La guerra lampo dei fratelli Marx

Dunque, ricapitolando. Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista”, cioè con il regime libido di Muammar Gheddafi, ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd (contrari solo Idv, Udc, radicali e due pd dissidenti, Colombo e Sarubbi), impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”. Naturalmente, da due giorni stiamo bombardando la Libia per eliminare il nostro amico e sostenere i ribelli che gli si oppongono armi in pugno. Ma, nella foga, ci siamo dimenticati di disdettare il trattato di amicizia. Che dunque è tuttora valido. Deve trattarsi di un’abile mossa, l’ennesima, per confonderlo: visto che non riusciremo mai a colpirlo, tentiamo almeno di intontirlo con la nostra politica estera meteoropatica, che varia a seconda del tasso di umidità. Nella speranza che il beduino, disorientato dalle piroette di B., Frattini, La Russa e Bossi, si buschi la labirintite. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dell’ex simbolo della doppiezza levantina, ora assurto a monumento alla coerenza se paragonato al suo italico baciatore. Quando esplode la rivolta, col trattato italo-libico in tasca, si sente in una botte di ferro almeno con noi. E bombarda tranquillo i civili. L’amico Silvio, compare di baciamani e bunga bunga, dichiara: “Gheddafi non lo chiamo per non disturbarlo”. Non s’interrompe un’emozione, tantomeno una repressione. Frattini Dry, noto agli ambienti diplomatici come “il fattorino”, spiega: “Sosteniamo con forza i governi laici che tengono alla larga il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. L’Onu invece decide di disturbare un po’ e autorizza i bombardamenti. L’Italia aderisce. Ma B. rassicura: “I nostri aerei in Libia non hanno sparato e non spareranno mai. L’Italia non è in guerra e non ci entrerà mai”. Per chi un po’ lo conosce, è il preannuncio che l’Italia entrerà in guerra. Ma non subito: solo quando starà per finire, come il Duce con la Francia per avere “qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (nel nostro caso, sulla tavola imbandita a gas e petrolio). Lo Stato maggiore fa timidamente osservare che, se i Tornado vanno e vengono dalla Libia, è per sparare, non per visitare. Ma La Russa è costretto a smentire: i nostri aerei fanno talmente paura che il regime, appena li vede, spegne i radar, così risparmiano sui missili. Comunque B. si dice “addolorato per Gheddafi”: per quel che noi e i nostri alleati gli stiamo facendo. Frattini riconosce i ribelli come “unico interlocutore politico legittimo” e aggiunge: “La consegna delle armi non può essere esclusa”. La Russa scalpita per sparare: “Mica siamo affittacamere che danno agli altri le chiavi di casa”. Bossi li fulmina tutt’e due: “Qualche ministro parla a vanvera”. B. esclude l’ipotesi dell’esilio di Gheddafi: “Lo conosco, resisterà a ogni costo”. Poi dice che sta cercando di convincerlo all’esilio. Per fare cosa gradita, Olindo Sallusti allega al Giornale il Libretto verde a prezzi scontati e tutta la stampa berlusconiana dichiara guerra a Sarkozy, anche con l’uso di armi chimiche e batteriologiche (Giuliano Ferrara minaccia addirittura di sganciarsi su Parigi). Un mese fa B. parla con la Merkel, poi annuncia: “Col senno di poi, potevamo restare fuori dalla coalizione come la Germania”. L’altroieri parla con Obama e Sarkozy e si allinea all’ultimo interlocutore: bombardiamo anche noi. Ma senza disturbare, molto addolorati. Infatti precisa che non sganceremo “bombe a grappolo” (anche perché lui non lo sa, ma sono vietate dalle convenzioni internazionali), ma solo “razzi mirati”. E, se non bastano i Razzi, pure gli Scilipoti. Così, se Gheddafi non muore di bombe o di labirintite, muore dal ridere.

di Marco Travaglio, IFQ

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