Posts tagged ‘Palazzo Grazioli’

11 ottobre 2012

“Massimo invecchia male, è triste e bilioso”

Un amore sfiorito, scivolato verso un acronimo che suona crudele e ingrato: GD. Che sta per Grande Distruttore. Questo oggi è Massimo D’Alema per il suo ex spin doctor Claudio Velardi. Di buon mattino, ieri Velardi sul sito The Front Page aveva previsto tutto: “Ha parlato con la Stampa, poi magari farà qualche mezza smentita”. Velardi, di professione lobbista, senza più l’ufficio a Palazzo Grazioli, segue la contesa nel Pd con un diario giornaliero, Il Primario, e D’Alema è appunto GD.    D’Alema minaccia Renzi.    Non ha senso fare un’intervista politica su D’Alema.    Perché?    Non ha più nulla di politico. E lo dico con un affetto antico che sconfina nella tenerezza e nella pena.    Addirittura.    La via che ha imboccato è una deriva triste e biliosa. Ormai siamo nella psicologia.    Faccia il profiler.    È del tutto evidente che odia Renzi.    E Renzi odia lui.    No, Renzi è un giovane scaltro che utilizza D’Alema per fare cassetta. Ma non se ne frega nulla di lui.    E D’Alema se n’è fatta una malattia.    La malattia di D’Alema è la politica. Una passione morbosa.    Un’ossessione.    Non è in pace con se stesso. D’Alema viene dal Pci, non ha un altro mestiere da fare. Questo è il loro problema.    Il loro?    Sì, il loro, di D’Alema e tanti altri del Pd. La loro tragedia è questa: non hanno un altro lavoro e hanno già 60 anni. In 20 anni hanno consumato la loro età migliore al potere.    Invecchiano male.    Si sono consumati al punto tale che l’opinione pubblica li percepisce come ottantenni. E loro continuano a pensare che la politica sia la cosa più importante della vita.    L’amore per la polis.    Una cazzata. Non sono capaci di stare da soli con se stessi. E D’Alema è il più ingenuo di tutti.    Il più ingenuo?    Sì, è uno che si espone. Arriva persino a usare argomenti giustizialisti contro Renzi. Non è un paraculo come altri del Pd.    Chi?    Indovini?    Veltroni.    Veltroni non ha detto una parola su Renzi e Bersani. Lascia che il male assoluto sia D’Alema. E Massimo ci è cascato.    Un vero ingenuo.    Non è quel furbacchione che voi dipingete. Ha carisma, è vero, e perciò si parla sempre di lui. Ma è uno che si fida, come la storia delle interviste a Geremicca della Stampa.    Racconti.    Geremicca è amico mio e suo. Nel Duemila D’Alema premier disse a lui che il centrosinistra avrebbe vinto alle regionali per 10 a 5. In caso contrario si sarebbe dimesso.    Vinse il centrodestra 8 a 7.    E noi andammo a casa per un pezzo di Federico. La storia si è ripetuta oggi. Colloquio poi smentita. Tutto previsto    Vi sentite ancora?    Non più, ma mi fa male vederlo incattivirsi così.    Lei ha scritto: “Salviamo il soldato D’Alema”.    Aveva deciso di non ricandidarsi. Un bel gesto, finalmente un atto di furbizia. Tutta la corte dei miracoli sarebbe stata costretta a tirarsi fuori.    Ci ha ripensato.    È la paura del vuoto. Gli altri suoi colleghi della Terza Via, da Clinton a Blair, girano il mondo a fare conferenze, guadagnando palate di soldi. Lui è costretto a fare polemiche con Renzi e poi a smentirle per non apparire provinciale.    Renzi vincerà?    Può vincere o perdere, ma vincerà comunque domani. L’anagrafe conta.    Non c’è scampo.    Tutto il sistema politico italiano sta invecchiando male.    Berlusconi come D’Alema.    Il Cavaliere sa perfettamente di essere finito.    Lavoravate nello stesso edificio, Palazzo Grazioli.    A 40 anni volevo un lavoro per non vivere più di politica.    Lobbista.    Lobbismo trasparente e lecito.    Un lavoro lei ce l’ha, D’Alema    no.    Ed è questo il problema vero. E ha solo 60 anni.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Claudio Velardi    LaPresse

