Posts tagged ‘Minzolini’

18 novembre 2011

Si salvi chi può

Il segnale proviene dai bagni maschili di Saxa Rubra. Il 9 novembre tirano raffiche di vento sul Cavaliere, i voltagabbana Rai fermano le ultime (e deboli) resistenze. Il Tg1 convoca Pier Ferdinando Casini, centro di gravità per il Quirinale, per 4 minuti tondi tondi in diretta. Il capo Udc rimprovera Minzolini fra i lavandini e i cessi di redazione: “Direttore, sbagli. Non puoi fare l’editoriale stasera. Hai capito? Fai quel cazzo che vuoi”. L’accento bolognese è inconfondibile, anche lievemente furioso, ma il fedelissimo Augusto dedica il monologo a Berlusconi.    In viale Mazzini c’è confusione, impacciati cambi di ruolo e di posizioni. Il governo tecnico di Mario Monti crea traffico di ferragosto: tutti rinnegano, tutti giurano, tutti spergiurano. Addio riunioni e caminetti con l’ex ministro Paolo Romani (Sviluppo Economico), il dg Lorenza Lei, benedetta in Vaticano, cerca disperatamente appigli. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, ovunque. Manca soltanto un annuncio su Portaportese. Colpo di genio: il direttore generale si ricorda di un vecchio amico. Quelli che chiami per l’emergenza. Non bastano un paio di appuntamenti con Lorenzo Ce-sa, segretario Udc, per riallacciare i rapporti ormai distrutti con Casini. Era granitica e trionfante in quei giorni di nomina condivisa: “Io nuovo direttore generale, mai in politica, mai Udc”. Il mandato di Lorenza Lei scade il 28 marzo prossimo assieme al Consiglio di amministrazione, già disperso fra ambizioni politiche e conferme senili. Antonio Verro, ex deputato di Forza Italia e amico di famiglia di B, inspira le riforme di Monti, e poi espira: “Io non tradisco il Cavaliere. Io non torno a Montecitorio. Io vorrei restare tre anni qui, così andrò in pensione più tardi…”. E invece Lorenza Lei dovrà convincere il governo Monti, e soprattutto il ministro di riferimento, Corra-do Passera. Grossi guai. Speriamo che Claudio Cappon, ex direttore generale Rai attualmente parcheggiato a Rai World, sia di poche parole con l’amico Passera. Non sia mai Cappon confidi a Passera i trattamenti di riguardo firmati Lorenza Lei: lunghe anticamere, telefonate re-spinte, proposte bocciate. E non sia mai che Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio, racconti al fondatore e ministro Andrea Riccardi l’interim a Marco Simeon per Rai Vaticano; nonostante Marazziti sia il più esperto dirigente di viale Mazzini per la Chiesa. Non resta che Casini, anzi: non resta che piangere. Adesso che tornano i moderati come il caschetto di Caterina Caselli, i cacicchi Rai si truccano per un profilo istituzionale: che vuol dire tutto, che può dire niente. Ma che significa: arrivederci Augusto Minzolini.    IL PRESIDENTE Paolo Garimberti ha stretto un patto con Lorenza Lei: inchiesta carta di credito aziendale, se arriva il rinvio a giudizio per il direttorissimo, l’udienza è prevista il 6 dicembre, un calcio io e un calcio tu, cioè un calcione collettivo, mandiamo fuori l’ex Squalo. Minzolini finge sicurezza: “Ancora con i miei viaggi, le mie note spese: basta! Il mio destino in Rai va oltre le questioni giudiziarie. Forse ho commesso un errore”. Silenzio. Errore? “Sì. Ho presentato le ricevute senza specificare chi mangiava con me. Sa perché?”. Vacanze? “No, erano mie fonti. Non posso svelare fonti riservate”. Un giorno Minzolini disse: “Quando Berlusconi lascia palazzo Chigi, io vado via”. E adesso, direttore? “Sono ancora qui. Non mi preoccupa sapere per quanto tempo. Il mio era un discorso profondo: è chiaro che le maggioranze in Parlamento influiscono sul servizio pubblico”. Lei, però, nei secoli fedele? “Non mi riposiziono. Dice che il Tg1 sembra pluralista?”. Avete mandato un minuto del commiato di Berlusconi, il discorso registrato a palazzo Chigi: “No, erano due minuti. Forse ha ragione, potevamo fare di più”. L’episodio descrive bene le identità smarrite al Tg1. Domenica scorsa, battuto e sbattuto, il Cavaliere registra un video. Al giornalista Mario Prignano, che bastonava i giornali con la rubrica Media, spetta l’ingrato compito di tagliare il verbo berlusconiano. Più realista del re, Prignano tosa il discorso di Berlusconi, e Minzolini s’incazza di brutto. Per rimediare, il direttorissimo ordina ai colleghi di Speciale Tg1 di fare uno sforzo: male, malissimo, Monica Maggioni manda il servizio sui titoli di coda, quando il pubblico notturno di Gigi Marzullo è ormai crollato sul letto. Francesco Ruttelli, a distanza di tre anni, ritrova un’inviata del telegiornale: “Ti hanno scongelato?”. Al Tg1 passano Di Pietro che sotterra il Cavaliere e il pm Ingroia che elogia le intercettazioni: sacrilegio. Oppure coincidenze, dice Antonio Di Bella (Rai3): “Ho chiesto e ottenuto l’Annunziata ogni sera. Impossibile un anno fa”.    Corradino Mineo (Rainews) si sfoga: “Il Consiglio ha nominato sotto dettatura di Marina Berlusconi”. E il Cda di centrodestra, a guida Mauro Masi, che sputò sui 350 milioni di Sky, spinge la Lei nell’angolo: “Riprendiamo i contatti con il gruppo di Murdoch”. Il debito fa paura, la disoccupazione ancora di più.

