Dalla Bce 116 miliardi agli istituti italiani Tanto, se le cose vanno male, paga lo Stato

Una valanga di denaro esce dalla Banca centrale europea e si riversa sulle banche europee che ne fanno richiesta, come se fosse un bancomat: 523 istituti ottengono 489 miliardi di euro, un prestito a tre anni a un tasso di interesse molto più basso di quelli di mercato, l’1 per cento. Dei 489 miliardi, le banche italiane ne hanno avuti, stando alle stime che circolavano ieri, 116. Quasi un quarto, offrendo come garanzia 40 miliardi di titoli. E qui si arriva alla parte interessante: le nostre banche sono state le uniche a offrire garanzie così volatili e al contempo pesantissime. Hanno emesso 40 miliardi di obbligazioni, le hanno sottoscritte (cioè hanno promesso di pagarle loro stesse, sembra astruso ma è così) e le hanno consegnate alla Bce in cambio di 116 miliardi di prestiti.    IL TUTTO GRAZIE alla garanzia pubblica offerta dal governo nella manovra che ha chiesto sacrifici a tutti tranne alle banche cui ha offerto uno scudo totale: se una banca emette obbligazioni e non riesce a rimborsarle, ci pensa lo Stato, cioè i contribuenti. Ma le regole contabili consentono di non registrare questo potenziale salasso nel conto del debito pubblico. Non solo: nelle intenzioni, i soldi ottenuti dai banchieri dovrebbero essere reinvestiti in parte nel debito pubblico (un ottimo affare, visto che rende oltre il 6 per cento) e nel credito alle imprese e alle famiglie (più rischioso in tempi di recessione, e infatti snobbato dalle banche). “Decideranno loro come impiegarli al meglio”, ha detto tre giorni fa Mario Draghi, presidente della Bce, al Financial Times, ammettendo che l’istituto di Franco-forte non ha alcun potere di costringere le banche a usare quei capitali per sostenere il sistema e non, per esempio, per pagare dividendi agli azionisti o stipendi ai top manager.

Guido Tabellini, rettore della Bocconi, è stato uno dei più scettici sull’esito di questa misura di emergenza: “La buona notizia è che le banche hanno preso a prestito più di quello che ci si aspettava, si stanno almeno finanziando in maniera superiore al debito bancario in scadenza quindi stanno evitando il deleveraging, cioè la riduzione dei bilanci. E questo dovrebbe aiutare a finanziare l’economia reale”. In pratica: se hanno i soldi della Bce, non dovranno chiudere i rubinetti a imprese e famiglie. “La cattiva notizia – aggiunge Tabellini – è che il differenziale tra debito pubblico italiano e tedesco resta molto alto”. Il temuto spread ieri è addirittura cresciuto, assestandosi a quota 485 punti. É il segno che i mercati non credono che i 116 miliardi vadano tutti a sostenere il debito pubblico italiano. Anche perché sarebbe un circolo perverso: uno Stato a rischio crac impegna la sua credibilità per garantire banche a rischio crac che investono i prestiti nei debiti pubblici. É la stessa illusione che ha dato inizio alla crisi dei mutui subprime: l’idea che basta immettere nell’economia abbastanza moneta e il rischio, di qualunque tipo, svanirà. Da tre anni stiamo pagando il conto di questo errore. E non è finita.

La Borsa, che nei giorni scorsi aveva premiato le banche italiane, ieri ha reagito male, penalizzandole più dei concorrenti spesso altrettanto fragili degli altri Paesi: Unicredit ha perso il 4,39 per cento, Monte Paschi il 3,92. Tra gli investitori, ma ormai anche tra i risparmiatori, c’è l’impressione diffusa che alle banche la liquidità serva perché non hanno soldi per l’ordinaria amministrazione, tipo fornire banconote a chi prova a ritirare i risparmi o concedere mutui immobiliari anche a chi ha buone garanzie. Il costo del denaro è molto basso, 1 per cento, ma i mutui restano inaffrontabili, anche sopra il 5 per cento. Un po’ perché si cerca di mungere i pochi in grado di affrontarli un po’ perché, lo ammettono anche i bancari, diversi istituti non possono permettersi di impegnare risorse. Cioè di fare il loro mestiere.

LO AMMETTE perfino l’A-bi, l’associazione delle banche italiane, in un documento diffuso ieri: nel 2012 il Roe, cioè la misura di quanto sono in grado di generare profitti, “dovrebbe segnare un nuovo minimo storico con lo 0,3 per cento”. Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, ammette perfino che scaricherà sui costi dei conti correnti gli oneri dovuti alle nuove procedure di lotta all’evasione decise dal governo, “il nostro sforzo sarà massimo dal punto di vista organizzativo, ma qualche impatto ci sarà”. E agli investitori promette nuove espansioni in Europa, come quelle che sono appena costate al gruppo oltre 9 miliardi di perdite.

A febbraio si replica con un’altra “asta” illimitata. Per allora si capirà se quella di ieri è servita a qualcosa. Di certo si è capito che per salvare gli Stati, dando loro magari anche le risorse per nazionalizzare le banche decotte, i soldi non ci sono. Ma per aiutare direttamente le banche e i banchieri, invece, si trovano sempre. L’operazione di ieri vale circa come il Fondo Salva Stati Efsf che, finora, non è riuscito a salvare nessuno.

di Stefano Feltri, IFQ

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