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9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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8 marzo 2012

Il partito più grande? Quello degli indagati

SARDEGNA    Si va dall’abuso d’ufficio per il governatore Ugo Cappellacci (Pdl), all’indagine per l’evasione fiscale per l’ex governatore Re-nato Soru (Pd); al peculato per 20, tra ex e attuali consiglieri, di cui la Procura di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio per l’utilizzo (nella legislatura 2004-2008) dei fondi destinati ai gruppi consiliari. Per Andrea Biancareddu (Udc) invece, il processo è già iniziato. Deve rispondere di usurpazione di funzione pubblica per aver continuato a occupare sino al 2007 un posto in Consiglio nonostante fosse stato dichiarato decaduto. Di poche settimane fa la richiesta di rinvio a giudizio per 20 consiglieri della passata legislatura indagati per peculato. Alcuni lo sono ancora: si tratta di Adriano Salis (Idv), Tore Amadu, Oscar Cherchi e Re-nato Lai (Pdl), Mario Floris (Uds), Alberto Randazzo (Udc): avrebbero utilizzato per fini diversi i soldi erogati dal Consiglio per l’attività politico-istituzionale dei gruppi.

TOSCANA    Il consigliere Gianluca Parrini (Pd) deve rispondere di abuso d’ufficio per una vicenda legata a una lottizzazione nel Comune di Barberino del Mugello. L’assessore all’Agricoltura Gianni Salvadori è indagato per la stessa tipologia di reato per una vicenda di fondi europei finiti a un consorzio diretto da sua moglie.

PUGLIA    Gianfranco Chiarelli, consigliere Pdl, arrestato per voto di scambio e rapporti con la mala. Salvatore Greco (Puglia prima di tutto) è indagato per associazione per delinquere e concorso in falso. Antonio De Caro, capogruppo Pd è indagato per tentativo d’abuso d’ufficio (sanità). Per Gerardo Degennaro (Pd) truffa sui fondi pubblici. Aurelio Gianfreda (Idv) è indagato per pedopornografia on line: divulgazione e condivisione di materiale pedo-pornografico (il pc è in uso al suo studio professionale ed è usato da molte persone). Arcangelo Sannicandro (Sel) indagato per presunti falsi in atti giudiziari prodotti per ottenere dall’Inps rivalutazioni di salario e indennità non dovute.

BASILICATA    Francesco Mollica (Mpa) e Franco Mattia (Pdl) devono rispondere di falso e truffa per aver ricevuto rimborsi spesi nella passata consiliatura avendo falsamente dichiarato il proprio domicilio. L’assessore alle Attività produttive, Erminio Restaino (Pd), è indagato su una vicenda che riguarda la gestione dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente.

LAZIO    Il 25 ottobre 2010 il consigliere Pdl Romolo del Balzo, subentrato a Claudio Fazzone, viene arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode in appalto pubblico.

VENETO    Marino Finozzi assessore al Turismo (Lega) e imprenditore (mobili)èindagatoaVicenzaper truffa in concorso con altri due imprenditori. Secondo l’ipotesi accusatoria non avrebbe onorato un debito contratto nell’ambito dell’attività imprenditoriale. Quando è scattato il pignoramento la sede della società era sparita. Risulta anche socio di Miver srl di Zanè con procedura fallimentare in corso. La Miver è invischiata anche in truffa ai danni di una conceria.

FRIULI VENEZIA GIULIA    Edouard Ballaman (Lega) accusato di peculato per l’uso dell’auto blu. Condannato dalla Corte dei conti a risarcire 10mila euro e rinviato a giudizio. Federica Seganti, assessore alle Attività produttive e al turismo della Lega è indagata per abuso d’ufficio dalla procura di Udine per un mega-spot sulle bellezze del Friuli venezia giulia, incarico dato a radio Rtl 102.5 in via diretta senza gara d’appalto a evidenza pubblica. La Corte dei conti ha chiesto anche alla procura la verifica per presunti danni erariali

