Archive for ‘Politica’

16 settembre 2014

Per la ripresa non ci sono scorciatoie

scorciatoiaGiavazzi e Tabellini propongono un taglio alle tasse di 80 miliardi, finanziato dalla Bce e accompagnato da una riduzione della spesa futura. Ma nessun paese ha mai prodotto un piano credibile di riduzione di spesa così enorme. L’unica alternativa realistica: ridurre le tasse insieme alla spesa.

È sempre più comune l’opinione secondo cui “l’austerità non ha funzionato”: l’Europa è sul baratro della deflazione, e soffre di un deficit di domanda. Una recente proposta su lavoce.info di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini offre una soluzione che è ampiamente condivisa: i paesi dell’Eurozona dovrebbero tagliare le tasse simultaneamente del 5 percento del Pil, e la Bce dovrebbe comprare il debito pubblico risultante. Allo stesso tempo, questi paesi dovrebbero  presentare dei piani credibili per la riduzione della spesa pubblica futura.

Come notano Giavazzi e Tabellini, la Germania quasi certamente si opporrebbe. Ma anche non lo facesse, il piano non funzionerebbe. Il motivo non è che le politiche restrittive di bilancio (l’opposto del tax cut) siano espansive: come ho mostrato in una mia recente ricerca(1)  (e contrariamente alle implicazioni di mie ricerche meno recenti), l’evidenza empirica in supporto dell’ “austerità espansiva” è debole. 

UN PIANO CREDIBILE DI RIDUZIONE DELLA SPESA FUTURA È NECESSARIO …….

Dove è il problema quindi? Molti commentatori sono d’accordo che parecchie economie europee, come l’Italia o la Francia, hanno bisogno di ridurre permanentemente le tasse. Il vincolo di bilancio intertemporale dello stato ci dice che questo può essere ottenuto soloriducendo la spesa pubblica permanentemente. Un taglio delle tasse del 5 percento può essere interpretato come un modo di anticipare i benefici del taglio permanente delle tasse, mentre si attende che i tagli di spesa si materializzino. Perché questo funzioni, è necessario appunto un piano credibile di riduzione della spesa in futuro.

Perché? Nel mondo reale, il debito pubblico è rischioso, e ai mercati non piace che esso cresca, soprattutto in paesi con un alto livello di spesa e debito pubblici. Senza un piano credibile di riduzione della spesa in futuro, di fronte a un taglio delle tasse gigantesco come quello proposto da Giavazzi e Tabellini i mercati finanziari sarebbero presi dal panico, perché vedrebbero un ritorno alle politiche di bilancio irresponsabili  del passato; questo avrebbe effetti devastanti sul settore bancario, ancora molto esposto al debito sovrano, come nel 2011. Il tentativo di espandere la domanda aggregata attraverso un taglio delle tasse  si trasformerebbe in un boomerang.

…… MA NON FATTIBILE

Il problema di fondo è che è praticamente impossibile produrre un piano credibile di riduzione della spesa futura, tantomeno per l’importo enorme che un taglio delle tasse del 5 percento comporterebbe. L’esempio più chiaro è offerto dai due piani di consolidamento fiscali più celebri, la Finlandia e la Svezia negli anni novanta. Tra il 1992 e il 1996, secondo gli annunci ufficiali la Finlandia avrebbe dovuto ridurre il disavanzo dell’11,4 percento del Pil, di cui 12,1 percento del Pil in tagli alla spesa; gli stessi numeri per la Svezia erano del 10,6 e del 6,8 percento del Pil, rispettivamente. Tuttavia, questi erano gli annunci; la realtà fu molto differente. Alla fine di quel quinquennio, la Finlandia ridusse la spesa pubblica di solo lo 0,4 percento del Pil (contro previsioni  di un taglio del 12,1 percento!), la Svezia del 3,6 percento.

Ma non è necessario andare indietro così tanto. Un taglio delle tasse del 5 percento del Pil in Italia significa 80 miliardi di euro. I tagli di spesa individuati in un anno di duro lavoro dal commissario Cottarelli sono al più di 12-15 miliardi, e presumibilmente non tutti verranno approvati dal governo.

Il problema è ancora più complicato perché la promessa di monetizzazione del taglio alle tasse della proposta di Giavazzi e Tabellini crea un insormontabile problema di azzardo morale. Per coloro che pensano che questo sia solo un problema di interesse teorico, è utile ricordare che la crisi del debito pubblico in Italia iniziò nell’estate del 2011, quando il governo italiano, dopo aver annunciato un taglio di spesa di circa 3 miliardi di euro (lo 0,2 percento del Pil) ritrattò immediatamente dopo che la Bce iniziò a comprare titoli di stato italiani.

Si potrebbe pensare che, se le cose non dovessero andare come ci si aspetta, si possono sempre ritirare i tagli alle tasse. Ma un paese come l’Italia non ha mai sperimentato un taglio discrezionale alle tasse di più del 0,5 percento del Pil. Un taglio e poi un aumento di tasse di una cifra come 80 miliardi di euro, creerebbero un disastro politico, ed enorme incertezza economica.

