Questa Milano da sventrare

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare”: come la piazza di Sant’Ambrogio a Milano trasformata nel tetto di un parcheggio a silos interrato di cinque piani, da realizzare attraverso uno scavo sotto falda che potrebbe mettere in pericolo la Basilica stessa. È davvero a uno spettrale Blade Runner del patrimonio storico e artistico che fa pensare il progetto contro cui stanno lottando Italia Nostra, un folto gruppo di intellettuali e i cittadini che abitano nella zona. L’idea di sventrare uno dei luoghi più sacri della città nasce nella ‘Milano da bere’ della metà degli anni Ottanta , ma prende corpo nel 2001 grazie a Gabriele Albertini, contemporaneamente sindaco e commissario al traffico. Nonostante che, nel 2005, la Soprintendenza architettonica dichiari “inopportuna e non condivisibile la realizzazione dell’opera”, il permesso alla fine arriva: una contraddizione che è il frutto della parcellizzazione del ministero per i Beni culturali, diviso in infinite istanze decisionali sovrapposte e affidate a responsabili che si avvicendano continuamente.

NEL 2006, il nuovo sindaco Letizia Moratti avvia il cantiere, e per rispondere agli esposti dei cittadini e di Italia Nostra nomina una commissione di garanti (garanti del parcheggio, evidentemente). Dopo una lunga serie di sondaggi archeologici, l’ultima campagna elettorale si svolge mentre lo scavo sta per entrare nel vivo: e Giuliano Pisapia dichiara che, in caso di vittoria, “si interverrà facendo sospendere i lavori” (lo si può constatare su Youtube). Ora, dopo alcuni imbarazzanti tentativi di rimangiarsi quell’impegno, l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Pisapia dichiara che è impossibile fare marcia indietro, perché salvare la piazza di Sant’Ambrogio potrebbe costare fino a dieci milioni di euro di penali e rimborsi. In attesa che questa risposta diventi ufficiale, precisando una cifra che appare improbabilmente alta, il comitato dei residenti (nel quale figurano anche alcuni nomi noti dell’alta borghesia cittadina) ha replicato immaginando una colletta internazionale.    È a questo punto (cioè ora) che il Giornale ha titolato: “La sinistra al caviale paga per bloccare i lavori”. Il messaggio è chiarissimo: il patrimonio storico e artistico è un lusso per ricchi. E non viene solo dalla voce del padrone. Negli stessi giorni, per esempio, la Confindustria e la Cgil toscane si sono trovate ineditamente concordi nel definire “ambientalisti in cachemire” quanti hanno provato a evitare che un sito archeologico etrusco-romano fosse sostanzialmente distrutto per far posto a un capannone industriale. Invece che gestire la complessità di una convivenza tra sviluppo e cultura, la giunta regionale di Enrico Rossi ha preferito sacrificare la prima sull’altare del secondo: convinta, come il Giornale, che la cultura sia un lusso come il caviale. E qualcosa di analogo sta succedendo a Napoli, dove il sindaco De Magistris, dopo aver vinto le elezioni sull’onda di una condivisibilissima richiesta di legalità, si appresta a trasformare la colmata tossica e illegale di Bagnoli nel teatro delle regate dell’America’s Cup.

IN TUTTI e tre i casi la sinistra al governo rinuncia a tutelare l’integrità della città e del territorio, come se questa fosse un privilegio e non un fondamentale strumento costituzionale per attuare l’eguaglianza, la sovranità popolare e la giustizia sociale: uno strumento prezioso in primo luogo per i cittadini economicamente più deboli. E tutto ciò mostra che, su questi temi cruciali, il vero scontro non è tra Destra e Sinistra, ma tra i cittadini che difendono i beni comuni e le autorità pubbliche che, di fatto, li privatizzano (secondo una dinamica chiarita assai bene da Ugo Mattei).    E visto che si parla di Sant’Ambrogio, potrebbero essere proprio i versi di Giuseppe Giusti a definire ciò che rischiano di diventare gli ignavi rappresentanti di questa Sinistra di governo: “Strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.

di Tomaso Montanari, IFQ

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