CAMPANIA    Arrestati per camorra, il Pd Enrico Fabozzi e il Pdl Alberico Gambino. È stato “rimosso” dal consiglio Pietro Diodato (Fli) per gli effetti di una condanna passata in giudicato sui disordini ai seggi di Pianura durante le comunali del 2001. In consiglio siedono anche: Sandra Mastella (Udeur), due processi a Bene-vento per vari guai di pubblica amministrazione; Ugo de Flaviis (Udeur): imputato a Nocera Inferiore per un’alluvione quando era assessore regionale (e un recente avviso di concluse indagini per altra vicenda simile). Corrado Gabriele (Pd): imputato a Napoli per molestie sessuali alle figlie della ex compagna. Giuseppe Russo (Pd): imputato a Napoli per corruzione in un processo sulle speculazioni edilizie a Napoli est per fatti che risalgono a quando era consigliere comunale. Su Stefano Caldoro (presidente Pdl) pende un’inchiesta per epidemia colposa. Ernesto Sica (ex assessore Pdl) è indagato nelle trame P3 per i dossier contro Caldoro.

UMBRIA    Orfeo Goracci (Prc), vicepresidente del Consiglio, è accusato associazione per delinquere finalizzata a commettere reati come abuso d’ufficio, concussione, falso in atto pubblico e soppressione di atti pubblici. All’epoca delle contestazioni era sindaco di Gubbio. Eros Brega: (Pd) presidente del consiglio, indagato a Terni per peculato e concussione. Vincenzo Riommi (Pd) attuale assessore allo Sviluppo economico è indagato per abuso d’ufficio per un concorso pubblico. Luca Barberini (Pd) è indagato per concorso in abuso d’ufficio, sempre in relazione ad assunzioni.

ABRUZZO    Lanfranco Venturoni, Pdl, ex assessore alla Salute, indagato per corruzione nel megascandalo di Rifiutopoli. Daniela Stati, ex Pdl ora Fli, ex assessore alla Protezione civile, indagata per corruzione su Rifiutopoli e nell’inchiesta sulla ricostruzione post sisma. Indagata per la telefonata con Bertolaso in cui lui le dice che manderà a l’Aquila la Commissione Grandi Rischi a tranquillizzare la popolazione perché il terremoto era “una cosa mediatica”. Alfredo Castiglione, Pdl, vicepresidente del Consiglio, assessore alle attività produttive, indagato per un giro di consulenze e appalti (anche con fondi Ue) con il tentativo di Venturoni di far approvare un progetto di cooperazione con l’Albania affidato alla moglie. Claudio Ruffini, Pd, indagato per una storia di edilizia quand’era sindaco di Giulianova (concessioni a edificare per alcuni palazzi costruiti in violazione del vincolo paesaggistico).

PIEMONTE    I maggiori grattacapi per la giunta verde-azzurra di Roberto Cota sono arrivati dall’ex assessore alla Sanità Caterina Ferrero. Già “miss preferenze” del Pdl, è stata prima indagata poi arrestata nel giugno 2011 con l’accusa di turbativa d’asta per un appalto bloccato a favore di Federfarma Pie-monte e per un concorso di consulenza cucito su misura per un concorrente. Ma c’è di più: Ferrero, infatti, è nuora di Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, definito dalla procura di Torino “il biglietto da visita della ‘ndrangheta da spendere nel mondo politico e imprenditoriale piemontese”. In Consiglio regionale siedono tra i banchi della maggioranza anche l’ex assessore al bilancio Angelo Burzi, sotto processo per una vicenda di appalti negli ospedali torinesi e Michele Giovine, condannato a 2 anni e otto mesi per le firme false della sua lista “Pesionati per Cota”, determinante per la risiscatissima vittoria del presidente leghista.

VAL D’AOSTA    Il presidente Augusto Rollandin (Union Valdotaine) è stato condannato in via definitiva (e riabilitato) a 16 anni per turbativa d’asta nell’ambito del cosiddetto “scandalo del compattatore di Brissogne”. Claudio Lavoyer, ex assessore al Turismo condannato a un anno per lo scandalo dei ritiri d’oro della Juve.

