Archive for ‘Economia’

16 settembre 2014

Per la ripresa non ci sono scorciatoie

scorciatoiaGiavazzi e Tabellini propongono un taglio alle tasse di 80 miliardi, finanziato dalla Bce e accompagnato da una riduzione della spesa futura. Ma nessun paese ha mai prodotto un piano credibile di riduzione di spesa così enorme. L’unica alternativa realistica: ridurre le tasse insieme alla spesa.

È sempre più comune l’opinione secondo cui “l’austerità non ha funzionato”: l’Europa è sul baratro della deflazione, e soffre di un deficit di domanda. Una recente proposta su lavoce.info di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini offre una soluzione che è ampiamente condivisa: i paesi dell’Eurozona dovrebbero tagliare le tasse simultaneamente del 5 percento del Pil, e la Bce dovrebbe comprare il debito pubblico risultante. Allo stesso tempo, questi paesi dovrebbero  presentare dei piani credibili per la riduzione della spesa pubblica futura.

Come notano Giavazzi e Tabellini, la Germania quasi certamente si opporrebbe. Ma anche non lo facesse, il piano non funzionerebbe. Il motivo non è che le politiche restrittive di bilancio (l’opposto del tax cut) siano espansive: come ho mostrato in una mia recente ricerca(1)  (e contrariamente alle implicazioni di mie ricerche meno recenti), l’evidenza empirica in supporto dell’ “austerità espansiva” è debole. 

UN PIANO CREDIBILE DI RIDUZIONE DELLA SPESA FUTURA È NECESSARIO …….

Dove è il problema quindi? Molti commentatori sono d’accordo che parecchie economie europee, come l’Italia o la Francia, hanno bisogno di ridurre permanentemente le tasse. Il vincolo di bilancio intertemporale dello stato ci dice che questo può essere ottenuto soloriducendo la spesa pubblica permanentemente. Un taglio delle tasse del 5 percento può essere interpretato come un modo di anticipare i benefici del taglio permanente delle tasse, mentre si attende che i tagli di spesa si materializzino. Perché questo funzioni, è necessario appunto un piano credibile di riduzione della spesa in futuro.

Perché? Nel mondo reale, il debito pubblico è rischioso, e ai mercati non piace che esso cresca, soprattutto in paesi con un alto livello di spesa e debito pubblici. Senza un piano credibile di riduzione della spesa in futuro, di fronte a un taglio delle tasse gigantesco come quello proposto da Giavazzi e Tabellini i mercati finanziari sarebbero presi dal panico, perché vedrebbero un ritorno alle politiche di bilancio irresponsabili  del passato; questo avrebbe effetti devastanti sul settore bancario, ancora molto esposto al debito sovrano, come nel 2011. Il tentativo di espandere la domanda aggregata attraverso un taglio delle tasse  si trasformerebbe in un boomerang.

…… MA NON FATTIBILE

Il problema di fondo è che è praticamente impossibile produrre un piano credibile di riduzione della spesa futura, tantomeno per l’importo enorme che un taglio delle tasse del 5 percento comporterebbe. L’esempio più chiaro è offerto dai due piani di consolidamento fiscali più celebri, la Finlandia e la Svezia negli anni novanta. Tra il 1992 e il 1996, secondo gli annunci ufficiali la Finlandia avrebbe dovuto ridurre il disavanzo dell’11,4 percento del Pil, di cui 12,1 percento del Pil in tagli alla spesa; gli stessi numeri per la Svezia erano del 10,6 e del 6,8 percento del Pil, rispettivamente. Tuttavia, questi erano gli annunci; la realtà fu molto differente. Alla fine di quel quinquennio, la Finlandia ridusse la spesa pubblica di solo lo 0,4 percento del Pil (contro previsioni  di un taglio del 12,1 percento!), la Svezia del 3,6 percento.

Ma non è necessario andare indietro così tanto. Un taglio delle tasse del 5 percento del Pil in Italia significa 80 miliardi di euro. I tagli di spesa individuati in un anno di duro lavoro dal commissario Cottarelli sono al più di 12-15 miliardi, e presumibilmente non tutti verranno approvati dal governo.

Il problema è ancora più complicato perché la promessa di monetizzazione del taglio alle tasse della proposta di Giavazzi e Tabellini crea un insormontabile problema di azzardo morale. Per coloro che pensano che questo sia solo un problema di interesse teorico, è utile ricordare che la crisi del debito pubblico in Italia iniziò nell’estate del 2011, quando il governo italiano, dopo aver annunciato un taglio di spesa di circa 3 miliardi di euro (lo 0,2 percento del Pil) ritrattò immediatamente dopo che la Bce iniziò a comprare titoli di stato italiani.

Si potrebbe pensare che, se le cose non dovessero andare come ci si aspetta, si possono sempre ritirare i tagli alle tasse. Ma un paese come l’Italia non ha mai sperimentato un taglio discrezionale alle tasse di più del 0,5 percento del Pil. Un taglio e poi un aumento di tasse di una cifra come 80 miliardi di euro, creerebbero un disastro politico, ed enorme incertezza economica.

NON TUTTI I DISAVANZI SONO UGUALI

Non tutti i disavanzi di bilancio sono uguali. Una cosa è un disavanzo temporaneo per ricapitalizzare il sistema bancario in un paese con basso debito e con una storia di politiche fiscali responsabili, come in Gran Bretagna dopo la crisi finanziaria. Un’altra cosa è un disavanzo di bilancio senza un piano credibile per ridurre le spese future, in un paese ad alto debito pubblico, con una storia di politiche di bilancio irresponsabili e con governi tradizionalmente deboli.

Per un tale paese, l’unica alternativa possibile per raggiungere lo scopo più importante – ridurre le tasse – è di tagliare le tasse insieme alla spesa. Questo processo richiede tempo, efunzionerà incrementalmente, miliardo di risparmi di spesa dopo miliardo. Ma è l’unico approccio realistico. L’alternativa non raggiungerebbe il proposito di aumentare la domanda.

di Roberto Perotti – Lavoce.info

(1) Si veda R. Perotti, (2012): The “Austerity Myth”: Gain without Pain?, in A. Alesina and F. Giavazzi, eds.: Fiscal Policy after the Financial Crisis, pp. 307-354,  National Bureau of Economic Research, scaricabile anche qui

Roberto Perotti

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9 dicembre 2013

Gli effetti perversi della privatizzazione del welfare

A dispetto di luoghi comuni molto in voga il settore pubblico italiano non è né sovradimensionato né improduttivo. Così come non è vero che le politiche di “privatizzazione del welfare” contribuiscono a generare crescita: ciò che riescono a fare davvero bene è redistribuire il reddito dal lavoro al capitale.

Private

L’Italia è un Paese corporativo, con una incidenza eccessiva del settore pubblico: un Paese nel quale il “merito” non viene premiato e che, per questa ragione, non riesce a riprendere un percorso di crescita economica. Un settore pubblico sovradimensionato è la principale causa del declino dell’economia italiana. E’ questa l’opinione dominante, ed è sulla base di questa convinzione che si è attuato – e si sta attuando – il progressivo smantellamento delle residue reti di protezione sociale derivanti dal residuo di welfare rimasto in Italia. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: nell’ultimo Rapporto Eurostat, si legge che il blocco del turnover nel pubblico impiego, combinato con una consistente ondata di pensionamenti, ha prodotto, nel solo 2012, una riduzione del numero di dipendenti pubblici nell’ordine del 4%. La riduzione della spesa corrente nel settore pubblico è un fenomeno che si accentua progressivamente a decorrere dall’inizio degli anni Duemila (v. Fig.1)[1].

Figura 1: Variazioni cumulate della spesa complessiva per retribuzioni (massa), delle retribuzioni medie pro-capite (media) e del personale in servizio (occupati). Base 100=2001 (Fonte: ARAN)

L’attacco al settore pubblico – giacché di attacco si tratta – è sostenuto da motivazioni di dubbia validità.

1) Il settore pubblico è considerato, per sua stessa natura, “improduttivo”. I dipendenti pubblici sono, quasi per definizione, fannulloni che godono di garanzie eccessive, tutelati da organizzazioni sindacali “corporative”, dove la connotazione “corporativo” è ipso facto associata a un giudizio di valore di segno negativo, essendo la negazione della “meritocrazia”. Il senatore Ichino si è espresso, a riguardo, a chiare lettere: “perché nessuno propone di liberare gli uffici dai fannulloni, che nel settore privato sarebbero già stati licenziati da un pezzo?” (http://www.pietroichino.it/?p=24).

