Lo chiamavano “salvataggio dell’italianità”: ci è costato 4 miliardi. E Air France è sempre dietro l’angolo

Se le Ferrovie piangono, Alitalia non ride. E se le condizioni di un paese si misurano anche con la qualità del suo sistema di trasporti, le vicende Fs e Alitalia, a cui si aggiunge un caro benzina da incubo, oltre 1,60 euro al litro, sono la spia di un inesorabile scivolamento verso la serie B. I dirigenti della compagnia un tempo pubblica e oggi nelle mani di un manipolo di privati “patrioti” voluti da Silvio Berlusconi e guidati dalla coppia Rocco Sabelli e Roberto Colaninno, hanno impiegato quasi due giorni per rendersi conto che l’incendio scoppiato sabato notte alla stazione Tiburtina stava sconvolgendo l’Italia dei treni, e quindi era un’occasione da cogliere al balzo per loro manager di un’azienda dei voli . E che il tempestivo intervento Alitalia sarebbe stato non solo un affare per la compagnia, ma anche una mano santa per i viaggiatori che avrebbero trovato un’alternativa al treno.

Solo nel pomeriggio di lunedì, dopo che gli italiani in viaggio erano rimasti da domenica in balìa di se stessi, senza alternative ai treni, e dopo che ai centralini della compagnia aerea stavano arrivando richieste di biglietti superiori del 30% alla media stagionale, un comunicato ufficiale ha informato che Alitalia stava opportunamente ampliando la sua offerta. Non con un incremento del numero di voli tra Roma e Milano, però, impossibile da attuare perché grazie al benevolo intervento di Berlusconi di tre anni fa, Alitalia ha di fatto acquisito il monopolio su quella tratta potendo contare sul numero massimo di slot disponibili, cioè di bande orarie per il decollo e l’atterraggio.

Riflessi zero

La compagnia ha potuto aumentare solo l’offerta di posti, sostituendo dove ha potuto aerei più piccoli come gli Embraer o gli Md 80 con velivoli più capienti, tipo Airbus A321 da 200 posti o Airbus A320 da 165 posti. Il numero aggiuntivo di sedili, pari circa al 50% di quelli di solito dedicati alle classi economiche, è stato offerto alla clientela a tariffe basse, all’interno di un sistema tariffario che sul Roma-Milano di solito si articola su 4 fasce e la bellezza di 10 prezzi diversi, da un minimo di circa 140 euro a un massimo di 700. Gli altri posti sono stati invece venduti con i criteri tradizionali, cioè non è stata considerata l’eccezionalità del momento e quindi non è stato affatto abbandonato o mitigato il sistema di incremento del prezzo, anche notevole, per le prenotazioni arrivate a ridosso della partenza del volo. Considerato che i posti a prezzi economici erano limitati e che date le condizioni molti viaggiatori si sono trovati proprio nella situazione di dover prenotare all’ultimo tuffo, è facile intuire che siano stati costretti ad accettare prezzi non proprio popolari, in qualche caso amatoriali. La decisione Alitalia di aumentare la capienza ha comunque contribuito a far tirare un po’ il fiato al sistema nazionale dei trasporti alleviando almeno in parte i disagi dei viaggiatori che come perseguitati dal Generale Agosto, ogni estate sono alle prese con qualche grana.

A distanza di tre anni dalla privatizzazione voluta da Berlusconi, il bilancio dell’attività Alitalia non è esaltante e di mese in mese appare sempre più inevitabile lo sbocco già allora previsto da molti esperti e cioè che la compagnia italiana, di fatto rimpicciolita e semiregionalizzata, alla fine finisca per entrare da una posizione subalterna e ancillare nell’orbita della potente Air France.

Frontiera 2013

Oggi la compagnia francese detiene il 25% del capitale azionario Alitalia e, in base al cosiddetto “lock up”, non potrebbe incrementare la sua quota prima del 2013. Da quella data, però, cade ogni vincolo e la parola torna al mercato. Di certo per Alitalia non sono state affatto mantenute le mirabolanti promesse profuse a piene mani dal capo del governo, proclamatosi allora “presidente aviatore”. A quei tempi Berlusconi vagheggiava 4 miliardi di investimenti che “sarebbero potuti diventare anche 5 o 6”. Mai visti. Assicurava che sarebbero aumentati i dipendenti e si sarebbe sviluppato l’indotto, ma mentre allora i dipendenti erano 21 mila, oggi sono 14 mila e l’indotto si è sgonfiato. Ma soprattutto non si sono avverate le profezie economiche di fondo collegate al lancio berlusconiano della nuova Alitalia e cioè la previsione che essa avrebbe favorito lo sviluppo del turismo e smesso di pesare sulle spalle dei contribuenti.

Tutti a Zanzibar

Per quanto riguarda il turismo, a parte la crisi nera che sta investendo il nostro paese, proprio qualche settimana fa, per ironia della sorte, Alitalia ha deciso di avviare una scelta che invece di incrementare il trasporto dei turisti verso l’Italia, punta a direttrici di segno opposto, con il lancio fin da questo autunno di voli charter dall’Italia verso mete esotiche, dalle Maldive a Zanzibar. Per quanto riguarda i contribuenti, Berlusconi non ha mai conteggiato, come se non esistessero, i costi sociali di circa 8 mila dipendenti in meno e i costi degli ammortizzatori che lo Stato deve pagare per 4 anni. A conti fatti, il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia è costato circa 4 miliardi di euro ai contribuenti, così come emerge anche dalle carte del liquidatore Augusto Fantozzi, dimissionario da alcuni giorni, da quando ha capito che il governo avrebbe voluto tenerlo sotto tutela affiancandogli due co-commissari mettendolo nella condizione di non poter avviare in coscienza e autonomia la richiesta di danni ai vecchi amministratori per la mala gestione della compagnia.

di Daniele Martini, IFQ

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