LIGURIA    Alessio Saso, Pdl. Indagato per promesse elettorali a presunti affiliati alla ‘ndrangheta. Marco Melgrati, Pdl, ex sindaco di Alassio. Indagato oltre dieci volte soprattutto per reati urbanistici. Condannato in primo grado per una lottizzazione abusiva.

MOLISE    Il presidente Michele Iorio è indagato per abuso d’ufficio e indebita percezione di soldi ai danni dello Stato. Avrebbe ampliato il numero dei comuni colpiti dal terremoto del 2002. Il 22 febbraio è stato condannato in primo grado a 18 mesi di reclusione per abuso d’ufficio: il Molise ha dato due consulenze alla società in cui lavorava il figlio.

EMILIA ROMAGNA    Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd è indagato per abuso d’ufficio e turbata libertà degli incanti in relazione a concessioni di beni pubblici al tempo in cui era assessore del Comune di Modena.

Hanno collaborato: Pierluigi G.    Cardone, Erminia Della Frattina,    Vincenzo Iurillo, Emiliano Liuzzi,    Andrea Managò, Chiara Paolin,    Ferruccio Sansa e Cinzia Simbula, IFQ

4 novembre 2010

B. ospite sgradito al forum delle famiglie

Doveva andare ad inaugurarlo lunedì ma gli è stato chiesto un passo indietro.

Imbarazzo. Anzi, proprio vergogna. Il Cavaliere è diventato un ospite sgradito, di quelli da evitare con tutte le cautele, anche a costo di incorrere nell’incidente “diplomatico”. Dopo l’ultima minorenne, la pioggia di bugie e le ennesime battute da osteria, Silvio non è più il benvenuto tra il popolo cattolico delle famiglie, un tempo suo bacino elettorale privilegiato. Il Forum delle Comunità Familiari gli ha detto bellamente di non andare poiché ospite indesiderato, che macchierebbe la loro   conferenza nazionale (in programma il prossimo lunedì a Milano) con la sua presenza tanto inopportuna, visti i temi trattati. Berlusconi, insomma, diventa sempre più una presenza pubblica sconveniente.

“LA NOSTRA preoccupazione – ha spiegato il presidente del Forum, Francesco Belletti – è che alla conferenza non ci si concentri sugli stili di vita personali dei politici, ma sui problemi delle famiglie”. Insomma, sentir parlare Silvio dal palco di problemi di figli e di quoziente familiare potrebbe assumere i   toni caricaturali della farsa. Però lui ci vorrebbe andare lo stesso perché “non ho fatto nulla di cui vergognarmi”. Anche Letta, stavolta, gli ha dato torto. Come Bossi. Che l’altra sera, durante un rendez vous a Palazzo Grazio-li, l’ha rimproverato con un discorso dei suoi, ruvidi e pragmatici. “Se continua questa roba – gli avrebbe detto Bossi – poi ci sputtaniamo troppo anche fuori da qui…”. Un pensiero che il leader del Carroccio ha chiarito, in qualche modo, ieri mattina: “Ho dato a Silvio un consiglio da amico – ha svelato Bossi – anche se non dirò quale,   perché gli amici non si tradiscono, ma diciamo che noi dobbiamo anche pensare a vendere i titoli di Stato”.

ECCO, la figuraccia internazionale ha ormai superato i livelli di guardia. E anche uno come Bossi, che vede davanti a sé solo i decreti attuativi sul federalismo, ha fatto capire al Cavaliere che i suoi comportamenti personali, disinvolti oltre il tollerabile, potrebbero avere ripercussioni pesanti sulle finanze del Paese, sui titoli “bandiera” dello Stato. E chissà che non li abbiano già avuti. Silvio, però, non ci sta. “Nessuno mi potrà far cambiare vita – ha ripetuto anche ieri ai suoi riuniti a Palazzo Grazioli – io sono contento così e non vedo i motivi, se non quelli strumentali, per essere attaccato; dobbiamo rilanciare il partito ed evitare il più possibile che altri vadano con Fini (dopo la fuoriuscita di Toto e Rosso e quella imminente di Bonciani) perché ormai la Camera è andata, ma non dobbiamo perdere in   alcun modo l’autonomia al Senato”. Berlusconi sa che, malgrado i proclami di La Russa e le apparenze che sfodera Verdini, il partito è in mille pezzi. Ieri sera, con una nuova convocazione a casa Berlusconi per preparare “il discorso della direzione” di oggi, Silvio ha disinnescato una riunione semi carbonara della frangia di “Liberamente”   dove i convenuti (Frattini, Gel-mini in pole position) volevano discutere del “dopo Silvio” lontano da occhi e orecchie indiscrete; l’appuntamento è solo rinviato a dopo la direzione nazionale di oggi che, probabilmente, avrà anche una seconda convocazione tra quindici giorni.