In questa visione, il mercato del lavoro assume una configurazione duale: da un lato, i dipendenti pubblici con eccesso di protezioni; dall’altro i dipendenti del settore privato meno protetti e, per questa ragione, più produttivi. Giacché l’inamovibilità non incentiva l’impegno, che è, per contro, incentivato solo da credibili minacce di non rinnovo del contratto. Il conflitto viene, così, traslato in senso “orizzontale”, spostandosi dal conflitto capitale-lavoro (relegato nell’archeologia marxista) al conflitto fra lavoratori.

E tuttavia, la convinzione che i dipendenti pubblici siano ben retribuiti e godano di eccesso di protezioni è palesemente smentita sul piano empirico. L’ISTAT registra un aumento della retribuzione oraria netta del 21% su base annua per i lavoratori del settore privato, a fronte di incrementi pressoché nulli nel settore pubblico. E si calcola che la gran parte dei contratti a tempo determinato sono somministrati dalla pubblica amministrazione. Dunque, i dipendenti pubblici, in media, guadagnano meno dei loro colleghi del settore privato e sono più frequentemente assunti con contratti precari[2]. In più, si registra che l’Italia, per quanto attiene all’incidenza degli occupati nel settore pubblico, sul totale degli occupati, è nella media dei Paesi OCSE e che, dunque, il nostro settore pubblico non può considerarsi sovradimensionato. (http://www.aranagenzia.it/araninforma/index.php/marzo-2013/164-focus/572-focus-3).

Per quanto riguarda la produttività del lavoro nel settore pubblico, pure a fronte delle rilevanti difficoltà di misurazione (http://keynesblog.com/2013/06/21/ma-e-proprio-vero-che-gli-italiani-lavorano-poco-e-male/), e pur volendo accettare la tesi che questa è più bassa rispetto al settore privato, occorre ricordare che l’operatore pubblico svolge, di norma, le proprie funzioni in quelle che William Baumol definiva “attività stagnanti”, ovvero attività nelle quali (si pensi ai servizi alla persona) risulta impossibile generare avanzamento tecnico e, dunque, incrementi di produttività. In tal senso, se anche si ritiene i) che la produttività del lavoro è misurabile; ii) che lo è anche nei servizi e che è bassa nel settore pubblico, da ciò non si può immediatamente dedurre che questa conclusione discende dal basso rendimento degli occupati, potendo più realisticamente dipendere dalla bassa accumulazione di capitale.

2) Se il settore pubblico genera solo sprechi e inefficienze, e se si ritiene non derogabile il rispetto del vincolo del bilancio pubblico[3], è evidente che i risparmi dello Stato non possono che derivare innanzitutto dalla riduzione dei trasferimenti al settore pubblico. Le spending review sono lo strumento che si utilizza per raggiungere questo obiettivo, ovvero operazioni finalizzate a “razionalizzare” (si legga ridurre) la spesa pubblica. Lo sono apparentemente perché non si tratta di ridurre la spesa pubblica “improduttiva”, ma semmai di ridurre i trasferimenti ai segmenti della pubblica amministrazione con minore potere contrattuale nella sfera politica e, dunque, con minore possibilità di contrastare i tagli, indipendentemente dalla loro produttività.

Quali sono gli effetti di queste misure? Come certificato dall’INPS, il primo (ovvio) effetto prodotto è la riduzione delle entrate fiscali. Si tratta di un effetto ovvio e, dunque, ampiamente prevedibile, dal momento che dalla riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (e dal blocco degli stipendi) non ci si poteva certamente aspettare di raccogliere un gettito in aumento. Il secondo (altrettanto prevedibile) risultato consiste nell’accentuazione della caduta della domanda interna, per il tramite dei minori consumi derivanti dalla decurtazione dei redditi nel pubblico impiego. Il terzo risultato è il peggioramento della qualità dei servizi offerti, come conseguenza (anch’essa ovvia) della riduzione del numero di occupati.

A fronte dell’opinione dominante, si può sostenere che la cura dimagrante imposta al settore pubblico non risponde a criteri di efficienza, né all’obiettivo di generare avanzi primari. Lo scopo primario è fornire quote di mercato al capitale privato in settori protetti dalla concorrenza: tipicamente formazione e sanità. Non essendo competitive sui mercati internazionali, e scontando una continua restrizione dei mercati di sbocco interni, le nostre imprese hanno necessità di riposizionarsi in mercati “nuovi”, che la politica si occupa di aprire mediante misure di snellimento del settore pubblico. Occorre chiarire che la privatizzazione del welfare non solo non contribuisce a generare crescita (trattandosi della cessione di attività dal pubblico al privato, in condizioni monopolistiche) ma contribuisce semmai a peggiorare ulteriormente la distribuzione del reddito, a ragione del fatto che i prezzi e le tariffe praticate da imprese private in mercati monopolistici sono più alti rispetto a quelli che si otterrebbero se gli stessi servizi fossero erogati da imprese pubbliche[4].

Si è, così, in presenza di un’operazione di redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, che passa attraverso la privatizzazione del welfare e che si legittima con il luogo comune secondo il quale il settore pubblico italiano è sovradimensionato, improduttivo, paradiso dei nullafacenti.

di Guglielmo Forges Davanzati- Micromega

NOTE

[1] Il blocco degli stipendi nel pubblico impiego, motivato con l’esigenza di attuare politiche di austerità, spiega la rilevante flessione della spesa complessiva per retribuzioni nel settore pubblico a partire dal 2008-2009.

[2] E sono licenziabili in forza della natura privatistica del contratto di lavoro (http://www.astrid-online.it/Riforma-de1/Valutazion/Studi–ric/MEF_n–2-2008—La-produttivit–nel-settore-pubblico.pdf). Si può osservare che l’aumento delle assunzioni con contratti precari nel settore pubblico dipende dai vincoli finanziari sempre più stringenti per gli Enti pubblici.

[3] Ci si riferisce ai vincoli posti in sede europea relativi al rapporto disavanzo pubblico/PIL e debito pubblico/PIL. E’ opportuno chiarire che si tratta di vincoli che non rispondono ad alcun criterio scientifico. Sul tema, si rinvia a L.L.Pasinetti (1998). “The myth (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht ‘parameter’”. Cambridge Journal of Economics, 22: 103-116.

[4] Sul tema si rinvia a E.S. Levrero e A.Stirati (2005), Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia: 1970-2002, “Politica Economica”, 3: 401-434. E si può aggiungere che il peggioramento della distribuzione del reddito derivante dalla riduzione dei salari reali (diretti e indiretti) può semmai ulteriormente contribuire ad accentuare la recessione, tramite la riduzione della domanda interna in termini reali.

di Guglielmo Forges Davanzati – Micromega

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9 dicembre 2013

Giornata contro la corruzione. Parte la campagna per aziende sanitarie “trasparenti”

Campagna “riparteilfuturo”: in tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche “entro gennaio nomina del responsabile locale anticorruzione, stesura del Piano triennale e pubblicazione delle informazioni sui vertici”. Al via la raccolta firme, nelle piazze e sul web

Cor

Da oggi 9 dicembre, nella Giornata mondiale contro la corruzione, sul sito www.riparteilfuturo.it sarà la società civile ad attribuire a ogni azienda sanitaria un punteggio, partendo da un monitoraggio compiuto dalla rete “Illuminiamo la salute” promossa da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe. E prende il via in questi giorni una nuova petizione (nelle piazze e sul web), promossa da Libera e Gruppo Abele: obiettivo è che tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche presenti sul territorio italiano raggiungano al più presto il 100% di trasparenza e legalità. Gli indicatori sono tutti contenuti nella legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione. “Con la nuova raccolta di firme chiediamo che tutte le aziende sanitarie si adeguino a quanto previsto dalla legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione”, dicono i promotori.

 

Solo nel triennio 2010- 2012, in Italia sono stati accertati reati per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello. “La tutela della salute è un diritto fondamentale per tutti i cittadini e gli elevati costi della corruzione corrispondono in questo specifico settore a minori fondi per ospedali, medicine, assistenza sanitaria e sociale – sostiene la campagna -. Da 35 anni il Servizio sanitario nazionale offre a tutti senza discriminazioni cure e assistenza ed è fondamentale preservarlo. Ma i dati recenti sono allarmanti: nel 2012 il 5,6% delle risorse investite in Europa per la sanità è andato perso in illegalità e tangenti (fonte: Rete europea contro le frodi e la corruzione nel settore sanitario)”.

