Rai4, l’“università” dei serial tv

 La Rai migliore è un “dottorato”, come la definisce il suo creatore. “Un dottorato in attesa che succeda qualcosa di più importante. Una rete concepita come una Sky per chi non ha i soldi: una sorta di ribattuta in chiaro”. Carlo Freccero è direttore di Rai4 dal giorno del suo varo, il 14 luglio 2008. Il suo piano editoriale, scritto nel maggio di quell’anno, è stato puntualmente rispettato. Il primo film trasmesso, alle ore 21, fu Elephant. La pellicola impietosa di Gus Van Sant, liberamente ispirata al massacro di Columbine. Un esordio che non lasciava dubbi sulle intenzioni del nuovo canale semigeneralista: coraggioso e spigoloso. Teoricamente diverso da tutto il resto, sebbene trasmetta pressoché unicamente prodotti già editi. Rai4, e con essa Freccero, sono al centro di molte polemiche. Libero, in un rigurgito moraleggiante, ha preso a pretesto la messa in onda – al mattino e al pomeriggio – di una serie spagnola disinibita, Fisica o chimica, per mitragliare una rete scomoda.

   TELEFONATE private spacciate per interviste, articolesse sulla pornografia, arguti dibattiti sul nulla. Con l’unico risultato concreto, a suo modo meritorio, di portare al centro dell’attenzione non tanto il prodotto iberico – adolescenziale e deboluccio – quanto una piccola rete che sta crescendo. Sia per qualità che per ascolti (oltre l’uno percento di share a gennaio 2012). E per questo dà fastidio, a Mediaset e non solo. Se Rai5 – nata il 26 novembre 2010 – è rivolta alla cultura in ogni sua sfaccettatura, attestandosi sin qui a poco più dello 0.2%, Rai4 è una zona franca atta a tramutare il preesistente in inedito: il palinsesto non vuole inanellare un semplice affastellarsi di repliche, ma assurgere a storytelling originale e compiuto. Tra le prime a credere nel digitale , nel 2011 ha portato alla Rai 11 milioni circa di euro in pubblicità. Constatata l’impossibilità di produrre, e a fronte di un budget limitato, l’unica strada era per Freccero la settorialità d’autore. Rai4 si è prefissata di essere la prima tv a trasmettere in chiaro ciò che gli abbonati di Sky già conoscono. In alcuni casi, la prima visione italiana è totale (Breaking Bad). Freccero ha scientemente individuato alcuni raggi d’azione. Le serie tv, anzitutto americane ma non solo (Doctor Who è britannica). La riscoperta di un genere pressoché dimenticato dalla tv generalista come la fantascienza (Battlestar Galactica). La valorizzazione della nicchia, nella piena consapevolezza che è proprio il prodotto “alternativo” a stimolare una fidelizzazione estrema. C’è poi lo smarcamento sistematico dalle serie criminologiche trasmesse da RaiDue, come Criminal Minds o Senza Traccia, proposte peraltro con una disattenzione cronologica inaccettabile (Mediaset non ha agito diversamente con Dottor House). Se le altre reti generaliste usano le serie come tappabuchi, al punto da relegare la mitica 24 con Jack Bauer su Rete4, Rai4 si presenta come “il” luogo di chi ama le serie tv. È vero che i feticisti del genere le hanno già viste, su Sky o in lingua originale, ma Freccero non dirige una corazzata. Piuttosto un’utilitaria con gli interni sufficientemente cool. Rai4 vive di limiti e dal pauperismo obbligato cerca di trarre esaltazione. Accettando di “abbassarsi” qua e là all’action movie (il Ciclo Dolph Lundgren , ovvero l’Ivan Drago di Rocky4). Puntando sugli “anime”, le animazioni giapponesi in versione integrale. Dirottandosi sul cinema d’Oriente e francese, che prova a emanciparsi dei clichè autorali e accetta l’ibridazione con i modelli americani (la lezione di Luc Besson). Rai4 è una rete che “smeriglia” – termine che Freccero ama molto – i cataloghi. Quelli Rai, riproponendo spin-off vecchi di vent’anni (Maddecheaò con Corrado Guzzanti), e quelli esteri. Si permette di trasmettere di fila, dopo la sofferta autorizzazione americana, tutte le puntate di Lost (ogni sera alle 20.20). Contempla tentativi abortiti di dissacrare il mainstream Rai (i fuorionda de L’isola dei famosi) e versioni estese – poi abbandonate – di Blob. Polemiche ce n’erano già state: tre anni fa, su Repubblica, Giovanni Valentini si era scagliato contro le scene più cruente di Angel. Come se una serie tv potesse essere trasmessa a pezzi, in base ai gusti bigotti dei censori di turno.

   I LIMITI di Rai4 non sono certo qualitativi o legati alla volgarità. Vanno ricercati anzitutto nel suo vivere masticando prodotti già noti (ma le prime tv stanno aumentando, e con essi gli approfondimenti autoprodotti). Il rischio è quello di un perenne effetto déjà vu. La rete è poi deficitaria sul versante comico: la risata, la satira. Il Male Cabaret, la striscia di tre minuti con Vauro e Vincino ogni martedì in seconda serata, è un tentativo di sondare territori che Freccero ben conosce. E per questo sa quanto perigliosi. “Volevo riportare a Rai4 comici esiliati dalla tv. Il primo nome era Luttazzi. Mi sarebbe piaciuto anche produrre serie tv italiane che nulla c’entrassero con i soliti Don Matteo. Non me l’hanno permesso”. Rai4 è un jukebox con vinili che frusciano con gusto, evergreen che non stancano e brani che le radio non passano (ma dovrebbero passare). Pochi soldi, niente luci della ribalta. E una sensazione di menti pensanti “parcheggiate” in luoghi secondari per disinnescarli. Idee, qualità, provocazione. Servizio pubblico forse d’elite, ma reale. Sarà per questo che a molti, peraltro i soliti, non piace.

di Andrea Scanzi, IFQ

Una delle serie attualmente trasmesse su Rai4, “Missione in Medio Oriente”.

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