“DOPO il discorso di Berlusconi di domani (oggi, ndr) – spiegava ieri un deputato ex Forza Italia – vediamo quali saranno le mosse dei finiani sabato e domenica a Perugia; non sono così pazzi da dichiarare l’appoggio esterno al governo perché sanno che un minuto dopo Berlusconi salirebbe al Quirinale per dare le dimissioni. Comunque   , il Cavaliere non offrirà il destro alla rottura, solo promesse, intenzioni, nulla di concreto perché non può fare nulla visto che Tremonti i soldi non glieli dà”. Ecco, allora, lo scenario: “Berlusconi – prosegue la fonte pidiellina – farà “ammuina” in attesa di Perugia, rilancerà i cinque punti su cui ha chiesto la fiducia, con l’obiettivo di ‘tentare’ i finiani più moderati per farli rientrare nel Pdl”. Con il rischio più concreto, però, di ritrovarsi sempre più nutrita e arrabbiata la frangia dei delusi. “Anche domani non succederà niente – diceva ad alta voce in Transatlantico un ‘falco’ assai deluso – insomma, solo aria fritta! Stiamo facendo davvero una finaccia…”.

di Sara Nicoli IFQ

27 ottobre 2010

Un uomo ricattabile

Sica e D’Addario: al grande mercato di Palazzo Grazioli tutti i silenzi hanno un prezzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In questa battuta, intercettata al telefono tra Ernesto Sica e Arcangelo Martino nel 2009, c’è tutta la storia recente di Silvio Berlusconi: c’è la sua ricattabilità, c’è la sua reputazione. E tutto ciò che comporta per la politica del Paese, costretta a districarsi tra le profumate lenzuola del “lettone di Putin”, nelle calde notti a Palazzo Grazioli e i miasmi occulti della P3. Sica e Martino sono stati indagati e arrestati dalla Procura di Roma nell’inchiesta sull’associazione occulta di stampo massonico: la P3 interferiva sull’attività della Corte costituzionale, agganciava magistrati nell’interesse del premier, confezionava dossier infamanti sui candidati sgraditi. E di tanto in tanto pensava di ricattarlo. È proprio il politico socialista a rivelarlo: “Berlusconi – dice Martino al pm – riteneva Sica un ricattatore”. Il punto è che Sica   sarebbe intervenuto per far cadere il governo Prodi: “Più volte – continua Martino – Sica mi annunciò la presentazione di una denuncia sulla vicenda della corruzione dei senatori per votare contro Prodi. Ma non l’ha mai presentata”. Quella denuncia poteva rappresentare l’asso nella manica. Il “ricatto” ventilato da Martino nell’interrogatorio. E può spiegare il senso di quell’intercettazione: “Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In quel periodo   , infatti, Sica era infuriato: intendeva essere candidato dal Pdl nelle elezioni regionali campane.