NON TUTTI I DISAVANZI SONO UGUALI

Non tutti i disavanzi di bilancio sono uguali. Una cosa è un disavanzo temporaneo per ricapitalizzare il sistema bancario in un paese con basso debito e con una storia di politiche fiscali responsabili, come in Gran Bretagna dopo la crisi finanziaria. Un’altra cosa è un disavanzo di bilancio senza un piano credibile per ridurre le spese future, in un paese ad alto debito pubblico, con una storia di politiche di bilancio irresponsabili e con governi tradizionalmente deboli.

Per un tale paese, l’unica alternativa possibile per raggiungere lo scopo più importante – ridurre le tasse – è di tagliare le tasse insieme alla spesa. Questo processo richiede tempo, efunzionerà incrementalmente, miliardo di risparmi di spesa dopo miliardo. Ma è l’unico approccio realistico. L’alternativa non raggiungerebbe il proposito di aumentare la domanda.

di Roberto Perotti – Lavoce.info

(1) Si veda R. Perotti, (2012): The “Austerity Myth”: Gain without Pain?, in A. Alesina and F. Giavazzi, eds.: Fiscal Policy after the Financial Crisis, pp. 307-354,  National Bureau of Economic Research, scaricabile anche qui

Roberto Perotti

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31 marzo 2014

“Il partito della polizia”, il libro sul lato violento delle forze dell’ordine

Torino G8 Università
Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica. Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

di

Police

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9 dicembre 2013

Giornata contro la corruzione. Parte la campagna per aziende sanitarie “trasparenti”

Campagna “riparteilfuturo”: in tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche “entro gennaio nomina del responsabile locale anticorruzione, stesura del Piano triennale e pubblicazione delle informazioni sui vertici”. Al via la raccolta firme, nelle piazze e sul web

Cor

Da oggi 9 dicembre, nella Giornata mondiale contro la corruzione, sul sito www.riparteilfuturo.it sarà la società civile ad attribuire a ogni azienda sanitaria un punteggio, partendo da un monitoraggio compiuto dalla rete “Illuminiamo la salute” promossa da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe. E prende il via in questi giorni una nuova petizione (nelle piazze e sul web), promossa da Libera e Gruppo Abele: obiettivo è che tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche presenti sul territorio italiano raggiungano al più presto il 100% di trasparenza e legalità. Gli indicatori sono tutti contenuti nella legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione. “Con la nuova raccolta di firme chiediamo che tutte le aziende sanitarie si adeguino a quanto previsto dalla legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione”, dicono i promotori.

 

Solo nel triennio 2010- 2012, in Italia sono stati accertati reati per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello. “La tutela della salute è un diritto fondamentale per tutti i cittadini e gli elevati costi della corruzione corrispondono in questo specifico settore a minori fondi per ospedali, medicine, assistenza sanitaria e sociale – sostiene la campagna -. Da 35 anni il Servizio sanitario nazionale offre a tutti senza discriminazioni cure e assistenza ed è fondamentale preservarlo. Ma i dati recenti sono allarmanti: nel 2012 il 5,6% delle risorse investite in Europa per la sanità è andato perso in illegalità e tangenti (fonte: Rete europea contro le frodi e la corruzione nel settore sanitario)”.

 

Da qui la raccolta di firme sui temi della trasparenza e della lotta alla corruzione nella sanità, in tanti luoghi d’Italia (qui l’elenco delle piazze con iniziative fino al 22 dicembre e in continuo aggiornamento) e sul web. La campagna monitorerà e vigilerà affinché entro il 31 gennaio 2014, senza ulteriori proroghe e rinvii, tutte le aziende nominino il responsabile locale dell’anticorruzione, predispongano il Piano triennale dell’anticorruzione e rendano pubbliche le informazioni sui vertici (cv, atto di nomina e compenso). E’ l’impegno “per un sistema sanitario pubblico trasparente e libero dalla corruzione, un sistema integro e efficace che renda conto di come spende le risorse pubbliche”. (ep)

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9 dicembre 2013

Nel 2025 il 6 per cento dei pensionati sarà straniero

Studio Idos per il ministero dell’Interno. Tra 12 anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che infatti nel 2015 sarà il 12,3 per cento della popolazione

Anche i suoi contributi

Anche i suoi contributi

Fino al 2025 i lavoratori stranieri continueranno a versare al nostro paese in termini di contributi molto più di quanto ricevono in prestazioni previdenziali. I versamenti contributivi degli immigrati, infatti, ammontano a circa 7 miliardi di euro l’anno cifra che solo marginalmente viene utilizzati per pagare le loro pensioni, trattandosi di una popolazione giovane. Lo dice uno studio realizzato dal Centro studi e ricerche Idos per il ministero dell’Interno, presentato oggi a Roma in occasione del convegno dell’European migration network Italia (Emn) che quest’anno ha scelto come tema di studi proprio la copertura previdenziale degli immigrati.

Nello specifico il rapporto sottolinea che tra dodici anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che essendo tendenzialmente più giovane di quella italiana, inciderà in positivo in termini previdenziali. Tenuto conto della nuova normativa (che ha elevato l’età pensionabile e il requisito contributivo), i pensionati stranieri in Italia, che nel 2010 erano l’1,5 per cento, saliranno al 2,6 per cento nel 2015, fino ad arrivare al 4,3 nel 2020 e al 6 nel 2025. Anno in cui si stima che ad entrare in età pensionabile saranno 43 mila stranieri e 747 mila italiani, per cui il rapporto tra pensionandi immigrati e italiani passerà da 1 ogni 46 (all’inizio del periodo) a 1 ogni 19. Ma anche se il differenziale pensionistico tra le due popolazioni andrà riducendosi, rimarranno tuttavia significativi margini che vanno a beneficio della gestione pensionistica. Per il 2025 si stima, infatti, che la percentuale degli stranieri sul totale dei residenti sarà pari al 12,3 per cento.