di Carlo Tecce, IFQ

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15 settembre 2011

Ego nos absolvo

L’altra sera al Tg1 una minzolina bionda presentata come “nostra inviata” nel senso che la paghiamo noi, interrogava severamente il procuratore di Napoli, Lepore, come se fosse lui l’imputato. Il tono era quello del “come si permette di convocare il premier?”. L’alto magistrato tentava di difendersi come poteva, ma l’impressione che i telespettatori ne ricavavano era che fosse (lui) reticente. Non si batteva il petto, non si discolpava, non chiedeva scusa per aver osato tanto. Intanto, dalle nuove intercettazioni, oltre alla conferma che aveva ragione l’Espresso sulla telefonata in cui B. istiga Lavitola alla latitanza, si scopre che gli ha pure garantito l’assoluzione: “Vi scagiono tutti”. Ecco, oltre all’imputato, al testimone e al pagatore dei medesimi, ora fa pure il giudice (a quando il cancelliere?). Tanto la cosiddetta informazione l’ha già assolto, dando per scontato che la legge è uguale per tutti fuorché per lui. Il caso ultimo è da manuale: non la solita indagine per uno dei tanti reati commessi da B., ma l’evenienza del tutto inedita di un’inchiesta su un reato commesso ai suoi danni. Dunque lui, com’è sempre avvenuto in tutto il mondo, dev’essere sentito come testimone-parte offesa: obbligato a presentarsi, a parlare e dire la verità. E, siccome non deve difendersi da nulla, senz’avvocato. La legge parla chiaro: se il testimone non si presenta la prima volta per un impedimento (che dev’essere legittimo, non una missione all’estero inventata apposta per l’occasione), può rinviare di qualche giorno. Ma poi, se continua a scappare, lo vanno a prendere i carabinieri. Siccome però è un parlamentare, per l’accompagnamento coatto occorre il permesso della Camera. E la maggioranza, essendo roba sua nel senso che se l’è mezza nominata e mezza comprata, lo negherà. A quel punto, ai giudici non resterà che rivolgersi alla Consulta per sollevare conflitto di attribuzione contro il Parlamento della (ultima) vergogna. Intanto in carcere c’è un signore, Tarantini, che attende di sapere se i giudici che l’hanno arrestato sono competenti: per saperlo occorre sentire B. su modalità, ragioni e luoghi dei pagamenti. Ma questo, ai garantisti all’italiana, non interessa. Infatti, anziché chiamare le cose con il loro nome, si son messi a strologare sull’ennesimo “scontro fra giustizia e politica”. Come se un pm che convoca un teste per rispondere alle domande potesse esser messo sullo stesso piano di quel teste che, avendo la coscienza lurida, sfugge alla Giustizia al punto da piegare non solo il Parlamento, ma anche le massime istituzioni europee ai suoi porci comodi. L’altroieri i siti del Corriere e di Repubblica titolavano sul presunto “scontro”. Ieri il Pompiere, per cambiare un po’, titolava a tutta prima pagina “Sfida tra i pm e Berlusconi”, mentre il pompierino Massimo Franco deplorava la “nuova guerra”. Sugli house organ, scontro e guerra diventavano comicamente “Silvio prigioniero politico”, “Il ricatto dei pm”, “L’ultima minaccia dei pm” (il Giornale), “Vogliono arrestare Silvio” (Libero). Secondo Belpietro, “i pm durante l’interrogatorio tenteranno di far scattare le manette per falsa testimonianza” (non sa, il pover’uomo, che l’arresto in flagranza per false dichiarazioni, voluto da Falcone contro l’omertà delle vittime di mafia, fu abolito da destra e sinistra nell’estate ‘95). Il Corriere ipotizza addirittura che, per evitare l’inesistente “conflitto istituzionale”, il testimone B. venga sentito con la badante Ghedini al fianco. Unico caso al mondo di teste interrogato col difensore. Il cronista scrive giustamente che, “senza il sostegno del difensore”, l’interrogatorio avrebbe “conseguenze imprevedibili”. Oh bella, e quali? Forse il Corriere vuole comunicarci che un mentitore professionale non potrà che mentire ai pm? E allora perché non lo scrive in prima pagina, invece di farfugliare di “scontri”? Chi pensa che, caduto B., l’Italia tornerà alla normalità è un povero illuso: B. prima o poi passa. Ma questa informazione indecente resta.

di Marco Travaglio, IFQ

18 marzo 2011

La Procura di Roma vuole fare luce sulle spese in Rai del Direttorissimo non autorizzate: 68 mila euro in 15 mesi

