Posts tagged ‘Ansa’

13 marzo 2013

Tobin Tax, l’imposta controproducente

La Commissione Europea ha proposto di adottare la famosa tassa sulle transazioni finanziarie, che ostacola il buon funzionamento dei mercati. In Italia l’abbiamo appena introdotta, penalizzando gli investitori.

[Foto Ansa]

Le transazioni finanziarie sono piuttosto “voluminose”. Nasce così la tentazione di tassarle per avere un gettito cospicuo che può servire ad altri scopi.

Poiché – si teorizza – le troppe transazioni finanziarie sono “sterili”, ecco che si può prelevare una quota di denaro da queste senza procurar danni per degli scopi che siano, al contrario, “fertili”.

Il nome che viene dato a questa tassa è “Tobin tax”, dal nome dell’economista che la teorizzò 40 anni fa ma per il solo mercato delle valute. La tassa è molto bassa (di molto inferiore all’1% del valore della transazione), ma, poiché gli scambi sono cospicui, il gettito non è spregevole: in Europa, secondo i conti di Bruxelles, sarebbe intorno ai 30 miliardi di euro.

Saggiamo l’idea che le transazioni finanziarie possano essere facilmente classificate come “sterili” oppure “fertili”.

L’impresa X vara un aumento del capitale – emette azioni – per aprire un megaimpianto con annessi occupati. È un’operazione che si potrebbe definire subito come “fertile”. Chi sottoscrive l’aumento del capitale può ragionevolmente temere che il titolo possa un giorno registrare un prezzo inferiore, perché l’impianto potrebbe andare peggio delle previsioni. Preferisce “coprirsi”, ossia accendere un’operazione finanziaria che, nel caso di una caduta del prezzo dell’azione, non gli faccia perdere denaro.

Trova chi pensa che le cose, invece, andranno bene, e quindi accetta di comprargli le azioni a un prezzo definito a una data definita. In questo modo scende il “premio per il rischio”, perché chi compra non chiede un prezzo minore per le azioni, perché ha paura di poter perdere. Riducendosi il premio per il rischio, l’impresa emette azioni a un prezzo maggiore, e quindi riduce il costo del capitale. Altrimenti detto, l’impresa affronta gli investimenti “reali” con maggiore tranquillità. Le transazioni “sterili” – come quelle di copertura dei rischi – aiutano l’economia “fertile”.

La Tobin Tax applicata alle transazioni finanziarie se riduce gli scambi – perché costa di più comprare e vendere – non favorisce il buon funzionamento dei mercati, perché li rende meno liquidi.

È questa l’obiezione maggiore che fanno quelli che sono contrari alla Tobin Tax. Poi vi sono le obiezioni minori, che assomigliano alle critiche che si rivolgono quando si alzano le tasse (le accise) sui carburanti. Costando molto di più il carburante alla pompa, si usa meno l’auto. La riduzione della domanda di carburante alla fine riduce il gettito delle accise. Invece di incassare di più, ecco che si incassa lo stesso. Altra obiezione minore è che le transazioni si sposterebbero su altri mercati se si alzano le imposte in uno o alcuni mercati.

Per quel che riguarda l’applicazione della Tobin Tax in Italia, si resta perplessi quando si scopre che la tassa scatta sulla variazione della posizione netta giornaliera dell’investitore e non sulle transazioni nel corso della giornata, come dovrebbe essere nello “spirito” della Tobin Tax. Ossia, se compro mille azioni e me le tengo, ecco che pago la Tobin Tax sul controvalore delle stesse (mille euro allo 0,1% sono un euro di Tobin Tax). Se, invece, compro e vendo nel corso di un giorno mille euro, ecco che non pago nulla.

Insomma le transazioni continue non pagano la tassa, mentre la pagano quelli che comprano le azioni per scopi di portafoglio. Il mercato resta quindi liquido, il che, per le ragioni suesposte va bene, ma si penalizza, seppur molto marginalmente, chi investe.

di Giorgio Arfaras, Limes.com

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11 gennaio 2012

Dimissioni tecniche “Non doveva restare”

Carlo Malinconico inaugura il filone delle dimissioni con stile e sobrietà. Un altro successo inedito del governo tecnico del professore Mario Monti. In realtà, il sottosegretario all’Editoria ha provato a resistere (sempre con stile e sobrietà, ovviamente), ma è stato il premier a suggerirgli “l’opportunità e la responsabilità” di questo gesto, dopo lo scandalo delle vacanze all’Argentario pagate dalla cricca di Anemone e Balducci.