 

Da qui la raccolta di firme sui temi della trasparenza e della lotta alla corruzione nella sanità, in tanti luoghi d’Italia (qui l’elenco delle piazze con iniziative fino al 22 dicembre e in continuo aggiornamento) e sul web. La campagna monitorerà e vigilerà affinché entro il 31 gennaio 2014, senza ulteriori proroghe e rinvii, tutte le aziende nominino il responsabile locale dell’anticorruzione, predispongano il Piano triennale dell’anticorruzione e rendano pubbliche le informazioni sui vertici (cv, atto di nomina e compenso). E’ l’impegno “per un sistema sanitario pubblico trasparente e libero dalla corruzione, un sistema integro e efficace che renda conto di come spende le risorse pubbliche”. (ep)

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Corr

9 dicembre 2013

Nel 2025 il 6 per cento dei pensionati sarà straniero

Studio Idos per il ministero dell’Interno. Tra 12 anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che infatti nel 2015 sarà il 12,3 per cento della popolazione

Anche i suoi contributi

Anche i suoi contributi

Fino al 2025 i lavoratori stranieri continueranno a versare al nostro paese in termini di contributi molto più di quanto ricevono in prestazioni previdenziali. I versamenti contributivi degli immigrati, infatti, ammontano a circa 7 miliardi di euro l’anno cifra che solo marginalmente viene utilizzati per pagare le loro pensioni, trattandosi di una popolazione giovane. Lo dice uno studio realizzato dal Centro studi e ricerche Idos per il ministero dell’Interno, presentato oggi a Roma in occasione del convegno dell’European migration network Italia (Emn) che quest’anno ha scelto come tema di studi proprio la copertura previdenziale degli immigrati.

Nello specifico il rapporto sottolinea che tra dodici anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che essendo tendenzialmente più giovane di quella italiana, inciderà in positivo in termini previdenziali. Tenuto conto della nuova normativa (che ha elevato l’età pensionabile e il requisito contributivo), i pensionati stranieri in Italia, che nel 2010 erano l’1,5 per cento, saliranno al 2,6 per cento nel 2015, fino ad arrivare al 4,3 nel 2020 e al 6 nel 2025. Anno in cui si stima che ad entrare in età pensionabile saranno 43 mila stranieri e 747 mila italiani, per cui il rapporto tra pensionandi immigrati e italiani passerà da 1 ogni 46 (all’inizio del periodo) a 1 ogni 19. Ma anche se il differenziale pensionistico tra le due popolazioni andrà riducendosi, rimarranno tuttavia significativi margini che vanno a beneficio della gestione pensionistica. Per il 2025 si stima, infatti, che la percentuale degli stranieri sul totale dei residenti sarà pari al 12,3 per cento.

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Imm

9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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13 marzo 2013

Il ritorno del giardino dei finti cretini: la scala di Penrose

Chissà se un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo. Mentre il nostro paese è allo sfascio, ci sono due Messi che giocano la stessa partita dell’economia globale.


[Foto Ansa]

Quando è caduto il Muro di Berlino l’allora governo di Bonn aveva promesso di trasformare in cinque anni l’ex Germania Est comunista in un modello di prosperità; questo avrebbe portato a un secondo miracolo economico in tutto il paese, dopo il primo del dopoguerra, facendo sì che i tedeschi diventassero il popolo più ricco del mondo e non solo dell’Europa.

Come ciliegina sulla torta il cancelliere tedesco Helmut Kohl aveva promesso che ciò sarebbe stato possibile senza nuove tasse, roba da fare invidia all’avventuristica politica economica di George Bush Sr.

Presto i tedeschi si resero conto di aver sbagliato tutti i calcoli perché per pagare i costi della riunificazione e alzare lo standard di vita dell’Est allo stesso livello dell’Ovest sborsarono somme enormi, centinaia e centinaia di miliardi di dollari. Per ottenere questi soldi furono costretti a chiedere prestiti esorbitanti – anche agli Stati Uniti, peraltro mai restituiti – che mantennero alti i tassi d’interesse.

Sfortunatamente le misure non furono capienti e Kohl dovette infrangere la sua promessa e aumentare le tasse, ma il vero problema era che nonostante tutti i prestiti e le tasse non ci fu alcun miglioramento nell’Est mentre nella Germania Ovest l’economia si piantò nella peggiore recessione dopo la depressione dei primi anni Trenta.

Il livello di scontento in Germania fu il più alto dalla seconda guerra mondiale, tanto che i tedeschi occidentali sono tuttora convinti che quelli dell’Est siano un mucchio di pigri vagabondi che hanno sempre vissuto a spese dello Stato e che non abbiano la minima idea di cosa significhi lavorare per vivere. I tedeschi orientali pensano che quelli dell’Ovest siano zoticoni arroganti, avidi e senza cultura, interessati solo a fare soldi. Così il tessuto sociale e politico lentamente ma inesorabilmente si sgretolò; esattamente come l’ultima volta che i tedeschi erano entrati in una delle loro fasi maniaco-depressive, dipendeva anche da una situazione economica molto difficile che nel primo dopoguerra portò a una completa disillusione nei confronti del governo democratico della Repubblica di Weimar con le conseguenze che tutti conosciamo benissimo.

Lasciando molto a parte per totale indifferenza la robusta silhouette della signora Merkel, la Germania soffre più che mai ancestrali sentimenti di egocentrica egemonia visto come tratta greci, italiani e spagnoli che a parole sono gente degnissima seppure bisognosa di aiuto, ma dentro il proprio ego li ritiene poveri peones del Sud Europa destinati a fare la pessima fine dei miserabili immigrati in Svizzera o Belgio degli anni Cinquanta.

Probabilmente per atavica vergogna, la cancelliera non ama affatto ricordare che suo padre era confidente di Markus Wolf e che di conseguenza la sua infanzia fu resa molto più facile di tanti altri a cui era impedito il passaggio da est a ovest. Ma tant’è: a una che parla correttamente il russo e che però si mette in casa Jens Weidmann come presidente della Deutsche Bundesbank – un vero instancabile nostalgico insieme a tanti altri compatrioti del glorioso e poderoso marco, defunto a favore di una moneta unica annacquata da economie deboli e inette – meglio opportunamente ricordarle di “arbeit macht frei” e forse pure di Seneca e del circolo della grazia: “emanatio, raptio, remeatio; dare, ricevere, restituire”.

Come dire: le ideologie non sono negoziabili, gli interessi si.

Chissà se mai un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo della Repubblica italiana e con scatto record da centometrista pure senatore a vita. Povero presidente Napolitano: in cuor suo si sarà pentito, ma purtroppo cosa fatta capo ha.

Mario Monti sembra il carpentiere della tragedia di Shakespeare che fa vedere agli spettatori la metà del suo viso attraverso la criniera del leone e intanto sussurra lento, ponderato, suadente “se voi pensate che sono venuto come un vero leone sarebbe increscioso, non tremate; la mia vita garantisce per la vostra”. Intanto ha guidato per tredici mesi un incompetente governo tecnico, che a parte rarissime eccezioni ha compiuto efferati disastri ai danni del paese e della società civile, fermo restando che il governo di una nazione democratica non è e non sarà mai tecnico, sarebbe un controsenso negazionista esattamente come affermare che la politica non esiste e invece purtroppo esiste eccome. Cosa ha fatto Monti durante questo periodo di mandato, supportato da una inusitata maggioranza incestuosa però prona ai suoi voleri e a quelli del capo dello Stato?

Ha aumentato le imposte fino al limite della fisiologica sopravvivenza o della morte per inedia, ristabilito una tassa iniqua sulla proprietà immobiliare fuori da ogni parametro di logica economica e messo in atto tramite uno dei suoi ministri una nuova legge sul lavoro a dir poco calamitosa che offende profondamente sia i giovani che i meno giovani. E tutto questo per che cosa? Per ottemperare agli inquietanti dogmi dell’Unione Europea dettati dalla Germania. Di riforme istituzionali e costituzionali, niente; di riforme sulla legge elettorale, niente; di rilancio dell’economia e dei consumi, niente; solo il tormentone dello spread. Lo spread sta a un governo sovrano come la pagella a uno studente: se hai 6 o 7 in tutte le materie è complicato raggiungere la media similvirtuosa dell’8 o del 9.

Guardiamo per un attimo i numeri, che poi sono sempre gli stessi. Un pil inchiodato intorno ai 1.600 miliardi di euro; un costo della pubblica amministrazione che prosciuga la metà del medesimo pil per circa 800 miliardi; un costo del servizio al debito pubblico vicino ai 100 miliardi annui il cui principal ha superato abbondantemente i 2.000 miliardi e che ogni anno deve provare a rinnovare più o meno 400 miliardi di titoli di Stato – tanto che lo sforamento è dovuto proprio a emissioni che non tutti accettano di sottoscrivere; debiti della pubblica amministrazione verso fornitori privati pari a quasi 20 miliardi, cercando di pagarli poco a poco con bond “scontabili” ovviamente a spese del creditore. Ma la cosa divertente, si fa per dire, è che i componenti del suo mitico gabinetto di altolocati ministri, viceministri e sottosegretari – tutta gente di rango e con la puzza sotto il naso – sono rimasti comodi ma passivi figuranti nascondendosi a fatica sotto la foglia di fico che per l’appunto rappresentare il bene dell’amata patria era ottemperare a quanto richiesto dall’Ue, altrimenti tutti nel baratro.