La Procura di Roma ha aperto un’indagine sul direttore del Tg1 Augusto Minzolini per le sue “spese di rappresentanza” non autorizzate con la carta di credito della Rai: roba da almeno 68 mi-la euro in 15 mesi. In due settimane gli uomini del Nucleo Provinciale della Guardia di Finanza, su mandato del procuratore aggiunto Alberto Caperna (titolare anche dell’inchiesta Rai-Agcom), hanno visitato tre volte i piani alti di Viale Mazzini 14 per acquisire tutta la documentazione necessaria: i verbali del Consiglio di amministrazione della Rai, gli atti dell’indagine interna condotta   dal direttore generale Mauro Masi, la ricevute della carta di credito di Minzolini, i fogli di viaggio delle sue trasferte e così via. Accertamenti sono stati già svolti dalle Fiamme Gialle anche presso la Deutsche Bank, che ha emesso la carta di credito.    L’INDAGINE è iniziata meno di un mese fa, prima che Antonio Di Pietro, in base alle notizie uscite sul Fatto quotidiano e su altri giornali, presentasse un esposto in Procura contro Masi e Minzolini. Prima dei magistrati penali, intanto, si era mossa la Corte dei Conti, che alle prime notizie di stampa aveva avviato un’inchiesta per danno erariale. Al momento il fascicolo della Procura di Roma è aperto a “modello   45”, quindi Minzolini non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati (“modello 21”). Ma la Guardia di Finanza, sul caso della sua carta di credito, ipotizza tre possibili reati: peculato aggravato, truffa aggravata ai danni della Rai ed eventuali infrazioni fiscali. Sul peculato, cioè l’indebita appropriazione di denaro o altri beni pubblici da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, esistono illustri precedenti, confermati anche   in Cassazione, sulla qualità di “incaricati di pubblico servizio” dei dirigenti e dei direttori Rai. E pure sul binomio truffa-peculato c’è il caso dell’ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, che ha appena patteggiato la pena per entrambi i reati, proprio per aver pagato con la carta di credito della Regione Emilia Romagna alcune spese private.

QUANTO ai possibili reati fiscali, l’ipotesi nasce da un clamoroso   autogol di Masi. Il quale, appena scoppiò lo scandalo Minzolini, si affrettò a dichiarare in Cda che la carta di credito aziendale era stata concessa al direttore del Tg1 a titolo di benefit compensativo      per l’assunzione in esclusiva. Poi, resosi conto dello scivolone, si precipitò ad autosmentirsi. Ma le sue piroette hanno insospettito gli investigatori, i quali vogliono ora accertare l’eventuale esistenza di un benefit occulto che, se confermato, aggirerebbe le norme tributarie e configurerebbe un reato fiscale, sia a carico di Minzolini, sia a carico del vertice Rai.    Il peculato, secondo gli investigatori, potrebbe derivare dall’uso continuato della carta di credito per spese non autorizzate dall’azienda, come risulta dalla stessa indagine interna disposta da Masi: centinaia e centinaia di “strisciate” nelle località più di-sparate, da Venezia a Marrakech, da Istanbul a Dubai, anche per importi minimi di uno o due euro (Minzolini guadagna 550 mila euro l’anno, ma pare che usasse la carta anche per caffè, brioches e cappuccini), anche   quando il Direttorissimo risultava regolarmente in ufficio a Roma. Quasi sempre, la carta esauriva il credito massimale di 5200 euro mensili, e Minzolini chiedeva a Masi l’autorizzazione a sforare per altre migliaia di euro, 18 mila in totale (viene persino il dubbio che le spese che Masi ha detto di aver autorizzato fossero gli sforamenti dal massima-le mensile della carta, non le singole trasferte). In dettaglio: su 86.680 euro usciti dalla carta di Minzo fra il luglio   del 2009 e l’ottobre del 2010, è stato lo stesso direttore generale ad ammettere di averne autorizzati solo 18 mila. Il che significa che 68 mila e rotti sono il   quantum del possibile peculato. Che chissà a quanto ammonterebbe oggi se a dicembre Masi non si fosse deciso a ritirare la bollente credit card al suo protetto dalle mani bucate. Anche l’ipotesi di truffa nasce dai risultati dell’inchiesta aziendale e riguarda le insanabili contraddizioni che emergono incrociando le date delle “strisciate” della carta da località esotiche e i fogli di presenza di Minzolini.

NEI 15 MESI in cui la carta è rimasta attiva, su 220 giorni lavorativi, in ben 129 (oltre la metà) Minzolini risultava in trasferta. E, su un totale di 56 “missioni” fuori sede, solo di 11 avrebbe indicato lo scopo (tant’è che Masi, messo alle strette dal consigliere Nino Rizzo Nervo, dichiarò al Cda che le altre le aveva autorizzate lui in camera caritatis, in quanto erano “missioni riservate”: roba da servizi segreti). E ben 40 trasferte si svolsero, curiosamente, nei week-end o a ridosso dei fine settimana, sempre in amene località   turistiche. Resta da capire, e anche di questo si occupa la Finanza incrociando le registrazioni e i conti degli hotel con le strisciate della carta, se Minzolini fosse solo o accompagnato, e chi eventualmente pagasse le spese degli eventuali accompagnatori.    Non basta: sono circa 20 i giorni in cui Minzolini risulta regolarmente presente a Roma, mentre la sua carta si attiva ripetutamente all’estero. A Marrakech in coincidenza con le penultime vacanze di Capodanno (29 dicembre 2009-3 gennaio 2010) e a Dubai nel week end di Pasqua 2010. Un caso di ubiquità, oppure una possibile truffa. Minzolini si è sempre difeso dicendo: “Non c’è altro che pranzi di lavoro, punto”.