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Imm

9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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13 marzo 2013

Il ritorno del giardino dei finti cretini: la scala di Penrose

Chissà se un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo. Mentre il nostro paese è allo sfascio, ci sono due Messi che giocano la stessa partita dell’economia globale.


[Foto Ansa]

Quando è caduto il Muro di Berlino l’allora governo di Bonn aveva promesso di trasformare in cinque anni l’ex Germania Est comunista in un modello di prosperità; questo avrebbe portato a un secondo miracolo economico in tutto il paese, dopo il primo del dopoguerra, facendo sì che i tedeschi diventassero il popolo più ricco del mondo e non solo dell’Europa.

Come ciliegina sulla torta il cancelliere tedesco Helmut Kohl aveva promesso che ciò sarebbe stato possibile senza nuove tasse, roba da fare invidia all’avventuristica politica economica di George Bush Sr.

Presto i tedeschi si resero conto di aver sbagliato tutti i calcoli perché per pagare i costi della riunificazione e alzare lo standard di vita dell’Est allo stesso livello dell’Ovest sborsarono somme enormi, centinaia e centinaia di miliardi di dollari. Per ottenere questi soldi furono costretti a chiedere prestiti esorbitanti – anche agli Stati Uniti, peraltro mai restituiti – che mantennero alti i tassi d’interesse.

Sfortunatamente le misure non furono capienti e Kohl dovette infrangere la sua promessa e aumentare le tasse, ma il vero problema era che nonostante tutti i prestiti e le tasse non ci fu alcun miglioramento nell’Est mentre nella Germania Ovest l’economia si piantò nella peggiore recessione dopo la depressione dei primi anni Trenta.

Il livello di scontento in Germania fu il più alto dalla seconda guerra mondiale, tanto che i tedeschi occidentali sono tuttora convinti che quelli dell’Est siano un mucchio di pigri vagabondi che hanno sempre vissuto a spese dello Stato e che non abbiano la minima idea di cosa significhi lavorare per vivere. I tedeschi orientali pensano che quelli dell’Ovest siano zoticoni arroganti, avidi e senza cultura, interessati solo a fare soldi. Così il tessuto sociale e politico lentamente ma inesorabilmente si sgretolò; esattamente come l’ultima volta che i tedeschi erano entrati in una delle loro fasi maniaco-depressive, dipendeva anche da una situazione economica molto difficile che nel primo dopoguerra portò a una completa disillusione nei confronti del governo democratico della Repubblica di Weimar con le conseguenze che tutti conosciamo benissimo.

Lasciando molto a parte per totale indifferenza la robusta silhouette della signora Merkel, la Germania soffre più che mai ancestrali sentimenti di egocentrica egemonia visto come tratta greci, italiani e spagnoli che a parole sono gente degnissima seppure bisognosa di aiuto, ma dentro il proprio ego li ritiene poveri peones del Sud Europa destinati a fare la pessima fine dei miserabili immigrati in Svizzera o Belgio degli anni Cinquanta.

Probabilmente per atavica vergogna, la cancelliera non ama affatto ricordare che suo padre era confidente di Markus Wolf e che di conseguenza la sua infanzia fu resa molto più facile di tanti altri a cui era impedito il passaggio da est a ovest. Ma tant’è: a una che parla correttamente il russo e che però si mette in casa Jens Weidmann come presidente della Deutsche Bundesbank – un vero instancabile nostalgico insieme a tanti altri compatrioti del glorioso e poderoso marco, defunto a favore di una moneta unica annacquata da economie deboli e inette – meglio opportunamente ricordarle di “arbeit macht frei” e forse pure di Seneca e del circolo della grazia: “emanatio, raptio, remeatio; dare, ricevere, restituire”.

Come dire: le ideologie non sono negoziabili, gli interessi si.

Chissà se mai un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo della Repubblica italiana e con scatto record da centometrista pure senatore a vita. Povero presidente Napolitano: in cuor suo si sarà pentito, ma purtroppo cosa fatta capo ha.

Mario Monti sembra il carpentiere della tragedia di Shakespeare che fa vedere agli spettatori la metà del suo viso attraverso la criniera del leone e intanto sussurra lento, ponderato, suadente “se voi pensate che sono venuto come un vero leone sarebbe increscioso, non tremate; la mia vita garantisce per la vostra”. Intanto ha guidato per tredici mesi un incompetente governo tecnico, che a parte rarissime eccezioni ha compiuto efferati disastri ai danni del paese e della società civile, fermo restando che il governo di una nazione democratica non è e non sarà mai tecnico, sarebbe un controsenso negazionista esattamente come affermare che la politica non esiste e invece purtroppo esiste eccome. Cosa ha fatto Monti durante questo periodo di mandato, supportato da una inusitata maggioranza incestuosa però prona ai suoi voleri e a quelli del capo dello Stato?

