A Verona l’autodromo non esiste ma il Cda si spartisce stipendi d’oro

La pista non c’è. Di bolidi neanche l’ombra, a correre sono soltanto gli stipendi. L’Autodromo del Veneto ha un primato: non esiste ancora (per fortuna, secondo molti), ma già la politica si è divisa i posti nei cda e i lauti gettoni di presenza che nell’ultimo bilancio arrivavano a 114 mila euro l’anno.    Siamo nella campagna di Verona. Qui dovrebbe sorgere Motorcity, una delle più grandi e contestate opere del Veneto targato centrodestra: un autodromo da un miliardo. Un progetto che solleva mille interrogativi. Primo, perché a lanciarlo fu Chicco Gnutti, diventato poi famoso per le spericolate scalate bancarie del 2005. Secondo, perché prevede un mega-autodromo a centocinquanta chilometri dai più prestigiosi circuiti italiani, Monza e Imola (che già se la vedono con la crisi). Terzo, perché l’operazione, che profuma di affare immobiliare, è condotta da una società a maggioranza pubblica (Regione Veneto e comuni).    Ma la quadratura del cerchio è stata trovata: il progetto ha messo d’accordo centrodestra e pezzi del centrosinistra con le cooperative rosse che fanno la parte del leone.    MOTORCITY, però, annaspa. A volte non bastano gli sponsor politici. Così, lo ha raccontato la penna finissima di Renzo Mazzaro sul Mattino di Padova, negli ultimi mesi si è cercato di “rifilare” la società a destra e a manca, perfino ai libici. Ma già prima della guerra i connazionali di Gheddafi si sono sfilati.    Qualche giorno fa le cronache hanno registrato l’ultimo capitolo della saga: le nomine legate alla finanziaria regionale Veneto Sviluppo, soprattutto quelle del cda della Autodromo del Veneto spa. I posti al tavolo delle società controllate dalla Regione di Zaia riflettono gli equilibri politici meglio dell’aula del consiglio regionale. Nel cda dell’autodromo fantasma siederanno Martino Dall’Oca e Roberto Bis-soli , vecchie conoscenze dei corridoi della politica. Dall’Oca, indicato come molto vicino al Pdl, è il presidente uscente della società che finora non ha realizzato nemmeno un metro di circuito. Bissoli è un ex democristiano. Ed ex Udc. Oggi si parla di lui come del referente del neoministro dell’Agricoltura Saverio Romano, nominato – dopo polemiche accese perché è indagato in Sicilia – il 23 marzo scorso; nemmeno un mese dopo ecco che il suo amico veneto plana nel cda dell’Autodromo. E la Lega? Non sarebbe rimasta a bocca asciutta: nel collegio sindacale siede Dario Bonato, ben visto dal Carroccio. Gli uomini vicini all’ex componente di An invece, come si dice, dovranno attaccarsi al tram, anzi, al bolide. Sono rimasti a mani vuote. Ci sono altre società contese: nella Attiva, come ricorda Il Corriere del Veneto, dovrebbe spuntarla Gian Michele Gambato, anche lui gradito al Pdl, ma apprezzato anche da Tiziano Baggio, manager della Regione vicino a Zaia.    Perché i partiti lottano con la spada tra i denti per i posti nel-l’Autodromo spa anche se la pista non si vede? Intanto ci sono quei 114 mila euro di gettoni ai consiglieri. Ma soprattutto qui è in ballo un progetto da un miliardo che fa gola. L’impresa farebbe tremare i polsi: costruire un autodromo in tempi di crisi nera. Per di più realizzando una speculazione immobiliare con una società a maggioranza pubblica, di cui la Regione Veneto detiene (attraverso Veneto Sviluppo) il 26,93% e i comuni di Vigasio e Trevenzuolo il 12,23% ciascuno (in totale fa 51%).    Ma perché si è decisa quest’opera? Motorcity con il suo parco divertimenti, secondo i calcoli presentati dai progettisti e tutti da verificare, offrirebbe quindicimila posti di lavoro. Ma nessuno ha quantificato i posti che toglierebbe per esempio alla vicina Gardaland, o all’agricoltura, ricoprendo di cemento 460 ettari della campagna più fertile d’Italia. Per non dire dell’impatto ambientale delle 180.995 presenze previste nei giorni di punta.

ANCORA: qui non verranno mai a correre i bolidi di Formula 1. Ci saranno soltanto gare minori. E allora? Per chiarire il mistero forse bisogna sentire Franco Bonfante, consigliere regionale Pd: “Non è un autodromo, ma un centro commerciale, chiamiamolo con il suo nome. Sono 190.000 metri quadrati di negozi, tutti i centri commerciali della provincia di Verona messi insieme non superano i 160.000”. E Bonfante racconta come sarebbe passata la legge che ha aperto le porte all’autodromo: “È successo grazie a una leggina votata di notte, alla scadenza della legislatura nel 2005. Una di quelle norme incomprensibili: al comma tal dei tali invece di ’nei’ si scriva ‘ai’. Tutti votarono senza sapere, esclusi ovviamente i promotori della furbata. La norma precedente dava la possibilità di derogare ‘nei limiti della programmazione’, divenne ‘derogare ai limiti della programmazione’. Cioè libertà assoluta”. Come dire: basta cambiare un articolo per modificare per sempre il paesaggio di una regione.    Ora Bonfante ha presentato un progetto di legge per ricomprendere l’autodromo nella programmazione regionale: allora si vedrà davvero quali partiti stanno con Motorcity. E da che parte sta Zaia.

di Ferruccio Sans, IFQ

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