Un fantasma si aggira per la Russia: la droga

Nel Paese di Putin e Medvedev, l’omertà su un fenomeno che coinvolge 2 milioni e mezzo di persone

Il fatalismo russo. “Mia madre vide cadere la foto di mio figlio dal muro”. “Figliolo, corri da Ivan. Deve essere successo qualcosa”. Era successo che il ragazzo era morto di overdose, nella sua stanza del distretto di Khovrine, nord di Mosca. A scoprire il corpo del giovane era stato il padre, Sergej Kanev. Di professione giornalista, conosciuto proprio per le sue inchieste di cronaca nera. Lui, grande e grosso e con la grinta del mestiere, qualche giorno fa ha scelto di condividere un tale dolore attraverso una lettera aperta alla Novaja Gazeta. “Quando un ragazzo muore di droga, i familiari nascondono la verità, dicono a parenti e amici ha sofferto a lungo oppure si è fermato il cuore all’improvviso. Ma io non voglio tacere”. Kanev, nella lunga lettera di cinque pagine, ricorda Ivan da bambino, la sua prematura fascinazione per i “vory v zakone”, i “ladri in legge”, vere e proprie organizzazioni criminali russe, a metà tra la mafia no-strana e la yakuza giapponese (l’ultimo padrino ucciso nel 2009, Vjaceslav Ivankov, era proprio detto “il giapponese”).

MA PIÙ ANCORA della mafia, Kanev si è imbattuto nella corruzione di chi quel narcotraffico dovrebbe reprimere, cioè la polizia. Un fenomeno, quello della tossicodipendenza, che in Russia, secondo lo stesso presidente Dmitrij Medvedev, coinvolge 2,5 milioni di persone, anche giovanissime tanto da aver proposto il test antidroga obbligatorio nelle scuole. La vera tragedia, però, è rappresentata dall’eroina: in Russia, per questa sostanza, muoiono ogni anno 60mila persone. A parte le cifre differenti, il dramma ricorda quello che è stata l’Italia negli anni ’70 e ’80 quando l’eroina fece il boom. Un esercito di tossicodipendenti: davanti alle farmacie di Mosca o San Pietroburgo (spesso compiacenti) dove si possono acquistare medicine con blanda presenza di codeina o al chiuso delle case degli spacciatori, le file dei “tossici” ricordano quelli delle periferie nostrane di 30 anni fa.

LA CORRUZIONE della polizia russa, invece, è una peculiarità tutta propria. Quando Ivan veniva raccolto in giro per la città dopo qualche furto e qualche giorno di galera, al padre confessava candidamente che la “roba” la comprava dai “menty” (la polizia cittadina, ndr) e che conosceva almeno cinque club in città dove la polizia trafficava in spaccio. Addirittura fu testimone dell’arresto, da parte delle forze speciali russe, di alcuni agenti della “narcotici”, alcuni dei quali funzionari dell’Fsb, il servizio segreto russo. Per questo, quando Kanev trovò nella buca delle lettere il depliant dello “Zar” antidroga Viktor Ivanov in cui era spiegato, con raffinata analisi, ch la colpa della diffusione della droga era il risultato delle modificazioni geopolitiche avvenute in Afghanistan (e quindi, colpa dell’Occidente e della Nato) avrebbe voluto gridargli: “Cercate i colpevoli di fuori e non vedete i vostri poliziotti che ve la vendono sotto il naso”. Peggio con le comunità terapeutiche: una, detta, “Città senza droga”, era stata chiusa (ma poi riaperta) quando all’interno erano stati scoperti “tossici” legati per giorni ad un palo, vestiti da clown.

di Giancarlo Castell, IFQ

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