Ha aumentato le imposte fino al limite della fisiologica sopravvivenza o della morte per inedia, ristabilito una tassa iniqua sulla proprietà immobiliare fuori da ogni parametro di logica economica e messo in atto tramite uno dei suoi ministri una nuova legge sul lavoro a dir poco calamitosa che offende profondamente sia i giovani che i meno giovani. E tutto questo per che cosa? Per ottemperare agli inquietanti dogmi dell’Unione Europea dettati dalla Germania. Di riforme istituzionali e costituzionali, niente; di riforme sulla legge elettorale, niente; di rilancio dell’economia e dei consumi, niente; solo il tormentone dello spread. Lo spread sta a un governo sovrano come la pagella a uno studente: se hai 6 o 7 in tutte le materie è complicato raggiungere la media similvirtuosa dell’8 o del 9.

Guardiamo per un attimo i numeri, che poi sono sempre gli stessi. Un pil inchiodato intorno ai 1.600 miliardi di euro; un costo della pubblica amministrazione che prosciuga la metà del medesimo pil per circa 800 miliardi; un costo del servizio al debito pubblico vicino ai 100 miliardi annui il cui principal ha superato abbondantemente i 2.000 miliardi e che ogni anno deve provare a rinnovare più o meno 400 miliardi di titoli di Stato – tanto che lo sforamento è dovuto proprio a emissioni che non tutti accettano di sottoscrivere; debiti della pubblica amministrazione verso fornitori privati pari a quasi 20 miliardi, cercando di pagarli poco a poco con bond “scontabili” ovviamente a spese del creditore. Ma la cosa divertente, si fa per dire, è che i componenti del suo mitico gabinetto di altolocati ministri, viceministri e sottosegretari – tutta gente di rango e con la puzza sotto il naso – sono rimasti comodi ma passivi figuranti nascondendosi a fatica sotto la foglia di fico che per l’appunto rappresentare il bene dell’amata patria era ottemperare a quanto richiesto dall’Ue, altrimenti tutti nel baratro.

Infatti ci siamo nel baratro: i conti dello Stato non sono a posto neppure secondo criteri alieni dal contesto e in compenso il paese è terminato in una maledetta recessione/stagflazione dalla quale forse si risolleverà con grande sforzo e se la globalizzazione aiuta solo nel 2014/’15. Bel colpo veramente, come pulirsi il qui si siede con la carta vetro che dopo un poco irrita.

Evidentemente sessanta milioni di italiani sono considerati amebe ignoranti con l’anello al naso, tutti lì aggrappati al televisore a guardare affamati e vogliosi di panem et circenses il festival di San Remo e l’abdicazione del Santo Padre. In momenti di profonda crisi economica e sociale bisogna pensare alla propria gente, essere egoisti e non genuflessi sui “charter” Ue o dell’Fmi che incalcolabili distorsioni hanno creato in giro per il mondo nelle ultime due decadi – basta vedere le statistiche e i danni al riguardo. Qualunque mezza cartuccia di economista americano avrebbe detto che bisognava manovrare esattamente l’inverso di quanto deciso, abbassare prepotentemente l’imposizione fiscale, tagliare i costi dello Stato non con il bilancino del farmacista ma con l’accetta del boscaiolo, rinegoziare l’enorme debito pubblico esistente e tremendamente presente trovando una soluzione alternativa e meno costosa; ad esempio uno zero coupon bond a trent’anni, ovvero raggruppi e immetti sul mercato titoli a lungo termine con una aliquota calcolata anticipatamente e ti dimentichi degli interessi fino alla loro scadenza e chi può dire che non si può fare laddove ci sono adeguate garanzie? Altrimenti si potrebbe supporre che il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia siano d’accordo nel dare guadagni illeciti a tipologie illecite. Mettere in atto una legge rigorosa sulla corruzione, eliminare una quantità di enti inutili, contenere al massimo i costi della politica, le duplicazioni e triplicazioni di comuni, provincie e regioni, pagare i fornitori dello Stato velocemente con soldi e non a babbo morto con carta straccia, attuare un programma efficace ed efficiente di rapide opere pubbliche e non da barzelletta, da destinare a imprese private capaci e non amiche degli amici e infine lasciare alla popolazione la libertà nel disporre di soldi per rilanciare lavoro, consumi, compravendite immobiliari e quanto altro necessario per risanare definitivamente non le profonde ferite lasciate dai precedenti governi bensì il marcio di un sistema di gestione nazionale tanto pericolosamente desueto quanto un obsoleto kamikaze giapponese.

Invece cosa si è inventato Monti? Un’inutile spending review di facciata, la classica esca populista per i finti cretini e chi ha chiamato come consulente? Proprio quel vetusto Enrico Bondi al quale deve tante personali cortesie. E cosa ha fatto il mitico Enrico Bondi che nella sua longeva carriera ha dato così grande prova di sé? È riuscito (forse) a tagliare meno dell’1% degli 800 miliardi di euro che ogni anno che Dio manda sulla terra la pubblica amministrazione italiana si succhia dal pil, ovvero dalle tasche dei contribuenti. Visto l’ottimo lavoro svolto lo hanno successivamente nominato Commissario per sanare – è proprio il caso di dirlo – la Sanità fallita della Regione Lazio, facendo girare le balle a una quantità impressionante di medici, paramedici e pure pazienti. “What else?” domanderebbe il mezza cartuccia economista americano: pochissimo e quasi niente sarebbe la risposta appropriata, proprio come le vecchie pagelle degli studenti: poteva fare di più ma è vago e non si applica. Però la ministra Fornero, madre di una nuova spettacolare legge sul lavoro votata per totale incompetenza del parlamento deliberante, va a comprarsi le scarpe accompagnata dalla scorta, magari per evitare che le tirino pomodori e uova marce.