LA SVOLTA ieri prima di mezzogiorno, preparata nella notte, come già nel caso di Claudio Scajola (altra “vittima” politica della cricca). Lunedì sera, infatti, le luci a Palazzo Chigi sono rimaste accese fino a tardi. In un primo momento, dallo staff di Monti, si negava l’ipotesi delle dimissioni di fronte alla debole difesa di Malinconico affidata all’Ansa dopo lunghe ore di silenzio (non solo sue ma dell’intera politica). Ma ieri mattina, con la lettura dei quotidiani, ormai svegliatisi dal letargo-embargo di due giorni sulla notizia (da Malinconico dipende gran parte dell’editoria finanziata dallo Stato), il Professore ha capito che non c’era più nulla da fare. La resistenza del sottosegretario (modello Scajola, per la serie “il conto è stato pagato a mia insaputa”) non poteva reggere più. Di qui l’incontro risolutore. A Monti, Malinconico ha riassunto in sintesi la sua versione: “In quel tempo ero amico di Balducci, che certo non era considerato un delinquente. Lui aveva una casa all’Argentario e gli manifestai il desiderio di fare le vacanze lì. Balducci mi rispose che ci avrebbe pensato lui. Non ho mai saputo nulla di Piscicelli”. Un errore però ammette di averlo fatto: “Due anni fa quando c’è stata l’inchiesta avrei dovuto subito tirarmene fuori pagando allora il conto e non adesso. Oggi ne pago le conseguenze. Caro presidente, il mio incarico è a disposizione, se vuoi mi dimetto”.    Monti non se l’è fatto ripetere due volte e ha accettato, disinnescando una mina pericolosa sul cammino del governo tecnico e sobrio che chiede sacrifici agli italiani. Ecco perché ha mostrato il suo “apprezzamento per il senso di responsabilità” del sottosegretario. Malinconico ha però negato pressioni di Monti: “Mi auguro che questo mio gesto del tutto spontaneo rassereni il clima generale e contribuisca al proficuo proseguimento dell’impegnativa azione di governo”. La colpa, come ai tempi del berlusconismo di governo, è dei giornali: “Mi sono recato dal presidente del Consiglio per un incontro da me sollecitato nei giorni scorsi per rassegnare le dimissioni di fronte al crescente attacco mediatico che mi ha coinvolto, mio malgrado. È stata una decisione sofferta ma convinta che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede”.

QUALCHE ORA più tardi, in Transatlantico, si è anche sparsa la voce di un altro tecnico dimissionario: il ministro Patroni Griffi, per la casa al Colosseo acquistata dall’Inps a prezzi stracciati. Un’indiscrezione circolata con insistenza, ma che non trova riscontro negli ambienti dell’esecutivo e che appare per il momento un wishful thinking dei partiti.

LA POLITICA, però, ha assistito alla vicenda Malinconico con un sonnolento distacco, presa perlopiù dalla doppia partita che si giocherà domani: il voto per l’arresto di Cosentino nel-l’aula di Montecitorio e la sentenza della Consulta sul referendum per la legge elettorale. Del resto basta scorrere l’elenco delle reazioni, poche decine in confronto alle centinaia del passato in casi analoghi. E nessuna sete di vendetta, tipo “i tecnici non sono diversi da noi”. Anzi, soprattutto da centro e da sinistra, leggi Udc e Pd, c’è riconoscimento per la “diversità”del gesto rispetto all’era del Cavaliere e del centrodestra. Dice Francesco Boccia del Pd: “La velocità con cui tutto si è risolto conferma che se anche in passato avessero fatto così oggi vivremmo in un Paese diverso”. Per Cesa, segret ario Udc (partito zeppo di inquisiti), Malinconico è stato “un galantuomo” e comunque basta con “la cultura del sospetto”. Dai falchi del Pdl, invece, la solita solfa: per Donato Bruno “il caso Malinconico è stato montato dai giornali”.    Dall’opposizione toni più realistici: secondo Di Pietro le dimissioni sono “arrivate in ritardo”. Per la successione al dipartimento dell’editoria le opzioni sono due: assegnare la delega a Paolo Peluffo, sottosegretario alla comunicazione (che non ha mai gradito il “condominio” con Malinconico) oppure un interim di Monti. I tempi, in ogni caso, non sarebbero brevi.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