MA IL CONFRONTO con le spese degli altri direttori di tg è impietoso: a fronte dei suoi 86 mila euro in 15 mesi, il direttore del Tg2 Mario Orfeo non ha superato i 6 mila. Resta da capire perchè Masi, nonostante le sollecitazioni di alcuni consiglieri dell’opposizione, dopo l’indagine informale non abbia mai attivato ufficialmente l’Audit Rai, per procedere disciplinarmente contro il Direttorissimo e far restituire all’azienda i 68 mila euro non autorizzati. I maligni insinuano che l’inazione del direttore generale dipenda dal timore di ripercussioni sull’indagine contabile, e ora anche di quella penale, di cui i vertici Rai, dopo le ripetute ispezioni delle Fiamme Gialle, sono al corrente da due settimane: se Minzo restituisse il malloppo, il suo gesto potrebbe essere inteso   come un’ammissione di colpa e, implicitamente, andrebbe a discapito anche della posizione di Masi, che potrebbe essere accusato,almeno in sede contabile, di omesso controllo.

di Marco Lillo e Carlo Tecce – IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

 

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3 febbraio 2011

Da Minzolingua a Renzullingua

Il Tg1 ha scritto ieri sera un altro pezzo di grande televisione. Stavolta Minzolingua non ha leccato in proprio, ma ha paracadutato a Palazzo Grazioli uno dei suoi più scalpitanti cavalli di razza: Daniele Renzulli. Chi era costui? I colleghi più anziani ricordano che arrivò al Tg1 con fama di amico dell’autista di Fanfani, dunque democristiano, dunque giornalista. Poi quel gran genio di Johnny Raiotta pensò bene di promuoverlo caporedattore dell’Economia. Il sopraggiungere di Scodinzolini non lo colse comunque di sorpresa: Renzullingua divenne un minzoliniano di ferro, firmando tutti i documenti di solidarietà al direttorissimo ingiustamente criticato per la sua rocciosa indipendenza. Ieri finalmente è scoccata la sua ora: “Dai, Renzulli, passa dal barbiere, mettiti il vestito buono, lucida le scarpe, succhia una mentina, avverti amici e parenti e presentati a Palazzo Grazioli da Lui. Non preoccuparti per le domande: te le detta Bonaiuti e comunque servono solo a rendere un po’ meno palloso il vecchio bollito, ché l’ultimo videomessaggio ha messo in fuga pure Bondi.   Occhio a non sbagliare: certe occasioni capitano una volta nella vita”. Il giovanotto, gli va riconosciuto onestamente, non ha tradito le attese. Nonostante la salivazione azzerata, l’occhio pallato e la sudorazione a Vajont, ha tenuto testa da par suo al presidente del Consiglio, mettendolo spesso all’angolo con domande ficcanti. La prima: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Colpito e affondato dalla virulenza dell’intervistatore, B. vacilla, per riprendersi a stento: e ha spiegato che la colpa della crescita zero è dell’articolo 41 della Costituzione, curiosamente in vigore anche negli anni del boom economico, ma ora sarà prontamente abolito. Il nostro eroe, però, non è tipo da lasciarsi invischiare dalle risposte dell’avversario, infatti è già pronto col secondo uppercut: “Lei è sceso in campo nel ’94 promettendo la rivoluzione liberale: per dare una scossa alla nostra economia è venuto il momento di andare fino in fondo?”. Qui il Cainano, già legnoso sulle gambe a causa delle notti insonni, si accascia alle corde con lo sguardo che implora pietà. E, in stato confusionale, biascica supercazzole tipo “piano casa… Sud… fiscalità di vantaggio… federalismo”.   Implacabile, Renzulli lo finisce con il ko: “Lei ha fatto una proposta di collaborazione all’opposizione, che ha risposto che non è credibile. Dietro questo rifiuto, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?”. Il nano bollito, dal tappeto, delira: “Il problema principale è il debito pubblico che abbiamo ereditato dai governi del passato… moltiplicato 8 volte dal 1980 al ’92 dalle vecchie forze politiche, con i comunisti in primo piano, negli anni del consociativismo”. Qui si chiude l’intervista, ma solo per i telespettatori. Renzulli invece rimane lì e si scatena, ricordando a B. alcune verità scomode. Dal 1980 al ’92 si susseguirono i premier Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato: 6 Dc, 2 Psi, 1 Pri, nessun comunista (il Pci era all’opposizione). È grazie a loro se, in quei 12 anni, il debito pubblico passò dal 60 al 118% del Pil. Consociativismo? L’aumento più vertiginoso si registrò nei quattro anni di Craxi (1983-’87: da 456 a 890.000 miliardi di lire). Di cui B. era amico, finanziatore ed elettore. E chi erano i consiglieri economici di Craxi negli anni in cui il debito raddoppiava? Tremonti, Siniscalco, Brunetta e Sacconi. B. li ha promossi tutti e quattro ministri. Queste e altre verità Renzullingua ha ricordato al premier in coda all’intervista. Purtroppo, sul più bello, l’hanno tagliato.

di Marco Travaglio – IFQ

25 gennaio 2011

TeleCraxi (senza tangenti): In onda sul Tv7 di Minzolini l’“elogio del capro espiatorio”

Bettino Craxi come Antigone. Anzi, come l’Edipo di Sofocle. No, come Prometeo di Eschilo. O meglio: come Giobbe. Ma anche come Aldo Moro. E pure come l’adultera lapidata nel Vangelo e salvata da Gesù. Ma diciamola tutta: come il Cristo crocifisso. Così domenica sera Rai1 (direttore Mauro Mazza, ex Psi ora Pdl), ha voluto sobriamente celebrare l’ex premier pregiudicato e latitante con un memorabile “documentario” di Tv7 (direttore Augusto Minzolini) dal titolo “Craxi, elogio del capro espiatorio”.