Un amico influente

QUELLA candidatura non arrivò, ma Sica divenne comunque assessore regionale. Il riferimento alla “puttana di Bari” è chiaro: allude a Patrizia D’Addario, che registrò la notte trascorsa con il premier a Palazzo Grazioli e fu interrogata dalla Procura di Bari quando venne scoperto il collegamento tra Giampaolo Tarantini e Berlusconi: Giampi era solito – per sua stessa ammissione – presentare donne compiacenti al premier. Il punto non è il ricatto: è la ricattabilità. Queste due storie esemplari – i casi Sica e D’Addario – sono emerse dagli atti d’indagine. Sono ormai fatti notie–proprioperquesto:perla loro pubblicità – il loro potenziale ricatto viene meno. Nel 2009, però, mentre era intercettato, Sicapotevaancoracontaresullasegretezza   dei suoi rapporti con il premier. E infatti, stando agli atti d’indagine, ecco cosa pensava di Berlusconi: che “lo teneva per le palle”. E ci teneva a farlo saperei n giro. Soprattutto a persone come Marcello dell’Utri, o al coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini.MaperchéSicaeraconvinto di “tenere per le palle” Berlusconi? Il 19 agosto Martino racconta: “Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere, previo esborso d’ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. (…). Mi fece vedere anche dei fogli sui quali, a suo dire, erano segnati gli estremi dei bonifici al senatore Scalera e di altri parlamentari di cui non mi disse il nome”.   È per questo, quindi, che Sica riteneva congrua, come contropartita, la sua candidatura alle elezioni regionali: “Mi disse che aveva il diritto a ottenere la candidatura a presidente della Campania – continua Martino – perché   Berlusconi gli doveva molto”. Sica diverrà assessore regionale – quando si scopre che ha confezionatofalsidossiersulpresidente della Regione Caldoro, però, lascia il posto. È lui stesso a dirlo ai magistrati: “La mia nomina fu fatta da Caldoro ma su indicazione personale di Berlusconi”.

Un posto al sole

PER QUANTO riguarda Patrizia D’Addario – che fu candidata alle elezioni amministrative di Bari nel partito del ministro Raffaele Fitto – non risultano tentativi di ricatto. Ma la ricattabilità del premier, anche in questo caso, resta intatta: la D’Addario registrò la notte trascorsa con Berlusconi e, in cambio del suo silenzio, avrebbe potuto chiedergli una contropartita. Qualcosa, in effetti, Patrizia D’Addario l’aveva chiesta: voleva che Berlusconi l’aiutasse a sbloccare una pratica edilizia. Resta il fatto che il premier non la aiutò, che la D’Addario ha denunciato strani furti in casa e che questa   storia ha fatto il giro del mondo. Dimostrando un fatto inequivocabile: il presidente del Consiglio, l’uomo che governa il Paese, finisce periodicamente sull’orlo d’un ricatto. E con lui, rischia tutto il Paese. Sica era convinto di tenere Berlusconi “per le palle”. Il problema è che non è stato l’unico a pensarlo.

di Antonio Massari IFQ

4 ottobre 2010

Carroccio sprecone

Scuole di dialetto. Arredi d’oro. Ricchi corredi per le ronde. Fumetti storici pieni di errori. Così la Lega usa i fondi pubblici.

Di Alberto da Giussano, ferisce più la penna della spada. Satinata, punta extrafine, dannatamente pericolosa, è l’ultima trovata propagandistica della Lega nel suo feudo del Nord-est. Centinaia di biro griffate con il “Sole delle Alpi”, che sparano litri di peperoncino sugli immigrati pericolosi. E soprattutto fanno campagna elettorale nelle borsette firmate delle elettrici. Le donne non devono più temere, perché nel lungo elenco di sprechi targati Carroccio c’è pure questo sofisticato arnese. Il veleno è un estratto di pepe rosso in percentuali conformi alla normativa comunitaria, recitano le istruzioni. Il getto spara fino a due metri con precisione svizzera. E come al solito, a pagare ci penserà Pantalone.

Che mai volete che sia qualche migliaia di euro magari tagliati dai bilanci della polizia, se nel corpo a corpo con l’aggressore si potrà sfoderare l’arma con le insegne di Bossi? Non sono le cattedrali nel deserto a cui ci ha abituato la Prima Repubblica. Né le maxi tangenti girate all’imprenditore di turno. Il verbo leghista ha un accento diverso da Roma anche quando spende male. Sembrano pochi spiccioli, ma quei rivoli di denaro pubblico che si sommano ad altri rivoli senza farsi notare, una volta a valle formano un lago di sprechi local sempre più profondo.