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23 aprile 2012

Qui Radio Minsk

È con viva costernazione che apprendiamo dell’intenzione di Rai1 di spostare “Qui Radio Londra” di Giuliano Ferrara dalle 20.30, dopo il Tg1 di cena, alle 14, dopo il Tg1 di pranzo. Per carità, è apprezzabile il riguardo mostratogli dalla Rai, che lo associa comunque all’ora del desinare. Ma è inaccettabile che lo voglia degradare sul campo con la scusa del crollo degli ascolti (passati dal 20% delle primissime puntate all’attuale 15 e qualcosa). Intanto perchè, se si dovesse punire chi fa perdere ascolti alla Rai, bisognerebbe cacciare quasi tutti i direttori di rete e di tg, cosa impossibile, sia perchè sono troppi, sia perchè sono stati assunti apposta. Qualcuno, per dire, ha mai obiettato alcunchè a Bruno Vespa, che nelle recenti prime serate di “Porta a Porta” con quel che resta dei leader di partito ha desertificato Rai1, portandola al 13 e poi addirittura al 10%? Un’azienda normale licenzierebbe in tronco per scarso rendimento e giusta causa sia lui sia chi ha avuto la bella idea di mandarlo in prima serata (fra l’altro, pagato extracontratto). Invece c’è pure il caso che gli arrivi il cestino a Natale. Ma che s’aspettavano i dirigenti Rai quando affidarono a Ferrara il posto che fu di Enzo Biagi? Che facesse ascolti? Basta esaminare il successo delle sue numerose imprese editoriali, televisive e politiche: una serie di fiaschi mai visti neppure in una cantina sociale. Fonda il Foglio e non lo legge nessuno (ma lo paghiamo tutti). Fonda il partito No Aborto e non lo vota nessuno. Si candida al Mugello e porta Forza Italia al minimo storico di tutti i tempi. Inventa “Otto e mezzo” e fa scappare la gente, poi arriva la Gruber e triplica gli ascolti. Lo sapevano tutti, compresi i suoi mandanti in Viale Mazzini e soprattutto a Palazzo Grazioli, che Ferrara su Rai1 avrebbe messo in fuga milioni di spettatori: addirittura più di quelli che Minzolingua e il suo degno erede Maccari, noti sfollagente, sono riusciti a far perdere in quattro anni al Tg1. In fondo, com’è noto, le reti berlusconiane han sempre sofferto gli ottimi ascolti di “Affari tuoi”: bastava sostituire al traino del Tg1 la palla al piede di Ferrara e il gioco era fatto. Al debutto, il 14 marzo 2011, “Qui Radio Londra” fece registrare il 20,63%. Il tempo di accorgersi che roba era, e due settimane dopo era già precipitata al 17. In settembre scese ancora: 16,5. Ora, nell’ultima settimana, è finita sotto il 16 per la gioia delle reti concorrenti (si fa per dire). Più in basso di così, a quell’ora e su Rai, è umanamente impossibile per via dell’effetto zapping: il riflesso condizionato del telespettatore medio, che lascia accesa la tv sul primo canale dopo il tg in attesa dei pacchi di “Affari tuoi” (che, nonostante la palla al piede che lo precede, registra ancora un ottimo 20%). Se, al posto di Ferrara, mandassero in onda il fermo immagine di un paracarro o di un radiatore spento, farebbe comunque il 15-16%. Insomma Ferrara ha svolto egregiamente il suo compito di buttafuori del pubblico. Missione compiuta. Rimproverarglielo e punirlo per questo, quando gli altri buttafuori vengono regolarmente premiati e i buttadentro vengono cacciati, sarebbe ingiusto, umiliante e impietoso. Infatti lui rifiuta la panchina pomeridiana e rilancia: “Ho controproposto al direttore di Rai1 Mazza di fare un commento di 2 minuti e mezzo in coda al Tg1”. Chissà se Mazza e gli altri papaveri Rai leggono Internazionale: qui di John Hooper del Guardian ricorda che Ferrara è un ex ministro e un impiegato di B., dunque “è grottesco che abbia dato al programma il nome della trasmissione della Bbc rivolta alla resistenza antinazista, come a dire che dà voce alle vittime di una dittatura”. Ed è “difficile immaginare un altro paese europeo, eccetto forse la Bielorussia, in cui un giornalista così sfacciatamente di parte possa ‘chiarire’ il senso delle notizie” sulla tv pubblica. Si attende ad horas una protesta ufficiale del governo di Minsk.