Se non esiste credito per nessuno, tutti si trovano in difficoltà a parte i soliti ricchi noti e meno noti, evasori, truffatori e criminali tutti ossequiosi verso le discriminazioni, perché gli operatori delle forze dell’ordine guadagnano miserie ma i loro capi stipendi d’oro, i responsabili dei ministeri e dei massimi organismi dello Stato tuttavia godono di privilegi tipo gli hidalgos spagnoli del XIX secolo, ma non coloro che lavorano subordinati: la classe media è stata calpestata e nessuno dei così detti poteri forti ha alzato un dito. La disoccupazione giovanile appare come una piaga peggiore di una pandemia perché se non si mette riparo rapidamente a questa incontrollata fissione nucleare salterà tutta una nuova generazione, la linfa vitale di ogni ciclo economico, produttivo e immaginifico a tutto tondo, non perché ha fatto la guerra ma perché non ha potuto lavorare e beneficiare dei propri risultati, una cocente vergogna che porterà fra venti anni e fra le tantissime cose negative a che non si potranno più pagare le pensioni. Ma il professor Monti è riuscito a fare molto di più: con impegno ha permesso che i partiti che lo sostenevano e pure quelli contrari non avessero la minima intenzione di approvare una nuova legge elettorale – l’attuale consente ai segretari di scegliersi i candidati e le primarie sono fumo negli occhi per gli stolti, democrazia da bassa cucina a basso costo (per non parlare dell’inutile e costosissimo voto degli pseudoitaliani all’estero – e ancora insiste nell’affermare che la sua presenza personale in Europa risulta fondamentale per gli interessi nazionali. Però nel frattempo si è costruito un paranoico paradosso onirico sotto gli occhi di tutti e per “salire” in politica sta usando la scala di Penrose, che sale sempre con la virtuale distorta ottica dalla quale la si mira, senza pensare che una dismisurata autostima fuori controllo può portare a impensabili trabocchetti, quindi incurante del ridicolo azzardo. Per finire in bellezza, ha pensato bene di candidarsi nuovamente premier alla testa di un movimento che ancora non si capisce bene da che parte sta e cosa vuole fare da grande.

Magari avesse il successo di Christopher Nolan e gli incassi dei suoi film, sicuramente molte famiglie italiane avrebbero da mangiare dignitosamente senza essere obbligati alla quotidiana mensa della Caritas. Cosa sono Berlusconi, Bersani, Casini, Di Pietro, Fini, Grillo, Monti, Vendola e tutto il resto della sparsa marmaglia fatta per la stragrande maggioranza da avvocati, magistrati, giornalisti, professionisti di vario generone e umanità, imprenditori e inquietanti ricandidati da circo equestre? È questo il nuovo che avanza? Comprereste un’auto usata da questi furbetti del quartierone? Leggete gli sms che arrivano alle ore più improbabili del giorno e della notte da oscuri politicanti che decantano l’agognato sondaggio da 2% riferito al loro inutile partito? La facoltà del voto è un profondo esercizio di grande democrazia ma certo l’esistente contorno di futuri ipotetici programmi di governo che sembrano redatti da cerebrolesi fa rimpiangere l’avanspettacolo dell’Ambra Jovinelli degli anni Cinquanta. Eppure è quello che passa il convento e, come si diceva un tempo, “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Pessima intuizione, si spera sempre in un quantum leap, quel colpo d’ala che apra una nuova finestra e vento fresco; con questa gente il paese non andrà da nessuna parte, non c’entra l’Ue o l’Fmi (che Dio li abbia in gloria questi inutili costosissimi baracconi), qui è in gioco il pesante destino del popolo italiano e non serve un giudizio superiore, solo quello umano cosciente.

Vogliamo parlare dei remuneratissimi banchieri senza merito e senza qualità? Non prestano soldi, non erogano mutui e vivono alla giornata lucrando sul famoso spread grazie alle emissioni di estremo salvataggio fatte dalla Bce. Questa manica di bricconi incompetenti ancora in vita e liberi di intendere e volere perché solo grazie a una legge non scritta le banche in Italia non possono fallire, ma visto anche solo l’ultimo caso – uno dei tantissimi quello del Monte dei Paschi di Siena – ci starebbe per una volta una rapida riflessione. Questo pregiato Istituto acquista per quasi 10 miliardi di euro una banca tecnicamente in default e parecchio compromessa anche dal punto di vista dell’immagine, assumendosi inoltre con imperturbabile nonchalance altri dieci miliardi di potenziali passività e da chi compra? Dagli spagnoli del Santander – che notoriamente non attirano la tripla A delle agenzie di rating internazionali – che l’avevano comprata per somma assai inferiore solo pochi mesi prima. Da qui la prima considerazione: o gli spagnoli sono degli assi, o i senesi sono dei pirla, o qualcuno ha ciurlato nel manico con la connivenza di tutti gli attori in gioco. Ma a parte questi esiziali dettagli il Monte, storico emblema della senesità, aveva come presidente uno stimato avvocato calabrese con scarsa conoscenza del mestiere di banchiere; fin qui nulla di male – contenti loro, contenti tutti – ma cosa si inventa lo staff dirigenziale dopo qualche anno per provare a tappare buchi incolmabili di bilancio? Operazioni sintetiche di derivati su pronti contro termine aventi come regolamento titoli di Stato italiani trentennali. E chi scelgono come controparte? La banca d’affari Nomura, ovvero come volersi suicidare scegliendo fra una Glock 45 GAP oppure una Sig Sauer P228. Visto il disastro dell’operazione, nel dubbio decidono pure di cambiare presidente e chi chiamano? Un altro ex presidente cacciato da Unicredito che con le sue manie di grandezza tra fusioni e acquisizioni miliardarie verso l’Est europeo aveva quasi ridotto in fin di vita uno dei gruppi bancari più importanti del paese.