C’è di tutto nelle pieghe dei bilanci targati Lega Nord. E il colpo di grazia lo danno quasi sempre i capitoli caldi del gergo padano: cultura, prodotti locali e sicurezza. Che non scatenano solo le polemiche, come nel caso dell’Inno di Mameli sostituito in Veneto con il Va’ Pensiero. Ma soprattutto esborsi di soldi. Sempre pubblici. Gli scolari lombardi forse non sanno che il fumetto camuffato da libro di storia che si sono visti distribuire qualche tempo fa è costato alla Regione 105 mila euro per 10 mila copie. Un bell’elenco di refusi storici, forse non voluti, ma pagati a caro prezzo: le incisioni rupestri dei Camuni datate 3000 dopo Cristo, un passaggio che sembra attribuire la strage di piazza Fontana ai sessantottini, i galli che cantano “we are the padan cocks” e Garibaldi che scompare dalla storia dell’Unità d’Italia.

A Trieste c’erano arrivati per primi con una legge ad hoc sulle origini celtiche del popolo friulano, costata 6 miliardi di vecchie lire e documentari etnici da 200 mila euro a botta. Senza contare lo studio della lingua locale nelle scuole, costato finora oltre 35 milioni anche grazie ai baracconi come l’Arlef, l’Agenzia regionale che lo gestisce, dove fra presidente e cda le poltrone sono cinque volte i dipendenti, per un costo mensile di quasi 100 mila euro.

In Veneto le polemiche sono esplose lo scorso marzo in piena campagna elettorale. Nemmeno l’ex ministro leghista Luca Zaia, eletto governatore a furor di popolo, lesinava in quanto a spesa pubblica proprio nei giorni in cui il Senatùr tuonava da Gemonio ordinando ai suoi di “portare le forbici in Regione per tagliare gli sprechi”.

Chi ha sfogliato la rivista “Il Welfare”, stampata da Buonitalia spa (società partecipata dal ministero delle Politiche agricole) e costata alle casse pubbliche 5 milioni di euro, avrà di certo apprezzato il book fotografico del nuovo Doge, distribuito a migliaia di famiglie venete. Ritraeva Zaia in differenti mise: dal gessato allo sportivo, fra bottiglie di vino, formaggi e salumi. Se poi qualcuno non l’avesse ricevuto, bastava dare un’occhiata al portale del ministero. Fino alla notte del 18 marzo, denuncia un esposto alla Procura di Padova, vi comparivano i manifesti elettorali del ministro. Cliccandoci sopra, poi, l’utente-navigatore veniva collegato al sito della campagna elettorale sotto lo slogan “Prima il Veneto”. Sempre al ministero, gli statali in orario di lavoro garantivano la visione in rete di spot elettorali, messaggi politici, materiali personali del candidato leghista. Caricati dall’utente “Mipaaf”, che altro non è che la sigla del dicastero romano.

C’è pure un taglio del nastro che ha scatenato la bufera. Quello, sempre voluto dalla Lega, del faraonico palazzo della Provincia di Treviso all’ex manicomio di Sant’Artemio. Un appalto che doveva costare 35 milioni di euro, ma che è lievitato fino a 80 milioni. E se qualcuno ripete che sono aumenti fisiologici, lo scontrino degli arredi parla chiaro: 12.840 euro sonanti per un solo tavolo e 531.426 euro per le sedie. Al punto che l’Italia dei Valori proclamò il “No spreco day”, ricordando i tanti, si fa per dire piccoli, sperperi leghisti: la grigliata da 70 mila euro per lanciare le vacche venete o i tour promozionali dei prodotti Doc con sponsorizzazioni milionarie.

Fino agli incarichi ai parenti: promozioni e aumenti di stipendio per mogli, fratelli e amici. Tutto targato Carroccio. Stefania Villanova, la consorte del sindaco di Verona Flavio Tosi fu nominata a capo della segreteria dell’assessorato alla sanità della Regione senza concorso, ma a stipendio triplo. Oppure il caso dei fratelli Conte, che realizzarono con le congratulazioni pubbliche del sindaco di Tombolo un polo scolastico a ridosso delle regionali, affidando la progettazione in via fiduciaria all’architetto Tiziano, appunto Conte, fratello del consigliere Maurizio, anche lui Conte. Un lavoretto coi fiocchi per i tagliatori di nastri, meno per la pioggia che allagò dopo pochi mesi il piano superiore.
Se il buongiorno si vede dal mattino, presto anche il Piemonte, da poco passato alla Lega, potrebbe adeguarsi ai ritmi delle altre regioni padane.