QUESTO caso da manuale di “uso criminoso del servizio pubblico televisivo pagato coi soldi di tutti” porta la firma di tal Luca de Fusco, di professione regista socialista, che il mese scorso è stato nominato direttore del teatro Mercadante di Napoli in quanto – scrive Conchita Sannino su Repubblica – “vicino al presidente della Regione Stefano Caldoro e sponsorizzato da Gianni Letta”. Che cosa sappia di Craxi questo signore non è dato sapere, anzi è   dato: chi ha avuto lo stomaco di seguire sino in fondo il suo “documentario”, s’è reso conto che non ne sa nulla.

PASSEGGIANDO tra le rovine di un antico teatro, De Fusco ha personalmente condotto il programma, con interviste a testimoni super partes come: Enzo Carra (1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza), Paolo Cirino Pomicino (1 anno e 10 mesi per corruzione e finanziamento illecito), Gianni De Michelis (2 anni per corruzione e finanziamento illecito), Giulio Di Donato (3 anni e 4 mesi per corruzione) e Claudio Martelli (8 mesi per finanziamento illecito). Totale: 9 anni e 2 mesi di reclusione, senza contare i 10 anni collezionati da Craxi (corruzione e finanziamento illecito). Fra un pregiudicato e l’altro, comunque, trovavano spazio anche alcuni incensurati, anch’essi super partes: Stefania Craxi, figlia; Luca Josi, ex leader dei Giovani socialisti; Claudio Petruccioli e Umberto   Ranieri, ex comunisti convertiti al craxismo in tarda età; Marcello Sorgi, giornalista; e alcuni cosiddetti “filosofi e studiosi”. Mancavano, forse per carenza di tempo, i fatti. Cioè le tangenti   (mai nominate in un’ora di “documentario”). Il bottino di Bettino. I tre conti in Svizzera con sopra 40 miliardi. I prestanome,i cassieri,i quaranta e più ladroni, i nani e le ballerine.    Il De Fusco, tra una colonna e un capitello, attacca lacrimando sul “destino tragico e paradossale   di Craxi” e citando la lettera di Napolitano alla vedova Craxi, che un anno fa – parole sue – “riabilitava in gran parte la figura di Craxi”, riconoscendo che “aveva pagato esageratamente le proprie eventuali colpe” (così definisce le sue condanne definitive per le mazzette della Metropolitana   e di Eni-Sai, aggiungendo che quelle sentenze furono “contraddette da verdetti europei”, circostanza naturalmente falsa).

POI SI PARTE con Antigone di Sofocle che, come Craxi, “ammette di aver trasgredito alla legge”: nella fretta, il De Fusco non precisa che Craxi rubava, mentre Antigone seppellì il fratello morto contro un editto del re Creonte; e dimentica di aggiungere che Antigone si sottopone alla pena, pur ritenendola ingiusta, mentre Craxi fuggì all’estero. Ma qui interviene Sorgi per rivelarci che Craxi in Tunisia era “esule”. Anzi, chiosa De Fusco, “rifugiato politico”. Ma anche “vittima sacrificale”, “figura mitica”, “personaggio scomodo”, “leone in gabbia”, “eroe tragico”. Meno male che ogni   tanto parla Craxi, nei suoi tre discorsi alla Camera fra il 1992 e il ’93, quando ammise che la corruzione e la concussione avevano ormai assunto proporzioni da “allarme sociale”, anche se lo fece per ricattare l’intero Parlamento e precettarlo per un bel colpo di spugna salva-ladri. “Grandi discorsi politici”, per quel che resta di Petruccioli. E anche “struggenti”, per il De Fusco.    All’autorevole Giuseppe Fornari, filosofo dell’Università di Bergamo, ricordano “l’episodio di Cristo e dell’adultera: ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’…”. Infatti, s’infila De Fusco, anche lui dovette subire con le monetine in piazza “il rito simbolico della lapidazione, antico rituale sacrificale di religioni arcaiche proiettato nei tempi moderni”, mentre le fiaccolate popolari pro Mani Pulite sono “l’inizio del rogo della caccia alle streghe”. A un’altra testa d’uovo ingaggiata dal De Fusco, il “filosofo   ” professor Andrew J. McKenna della Loyola University di Chicago, l’adultera sembra poco: a lui Craxi ricorda direttamente Gesù. I processi per corruzione e le monetine in piazza gli evocano “la struttura della crocifissione: anche per Craxi, come per Cristo, dopo la morte tutti riconoscono che ‘era innocente’…” (in realtà persino un popolo smemorato come il nostro ricorda benissimo che era colpevole).