Vogliamo parlare degli strapagati capi azienda e relativo top management delle poche imprese italiane multinazionali private e pubbliche malati di uno smisurato senso del potere relativo? La maggior parte sono inquisiti, alcuni in galera, altri per non sbagliare non fanno niente e lasciano che la deriva del tempo porti da qualche parte il naviglio che timonano svogliatamente, come degli intoccabili che perdono denaro a palate e tanto nessuno gli dice niente. Ma per cercare di fare quegli affari che in qualunque altra parte del mondo civile comunemente si pagano con estrema irreprensibilità, tutte queste teste d’uovo ragionano in forma complessa nelle stanze ovattate degli inutili consigli d’amministrazione usando ancora i vecchi mezzi, le mazzette, le consulenze di cortesia, gli amici di fiducia, i partiti politici che li hanno messi sullo scranno, faccendieri, portaborse e perché adesso va di moda, i commerciali o le relazioni esterne che male non fanno all’immagine. Sono inclini alla meritocrazia verso qualcuno che sa fare il proprio mestiere con professionalità, correttezza e trasparenza e che cerca di salvaguardare il perimetro degli interessi strategici dell’impresa in tema di competitività, di affidabilità dei prodotti, di business intelligence, di protezione del brand oltre che di rispetto verso azionisti grandi e piccoli? Affatto, non gliene frega niente di niente, tanto in Italia nessuno paga di tasca propria, i processi penali e civili se ci sono si trascinano per decenni e non esistono dimissioni spontanee, l’azienda ti manda via ma carico di soldi, proprio come l’asino di Filippo il Macedone.

Last but not least, come scriveva seppure con velo d’ironia Luigi Barzini Jr., gli italiani sono brava gente, persone generalmente serie anche pazienti e dotate di storica persuasiva intelligenza e civiltà, ma esiste un limite sensibile anche al cattivo gusto. Il passaggio del capitalismo al socialismo non può avvenire sulla base di un pluralismo economico, politico e ideologico, esso deve avere luogo con la rivoluzione del proletariato e chi sono oggi i proletari? Tutte le classi sociali massacrate dalla scure di stolte e distorte politiche economiche che hanno fatto arricchire il 3% e impoverire il restante 97% della popolazione grazie a personaggi omnicomprensivi di tutto l’arco costituzionale il cui livore, l’arroganza, la presunzione e delirio di onnipotenza verso i comuni mortali é arrivato a livelli tanto parossistici quanto insostenibili, da porre una severa questione non giustizialista e neanche populista semmai evidente sulla validità di una politica ridotta allo stremo delle forze ma sempre pronta a far pagare le proprie croniche nefandezze a scapito del comune lecito benessere.

Possono esserci due Lionel Messi che giocano la stessa partita? Assolutamente no, improbabile almeno per il momento. Invece sì, ce ne sono due che si confrontano quotidianamente in una partita altrettanto interessante sul campo dell’economia globale e con eccellenti attributi: Ben Bernanke capo della Fed e Mario Draghi della Bce. Il primo è stato discepolo e con che risultati di Sir Alan Greenspan, il secondo si è fatto da solo e guarda caso da quando presiede la Bce è diventato anche più simpatico, dall’atteggiamento rude vecchia maniera di Clint Eastwood con cappello e senza cappello adesso ha imparato anche a sorridere malgrado le regole asfissianti e tutti i trappoloni tesi dai suoi colleghi atti a mettergli i bastoni tra le ruote. Ma Draghi non si dà per vinto, anzi: è riuscito a farsi autorizzare abbastanza risorse economiche per mettere al riparo i sistemi bancari dei paesi più deboli – anche se nessuno degli aderenti all’Ue è indenne da questa crisi; ha erogato a tassi infimi agli istituti che ne avessero fatto richiesta i denari da rimettere in circolo, per poi capire che le banche se li sono tenuti per colmare bilanci da formaggio groviera e per lucrare qualche soldo sulla differenza dei tassi. In ogni caso si merita un 10 con lode, alla faccia di Mario Monti – uno pseudoeconomista bocciato in pieno.

