La politica ai tempi di Moccia

Forse il vero segno dei tempi non è la débâcle del centrodestra, né la ritirata della Lega né l’avanzata dei grillini. Forse il vero segno dei tempi è che Federico Moccia – autore di bestseller per adolescenti, da “Tre metri sopra il cielo” a “Scusa ma ti chiamo amore” – sia diventato sindaco di un paesino in provincia di Chieti, Rosello, riuscendo nell’impresa – davvero ardua per un vip come lui – di raccogliere addirittura 142 preferenze, che a Rosello (300 abitanti) rappresentano il 90 per cento dei voti. Per dirla con Geppi Cucciari, i 16 coraggiosi che hanno votato lo sfidante devono essere quelli che hanno letto i suoi libri.

Analizzare il voto delle amministrative, tentando di ricavarne un senso nazionale, e azzardandone addirittura una proiezione europea, è impresa molto ardua per due ragioni principali: la prima è che alle amministrative – come ha rilevato ieri sul “Corriere della Sera” Michele Ainis – i partiti si “travestono”, esplodendo in mille liste civiche talvolta specchio di divisioni interne, talaltra semplici strumenti acchiappavoti, il che rende molto complicato interpretare il risultato delle singole liste con il simbolo del partito (che talvolta neanche si presenta come tale) come il consenso effettivo che quel partito in quello stesso territorio avrebbe alle elezioni politiche; insomma, una geografia di candidati estremamente variegata e non completamente sovrapponibile al quadro nazionale; la seconda ragione è che alle amministrative – e in modo inversamente proporzionale alla grandezza dei comuni – le motivazioni delle scelte elettorali sono spesso legate a ragioni locali, quando va bene relative alla valutazione delle reali capacità amministrative dei candidati, quando va male condizionate da interessi, parentele, relazioni. Prendiamo ad esempio il grande successo personale di Tosi a Verona, che ha sfiorato nuovamente il 60 per cento come cinque anni fa, perdendo solo pochi punti percentuali, nonostante il suo partito viva un momento di grave crisi e perda un po’ ovunque (persino nel paese natale di Bossi, se i simboli hanno un senso): è chiaro come in questo caso a vincere non è la Lega, ma il sindaco uscente, molto amato nella sua città in maniera trasversale.

Non c’è dubbio però che queste amministrative alcune indicazioni significative anche per la politica nazionale le diano. Innanzitutto il dato dell’affluenza, al 67 per cento, in calo del 7. Si temeva peggio, si è detto. Ma, tenendo conto che la propensione all’astensione alle amministrative è tendenzialmente minore che alle politiche, si può ragionevolmente pensare che quel -7 per cento sia destinato ad ampliarsi alle prossime politiche e non è detto che movimenti come quello di Grillo siano capaci di fermare l’emorragia di interesse per la politica. Sarebbe infatti interessante capire la composizione di quel 33 per cento di astenuti (che in alcuni casi, per esempio a Genova, sfiorano addirittura il 50 per cento) e come si sono mossi i flussi di voti. Per esempio: il grande successo del Movimento5stelle è riuscito a intercettare una parte di astensionisti “storici” e a riportarli alle urne o ha raccolto il malcontento di molti elettori per esempio della Lega, lasciando intatto quello zoccolo duro di persone che “tanto sono tutti uguali”?

Quale che sia comunque la composizione degli elettori dei grillini, la politica nazionale farebbe bene a non sottovalutarne il fenomeno. Al di là di quello che si pensa del Grillo politico, in pochi anni i grillini sono riusciti ad affermarsi come forza politica significativa, partendo dal territorio, collocando prima pochi consiglieri comunali e regionali (non presentandosi mai alle provinciali, in coerenza con la loro posizione favorevole all’abolizione delle province) e oggi facendo eleggere il primo sindaco (a Sarego Vicentino), andando al ballottaggio a Parma e attestandosi in molti comuni come terza o addirittura seconda forza politica. Vista l’avvertenza di cui sopra, è difficile dire cosa questo significhi a livello nazionale ma l’avviso di Grillo “Ci vediamo in parlamento” pare destinato ad avverarsi come una profezia.

Quanto alle due maggiori forze politiche del paese, se il Pdl piange (con il suo capo che prima diserta la campagna elettorale e poi fugge a Mosca per evitare di associare il suo volto al disastro), il Pd farebbe bene a non ridere troppo. E a imparare un po’ dalla lezione francese, dove il Partito socialista vince dicendo qualcosa di sinistra.

di Cinzia Sciuto, Micromega

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