Il neogovernatore Roberto Cota, che teme per l’esito del ricorso al Tar presentato da Mercedes Bresso, ha subito preso carta e penna e chiesto al Parlamento di concedergli più tempo per optare fra la poltrona piemontese e lo scranno romano. Un doppio incarico, che significa anche doppio stipendio. Ma non è un record. Di multi-poltrone la Lega è golosa. L’avvocato Paolo Marchioni, vicino al ministro Roberto Calderoli, è cristianamente trino: vicepresidente della Provincia del Verbano, assessore al bilancio, membro del cda dell’Eni alla modica cifra di 135 mila euro l’anno. Oppure Leonardo Ambrogio Carioni, sindaco di Turate, presidente della Provincia di Como, presidente dell’Unione delle province lombarde, di Sviluppo Sistema Fiere, senza contare il posto nel consiglio di amministrazione della Pedemontana veneta e dell’Expo 2015 a Milano. Per stargli dietro in questo peregrinare fra stipendi e prebende ci vorrebbero proprio le ronde.

Ennesimo spot che dura (e costa) da anni. Si inneggia al farsi giustizia da sé, nell’illusione del risparmio. Ma a guardar bene non è quasi mai così. Anche stavolta fra i primi a partire ci sono i friulani. Popolo di risparmiatori, tanto da avere varato per volontà dell’assessore leghista Federica Seganti un piano sicurezza da 16 milioni di euro fra volontari bardati di spray e camicie verdi, pistole per i vigili dei piccoli paesi e telecamere un po’ ovunque. Un tesoretto che serve soprattutto a rifarsi il guardaroba. Visto che, non appena la scure della crisi ha costretto la regione a decimare i fondi in bilancio, riducendoli a un milione, l’assessore ha mantenuto come priorità proprio l’addestramento dei fedeli guardiani leghisti. Tutti rigorosamente in divisa. Giacconi invernali ed estivi, uniformi, radio per chi diventerà guardia padana. Peccato che, sfogliando i curriculum in Regione, più che ronde contro il crimine sembreranno passeggiate ai giardinetti. Delle poche domande trasmesse agli uffici, circa due iscritti su tre hanno passato i 65 anni di età. E chiedono le divise. Per passare qualche pomeriggio a spasso a godersi il sole. E gli sprechi leghisti.

di Tommaso Cerno spreconi.it



3 ottobre 2010

La politica impari da loro

È successo ancora. Sbagliati tutti i pronostici, tutte le valutazioni degli stati maggiori della politica. Senza mezzi, senza soldi e senza apparati, ancora una volta il Popolo viola ha riempito le piazze.