Il suo collega d’oltreoceano è invece diventato abilissimo a esportare altrove i prodotti tossici. Insieme ai colleghi Tim Geithner e Henry “Hank” Paulson, nel 2008, in una crisi che rischiava di travolgere tutto e tutti indistintamente, si inventò il sistema too big to fail: cose che si possono fare solo negli Usa, ovvero come annientare rapidamente i virus letali, consolidare con le buone o le cattive interessi spesso contrapposti per costruire colossi bancari invincibili a tutto campo, dargli una quantità esagerata di soldi dei contribuenti e farseli rimborsare con tempi da primato proprio perché ai privati americani non piace per niente avere il fiato sul collo del governo, a differenza di quanto accade in Europa o nel resto del mondo. La Federal Reserve continua a stampare dollari per immettere liquidità nel sistema, una media di 40 miliardi al mese fino a tutto il 2013, ma il dollaro rimane integro nel suo intrinseco valore facciale verso le altre divise, i cittadini godono di ragionevole credito e l’economia seppure non nel suo migliore stato appare un’araba fenice nei confronti delle altre nazioni del G8. Tutto questo grazie anche al secondo mandato del presidente Obama vinto in forma limpida e autorevole, poche idee ma chiarissime e un programma di governance fatto di cose sensibili, tangibili, serie, fattibili, concrete e obiettivi raggiungibili proprio come piace al suo popolo, visto che oramai gioca in souplesse senza dover vivere troppi compromessi con il Congresso, il Senato e le lobby, inoltre capace di scegliersi ottimi collaboratori, quindi 10 con lode a tutti e due.

Di questi tempi non ci si trova mai di fronte al classico “o la va o la spacca”, oggi si parla semmai di “o la spacca adesso o la spacca più tardi”. Pertanto, molto sovente il grande nemico della verità non è la menzogna – deliberata, studiata, disonesta – ma il mito persistente, persuasivo, irreale. Troppo spesso ci teniamo attaccati ai cliché dei nostri antenati, sottomettiamo tutti i fatti a interpretazioni prefabbricate e godiamo del conforto di avere delle opinioni senza avere la noia di pensare. Non possiamo capire e affrontare i problemi attuali se siamo affascinati da etichette tradizionali e da slogan consunti di un’epoca passata. La sfortuna è che l’abituale noiosa retorica non tiene il passo con la velocità dei mutamenti economici e sociali e i dibattiti politici, i discorsi pubblici sui problemi interni, sociali ed economici troppo spesso non hanno alcuna relazione o ne hanno troppo poca con le reali tematiche che sarebbe necessario affrontare con coraggio e determinazione. Le nuove circostanze nelle quali ci troviamo e che dobbiamo sfidare richiedono parole nuove, espressioni diverse, oltre che l’adattamento delle parole vecchie agli oggetti innovativi.

di Marco Savina, Limes.com

13 marzo 2013

Pd, otto punti inadeguati ad affrontare la crisi

Se la pressione sullo spread si è un poco allentata il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. Per questo la proposta del Pd contenuta nei famosi 8 punti da presentare al Movimento 5 Stelle appare totalmente inadeguata. Non basta una golden rule in miniatura a rilanciare la crescita.

“Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità”: questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la difficile formazione di un governo. Sempre che Napolitano gli conferisca l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce nell’acquisto dei titoli del debito italiano –, il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da Giuliano Amato. Lo è da sei trimestri, ma quello che è peggio è che la tendenza non promette niente di buono. Se guardiamo al quadro dell’Eurozona vediamo che l’ultimo trimestre del 2012 si è chiuso con un calo maggiore del Pil rispetto all’anno intero, -0,9%. Ovviamente il record negativo appartiene alla martoriata Grecia, ma l’Italia si piazza al terzo posto della decrescita, che possiamo chiamare infelice, per non fare arrabbiare i seguaci di Serge Latouche.
Infatti nel quarto trimestre del 2012 l’Italia ha segnato un -2,7% del Pil, dopo avere chiuso i precedenti trimestri con un -1,3%, un -2,3%, un -2,4%. La Germania che fin qui aveva continuato a crescere, seppure a ritmi sempre più rallentati, registra nel quarto trimestre un calo pari a -0,6% rispetto al terzo. Poca cosa, ma significativa per indicare che anche il potente motore tedesco comincia a tossicchiare. Vedremo i dati del primo trimestre 2013 a fine marzo, ma tutto lascia prevedere un anno tendenzialmente peggiore del precedente.
Le cifre della disoccupazione, sia quella europea, sia quella italiana, aggravata dalla sempiterna questione meridionale, sono drammatiche (seguendo le parole di solito contenute dello stesso Mario Draghi) e quelle della disoccupazione giovanile ci danno la misura di una generazione perduta, sul piano sociale nient’affatto morale. Infatti il tasso di disoccupazione ufficiale fra le persone comprese nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni ha toccato in Italia, nel gennaio 2013, la percentuale del 38,7% (definita “agghiacciante” dallo stesso Squinzi, presidente di Confindustria), mentre i precari sono in tutto 2 milioni 800mila, di cui 2 milioni 375mila con contratti a termine e il restante con contratti di collaborazione. Non c’è da stupirsi, sia detto per inciso, se a fronte della indifferenza del quadro politico dominante, moltissimi di questi giovani sono stati tra i protagonisti dello tsunami grillino.
Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti.