29 marzo 2011

“Ho fatto i nomi, la mafia mi vuole morto”

“Sai cosa volevo fare da giovane? Il cronista sportivo”. Invece sono quattro anni che vive sotto scorta. La mafia lo vuole uccidere, vuole eliminare Lirio Abbate per quello che ha scritto e continua a scrivere, prima all’Ansa, poi nel libro “I complici” (con Peter Gomez) e ora sull’Espresso. L’ultimo avvertimento l’ha svelato La Stampa su un’indagine della procura di Messina per un progetto di attentato di Cosa nostra e ‘Ndrangheta contro “quel giornalista”. Lirio sfoglia distrattamente il giornale, legge la notizia. Non appare stupito. Se possibile, sembra abituato: “È che in parte già lo sapevo, ero stato avvertito dalle forze dell’ordine: sono bravissime a prevenire e intervenire. E comunque è ‘solo’ l’ennesimo avvertimento-minaccia contro di me, sia a Palemmo (ci tiene a mantenere una lieve inflessione isolana ), sia a Roma…”.    Come è iniziato tutto?    Quando la squadra mobile di Palermo ha scoperto l’intenzione di un gruppo di Brancaccio di farmi fuori.    In quel periodo di cosa ti occupavi?    Di più cose, su più fronti. Come sempre. Però ho capito una cosa…    Quale?    Che in Sicilia gli investigatori sono in grado di svelare le mosse dei mafiosi. Vedi, rispetto al passato quando ci furono giornalisti ammazzati dalle mafie, oggi possiedono gli strumenti e l’esperienza per contrastare.    Quanti e quali segnali di pericolo hai subito?    Ti faccio un esempio: dopo le prime minacce, ritennero opportuno allontanarmi dalla Sicilia. Andai a Roma, ma dopo qualche mese tornai a Palermo. Pochi giorno trovarono un ordigno in un’auto parcheggiata sotto casa.    Poi ci fu l’episodio con Leoluca Bagarella.    Impressionante, quanto inedito. Durante un processo, chiese di poter rilasciare delle dichiarazioni. E mi attaccò personalmente.    Ti ricordi cosa disse?    Eccome, ma non è il caso di ripetere le parole esatte (articolo in calce sull’episodio).    Perché Bagarella ce l’aveva con te?    Avevo svelato l’assetto di Cosa Nostra in quel periodo, gli accordi, le nuove strategie maturate in carcere tra i corleonesi e i catanesi. Ma il problema era un altro: Bagarella, dal 41-bis, sapeva cosa scriveva l’Ansa e chi era l’autore.    Si interessava di informazione?    Eccome. Per loro è molto più importante quello che pubblicano i giornali di un avviso di garanzia o di una condanna, ergastolo escluso. Per Provenzano o Riina non è grave sentirsi definire ‘mafiosi’, anzi è un titolo di orgoglio, di riconoscimento. Il problema nasce quando gli sputtani il consulente o il manager complice con il quale fa affari. Quando tocchi i ‘colletti bianchi’, gli insospettabili. Quando arrivi alla zona grigia, quella inesplorata fino a pochi anni fa. E fai i nomi.    Tra le persone indicate da Brusca    come “eliminabili”, c’è anche il tuo editore, Carlo De Benedetti.    Fa capire ancora di più quanto i boss tengano all’informazione. Immagina cosa potrebbe essere l’Italia senza le notizie che riportano il Fatto, Repubblica o l’Espresso.    Dalla mafia classica, si è passati a denunciare quella in giacca e cravatta. Qual è il prossimo passo?    La politica: dalla pubblica amministrazione al Parlamento. Cosa Nostra ha messo la sicura ai kalashnikov, punta ad altro e di esempi ne abbiamo molti, troppi.    Ma in quest’ultimo periodo la politica celebra la cattura di molti latitanti eccellenti…    Vedo altro.    Cosa?    Che racconto che un politico è in contatto con i mafiosi e questi parlano bene di lui; che anche i collaboratori fanno il suo nome e quindi viene indagato; se racconto le cene, gli incontri con i boss e così via, non succede niente. Anzi, leggo di un presidente del Consiglio che lo chiama e gli dice: ‘Bravo, hai tutti i numeri per diventare ministro’.    Purtroppo non è una favola…    È quello che accade nel nostro Paese in questi giorni. Basta vedere la nomina all’Agricoltura di Romano: un chiaro segnale ai mafiosi.    È possibile abituarsi a una vita sotto scorta?    All’inizio mi vergognavo. A volte mi capita ancora. Poi penso che c’è gente che non conosco, come Bagarella, che può decidere della mia vita. E scopro che, se vogliono, mi possono raggiungere ovunque e comunque. Comunque in alcuni momenti non si può non aver paura.    Ti sei mai pentito della scelta professionale?    Volevo fare il cronista sportivo, come ti ho detto. Poi ho trovato dei bravi maestri che mi hanno insegnato cos’è il giornalismo in Sicilia, e penso a Lucio Galluzzo, ma anche alla lezione di Mario Francese, Pippo Fava, Mauro Rostagno. Colleghi ammazzati dalla mafia.    Chi altro?    La famiglia Impastato, la memoria di Peppino, il rapporto con Giovanni, con la mamma Felicia che ora non c’è più.    Vedi una fine a tutto questo?    Per forza. Non si può vivere in eterno così.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