di Marco Travaglio, IFQ

9 novembre 2011

Donne, cianuro e trappole la resistenza del Caimano

Sarebbe Francesca Pascale la donna che lunedì sera ha varcato le porte di Palazzo Grazioli a bordo di una Smart (immortalata dal “Corriere”) per uscirne solo ieri mattina alle 10

Prologo. Se Silvio Berlusconi è chiuso nel bunker, allora la fida Maria Rosaria Rossi è andata a fare provviste. Alle sei di sera solca il Transatlantico semideserto con un bustone di generi alimentari appena acquistati alla buvette: “Lei è de Il Fatto? Allora le devo spaccare la faccia! Mi avete dipinto come la badante! Mi avete affibbiato questo nomignolo osceno!”. Obietti: guardi che deve essere stato Dagospia…. Lei è un fiume in piena: “Ma chi siete? Cosa sapete di me, cosa ho fatto nella vita?”. Malgrado l’umore azzardi una domanda: “Scusi, preferisce essere definita Claretta o Eva Braun?”. Maria Rosaria ha il senso dell’umorismo: “Guardi, cianuro a parte, noto un miglioramento di status: se ci pensa, noterà che la prima è amante, la seconda è moglie. Anche dal punto di vista ereditario c’è una bella differenza”. Le chiedi come sia stata la notte con il Cavaliere prima della battaglia. Nick Cosentino – sorrisone dentato – le corre in soccorso: “Maria Rosaria, fregatene della badante! E vienitene via… A me da quand loro dicono che sono il capo della Camorra le cose vanno benissimo. Tutti hanno paura di me!”. Ma la deputata ha ancora qualche sassolino nella scarpa, e un finalino pepato condito con ironia: “Primo: sono molto spiritosa. Secondo: stia attento a scrivere che la faccia gliela spacco davvero”. Terzo: “Ieri notte c’ero, ma bisogna guardare gli orari. E poi non ho una Smart, come hanno scritto, ma una Toyota”. Quarto, gran finale: “Più che Eva Braun sono Eva Kant”. Divina.

Ultime dalla notte

Epilogo. E allora immaginate che questo è il giorno delle dimissioni del Caimano, la fine di un’era, il giorno dell’esercizio vocale più difficile per il Cavaliere: le dimissioni. La notte della vigilia inizia con il conforto delle vestali rassicuratrici, non solo la Rossi, ma anche Francesca Pascale l’eroina del comitato Silvio Ci manchi. E poi il giorno più lungo. Si parte con i segnali ottimistici, Silvio siamo a 316, gli dicono. Poi la doccia scozzese del voto sul rendiconto: 308. Per ore i fedelissimi provano a raccontare che non accadrà nulla, che già altre volte la maggioranza ha avuto delle flessioni. Ma non tiene. Dopo il conto dei voti il peso dei nomi consente valutazioni politiche più pesanti. Il repubblicano Nucara era in ospedale, per carità, Gennaro Malgieri è arrivato tardi di un soffio. E siamo a 310. È vero che Maurizio Paniz annuncia colpi di scena sul caso Papa. Ma anche immaginando evasioni dai domiciliari, la realtà è che alle emorraggie dell’ultima fiducia si sono aggiunti due nomi pesantissimi: quello di Stagno D’Alcontres e quello di Stradella. Due ex dc. Lui compulsa i tabulati in Aula con la Ravetto e la Brambilla. È incredulo. Insomma, su Roma cala il buio, quando nel bunker di Palazzo Grazioli si deve prendere atto che una strategia, quella della resistenza ad oltranza è al capolinea. Non ci sono più ribaltamenti possibili, colpi di scena, storie da raccontare a Giorgio Napolitano.