Infatti ci siamo nel baratro: i conti dello Stato non sono a posto neppure secondo criteri alieni dal contesto e in compenso il paese è terminato in una maledetta recessione/stagflazione dalla quale forse si risolleverà con grande sforzo e se la globalizzazione aiuta solo nel 2014/’15. Bel colpo veramente, come pulirsi il qui si siede con la carta vetro che dopo un poco irrita.

Evidentemente sessanta milioni di italiani sono considerati amebe ignoranti con l’anello al naso, tutti lì aggrappati al televisore a guardare affamati e vogliosi di panem et circenses il festival di San Remo e l’abdicazione del Santo Padre. In momenti di profonda crisi economica e sociale bisogna pensare alla propria gente, essere egoisti e non genuflessi sui “charter” Ue o dell’Fmi che incalcolabili distorsioni hanno creato in giro per il mondo nelle ultime due decadi – basta vedere le statistiche e i danni al riguardo. Qualunque mezza cartuccia di economista americano avrebbe detto che bisognava manovrare esattamente l’inverso di quanto deciso, abbassare prepotentemente l’imposizione fiscale, tagliare i costi dello Stato non con il bilancino del farmacista ma con l’accetta del boscaiolo, rinegoziare l’enorme debito pubblico esistente e tremendamente presente trovando una soluzione alternativa e meno costosa; ad esempio uno zero coupon bond a trent’anni, ovvero raggruppi e immetti sul mercato titoli a lungo termine con una aliquota calcolata anticipatamente e ti dimentichi degli interessi fino alla loro scadenza e chi può dire che non si può fare laddove ci sono adeguate garanzie? Altrimenti si potrebbe supporre che il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia siano d’accordo nel dare guadagni illeciti a tipologie illecite. Mettere in atto una legge rigorosa sulla corruzione, eliminare una quantità di enti inutili, contenere al massimo i costi della politica, le duplicazioni e triplicazioni di comuni, provincie e regioni, pagare i fornitori dello Stato velocemente con soldi e non a babbo morto con carta straccia, attuare un programma efficace ed efficiente di rapide opere pubbliche e non da barzelletta, da destinare a imprese private capaci e non amiche degli amici e infine lasciare alla popolazione la libertà nel disporre di soldi per rilanciare lavoro, consumi, compravendite immobiliari e quanto altro necessario per risanare definitivamente non le profonde ferite lasciate dai precedenti governi bensì il marcio di un sistema di gestione nazionale tanto pericolosamente desueto quanto un obsoleto kamikaze giapponese.

Invece cosa si è inventato Monti? Un’inutile spending review di facciata, la classica esca populista per i finti cretini e chi ha chiamato come consulente? Proprio quel vetusto Enrico Bondi al quale deve tante personali cortesie. E cosa ha fatto il mitico Enrico Bondi che nella sua longeva carriera ha dato così grande prova di sé? È riuscito (forse) a tagliare meno dell’1% degli 800 miliardi di euro che ogni anno che Dio manda sulla terra la pubblica amministrazione italiana si succhia dal pil, ovvero dalle tasche dei contribuenti. Visto l’ottimo lavoro svolto lo hanno successivamente nominato Commissario per sanare – è proprio il caso di dirlo – la Sanità fallita della Regione Lazio, facendo girare le balle a una quantità impressionante di medici, paramedici e pure pazienti. “What else?” domanderebbe il mezza cartuccia economista americano: pochissimo e quasi niente sarebbe la risposta appropriata, proprio come le vecchie pagelle degli studenti: poteva fare di più ma è vago e non si applica. Però la ministra Fornero, madre di una nuova spettacolare legge sul lavoro votata per totale incompetenza del parlamento deliberante, va a comprarsi le scarpe accompagnata dalla scorta, magari per evitare che le tirino pomodori e uova marce.

Se non esiste credito per nessuno, tutti si trovano in difficoltà a parte i soliti ricchi noti e meno noti, evasori, truffatori e criminali tutti ossequiosi verso le discriminazioni, perché gli operatori delle forze dell’ordine guadagnano miserie ma i loro capi stipendi d’oro, i responsabili dei ministeri e dei massimi organismi dello Stato tuttavia godono di privilegi tipo gli hidalgos spagnoli del XIX secolo, ma non coloro che lavorano subordinati: la classe media è stata calpestata e nessuno dei così detti poteri forti ha alzato un dito. La disoccupazione giovanile appare come una piaga peggiore di una pandemia perché se non si mette riparo rapidamente a questa incontrollata fissione nucleare salterà tutta una nuova generazione, la linfa vitale di ogni ciclo economico, produttivo e immaginifico a tutto tondo, non perché ha fatto la guerra ma perché non ha potuto lavorare e beneficiare dei propri risultati, una cocente vergogna che porterà fra venti anni e fra le tantissime cose negative a che non si potranno più pagare le pensioni. Ma il professor Monti è riuscito a fare molto di più: con impegno ha permesso che i partiti che lo sostenevano e pure quelli contrari non avessero la minima intenzione di approvare una nuova legge elettorale – l’attuale consente ai segretari di scegliersi i candidati e le primarie sono fumo negli occhi per gli stolti, democrazia da bassa cucina a basso costo (per non parlare dell’inutile e costosissimo voto degli pseudoitaliani all’estero – e ancora insiste nell’affermare che la sua presenza personale in Europa risulta fondamentale per gli interessi nazionali. Però nel frattempo si è costruito un paranoico paradosso onirico sotto gli occhi di tutti e per “salire” in politica sta usando la scala di Penrose, che sale sempre con la virtuale distorta ottica dalla quale la si mira, senza pensare che una dismisurata autostima fuori controllo può portare a impensabili trabocchetti, quindi incurante del ridicolo azzardo. Per finire in bellezza, ha pensato bene di candidarsi nuovamente premier alla testa di un movimento che ancora non si capisce bene da che parte sta e cosa vuole fare da grande.

Magari avesse il successo di Christopher Nolan e gli incassi dei suoi film, sicuramente molte famiglie italiane avrebbero da mangiare dignitosamente senza essere obbligati alla quotidiana mensa della Caritas. Cosa sono Berlusconi, Bersani, Casini, Di Pietro, Fini, Grillo, Monti, Vendola e tutto il resto della sparsa marmaglia fatta per la stragrande maggioranza da avvocati, magistrati, giornalisti, professionisti di vario generone e umanità, imprenditori e inquietanti ricandidati da circo equestre? È questo il nuovo che avanza? Comprereste un’auto usata da questi furbetti del quartierone? Leggete gli sms che arrivano alle ore più improbabili del giorno e della notte da oscuri politicanti che decantano l’agognato sondaggio da 2% riferito al loro inutile partito? La facoltà del voto è un profondo esercizio di grande democrazia ma certo l’esistente contorno di futuri ipotetici programmi di governo che sembrano redatti da cerebrolesi fa rimpiangere l’avanspettacolo dell’Ambra Jovinelli degli anni Cinquanta. Eppure è quello che passa il convento e, come si diceva un tempo, “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Pessima intuizione, si spera sempre in un quantum leap, quel colpo d’ala che apra una nuova finestra e vento fresco; con questa gente il paese non andrà da nessuna parte, non c’entra l’Ue o l’Fmi (che Dio li abbia in gloria questi inutili costosissimi baracconi), qui è in gioco il pesante destino del popolo italiano e non serve un giudizio superiore, solo quello umano cosciente.

Vogliamo parlare dei remuneratissimi banchieri senza merito e senza qualità? Non prestano soldi, non erogano mutui e vivono alla giornata lucrando sul famoso spread grazie alle emissioni di estremo salvataggio fatte dalla Bce. Questa manica di bricconi incompetenti ancora in vita e liberi di intendere e volere perché solo grazie a una legge non scritta le banche in Italia non possono fallire, ma visto anche solo l’ultimo caso – uno dei tantissimi quello del Monte dei Paschi di Siena – ci starebbe per una volta una rapida riflessione. Questo pregiato Istituto acquista per quasi 10 miliardi di euro una banca tecnicamente in default e parecchio compromessa anche dal punto di vista dell’immagine, assumendosi inoltre con imperturbabile nonchalance altri dieci miliardi di potenziali passività e da chi compra? Dagli spagnoli del Santander – che notoriamente non attirano la tripla A delle agenzie di rating internazionali – che l’avevano comprata per somma assai inferiore solo pochi mesi prima. Da qui la prima considerazione: o gli spagnoli sono degli assi, o i senesi sono dei pirla, o qualcuno ha ciurlato nel manico con la connivenza di tutti gli attori in gioco. Ma a parte questi esiziali dettagli il Monte, storico emblema della senesità, aveva come presidente uno stimato avvocato calabrese con scarsa conoscenza del mestiere di banchiere; fin qui nulla di male – contenti loro, contenti tutti – ma cosa si inventa lo staff dirigenziale dopo qualche anno per provare a tappare buchi incolmabili di bilancio? Operazioni sintetiche di derivati su pronti contro termine aventi come regolamento titoli di Stato italiani trentennali. E chi scelgono come controparte? La banca d’affari Nomura, ovvero come volersi suicidare scegliendo fra una Glock 45 GAP oppure una Sig Sauer P228. Visto il disastro dell’operazione, nel dubbio decidono pure di cambiare presidente e chi chiamano? Un altro ex presidente cacciato da Unicredito che con le sue manie di grandezza tra fusioni e acquisizioni miliardarie verso l’Est europeo aveva quasi ridotto in fin di vita uno dei gruppi bancari più importanti del paese.

