La mela di Biancaneve

[…]Chi attacca la Apple come se fosse una sorta di religione è nel giusto più di quanto creda: questa compagnia opera sul presupposto che i suoi designer, e Steve Jobs in testa, siano qualitativamente differenti da tutti noi. Il culto del designare è il fondamento della “religione secolarizzata della mela morsicata”. Jobs è stato abbastanza furno da capire che, fino a quando la Apple fosse stata percepita come un’azienda che aveva diretto accesso alla Verità e alla Storia e i suoi deisgner come la principale incarnazione dell’Uomo Moderno, chiunque avesse aspirato a un simile status avrebbe dovuto acquistare un iPhone o un iPod. In questi termini Jobs ha spiegato la superiorità dell’iPod rispetto a qualsiasi altro lettore Mp3: “Abbiamo vinto perché noi amiamo la musica. Abbiamo costruito l’iPod prima di tutto per noi stessi”.

Non vi è niente di ambiguo nel fatto che i prodotti Apple siano creati da divinità per divinità. E in un libero mercato questo privilegio è a disposizione di chiunque abbia sufficiente cervello, e denar, per aquistarlo.

Jobs, l’uomo moderno per eccellenza, non faceva ricerche di mercato; tutto ciò di cui aveva bisogno era studiare se stesso.Un manager di Cupertino una volta ha descritto così le indagini di marketing della Compagnia: ” Steve che si  guarda allo specchio tutte le mattine e si chiede cosa vuole”.

Questa non è soltanto una delle tante descrizioni del narcisismo; piuttosto è la naturale conseguenza dell’idea per cui il designer è il medium attraverso il quale la verità parla al mondo. Ѐ allo stesso tempo una levatrice e una madre: non stupisce allora che Jobs avesse in un’occasione confidato a un collega che il lancio della iPhone sul mercato aveva richiesto “un trauma emotivo simile a travaglio”.

Per questo motivo Jobs concepiva come una missione far discendere tutte le pure idee platoniche, alle quali evidentemente aveva accesso, su di noi, bruti incapaci di entrare in contatto con la Verità e con la Storia. Cosa accadeva, quindi, se i consumatori non amavano qualcuno dei suoi prodotti? Lo specchio diceva a Jobs di non preoccuparsi. Una delle sue ex fidanzate ricordava che nutrivano “una differenza filosofica di fondo in merito al fatto se i gusti estetici fossero individuali, come le credeva, o universali e trasmissibili, come pensava lui”.

” Steve era convinto che fosse nostro compito insegnare l’estetica alla gente, dire loro ciò che dovevano amare”. Questo sa più di Matthew Arnold e di Inghilterra vittoriana che non di Timothy Leary e California anni settanta.

Questa specie di filosofia, peraltro, sconfina nel paternalistmo, se non nell’autoritarismo  […]

[…] Appena poteva Jobs ricordava che la Apple era nata in un garage – gli piaceva argomentare sulla “purezza del garage” e descrivere il suo sovversivo progetto Macintosh nei termini di  “garage metafisico” – ma il co-fondatore della Apple, Steve Wozniak, ha sempre sostenuto che quel famoso garage svolse un ruolo davvero marginale nella storia della costruzione del primo Mac. “Ho assemblato la maggior parte di quel computer nel mio appartamento e nel mio ufficio alla Hewlett-Packard”, confidò a “Rolling Stone” nel 1996. “Non so da dove saalti fuori tutta questa storia del garage…lì dentro successe veramente poco. […]

Brano tratto da:

“Contro Steve Jobs”

La filosofia dell’uomo di marketing più abile nel XXI secolo

di Evgeny Morozov, Codice Edizioni

 

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