È IL MOMENTO di Giobbe: come Craxi, ad avviso del De Fusco, “anche il capo ebraico punito da Dio nella Bibbia” tentò invano il ritorno dall’esilio. Senza dimenticare, si capisce, “Prometeo eroe tragico” con la sua “lucida rabbia da intellettuale” che Eschilo scrisse apposta, in previsione di Craxi.   Segue prova su strada: un’intervista di Bruno Vespa appecoronato ad Hammamet al cospetto dell’Esule, che spiega: “La legge sul finanziamento ai partiti era ipocrita e la violavano tutti da decenni” (peccato che l’avesse votata anche lui). Dopodiché, visti l’insetto e il cinghialone, la prima cosa che viene in mente è appunto la tragedia di Eschilo. Fornari, da Bergamo, cita pure le lettere di Moro dalla prigione del popolo: anche Moro, come Craxi, “non fu creduto”, e pazienza se Moro scriveva la verità mentre Craxi raccontava un sacco di balle. Ogni tanto parte qualche immagine di Piazzale Loreto, con Mussolini, la Petacci e i gerarchi appesi a testa in giù, perché anche il Duce, come Craxi, fu “un grande capro espiatorio”.

MA RIECCOCI a Sofocle: Craxi come Edipo a Colono, dove “i tebani cacciano il sovrano da vivo ma ne reclamano le spoglie da morto”. Anche in Italia, com’è noto, la gente non sta più nella pelle: “Gli italiani – giura il De Fusco – rivogliono le spoglie di Craxi”. Forse perché, come rivela la figlia Stefania, “Craxi è stato ucciso”. Scoop corredato da una foto di Borrelli, un filmato di Di Pietro e Colombo e un cartello: “D’Alema boia”. Casomai sfuggissero i nomi e i volti dei killer. Petruccioli, all’epoca occhettiano, se la prende con Occhetto che non capì la grandezza di Craxi e uscì addirittura dal governo Ciampi quando la Camera assolse il corrotto (“quel giorno fu il suicidio della sinistra italiana”). Ranieri, napoletaniano, è ancora inconsolabile a 18 anni di distanza: i compagni che contestarono Craxi dinanzi all’hotel Raphael furono “spietati e maramaldi” e gli lasciarono “grande dolore, tristezza   e amarezza nel cuore”: dovevano ringraziarlo, invece, per come rubava bene. C’è ancora tempo perché Sorgi riveli una sensazionale confidenza di Tony Blair, che gli svelò di ispirarsi a Craxi, ma (comprensibilmente) lo pregò di non dirlo a nessuno. Poi, sulla colonna sonora di viole e violini, passano i titoli di coda. In un’ora e più di “documentario” non s’è mai sentita una sola volta la parola “tangenti”. Eschilo, Sofocle, Giobbe e Gesù non volevano.

Bettino Craxi al congresso del Psi a Milano, nel maggio del 1989. Sotto, Cosimo Ferri (FOTO ANSA) 

28 dicembre 2010

Premiato circo Minzolini, regalino di Natale in famiglia

DOMENICA 26 DICEMBRE , Santo Stefano, sembra il solito Tg1 infarcito con notizie (o presunte tali) di colore: “Un pomeriggio al circo è una tradizione di questi giorni di festa”. Eppure l’edizione è all’ora di pranzo, non di pomeriggio. E poi la sorpresa, un incontro a distanza e quasi per caso, tipo libreria di Notting Hill versione telegiornale del servizio pubblico. La conduttrice annuncia un servizio, così per coincidenza, su domatori, elefanti, animalisti. E all’improvviso compare una fotografia di repertorio di Gabriella Giammanco, deputata del Pdl e compagna di Augusto Minzolini, il direttorissimo. E perché? La cronista stuzzica la curiosità: “Pochi giorni fa è stata presentata un’innovativa proposta di legge”. E parte la Giammanco in collegamento telefonico, con sottofondo i lamenti di un elefante torturato: “La mia   proposta ha ottenuto tanti sostegni contro lo sfruttamento di animali al circo. Vogliamo finanziamenti ai circhi senza animali”. Un bel regalo di Natale per la Giammanco e forse, a sua insaputa, anche per Minzolini, abituato a lasciare la redazione durante la diretta del Tg. Chissà. Era consapevole di fare un regalo alla sua Gabry? Il vezzeggiativo fu scelto da Silvio Berlusconi in un biglietto a inizio legislatura che segna le prime e ultime cronache sulla deputata siciliana, dirottata a Montecitorio dal Tg4 di Emilio Fede. Il direttorissimo Minzolini è arrivato con due giorni di ritardo persino sulle marchette in famiglia: la Giammanco scrive un comunicato venerdì 24, ma conquista il Tg1 soltanto domenica 26. Sarà perdonato. L’onorevole è bella, gentile e anche componente del comitato “Animal friendly”.

