casino in 50, sono tutti black bloc. Se, come sabato sera, tutti ma proprio tutti festeggiano pacificamente, non va bene lo stesso. “Spettacolo preoccupante” (Cazzullo), immonda “gazzarra” (Polito), “imitazione farsesca di una piccola Piazzale Loreto da teatro” (Battista). Per giunta con “slogan sbagliati”, come denuncia Uòlter Veltroni. Per lui lo slogan giusto era: “Il principale esponente dello schieramento avverso ha rassegnato le dimissioni. Esultiamo in silenzio ma anche congiungiamo le mani per un minuto di raccoglimento”.

di Marco Travaglio, IFQ

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