Vogliamo parlare degli strapagati capi azienda e relativo top management delle poche imprese italiane multinazionali private e pubbliche malati di uno smisurato senso del potere relativo? La maggior parte sono inquisiti, alcuni in galera, altri per non sbagliare non fanno niente e lasciano che la deriva del tempo porti da qualche parte il naviglio che timonano svogliatamente, come degli intoccabili che perdono denaro a palate e tanto nessuno gli dice niente. Ma per cercare di fare quegli affari che in qualunque altra parte del mondo civile comunemente si pagano con estrema irreprensibilità, tutte queste teste d’uovo ragionano in forma complessa nelle stanze ovattate degli inutili consigli d’amministrazione usando ancora i vecchi mezzi, le mazzette, le consulenze di cortesia, gli amici di fiducia, i partiti politici che li hanno messi sullo scranno, faccendieri, portaborse e perché adesso va di moda, i commerciali o le relazioni esterne che male non fanno all’immagine. Sono inclini alla meritocrazia verso qualcuno che sa fare il proprio mestiere con professionalità, correttezza e trasparenza e che cerca di salvaguardare il perimetro degli interessi strategici dell’impresa in tema di competitività, di affidabilità dei prodotti, di business intelligence, di protezione del brand oltre che di rispetto verso azionisti grandi e piccoli? Affatto, non gliene frega niente di niente, tanto in Italia nessuno paga di tasca propria, i processi penali e civili se ci sono si trascinano per decenni e non esistono dimissioni spontanee, l’azienda ti manda via ma carico di soldi, proprio come l’asino di Filippo il Macedone.

Last but not least, come scriveva seppure con velo d’ironia Luigi Barzini Jr., gli italiani sono brava gente, persone generalmente serie anche pazienti e dotate di storica persuasiva intelligenza e civiltà, ma esiste un limite sensibile anche al cattivo gusto. Il passaggio del capitalismo al socialismo non può avvenire sulla base di un pluralismo economico, politico e ideologico, esso deve avere luogo con la rivoluzione del proletariato e chi sono oggi i proletari? Tutte le classi sociali massacrate dalla scure di stolte e distorte politiche economiche che hanno fatto arricchire il 3% e impoverire il restante 97% della popolazione grazie a personaggi omnicomprensivi di tutto l’arco costituzionale il cui livore, l’arroganza, la presunzione e delirio di onnipotenza verso i comuni mortali é arrivato a livelli tanto parossistici quanto insostenibili, da porre una severa questione non giustizialista e neanche populista semmai evidente sulla validità di una politica ridotta allo stremo delle forze ma sempre pronta a far pagare le proprie croniche nefandezze a scapito del comune lecito benessere.

Possono esserci due Lionel Messi che giocano la stessa partita? Assolutamente no, improbabile almeno per il momento. Invece sì, ce ne sono due che si confrontano quotidianamente in una partita altrettanto interessante sul campo dell’economia globale e con eccellenti attributi: Ben Bernanke capo della Fed e Mario Draghi della Bce. Il primo è stato discepolo e con che risultati di Sir Alan Greenspan, il secondo si è fatto da solo e guarda caso da quando presiede la Bce è diventato anche più simpatico, dall’atteggiamento rude vecchia maniera di Clint Eastwood con cappello e senza cappello adesso ha imparato anche a sorridere malgrado le regole asfissianti e tutti i trappoloni tesi dai suoi colleghi atti a mettergli i bastoni tra le ruote. Ma Draghi non si dà per vinto, anzi: è riuscito a farsi autorizzare abbastanza risorse economiche per mettere al riparo i sistemi bancari dei paesi più deboli – anche se nessuno degli aderenti all’Ue è indenne da questa crisi; ha erogato a tassi infimi agli istituti che ne avessero fatto richiesta i denari da rimettere in circolo, per poi capire che le banche se li sono tenuti per colmare bilanci da formaggio groviera e per lucrare qualche soldo sulla differenza dei tassi. In ogni caso si merita un 10 con lode, alla faccia di Mario Monti – uno pseudoeconomista bocciato in pieno.

Il suo collega d’oltreoceano è invece diventato abilissimo a esportare altrove i prodotti tossici. Insieme ai colleghi Tim Geithner e Henry “Hank” Paulson, nel 2008, in una crisi che rischiava di travolgere tutto e tutti indistintamente, si inventò il sistema too big to fail: cose che si possono fare solo negli Usa, ovvero come annientare rapidamente i virus letali, consolidare con le buone o le cattive interessi spesso contrapposti per costruire colossi bancari invincibili a tutto campo, dargli una quantità esagerata di soldi dei contribuenti e farseli rimborsare con tempi da primato proprio perché ai privati americani non piace per niente avere il fiato sul collo del governo, a differenza di quanto accade in Europa o nel resto del mondo. La Federal Reserve continua a stampare dollari per immettere liquidità nel sistema, una media di 40 miliardi al mese fino a tutto il 2013, ma il dollaro rimane integro nel suo intrinseco valore facciale verso le altre divise, i cittadini godono di ragionevole credito e l’economia seppure non nel suo migliore stato appare un’araba fenice nei confronti delle altre nazioni del G8. Tutto questo grazie anche al secondo mandato del presidente Obama vinto in forma limpida e autorevole, poche idee ma chiarissime e un programma di governance fatto di cose sensibili, tangibili, serie, fattibili, concrete e obiettivi raggiungibili proprio come piace al suo popolo, visto che oramai gioca in souplesse senza dover vivere troppi compromessi con il Congresso, il Senato e le lobby, inoltre capace di scegliersi ottimi collaboratori, quindi 10 con lode a tutti e due.

Di questi tempi non ci si trova mai di fronte al classico “o la va o la spacca”, oggi si parla semmai di “o la spacca adesso o la spacca più tardi”. Pertanto, molto sovente il grande nemico della verità non è la menzogna – deliberata, studiata, disonesta – ma il mito persistente, persuasivo, irreale. Troppo spesso ci teniamo attaccati ai cliché dei nostri antenati, sottomettiamo tutti i fatti a interpretazioni prefabbricate e godiamo del conforto di avere delle opinioni senza avere la noia di pensare. Non possiamo capire e affrontare i problemi attuali se siamo affascinati da etichette tradizionali e da slogan consunti di un’epoca passata. La sfortuna è che l’abituale noiosa retorica non tiene il passo con la velocità dei mutamenti economici e sociali e i dibattiti politici, i discorsi pubblici sui problemi interni, sociali ed economici troppo spesso non hanno alcuna relazione o ne hanno troppo poca con le reali tematiche che sarebbe necessario affrontare con coraggio e determinazione. Le nuove circostanze nelle quali ci troviamo e che dobbiamo sfidare richiedono parole nuove, espressioni diverse, oltre che l’adattamento delle parole vecchie agli oggetti innovativi.

di Marco Savina, Limes.com

13 marzo 2013

Tobin Tax, l’imposta controproducente

La Commissione Europea ha proposto di adottare la famosa tassa sulle transazioni finanziarie, che ostacola il buon funzionamento dei mercati. In Italia l’abbiamo appena introdotta, penalizzando gli investitori.

[Foto Ansa]

Le transazioni finanziarie sono piuttosto “voluminose”. Nasce così la tentazione di tassarle per avere un gettito cospicuo che può servire ad altri scopi.

Poiché – si teorizza – le troppe transazioni finanziarie sono “sterili”, ecco che si può prelevare una quota di denaro da queste senza procurar danni per degli scopi che siano, al contrario, “fertili”.

Il nome che viene dato a questa tassa è “Tobin tax”, dal nome dell’economista che la teorizzò 40 anni fa ma per il solo mercato delle valute. La tassa è molto bassa (di molto inferiore all’1% del valore della transazione), ma, poiché gli scambi sono cospicui, il gettito non è spregevole: in Europa, secondo i conti di Bruxelles, sarebbe intorno ai 30 miliardi di euro.