Il Fatto Quotidiano

7 dicembre 2010

Un mondo capovolto

Il danno peggiore del berlusconismo va misurato sugli appetiti dei piccoli uomini che bivaccano alla corte del padrone. Grande è l’arroganza che rende loro intollerabile “di non avere quello che gli pare ragionevole, ed ogni cosa gli pare ragionevole che gli viene in desiderio” (Guicciardini). Prendiamo la Rai, un tempo la più grande industria culturale del Paese che le scorribande rapaci di partiti, clan e massonerie hanno ridotto a tempio del bunga-bunga e delle Bonev. Eppure, miracolosamente, da quel giacimento di talenti e dedizione che ancora sopravvive nel servizio pubblico sono nati prodotti di eccellenza televisiva e di boom di ascolti come Annozero e Vieni via con me. Ebbene, solo nella triste Rai dei Masi poteva capitare che i protagonisti di questi indiscutibili successi fossero puniti con la sospensione dagli incarichi, anticamera del licenziamento in tronco. È successo a Michele Santoro. Succede a Loris Mazzetti. Al dirigente responsabile del programma di Fazio e Saviano, allievo di Enzo Biagi e pilastro di Raitre vengono contestati gli articoli sul Fatto e frasi come: “Bisogna lasciare la Rai a chi sa fare il mestiere della tv”, giudicate dal sinedrio di viale Mazzini “lesive dell’immagine dell’azienda nonché del suo Direttore generale”. In realtà, ciò che lede in modo irrimediabile l’immagine non certo sfavillante di Masi e compagnia è che mentre si tenta di processare Mazzetti con accuse ridicole non si batte ciglio davanti   al caso davvero macroscopico delle note spese del direttore Minzolini. Malgrado un corposo e imbarazzante fascicolo giaccia presso il Cda Rai, come afferma in maniera circostanziata il consigliere di opposizione Rizzo Nervo. Di che meravigliarsi? Questo vertice Rai non è forse al servizio di quel potere assoluto che nel corso di un quindicennio ha sovvertito regole e valori punendo gli onesti e premiando i colpevoli? E quegli “obblighi di diligenza, correttezza e buona fede” così assurdamente contestati a un funzionario che si è esposto per difendere la sua azienda, non dovrebbero essere invece rinfacciati al Direttore generale? Dov’è la diligenza, dov’è la correttezza, dov’è la buona fede in chi non spreca una parola di elogio per chi ha meritato e chiude gli occhi davanti agli scandali?

di Antonio Padellaro IFQ

12 novembre 2010

64 mila euro sulla carta di credito Rai La Corte dei Conti valuterà l’eccesso

L’ultima fiamma di Augusto Minzolini è una Porsche bianca decappottabile. L’hanno vista scorrazzare nei viali di Saxa Rubra, un lusso permesso grazie al suo lauto stipendio. Il direttorissimo ama la bella vita e i lunghi viaggi. E non guarda ai prezzi, che siano soldi suoi o soldi pubblici: con la carta di credito aziendale ha speso dieci volte in più di Mario Orfeo (Tg2): 64 mila euro in dodici mesi contro i 6 mila di Orfeo.    Un consigliere di minoranza ha chiesto un consuntivo a Mauro Masi che – come anticipato dal Secolo XIX – mercoledì pomeriggio ha snocciolato le cifre nel Cda di viale Mazzini. E stupito i colleghi di maggioranza: il direttore generale e il presidente hanno a disposizione 35 mila euro l’anno (al massimo), Minzolini da solo, per rappresentare l’azienda, ne ha spesi quasi il doppio. Il confronto con Antonio Preziosi, direttore di Radio Uno e del Giornale Radio Uno è impietoso: l’estate scorsa Preziosi oscillava tra i duecento e i trecento euro al mese, Minzolini   svettava oltre i seimila.    Da tempo funzionari e dirigenti hanno osservato la battaglia clandestina sulla carta di credito tra il direttore generale e l’ex cronista politico: in più di un’occasione Masi ha rispedito al mittente i rimborsi firmati da Minzolini: troppo. E forse un articolo di una sua recente circolare, taglio del 30 per cento per le spese di rappresentanza, era scritto su misura per contenere l’eccesso di Minzolini.    Il controllo    del magistrato

UN ECCESSO che sarà valutato da Luciano Calamaro, il magistrato della Corte dei ContichepartecipaaiConsigli di viale Mazzini. Calamaro vuole conoscere le singole voci e le singole strisciate di carta che fanno sfiorare i 70 mila euro annuali. Anche il Collegio dei sindaci, in tempi di crisi e sacrifici (ordinati da Masi stesso), vuole capire perché il direttore del Tg1 sia un dipendente speciale. E il consigliere di opposizione ha scritto a Masi per approfondire l’argomento con un’indagine interna per far luce sulle spese di   trasferta che, senza lasciare traccia a viale Mazzini, transitano per le segreterie di Saxa Rubra, sede dei telegiornali Rai. Il Fatto Quotidiano ha consultato un foglio di trasferta a nome di Minzolini: un fine settimana in provincia di Grosseto, tra agosto e settembre, nello sfarzo delle Terme di Saturnia Resort. Minzolini ha soggiornatoinstanze“Grandesuite”, il massimo offerto da un albergo esclusivo: “Dedicato a chi cerca sempre l’eccellenza, Terme di Saturnia Spa & Golf Resortriservadue“GrandSuite” di recente realizzazione. Eleganza, design e ricercatezza nei dettagli caratterizzano queste suite di 75 metri quadrati ciascuna, composte da un ampio salotto con sala da pranzo, camera   da letto matrimoniale, due cabine armadio e due bagni in marmo e travertino”. Chissà se la Rai ha approvato la fattura di Minzolini, di certo il direttorissimo ha ricevuto un prezzo di favore: 550 euro a notte, un terzo di una tariffa a listino con bagni turchi e sauna.    L’intervista    sulle terme