Il 4 ottobre scorso, mentre volgeva al termine l'udienza del processo per l'omicidio di Giuseppe Caravà dinanzi alla prima Corte d'Assise, il boss Leoluca Bagarella ha chiesto la parola per rilasciare una dichiarazione. Il boss era collegato in videoconferenza dal carcere di Parma perché imputato al processo insieme a Giovanni Brusca e Giuseppe Agrigento, anch'essi collegati con l'aula attraverso la videoconferenza. Bagarella in pratica ha smentito la notizia che fosse avvenuto uno scambio di anelli tra lui e Nitto Santapaola a suggello di un patto mafioso nelle carceri. Bagarella non ha citato Santapaola ma la fonte giornalistica sì ed ha esordito dicendo: <<Il 22 luglio 2007 sono stato trasferito da Spoleto a Parma. Il 28, 29, 30 e 31 agosto l'Ansa di Palermo e poi tutte le televisioni, di Stato e private, hanno divulgato false notizie. Hanno detto che sono stato trasferito dall'Aquila a Parma, prima bugia...>>. Il presidente della Corte Salvatore Di Vitale lo ha interrotto prontamente: <<Lei può parlare solo di fatti che riguardano il processo>>. E Bagarella: <<Lei non deve prendere nessuna iniziativa. E' una dichiarazione che faccio io...>> e Di Vitale di rimando: <<Sono qui per prendere iniziative>>. L'avvocato Giovanni Anania è intervenuto assicurando <<adesso arriverà al processo>>. Bagarella, mostrando la mano con la fede al dito, ha proseguito: <<Io volevo smentire i giornali e le televisioni, ma i direttori delle carceri di Spoleto e Parma mi hanno censurato e non hanno fatto uscire la mia lettera... Hanno scritto che mi sono scambiato le fedi con un altro detenuto che non conosco...Hanno detto che volevo fare un patto. Ma quale patto? Io ero a Spoleto e lui a Parma; ma come doveva avvenire, questo scambio?>>. Il proclama di Bagarella ha allarmato tanti perché un boss al 41 bis non dovrebbe conoscere le notizie Ansa e chi le scrive e poi perché conterrebbe una minaccia al giornalista Lirio Abbate, già nel mirino della mafia per una serie di intimidazioni, autore di quella notizia Ansa sullo scambio degli anelli. Per l'avvocato difensore non ci sarebbe nulla di strano nelle parole del suo assistito perché, ha detto, <<Bagarella legge il giornale ogni giorno. Tutti hanno l'abbonamento, sono aggiornati e seguono la vita all'esterno>>. Per Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia, <­<­si tratta dell'ennesimo proclama politico che conferma la pericolosità di Bagarella...siamo di fronte all'ennesima minaccia contro Lirio Abbate e non credo che sia un caso se pochi giorni dopo l'uscita di quella notizia sia stato ritrovato un ordigno sotto l'auto del giornalista. E' davvero ridicolo che uno dei carnefici principali di Cosa Nostra sostenga di non conoscere un altro dei boss al vertice dell'organizzazione come Nitto Santapaola. Siamo di fronte alla conferma di rapporti sotterranei nelle carceri, non ad una smentita e questo deve allarmare tutti>>. Dora Quaranta, Antimafiaduemila

 

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