Guadagnare tempo

Alle 18.45 quando Berlusconi sale sul Colle, ha già detto ai suoi che non ci sono alternative: “Ora dobbiamo guadagnare tempo, rendere irreversibile il voto anticipato”. Già, ma come? A Napolitano sia Bossi che Berlusconi ripetono che non ci sono alternative alla crisi: “Il Pdl – dice Berlusconi – non può sostenere nessun governo se non quello uscito dalle urne del 2008”. Quindi nessun “passo di lato”, nessun arrocco, niente spazio per un governo di Alfano e Maroni. A uccidere questa ipotesi, oltre l’aut-aut del Cavaliere è stato il niet di Casini. Fino a un mese fa il leader Udc diceva che doveva dimettersi Berlusconi. Ma ora dice: “È troppo tardi”. Senza ampliamento all’Udc non c’è sopravvivenza, nè per Berlusconi, nè per un altro premier Pdl. Così non restano che il voto, e “il guadagnare tempo”. B. dice a Napolitano che si dimetterà solo dopo l’approvazione della legge di stabilità. È la fine di un’epoca, il passaggio irreversibile che lo porterà fuori da palazzo Chigi per sempre. Ma non è ancora l’ultimo atto del dramma. Quelle due settimane che si possono guadagnare, spiega il Cavaliere, sono la frontiera che occorre presidiare perché diventi impossibile un altro governo, il governo istituzionale, il governo Monti. Non occorrono retroscena, è quello che ripete lui stesso in una raffica di telefonate ai tiggì della sera: “Spetta al capo dello Stato decidere sul futuro, ma dopo le mie dimissioni vedo solo le elezioni”. Arrivare fino a dicembre, per il Cavaliere, è un modo per ipotecare le elezioni a marzo. E qui si aprono due scenari. Un governo istituzionale potrebbe nascere solo se almeno 40 deputati Pdl scegliessero di sostenerlo. Se ci fosse lo smottamento.

Tagli a doppio taglio

Ride, un deputato come Carmelo Porcu: “Silvio è certo che non ci saranno crolli: con questa legge elettorale, torniamo in 200-250… Tutti quelli che non tradiranno troveranno un seggio. E tutti quelli che tradiranno – aggiunge – sanno che li faremo ballare mentre votano misure indigeste”. Già, l’altra trappola è questa. Berlusconi vuole mettere nell’angolo il Pd: se fa passare la sua legge di stabilità, come suggerisce Anna Finocchiaro, è corresponsabile dei tagli. Se non lo fa mette a carico dei successori di B. la manovra lacrime-e sangue, e il Cavaliere va al voto immacolato e candido. Ma tutto questo è il domani, tattiche e strategie. Oggi il sovrano è sradicato dal suo trono, Berlusconi intona il canto del dolore al Tg1 : “Non ho provato solo sorpresa, ma anche tristezza, perchè a tutte le persone che ci hanno lasciato ero anche legato personal-mente da anni, erano tutte persone che avevano partecipato all’inizio di Forza Italia, verso le quali io avevo un rapporto che non era solo di collaborazione politica ma anche umano di amicizia”. Guardate, il Caimano piange.

di Luca Telese, IFQ

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