Il guaio è il rapporto tra politica e affari

Gentile on. Bersani, grazie per aver raccolto alcuni degli interrogativi che le abbiamo posto sul Fatto Quotidiano. E anche per esser uscito dalle generiche declamazioni di principio, entrando per la prima volta nel merito delle questioni che La riguardano. Credo che gliene siano grati, oltre ai nostri lettori, anche i suoi elettori. La invitiamo fin d’ora a un confronto più diretto nella nostra redazione, magari davanti alle telecamere della nostra nascente web-tv, come abbiamo già fatto con l’on. D’Alema. Infatti non tutte le Sue argomentazioni mi hanno convinto e provo, in estrema sintesi, a spiegarLe perché.

1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.

2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?

3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?

4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole, negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?

5. Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.

6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre?

7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata del conflitto d’interessi di Berlusconi. E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni… gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali…”. Io una ripassatina gliela darei.

di Marco Travaglio, IFQ

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