Saggiamo l’idea che le transazioni finanziarie possano essere facilmente classificate come “sterili” oppure “fertili”.

L’impresa X vara un aumento del capitale – emette azioni – per aprire un megaimpianto con annessi occupati. È un’operazione che si potrebbe definire subito come “fertile”. Chi sottoscrive l’aumento del capitale può ragionevolmente temere che il titolo possa un giorno registrare un prezzo inferiore, perché l’impianto potrebbe andare peggio delle previsioni. Preferisce “coprirsi”, ossia accendere un’operazione finanziaria che, nel caso di una caduta del prezzo dell’azione, non gli faccia perdere denaro.

Trova chi pensa che le cose, invece, andranno bene, e quindi accetta di comprargli le azioni a un prezzo definito a una data definita. In questo modo scende il “premio per il rischio”, perché chi compra non chiede un prezzo minore per le azioni, perché ha paura di poter perdere. Riducendosi il premio per il rischio, l’impresa emette azioni a un prezzo maggiore, e quindi riduce il costo del capitale. Altrimenti detto, l’impresa affronta gli investimenti “reali” con maggiore tranquillità. Le transazioni “sterili” – come quelle di copertura dei rischi – aiutano l’economia “fertile”.

La Tobin Tax applicata alle transazioni finanziarie se riduce gli scambi – perché costa di più comprare e vendere – non favorisce il buon funzionamento dei mercati, perché li rende meno liquidi.

È questa l’obiezione maggiore che fanno quelli che sono contrari alla Tobin Tax. Poi vi sono le obiezioni minori, che assomigliano alle critiche che si rivolgono quando si alzano le tasse (le accise) sui carburanti. Costando molto di più il carburante alla pompa, si usa meno l’auto. La riduzione della domanda di carburante alla fine riduce il gettito delle accise. Invece di incassare di più, ecco che si incassa lo stesso. Altra obiezione minore è che le transazioni si sposterebbero su altri mercati se si alzano le imposte in uno o alcuni mercati.

Per quel che riguarda l’applicazione della Tobin Tax in Italia, si resta perplessi quando si scopre che la tassa scatta sulla variazione della posizione netta giornaliera dell’investitore e non sulle transazioni nel corso della giornata, come dovrebbe essere nello “spirito” della Tobin Tax. Ossia, se compro mille azioni e me le tengo, ecco che pago la Tobin Tax sul controvalore delle stesse (mille euro allo 0,1% sono un euro di Tobin Tax). Se, invece, compro e vendo nel corso di un giorno mille euro, ecco che non pago nulla.

Insomma le transazioni continue non pagano la tassa, mentre la pagano quelli che comprano le azioni per scopi di portafoglio. Il mercato resta quindi liquido, il che, per le ragioni suesposte va bene, ma si penalizza, seppur molto marginalmente, chi investe.

di Giorgio Arfaras, Limes.com

5 marzo 2013

Cervelli in fuga, il flop dell’operazione rientro: “Illusi dall’Italia: dovremo emigrare di nuovo”

L’INIZIATIVA fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia. Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione. Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università.

Per i vincitori della prima edizione, intanto, si avvicina la scadenza del contratto. E loro non sanno ancora se il loro futuro sarà di nuovo all’estero. Il bando del 2010 invece è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012. La commissione di valutazione è stata nominata il 10 settembre dell’anno scorso, il 17 dicembre si è insediata e il 21 febbraio di quest’anno ha fatto sapere che “concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall’insediamento, salvo eventuali ritardi”. Il bando del 2011 non è mai uscito. Quello del 2012 è scaduto domenica scorsa, con il concorso di due anni prima ancora aperto e i candidati informalmente invitati a ripetere la domanda, a ogni buon conto.

I giovani scienziati disposti a tornare nel loro complicato paese hanno iniziato a fiutare l’aria. Dalle 363 domande per 31 posti presentate nel 2009 si è passati a 81 domande per 24 posti nel 2010. Nel frattempo i finanziamenti stanziati dal Ministero per l’università e la ricerca sono scesi da sei a cinque milioni. E gli anni di contratto da ricercatore universitario offerti ai giovani si sono dimezzati: da sei a tre. L’entrata in vigore della riforma Gelmini dell’università nel 2010 vieta infatti che i contratti triennali della categoria prevista dal Programma Montalcini siano rinnovabili.

I vincitori del bando del 2009 (scelti e nominati il 10 novembre 2010) stanno tranquillamente insegnando e facendo ricerca in varie università italiane con uno stipendio di 40mila euro lordi l’anno. Sono filosofi, chimici, biologi, medici, giuristi, geologi, archeologi, linguisti, storici, fisici, antropologi, matematici. Provengono da New York, Londra, Baltimora, Oxford, Berlino, Chicago, Zurigo, Cambridge, Montreal. Il bando prevede che “il loro contratto abbia durata triennale e possa essere rinnovato per una durata complessiva di sei anni”. Ma “possa” non vuol dire “debba”. E lo scorso ottobre 23 dei cervelli rientrati hanno pubblicato sul loro sito una lettera di protesta, indirizzata al Ministero che li lasciava nell’incertezza. “Qual è il senso – chiedevano – del programma per il rientro dei cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una fellowship di tre anni per giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul mercato internazionale?”.

Per disinnescare l’ipotesi cul de sac il Ministero ha incontrato due volte i rappresentanti dei “cervelli rientrati”. “La maggior parte dei loro contratti – spiega Daniele Livon, che al Ministero è direttore generale del settore università – scade nel 2014. Quindi possiamo inserire i soldi per il loro rinnovo nel Fondo per il finanziamento ordinario alle università del 2013. Ne abbiamo parlato con il ministro Francesco Profumo, che si è detto d’accordo”.

Senza risposte da piazzale Kennedy sono invece rimasti i candidati del bando 2010. A un ragazzo che chiedeva informazioni un anno dopo aver presentato domanda, il Ministero ha risposto che presto risponderà: “Si informa – è il testo della mail ricevuta dal ricercatore – che il Comitato nel più breve tempo possibile procederà ad informare i candidati con un avviso nel quale sarà presente lo stato dei lavori dello stesso”.

di Elena Dusi

Repubblica.it

18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

18 gennaio 2013

Tax evasion in Italy: Big government meets big data

DEATH may be certain in Italy, but taxes are another matter: an estimated €285 billion remained unpaid last year, about 18% of GDP. Yet this will change if a new way of assessing income, called redditometro, is a success. The system, which became law on January 4th, aims to winkle out many of the large number of Italians who cheat on their annual income tax returns.

The redditometro, which will first be used in March to examine income tax returns for 2009, is best described as big government meets big data (meaning large data bases and huge computing power). The approach is based on the sensible idea that in order to spend one needs an equivalent income. So if tax authorities can calculate how much a person has spent, they can tell how honest he was on his tax return.

Italy’s tax authorities already know a lot about what people do with their money. All residents have a unique tax number that they have to provide for a wide range of transactions, such as utilities contracts, home mortgages and insurance policies. For everything else, from food to furniture, the Agenzia delle Entrate will use national statistics and complicated formulae to estimate spending. It has divided Italy into five geographical areas and calculate the budget for eleven different family types, from a single under 35 years to a couple over 65 years.

The system will flag tax returns in which the declared income differs from the taxpayer’s estimated spending by more than 20% (although it is expected that the tax authorities will initially target only taxpayers with a much bigger difference). Those who fail the test will be asked to justify their returns. Those who are unable to do so will be given the chance to cut a deal, meaning they will have to pay the evaded tax and a reduced penalty.

Predictably, the redditometro has already proven controversial. Economists worry that it may have a dampening effect on Italy’s already depressed economy. Others take issue with the fact that the system will look at tax returns that were filed three years ago. Yet others object to the use of national statistics and question the accuracy of average spending patterns.

Schumpeter, The Economist.com

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
18 gennaio 2013

L’«Abenomics» batte l’Europa senza crescita

Mentre l’Europa continua a insistere su rigore fiscale e pareggi di bilancio senza crescita, il Giappone promuove una aggressiva strategia di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia. È ora che anche nel Vecchio Continente le Merkenomics siano messe da parte.

Abenomics: così è stata battezzata la strategia del nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che punta ad una politica economica della crescita con l’innovazione e gli investimenti, la domanda interna e le esportazioni.
La Abenomics, che si compone di due politiche connesse (quella di economia reale; quella di economia monetaria), ha già generato un ampio dibattito sia per le probabilità di successo sia per i rischi che ne possono derivare al Giappone ma anche ai rapporti valutari ed economici internazionali. Compresi quelli con l’eurozona che ci interessano maggiormente anche se l’analisi dovrebbe riguardare Uem, Usa, Giappone e Cina. Cioè le quattro maggiori economie del mondo.