Una preoccupante adunata di facinorosi: inalberavano slogan sovversivi come “chi semina cultura raccoglie democrazia”, cartelloni di dubbio gusto, come quello con la banconota da 500 euro e una scritta sotto: “Questo è il mio stipendio”.   Gli organizzatori erano ancora peggio, visto che esibivano magliette viola con una scritta gialla: “Noi partigiani, voi cortigiani”. Forse sarà il caso che la politica questa volta si faccia davvero delle domande. Ad esempio chiedersi come mai un pugno di ragazzi, tra i 18 e i 35 anni, armati solo di chiavette Internet, abbia un potenziale di mobilitazione superiore a quello di tutto il centrosinistra. E forse sarà il caso di finirla con gli stereotipi, le caricature, questo continuo raffigurare quei ragazzi come dei sovversivi privi di idee e abituati a maneggiare solo slogan massimalisti. Se c’era una cosa che colpiva, ieri, attraversando quella folla, era il senso di compostezza e la serenità festosa di chi è andato in piazza San Giovanni. Studenti e professori, precari di ogni segno e colore, ultralaureati   che friggono patatine al McDonald’s e intanto preparano il master sapendo di andare incontro a una commissione truccata. Li dipingono come una pattuglia di tifosi scalmanati, sono gente con la testa sulle spalle, che legge e si informa su Internet e sui giornali, che fa parte di quella minoranza illuminata che ancora divora libri. C’è un punto molto importante, che ancora va raccontato, se si prova a dipingere questa piazza: il Popolo viola è uno dei movimenti organizzati nella lunga storia dell’opposizione in Italia che non conosce in nessun modo l’estremismo della violenza verbale e fisica, che bandisce i servizi d’ordine, che si autorappresenta senza mediazioni e senza ricorrere alle agenzie di caporalato del consenso politico. Il momento di massima emozione, ieri, lo   slogan più gridato, quando ha parlato Salvatore Borsellino, era: “Fuori la mafia dallo Stato”. Se i partiti del centrosinistra, prima di rimboccarsi le maniche, pensassero che possono imparare qualcosa anche da questi ragazzi, forse Berlusconi avrebbe qualche difficoltà in più a prolungare il suo crepuscolo politico e mediatico.

di Luca Telese IFQ

1 ottobre 2010

Le misteriosi ragioni di quelle risse in casa Pd

Il problema delle lotte interne al Pd non è che si discuta, questo sarebbe positivo, ma che nessuno riesca a capire quali sono i motivi del conflitto. A parte le antipatie personali, s’intende. Veltroni o Chiamparino non hanno in fondo idee diverse da Bersani sulla scuola, s’intende. Veltroni o Chiamparino non hanno in fondo idee diverse da Bersani sulla scuola, la sanità, la laicità, le tasse l’informazione, l’energia, l’ambiente, il berlusconismo. Sono tutti i figli della stessa tradizione moderata del Pci. Il Pci era moderato, anzi conservatore, perché rivoluzionario, come spiegò Togliatti. Siccome la prospettiva era la rivoluzione a lungo termine, nel breve si poteva accettare qualsiasi compromesso. Con la fine del comunismo, è sparito la promessa di rivoluzione, ma è rimasto il moderatismo. Ribattezzato riformismo. Il riformismo era per il comunisti una parolaccia, un meschino espediente per negare la necessità della rivoluzione anticapitalista. Per i non comunisti è invece sempre stato chiaro che il riformismo, soprattutto in Italia, richiede una dose massiccia di radicalismo anticonformista, mentre promettere una rivoluzione che tanto non si farà mai è facile per qualsiasi grigio funzionario. Questa è la contraddizione di fondo del Pd, eppure non viene mai affrontata.
Walter Veltroni ha fallito quando si è dimesso, invece di affrontare la grande battaglia per trasformare la cultura dell’ex Pci in una vera cultura riformista. Ha fallito quando ha scelto di non nominare l’avversario e di non nominare neppure il Vaticano, l’evasione fiscale, la Confindustria, le corporazioni, il precariato e insomma tutti i fattori di potente conservazione che impediscono ora e sempre, in Italia, una grande politica riformista. Ma in ogni caso, Veltroni è stato e rimane il più moderno dirigente espresso dal vecchio Pci, il miglior politico della sua generazione. Se ha fallito lui, non si capisce perché dovrebbe riuscire uno come Bersani. A parte questo, il Pd non è inchiodato al 24 per cento, nel crollo del berlusconismo, perché è diviso. Ma è diviso perché è inchiodato al 24 per cento. La questione è che per uscire dall’angolo non serve sostituire Bersani con Veltroni o Chiamparino o Profumo o Roberto Saviano o magari Leonardo Di Caprio, ma trovare il coraggio riformista di dire un chiaro “no” al precariato, ai tagli all’istruzione pubblica, al conflitto d’interessi, alla politica industriale fondata sulla disoccupazione giovanile, all’impoverimento dei ceti medi, alle ingerenze della Chiesa, allo scellerato ritorno al nucleare. Se questo coraggio nessuno riesce a darselo, pensando di dare un dispiacere a Casini e al cardinal Bertone, allora di che cosa si discute?

di Curzio Maltese

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