“IL SIGNOR Minzolini ha usufruito di una tariffa speciale, pattuita con l’amministrazione. Sono strappi alle regole che difficilmente possono ripetersi”, dicono dall’albergo. L’exsqualodeLaStampa,famoso per le sue spiate a Montecitorio, stavolta ha chiuso un affare. Forse avrà influito un servizio mieloso sulle Terme di Saturnia   , in onda il 20 aprile scorso all’interno del Tg1: “Un paradiso in cui ritrovare serenità e la giusta armonia, decisivo per avere un viso perfetto”. Una bella cartolina arricchita con un’intervista a Beatrice Zanchi, responsabile marketing proprio del resort. Minzolini mai rinuncia a un albergo caro e comodo. Per il Festival del Cinema di Venezia, famoso per le adunate oceaniche di dipendenti Rai, il direttorissimo aveva adocchiato una cameretta in Laguna da mille euro a notte. Quella sì che era rappresentanza, al netto di una gita Rai ben organizzata, ma mille euro erano troppi: Masi in personahaordinatodicercarepiù umile e compita sistemazione. E per la sua vacanza-lavoro di cinquegiorni,Minzolinihaubbidito.Poileggendenarranodi   numerosi mordi e fuggi all’estero sul conto di viale Mazzini, o meglio sul foglio viaggio nella segreteria di direzione di Saxa Rubra. Il direttorissimo mai ha risparmiato né con la carta di credito né con le spese di trasferta e neppure con le gratifiche in busta paga o nomine e promozioni : il Tg1 ha cinque caporedattori centrali, il Tg2 e il Tg3 uno soltanto. Per la nuova sigla e la scenografia del telegiornale, a differenza di Orfeo e Bianca Berlinguer, Minzolini ha preteso un appalto esterno costato circa 300 mila euro. Nonostante Masi abbia annunciato un piano di lacrime e sangue per scongiurare guai con banche e creditori, da qui ai prossimi tre anni, il direttorissimo non bada a spese. Con i soldi degli altri.

di Carlo Tecce IFQ

8 novembre 2010

Tg1La grande sensibilità del direttore…

Tg1La grande sensibilità del direttore Minzolini e della conduttrice Susanna Petruni fa in modo che al loro pubblico (sempre più scarso) sia risparmiato il dolore di vedere gli scavi di Pompei che si sgretolano. Così, hanno deciso di anteporre a questa notizia sgradevole, Avetrana, il Papa, Fini e Bersani (mancava un torneo di golf alle Bahamas, peccato). Quattro servizi, help, su zio Michele, la nipote Sabrina e tutta la logora vicenda, cancello del garage compreso. Il Tg1 ripropone il ritratto del “mostro”, anzi della “mostra”, Sabrina. Se è vero, alla fine di tutta questa orgia mediatica il risultato sarà un delitto per gelosia e un padre (o un’intera famiglia) che ha protetto una psicolabile. C’è anche una pagina politica, messa in modo che Bersani (11 dicembre tutti in piazza) passi per un inguaribile sovversivo, Fini per un tribuno improvvisato, Berlusconi una vittima.
Tg2Ammettiamo pure che la giornata di ieri è stata “interlocutoria” e, per le cronache politiche, annaspante. Fini, dopo aver lanciato il “programma”, solo domani emetterà la sua sentenza: chi la vuole senza appello così si vota, chi la vuole allo spiedo per rosolare ancora Berlusconi, chi la vuole con un governo “tecnico” incorporato. Purtroppo per noi e per i telespettatori tutti (o quasi), zio Michele non aspetta Fini e parla subito, allora ciò che è accaduto nel Tg1 si ripete nel Tg2 e ci piomba sul cranio questo armageddon all’avetranese, con zio Michele che apre la porta del garage, che piange, con Sabrina sul divano e con il cellulare all’orecchio, con la riunione di famiglia durante il famoso Chi l’ha visto? e, immancabile, un criminologo che dice la sua. A questo punto, concludere con Bruno Vespa, che ha iniziato il giro delle sette chiese per promuovere la sua ultima fatica letteraria, risulta una liberazione.

Tg3Eccola lì la Scuola dei Gladiatori di Pompei, non è restata pietra su pietra. Dicono che la colpa sia stata della pioggia, questo fenomeno terribile, nuovo e spaventoso. O, forse, no, la colpa è stata della tettoia che la copriva, una tettoia così pesante, ma così pesante, signora mia. Viene letteralmente da piangere: abbiamo il più grande patrimonio artistico del mondo e lo lasciamo marcire, tanto nessuno è mai responsabile. La Scuola era scampata al Vesuvio, ai secoli bui: non è sopravvissuta a Bondi, che ora accusa il cielo nuvoloso. Era la prima notizia del Tg3, annichiliva tutte le altre, i proclami di Fini, la “questione morale” di Bersani, i rottamatori di Renzi e persino zio Michele e Sarah che non riposa in pace. Ma, niente paura: adesso arriva Berlusconi e la rimette a posto in tre-quattro giorni. Prima che i gladiatori scatenino l’inferno.

IFQ

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