Il programma giapponese si basa su una forte espansione di spesa pubblica con un primo intervento di circa 10 trilioni di yen ovvero di circa 85 miliardi di euro ad opera del governo centrale che dovrebbe essere affiancato da un altro analogo dei governi locali e dei capitali privati. Si arriverebbe a un intervento pari a 170 miliardi di euro finalizzati a incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese. Il Governo ritiene che il programma dovrebbe portare già nell’anno fiscale 2013 (che inizia ad aprile) ad una crescita del Pil del 2% con conseguente aumento di 600 mila posti di lavoro.

Questa politica aggressiva di spesa pubblica va valutata in relazione a due aspetti dell’economia giapponese. Il primo è la deflazione di cui il Giappone soffre da 15 anni e dalla quale vuole uscire. La situazione non è tuttavia peggiorata, comparativamente all’Eurozona, nel corso della crisi iniziata nel 2008. Anzi. Infatti nel 2012 il Pil cresce intorno al 2,2% (la Uem cala dello 0,4), la disoccupazione è al 4,5% (la Uem è sopra l’11%), la bilancia dei pagamenti di parte corrente (e cioè il saldo tra esportazioni ed importazioni del Giappone per beni, servizi e redditi) è all’1,6% del Pil (nella Uem è all’1,1%). Il secondo aspetto riguarda le finanze pubbliche dalle quali verrà lo stimolo alla crescita. Nel 2012 il debito pubblico lordo sul Pil è pari al 236% e il deficit sul pil pari al 10% e qui la Uem è ben più solida. In queste condizioni avviare una politica di spesa pubblica appare un azzardo che il Governo nipponico affronta però con due ammortizzatori. Uno riguarda il finanziamento del debito pubblico che per la quasi totalità è detenuto all’interno del Giappone e sul quale si pagano tassi di interesse sui decennali allo 0,82% e quindi minori di quelli tedeschi e americani.
L’altro riguarda l’enorme entità di crediti sull’estero accumulati con i surplus commerciali.

Nella sfida giapponese vi è anche un profilo di geo-economia dove il Giappone sta arretrando rispetto alla Cina. La quota del suo Pil su quello mondiale (in termini di parità di potere d’acquisto) nel 2000 era al 7,6% e quella della Cina al 7,1%,nel 2012 è al 5,5% e quella della Cina al 14,9%, nel 2017 è prevista al 4,8% e quella della Cina al 18,2%. Anche in termini di dollari correnti la Cina ha già superato il Giappone.
Per spingere sulla crescita la Abenomics punta anche ad una forte espansione monetaria della Banca Centrale Giapponese per contribuire al sostegno dell’occupazione e della crescita alzando subito il limite di inflazione accettabile dall’attuale 1% (mentre quella effettiva è allo zero) al 2% ed in prospettiva al 3%. A ciò viene aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che hanno subito un forte rallentamento nel 2012 anche a causa della recessione in Usa e Ue.

Sin qui la Abenomics che ha già avuto alcuni effetti come quello di indebolire lo yen e di rilanciare le quotazioni delle azioni nipponiche.
È chiaro che la Abenomics ha molti rischi sia interni che esterni al Giappone e che sarebbe molto meglio un concerto tra Uem, Usa, Giappone e Cina per evitare bolle e guerre valutarie.
In attesa del “concerto” la Uem dovrebbe però convincersi che la Merkenomics del rigore fiscale e dei pareggi di bilancio senza crescita peggiorerà con la Abenomics. Infatti l’euro da fine luglio (quando Draghi lo salvò) ad oggi ha guadagnato circa il 25% sullo Yen (e il 10% sul dollaro). Ne seguirà un calo delle esportazioni della Uem che rallenterà la nostra ripresa o prolungherà la recessione. Dalla quale non si uscirà sperando in un aumento della domanda aggregata solo in virtù delle liberalizzazioni e della politica monetaria della Bce che non arriva alle imprese.

Bisogna allora finanziare i programmi di investimenti infrastrutturali e in ricerca e sviluppo (di Europa 2020 e di Horizon 2020). A tal fine potremmo avere un sostegno dalla Abenomics che con le riserve valutarie punta anche all’acquisto di obbligazioni del Fondo Europeo Esm che andrebbe subito trasformato in Fondo Finanziario Europeo per mettere in sicurezza una parte dei debiti pubblici nazionali e per finanziare i nostri investimenti. È la nota ricetta degli EuroUnionBond che, senza correre i rischi eccessivi della Abenomics, ci consentirebbero di passare dalla Merkenomics recessiva alla Euronomics espansiva.

di Alberto Quadrio Curzio, da Il Sole 24 Ore

18 gennaio 2013

Partono i sommergibili

“Rapidi ed invisibili, partono i sommergibili”, canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà.

La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994 e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israele- armamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che -fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi.

Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione.

Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’ILVA di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno -fortunatamente- inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

di Giulio Marcon, Sbilanciamoci.org

 

18 gennaio 2013

14° Rapporto sulla spesa pubblica…la Controfinanziaria 2013

Presentato  a Roma,  presso la Fondazione Basso in via della Dogana Vecchia 5, il XIV Rapporto su: “Come usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”.

Il Rapporto di quest’anno, 186 pagine di proposte, analisi, soluzioni e idee concrete per uscire dalla crisi salvaguardando i diritti – oltre ad analizzare criticamente le politiche del governo italiano e di Unione e Commissione europea – formula ben 94 proposte specifiche e dettagliate (in una “manovra” da 29 miliardi di euro) sia per le entrate e per le uscite, che per le riduzioni della spesa pubblica come gli stanziamenti per la Difesa o le “grandi opere”.

La filosofia del Rapporto di quest’anno è opposta a quella delle politiche neoliberiste e di “austerity”: per fronteggiare la crisi bisogna investire nel rilancio dell’economia, nella redistribuzione della ricchezza e in un nuovo modello di sviluppo sostenibile e di qualità. Per far crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari, i rentiers e le banche si facciano da parte.

Per Sbilanciamoci! cambiare rotta si può e si deve. Basta con il neoliberismo, basta con le politiche di austerity, basta con la subalternità ai mercati finanziari, basta con una politica economica che sta aumentando le sofferenze sociali e accentuando la depressione e la recessione dell’economia reale.

Il “cambio di rotta” di Sbilanciamoci! consiste, dunque, nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo in cui, alcune merci, consumi, pratiche economiche siano giustamente condannate alla decrescita (il consumo di suolo, la mobilità privata, la siderurgia inquinante) e altre siano invece destinate a crescere; quelle di un’economia diversa che abbia tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese con l’innovazione e la qualità.

Analisi quindi ma anche, e soprattutto, proposte di intervento, organiche e concrete, per fornire un valido sostegno all’economia, al lavoro e al welfare interventi che vanno nella direzione di una fuoriuscita dalla crisi nel segno della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, della sostenibilità ambientale e di un nuovo modello di sviluppo.

La “controfinanziaria” di Sbilanciamoci! è frutto di un lavoro collettivo a cui, in diversa forma e per temi di rispettiva competenza, hanno collaborato:Licio Palazzini (Arci Servizio Civile), Massimo Paolicelli (Associazione Obiettori Nonviolenti), Tonino Aceti e Vittorio Ferla (Cittadinanzattiva), Roberta Carlini e Cristina Povoledo (sbilanciamoci.info), Andrea Baranes (Fondazione Culturale Responsabilità Etica), Antonio Tricarico (Re:Common), Francesco Dodaro e Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Grazia Naletto, Sara Nunzi, Duccio Zola e Sergio Andreis (Lunaria), Giulio Marcon, Mario Pianta, Leopoldo Nascia e Chiara A. Ricci (Sbilanciamoci!), Stefano Lenzi e Mariagrazia Midulla (Wwf), Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (Antigone), Mariano Bottaccio (Cnca), Domenico Chirico e Martina Pignatti (Un ponte per…), Alessandro Messina, Andrea Ranieri, Carlo Testini (Arci), Roberto Romano (Ires-Cgil), Stefano Trasatti (Redattore Sociale), Elena Monticelli, Federico Del Giudice e Riccardo Laterza (Link-Rete della Conoscenza), Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (FairWatch), Valeria Bochi (Rees Marche), Riccardo Troisi e Alberto Castagnola (Reorient), Carlo Giacobini e Daniela Bucci (Fish), Elvira Ricotta Adamo (Udu), Vincenzo Comito (Università di Urbino).

sbilanciamoci.org

18 gennaio 2013

La casa al centro, i giovani al margine

Le tasse sulla casa al centro della campagna elettorale: in molti, infatti, si sono lanciati all’inseguimento del solito tormentone demagogico di Silvio Berlusconi. Un ritornello che oscura le vere emergenze del momento. Ma quanti giovani hanno la casa e pagano l’Imu?

