La memoria di Schifani

Non si può querelare il proprio passato. E non bastano mille dichiarazioni di solidarietà da destra né mille bocche cucite, per opportunismo politico, a sinistra a nascondere la verità che è sotto gli occhi di tutti: il presidente del Senato ha un passato che non è all’altezza del suo presente. Tutti i politici di rilievo del centrodestra, da Angelino Alfa-no a Fabrizio Cicchitto, da Maurizio Lupi a Maurizio Gasparri, dal ministro Giorgia Meloni a Maria Stella Gelmini, da Franco Frattini a Sandro Bondi si sono esercitati in una gara di dichiarazioni roboanti dove si mescolano solidarietà e sdegno per confermare che Schifani non si tocca. Un messaggio confermato a sinistra, con linguaggio diverso, dai silenzi dei politici del Pd sull’uomo che a Palermo è accusato di essere nelle mani dei boss e a Roma è invocato come presidente di garanzia.

PER COMPRENDERE l’assurdità della situazione bisogna inserire le dichiarazioni del pentito (“Nicola Mandalà mi disse di stare tranquillo perchè eravamo coperti a livello nazionale con Schifani, che era collega di suo padre avvocato e suo ex socio”) nel contesto ambientale nel quale l’avvocato Schifani ha mosso i suoi primi passi. I personaggi del racconto nero di Lo Verso (condannato perché ha dato vitto e alloggio a Provenza-no) sono Nicola Mandalà, il giovane mafioso che ha accompagnato Provenzano in Francia e che è stato condannato per omicidio con sentenza definitiva e il padre, l’avvocato Antonino Mandalà, appena condannato in secondo grado per associazione mafiosa perché considerato il capo della mafia di Villabate a metà anni Novanta.

LE ACCUSE del pentito Lo Verso devono essere riscontrate ma si inseriscono in un contesto che resta pesante a prescindere. Renato Schifani è indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa da circa un anno (ben prima delle dichiarazioni di Lo Verso) perché parlano di lui in tempi diversi altri collaboratori di giustizia, da Gaspare Spatuzza a Francesco Campanella fino a Salvatore Lanzalaco. Campanella, l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate alle porte di Palermo, che ha fornito a Provenzano la carta di identità falsa per effettuare il viaggio con Nicola Mandalà in Francia per operarsi alla prostata nel 2003, aveva già parlato dei rapporti tra Schifani e Mandalà.    Dopo le dichiarazioni di Lo Verso, così come aveva fatto dopo le dichiarazioni di Campanella, Schifani ha risposto con un annuncio di querela. La stessa reazione che il presidente del Senato ha avuto contro Il Fatto Quotidiano che ha ripercorso i suoi trascorsi professionali e le sue avventure societarie con soggetti che poi, anni dopo, sono stati condannati o arrestati per diversi reati, anche di mafia. Il problema è che Renato Schifani continua a rispondere alle notizie che lo coinvolgono come un avvocato, mentre oggi è un presidente del Senato del quale si comincia a parlare come possibile candidato alla presidenza del Consiglio. Prima di querelare i pochi giornali che ancora osano porgli alcune semplici domande, dovrebbe rispondere, da politico, sul merito delle questioni. A partire da Villabate. Il problema infatti è che magari la confidenza riferita da Nicola Mandalà a Lo Verso (“abbiamo Schifani nelle mani”) non sarà vera, ma è vero il contesto all’interno del quale quella frase è inserita. È vero che Antonino Mandalà è stato socio tra il 1979 e il 1980 di Renato Schifani (il quale possedeva una quota del 3 per cento) nella società Sicula Brokers. È vero che quella società era piena di soggetti che anni dopo saranno arrestati, come Benni D’Agostino, poi condannato per mafia. Ed è vero anche che Nino Mandalà, secondo la sentenza di condanna per mafia appena confermata in appello, dettava legge a Villabate quando il sindaco era suo nipote, Giuseppe Navetta. Come è vero anche che il sindaco Navetta sceglie come suo consulente per le questioni urbanistiche, che stavano a cuore a Nino Mandalà, proprio Renato Schifani. Ed è vero anche che l’allora avvocato Schifani scopre di essere stato prescelto per questo incarico proprio nello studio legale di Enrico La Loggia (ex socio anche lui della Sicula Brokers con Mandalà e Schifani) proprio alla presenza di Nino Mandalà, accanto al sindaco Navetta.

SECONDO Campanella, nel-l’esecuzione di quell’incarico Mandalà avrebbe interessato Schifani per tutte le questioni che gli stavano a cuore. Il politico ha querelato il pentito e il Gip di Firenze Michele Barillaro ha archiviato con una motivazione favorevole a Schifani: “Gli atti del procedimento hanno fornito la chiara e inconfutabile prova che le dichiarazioni di Campanella relative alla persona ed al ruolo dell’avvocato Schifani non solo non abbiano avuto alcun positivo riscontro ma, anzi, siano risultate, in taluni casi, palesemente infondate”. Campanella è però tornato in procura per smentire le affermazioni di Schifani e per precisare e confermare il senso delle sue accuse. Saranno ora i magistrati di Palermo a dover stabilire la verità giuridica di questa vicenda. Ma le dichiarazioni di Lo Verso impongono a Schifani di chiarire una volta per tutte pubblicamente i suoi rapporti societari e professionali con Nino Mandalà. Non davanti ai giudici, come un indagato o un avvocato qualsiasi, ma davanti agli italiani come un presidente del Senato.

di Marco Lillo, IFQ

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: