Coste distrutte, 15 radar in Sardegna anti-immigrati

Il mare c’è. Bello, limpido, con correnti non troppo pericolose. Perfetto per trivellare in cerca di petrolio. Il vento non manca: allora non si può rinunciare all’eolico. Alla faccia del danno all’ambiente. Ma soprattutto la Sardegna è un’isola, zeppa di vip, yacht, ville, moto d’acqua e navi che scaricano ostriche. Quindi è fondamentale la costruzione di radar, i migliori, per salvaguardare il territorio dallo sbarco di clandestini, attacchi terroristici, contrabbando e pesca illegale. E visto che ci siamo, meglio organizzare le cose in grande, per questo ecco pronti quindici Elm-2226, di fabbricazione israeliana, quattro assegnati alla Guardia di Finanza, gli altri alle capitanerie di porto. “È una follia. Arriveranno a circondare di filo spinato l’isola, solo per i loro interessi, senza tener conto delle conseguenze, sia riguardo alla salute dei cittadini, sia per la distruzione del territorio. È business, è potere”, spiega Caterina Pes, deputato del Pd, sarda doc, che sulla vicenda ha presentato più interrogazioni parlamentari. Ed ecco i soldi. Molti. Parliamo di un finanziamento ottenuto dall’Unione europea di oltre 66 milioni di euro in una prima tranche, ai quali andrebbero aggiunti altri 160. “È solo un comitato d’affari tra lo Stato italiano e l’industria israeliana”, incalza Claudia Zuncheddu, consigliere indipendentista della Regione Sardegna.

A PENSARLO sono anche le popolazioni coinvolte, terrorizzate dai possibili effetti nocivi legati alle radiazioni. I radar si comportano come dei fari, emettono fasci di microonde in grado di provocare, a chi ne è investito, “due differenti effetti – spiega la Pes –, a seconda dell’intensità: o danni immediati all’organismo, e parliamo di bruciature, gonadi e altro; oppure, quando le radiazioni sono più deboli ma prolungate, anche leucemie e linfomi”.    Tutto, in zone già ampiamente martoriate, con indici tumorali fuori da ogni media nazionale “a partire da Porto Torres, e in questo caso, il mio, è un parere da medico”, spiega la Zuncheddu. Lì, lato nord-ovest dell’isola, la possibilità di contrarre il cancro è quasi doppia rispetto alla media nazionale, come testimonia il registro tumori della provincia di Sassari: qui l’incremento tra gli adolescenti è del 3,8 per cento l’anno, a differenza del 2 riscontrato nel continente, dell’1 in gran parte dell’Europa e dello 0,7 negli Stati Uniti. Oppure il sud-est, vicino al poligono di Quirra, dove vogliono piazzare un paio di radar: già adesso circa il 65 per cento dei pastori è affetto da leucemia, qui sono nati maialini senza occhi né orecchie, o agnelli con due teste. E ancora il sud-ovest, Carloforte o Isola di San Pietro, luoghi famosi per le tonnare, dove i crudi di mare sono considerati una specialità: uno studio ha rilevato che il 40 per cento dei bambini ha disfunzioni alla tiroide. Poco lontano c’è il polo siderurgico di Portovesme dove sono in corso procedimenti penali per traffico di rifiuti industriali.

IL RISULTATO è che al solo parlare di radar, qualcuno si è incazzato. Le associazioni ecologiste si sono ribellate, gli interessati hanno organizzato occupazioni selvagge, presidi con bandiere, assalti per fermare le ruspe e in qualche caso blitz incediari “perché non ne possiamo più – racconta Roberto, quarant’anni, nato e cresciuto nel Sulcis –. Passano sopra le nostre teste come se nulla fosse, mentre in zone della Sardegna abbiamo indici tumorali altissimi! Altro che sole, mare, spiagge e natura…”. Il Tar di Cagliari è intervenuto: il 12 ottobre ha ordinato la sospensione dei lavori nei tre siti prescelti dalle Fiamme gialle, nel sud dell’isola, per pesanti incongruenze nelle valutazioni sulla sostenibilità ambientale e pareri frettolosi per non perdere i finanziamenti. “Ma non basta – continua la Pes –, ci riproveranno, magari otterrano una proroga dal-l’Europa, e ricominceranno a costruire e in zone anche protette”. È così. Una colata di cemento armato ha già intaccato Punta Scomunica, uno dei punti più belli dell’isola, posto dichiarato Parco Nazionale. A Sant’Antioco, il radar dovrebbe sorgere a Capo Sperone, vicino a Su Semafuru, area da poco restituita dai militari alla Regione. Nel cagliaritano, l’indice è verso Capo Spartivento, sottoposto a vincolo di conservazione integrale. E così via. Ma il livello massimo è quello raggiunto sulla costa occidentale, dove non incidono solo i progetti legati al pattugliamento delle acque. Nel golfo di Oristano, in un’area di 683 chilometri quadrati, e a una profondità compresa tra gli 80 e i 200 metri, la “Key Puma Petroleum” ha il via libera per trivellare. Ovviamente si è a ridosso di un’area marina protetta , ma una deroga non la si nega a nessuno: “Vede – interviene l’onorevole Pes –, nel 2010 in Italia sono stati estratti 5 milioni di tonnellate di petrolio, settecentomila dei quali, a mare. Vuol dire meno del 7 per cento dei consumi nazionali di greggio”. Insomma, briciole che mettono a rischio un ecosistema: “Pensi se accadesse nel Mediterraneo una tregedia simile a quella del Golfo del Messico. Devastante – conclude la Pes –. E per quattro soldi”.

AD ATTIRARE le grandi compagnie sono le tariffe, come denuncia un rapporto di Legambiente: in Italia si ottengono facilmente le autorizzazioni (alla faccia della burocrazia nostrana…) e i canoni di concessione annuali sono solo di 5 euro per chilometro quadrato, dieci volte in meno della Gran Bretagna. Ma l’energia non si ricava solo dal petrolio. Sempre qui, nel golfo di Oristano, hanno chiesto di realizzare un impianto eolico off shore. Tradotto: in acqua, verso Is Arenas-Sa Pallosu. Ottanta turbine, con pale alte circa 80 metri da inserire in un fondale di 35 metri. Addio turismo, addio pesca, addio ecosistema marino. Chi vende i progetti parla di futuro, progresso, migliori standard di vita. Chi è coinvolto ha qualche dubbio, che diventa certezza se pensa a tutte le volte che sono stati sedotti con le medesime scuse.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

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