Con chi parliamo quando parliamo di Imu? Il ritorno del settantaseienne Berlusconi, alla sua sesta campagna elettorale, ha portato con sé tra le altre cose anche il gran ritorno della questione delle tasse sulla casa in proprietà. In molti lo hanno seguito, e così il discorso pubblico si è concentrato sul numero più classico dell’anziano prestigiatore, che prova così a risalire la china ripetendo il colpaccio che già gli riuscì nel 2006. Nel terrore generale: la tassa sulla casa riguarda tutti si dice; perché quasi tutti sono proprietari in Italia, si aggiunge. Dimenticando vari dati di realtà, e soprattutto dimenticando i giovani (retoricamente messi al centro di tutto fino a pochi giorni prima), che è molto difficile che siano appena usciti dall’angoscia della seconda rata dell’Imu, semplicemente perché una casa non ce l’hanno. Lasciando stare quelli che vivono con i genitori, i dati di Bankitalia ci dicono che il 40% delle famiglie con capofamiglia sotto i 34 anni vive in affitto, e il 13% ad altro titolo diverso dalla proprietà. Allora: con chi parliamo quando parliamo di Imu?

L’età delle case

La tabellina che segue è contenuta in uno studio delle Finanze e dell’Agenzia del territorio, dedicato a “Gli immobili in Italia”, che tra le tante cose ha anche un’analisi della proprietà delle case dal punto di vista anagrafico.

Oltre a confermare quel che tutti i politici sanno e usano – quando incontri un cittadino che deve darti il suo voto, è molto facile che sia uno che deve pagare, o ha appena pagato, la tassa sulla casa – lo studio delle Finanze ci dice che però cotanto interesse è concentrato nella fascia d’età matura.

Vediamo i numeri. Quelli generali: in Italia ci sono 41,5 milioni di contribuenti, e il 59% di loro (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. È in questo universo che lo studio delle Finanze, relativo ai dati fiscali del 2010, fa entrare in ballo anche la variabile dell’età. Partendo dai giovanissimi, tra i quali ovviamente la proprietà immobiliare è una rarità: tra coloro che hanno meno di 20 anni, ci sono solo 50.398 proprietari di immobili: gli under 20 sono lo 0,2% di tutti i contribuenti proprietari, mentre sono il 3% della popolazione. Salendo di un decennio, troviamo 837.158, tra coloro che hanno un’età compresa tra i 21 e i 30; confrontando questi dati con quelli Istat sulla popolazione vediamo che tra i 21 e i 30 anni si colloca l’11,1% della popolazione ma solo il 3,5% dei proprietari. Salendo invece con l’età, la proprietà della casa si diffonde: tra i 51 e i 70 anni, abbiamo il 24% della popolazione ma il 37,7% dei proprietari; e gli ultrasettantenni sono il 14,1% degli italiani, ma ben il 23% dei proprietari.

Questo per mostrare – o meglio, tornare a raccontare, attraverso i numeri – una cosa in sé abbastanza ovvia: la casa si compra dopo aver un po’ lavorato e risparmiato, e questo vale soprattutto per quelle fasce sociali che non godono di patrimoni familiari che si tramandano.

Dunque, il luogo comune per cui “in Italia tutti hanno una casa” andrebbe ridimensionato, smontato e analizzato pezzo per pezzo. Ridimensionato, perché non è del tutto vero neanche in linea generale: anche dopo i vari boom della corsa agli immobili, dagli anni ’60 del miracolo economico e dei palazzinari, ai ’70 della grande inflazione e del bene-rifugio, agli ’80-’90 del “tutti proprietari!”, ai 2000 della finanza e dei mutui facili; anche dopo tutto ciò, nella media italiana la proprietà della casa di abitazione riguarda i due terzi delle famiglie (dati Bankitalia, in questo caso). Ma tale quota scende se si va a smontare il dato anche dal punto di vista dell’età. Lo dimostrano i dati del fisco (appena citati) sui contribuenti, e quelli della Banca d’Italia sui bilanci familiari: che ci dicono invece che, al di sotto dei 34 anni, l’affitto è una condizione che riguarda il 38,7% delle famiglie. La proprietà riguarda il 47,8% delle famiglie “giovani”. Un altro 13,5% vive nella abitazione di residenza “ad altro titolo”, diverso da proprietà o affitto. Dunque, quando si parla per ore in tv o su un giornale di Imu e affini, è più che probabile che i giovani all’ascolto (ammesso che ce ne siano) cambino canale, voltino pagina o clicchino su un altro contenuto. Forse resterebbero, se si parlasse di stage, contratti cocopro, partite Iva, lavoro, maternità, part time…

Dalla casa al lavoro

Attenzione. Con questo non si vuol dire che allora è giusto stangare le case e i loro proprietari. L’Imu – così com’è scritta – è una somma di ingiustizie, ed è una somma ingiustizia. A partire dalla bugia di base che la alimenta, quella sul valore degli immobili: finché non si aggiornerà il catasto e non si porteranno i valori reali dentro quelli fiscali (operazione tecnicamente fattibile, ma evitata con cura da governi politici e tecnici), sarà impossibile conciliare qualsiasi imposta sulle case con gli articoli 3 (eguaglianza) e 53 (capacità contributiva) della nostra Costituzione. E poi, bisognerebbe mettere l’Imu dentro una patrimoniale vera, su tutte le fortune, ed esentare le fasce di reddito più povere, e coloro che sull’immobile stanno ancora pagando il mutuo prima casa (tra i quali sicuramente ci sono tutti quei giovani proprietari che hanno appena comprato, magari negli anni nei quali ancora potevano accedere a un prestito in banca).

Dunque, a chi pensa di rivincere (o di non perdere) le elezioni cavalcando di nuovo l’abolizione della tassa sulla casa, bisognerebbe rispondere a muso duro che quella tassa non va tolta ma va resa giusta. Ma, tutto ciò precisato, resta il fatto che una bella e progressiva riforma di questo tipo non cambierebbe di una virgola – se non in termini di un po’ di risorse pubbliche recuperate – la condizione dei veri protagonisti della crisi, i giovani. I senza-casa e senza-lavoro. Quelli che hanno pagato prima e di più per la gelata dell’economia: vedendo i loro aleatori contratti di lavoro saltare per aria, o trasformarsi, o inabissarsi per ricomparire in tempi migliori; e poi trovandosi alle prese con la grande riforma del mercato del lavoro, che non ha portato una maggior copertura dalle incertezze e dagli alti e bassi del lavoro e della vita (niente in termini di copertura tra un contratto e l’altro, salario minimo, giusti compensi, ammortizzatori per malattia, maternità etc), ma ha complicato notevolmente la vita a tutti tranne che ai consulenti del lavoro, in slalom tra i nuovi cavilli. Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è al 37,1%, solo in Spagna va peggio; e tra i 15 e i 24 anni abbiamo 641.000 ragazzi in cerca di lavoro: il 10,6% del totale delle persone in quella fascia d’età. Tra i 18 e i 29 anni è occupato il 45,8% dei maschi e il 33,7% delle donne (si legga questo utile riepilogo numerico della Repubblica degli stagisti).

Nonostante la gravità e pesantezza di questi numeri, resta sostanzialmente fuori dalla contesa elettorale il destino di questa generazione, o forse di due-tre generazioni maturate a cavallo tra la fine degli anni ’90 e il nostro presente, lanciate nel mercato del lavoro dalla legislazione più flessibile che abbiamo mai avuto, prime vittime sacrificali della crisi economica più duro dall’epoca dell'(altra) grande depressione. Si dovrebbe parlare di come farli entrare, o rientrare, al lavoro: di un piano, una domanda, una linea – che non sia il puro e ipocrita: rilanciamo l’economia, il lavoro arriverà. Sia perché si dovrebbe dire come rilanciare l’economia, che perché, in ogni caso, resta un problema di inserimento, o re-inserimento, di persone segnate e piagate dalla crisi che hanno subìto, che lo abbiano fatto salendo su un tetto o lavorando nell’ombra gratuitamente per un centro di ricerca, uno studio professionale, una testata tv.

Di tutto ciò si parla poco o niente, i “giovani”, buoni per gli slogan e le dichiarazioni solenni, in campagna elettorale tirano pochissimo. Meglio la vecchia pantomima dell’Ici-Imu, gli spauracchi della patrimoniale e gli allarmi sul ceto medio tartassato. Veri evergreen, riportati sulle scene da attori consumati e astuti; ma che a volte non si accorgono che in platea non c’è più nessuno.

di Roberta Carlini, da www.sbilanciamoci.info

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