L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

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