Utili a picco, il giovedì nero di Mediaset

Il conflitto d’interessi all’italiana approda in un’aula di tribunale a Lussemburgo e Silvio Berlusconi perde due volte, come politico e come imprenditore. Mediaset infatti dovrà rimborsare allo Stato i contributi pubblici elargiti tra il 2004 e il 2005 a chi ha acquistato un decoder digitale. Lo ha deciso ieri la Corte di Giustizia europea che ha respinto il ricorso del gruppo televisivo contro la sentenza di primo grado.   

PER MEDIASET è senz’altro una brutta notizia, ma nel menu di una giornata storta quello era solo l’antipasto. Già, perchè a distanza di poche ore dalla dalla pubblicazione della sentenza sono arrivati anche i conti semestrali dell’azienda controllata da Fininvest. Conti ben poco brillanti, a conferma delle attese più pessimistiche degli analisti. Nei primi sei mesi del 2011 Mediaset ha guadagnato il 30 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2010. Gli utili si sono fermati a quota 164 milioni contro i 241 milioni di un anno fa su un fatturato di 2,2 miliardi anche questo in calo dell’1 per cento. Aumentano anche i debiti. La posizione finanziaria netta è negativa per 1,8 miliardi di euro, 300 milioni peggio del dato al 30 giugno 2010.    Per tentare la rimonta l’azienda guidata da Pier Silvio Berlusconi punta ad aumentare il controllo delle frequenze disponibili. E in questa direzione va l’acquisto di Dmt proprietaria di centinaia di torri televisive . L’operazione, in corso da mesi, è stata chiusa ieri e Mediaset diventa di gran lunga il primo operatore nazionale con ben 3.300 postazioni contro le 2.500 della Rai, incrementando il proprio vantaggio nei confronti dei concorrenti. Senza contare che Dmt porta in dote centinaia di milioni di nuovi incassi legati all’affitto delle torri alle altre emittenti. Intanto però Mediaset deve fare i conti con la pubblicità in calo. Nei primi sei mesi dell’anno la raccolta è diminuita del 3,2 per cento. Ed è una magra consolazione constatare che il risultato è comunque migliore della media di mercato. Se poi agli spot in calo si aggiungono i dati delle attività spagnole del gruppo (Telecinco e Quatro) con profitti in diminuzione di circa il 15 per cento, ecco spiegato il semestre deludente del gruppo. Da qui alla fine dell’anno le cose non dovrebbero mi gliorare granché. E infatti è la stessa Mediaset a prevedere, in un comunicato, un livello di utile nel 2011 che sarà inferiore a quello del 2010.    Gli oneri del rimborso deciso ieri dalla sentenza di Lussemburgo non dovrebbero comunque incidere in modo rilevante sui profitti del gruppo. Infatti Mediaset ha già accantonato in bilancio e pagato i 6 milioni circa legati alla vicenda dei decoder. Una vicenda che ha fatto segnare una prima svolta nel 2007, quando fu la stessa Commissione europea a pronunciarsi sulla questione. La legge varata nel 2004 dal governo italiano presieduto da Berlusconi era contraria alle norme comunitarie perché i 150 euro (70 euro nel 2005) assegnati a tutti gli acquirenti di un decoder “configurano un aiuto di Stato contrario al mercato comune”. In sostanza il governo di Berlusconi ha dato una mano alla Mediaset di Berlusconi nel lancio del business digitale. E adesso questo aiuto va restituito.   

TRA IL 2004 e il 2005 uscirono dalle casse pubbliche ben 220 milioni, che però, secondo i giudici di Lussemburgo, favorirono indebitamente gli operatori della tv digitale a scapito, per esempio, delle tv satellitari. E infatti il procedimento nasce proprio da un esposto di Sky Tv appoggiata da un’altra emittente, Centro Europa 7. Entrambi i ricorsi di Mediaset, il primo contro il verdetto del 2007 e poi contro il giudizio di primo grado, sono stati respinti. La questione resta aperta in Italia perché il gruppo televisivo si è opposto anche alla sentenza del Tribunale di Roma che l’anno scorso ha imposto il pagamento del rimborso. A determinare il “quantum” del pagamento è stato lo stesso governo italiano, per la precisione il ministero dell’Economia, secondo quanto la stessa Commissione europea aveva deciso già nel 2007.    A ben guardare questo è un altro caso di conflitto di interessi. È stato un ministro di Berlusconi a stabilire quanto debba pagare un’azienda di Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

La sede Mediaset di Cologno Monzese (FOTO EMBLEMA)

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