Di questo non c’è traccia nel testo varato dalla Direzione del Pd. Né le parole dette successivamente in conferenza stampa da Bersani aggiungono granché. E’ vero, il primo degli otto punti suona in modo differente dalla carta di intenti sulla quale il Pd aveva costruito la coalizione elettorale con Sel e il Psi di Nencini. Infatti quest’ultima si chiudeva con un impegno al rispetto integrale dei trattati, salvo “eventuali” modificazioni, che però non venivano previste né tantomeno invocate. Il che se non altro dimostra quanto fossero ipocrite le dichiarazioni di impossibilità di mettere per iscritto qualche cosa di diverso dai dettati della Ue. Nasce però il più che legittimo sospetto che questa modificazione sia più formale che sostanziale, oppure che si fondi semplicemente sulla speranza di allentare i vincoli grazie ai nuovi presunti spazi che sarebbero stati aperti dalla lunga lettera inviata due settimane fa dal Commissario Olli Rehn ai ministri dell’Ecofin, nonché a Draghi e alla Lagarde, ovvero ai presidenti della Bce e del Fmi. Ma se si legge con attenzione quel documento ci si accorge che le speranze sullo stesso sono del tutto infondate.
Il testo di Rehn fa un vago accenno al fatto che gli effetti depressivi delle misure restrittive adottate dalla Ue hanno superato le previsioni, ma si guarda bene dal denunciare come profondamente sbagliati i moltiplicatori fiscali adottati in Europa, come invece ha dimostrato chiaramente lo stesso Fmi. Attribuisce il calo della pressione sugli spread alle restrizioni di bilancio, occultando che invece essi vanno interamente attribuiti alle decisioni della Bce sulle Outright Monetary Transactions (OMTs), ovvero gli acquisti dei titoli di stato a breve sul mercato secondario. Infine si dichiara disposto ad allungare i tempi per raggiungere gli obiettivi di bilancio, a condizione che vengano mantenute le famose riforme strutturali che di riforma hanno solo il nome, poiché in realtà si tratta di cospicui tagli alla spesa pubblica e quindi ulteriore smantellamento del welfare, svendita dei beni pubblici, blocco dell’intervento pubblico in economia, riduzione del personale e delle retribuzioni reali nella pubblica amministrazione. Ovvero l’implementazione di tutti i punti della famosa lettera Bce inviata al morente governo Berlusconi ai primi di agosto del 2011.
Del resto l’esperienza storica ci ricorda che solo i paesi più forti nel quadro europeo possono impunemente violare i vincoli imposti dai trattati. Successe con la Germania e la Francia nel 2003 che andarono ben oltre il vincolo del 3% di deficit su Pil, impedendo alla Commissione europea di fare scattare le previste sanzioni. L’Italia, come si sa, non è nella stessa condizione, quanto a rapporti di forza, benché il nostro deficit sia già inferiore a quello francese, che dovrebbe invece beneficiare della “tolleranza” della Commissione europea ( l’1,4% contro il 2,1%) e soprattutto se si sommasse il debito pubblico con quello privato, come si dovrebbe fare, la nostra condizione risulterebbe niente affatto peggiore di quella della Francia e molto migliore di altri paesi come la Spagna. Inoltre l’Italia ha il migliore avanzo primario (ovvero la differenza fra entrate e uscite su base annua al netto del servizio al debito) in Eurolandia.
La certezza granitica sulle virtù delle politiche di rigore comincia a incrinarsi anche nella potente Germania, quella che da queste ha fin qui tratto i maggiori vantaggi. Infatti La Camera dei Länder che compongono lo Stato federale tedesco, dove ha la maggioranza l’opposizione rosso-verde al governo della Cancelliera, ha bloccato l’intesa sul bilancio richiesto dalla Merkel ai partner europei, proponendo in cambio il varo di un salario minimo nazionale, progetto respinto dall’esecutivo centrale. Non è niente di più di un “incidente” nella vita politico-parlamentare della Germania, una conseguenza dei nuovi equilibri determinatisi nella Camera alta dopo le recenti sconfitte elettorali della Cdu. Ma naturalmente la Cancelliera non intende demordere. Anzi rilancia. Ed ecco che, cosa mai avvenuta prima, si reca a Varsavia per partecipare al vertice del gruppo di Visegrad (composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) per lanciare un nuovo patto per la competitività, che a Est si coniuga perfettamente con una preesistente situazione di basse retribuzioni, welfare quasi nullo e tanti vantaggi fiscali per attirare capitali stranieri. Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti.
In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità, anche nella versione appena formalmente annacquata della “austerità espansiva”, che appunto prevedrebbe la fuoriuscita delle spese per investimenti dal calcolo che determina gli obiettivi del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico complessivo. Il primo punto della proposta di Bersani appare quindi non solo del tutto indeterminato, ma privato delle volontà politiche e degli strumenti per divenire operativo. Queste ultime passano necessariamente da un’opposizione netta al fiscal compact e alle sue ulteriori implementazioni, pareggio di bilancio in Costituzione compreso. Ma di questo non vi è traccia nella proposta del Pd.
Intanto in ciò che resta della sinistra radicale ci si divide tra chi vorrebbe un piano B per l’uscita dall’Euro e chi sostiene che invece il punto è la ridiscussione dei trattati senza passare dalla fuga dalla moneta unica. Rimandando ad ulteriori approfondimenti il confronto fra le ragioni dell’uno e quelle dell’altro, si potrebbe già osservare che visto che chi chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro pone tutta una serie di condizioni per contenerne gli effetti immediatamente negativi e indesiderati di una simile mossa Indicizzazione dei salari, controllo dei movimenti di capitale ecc.), condizioni che richiedono necessariamente un’azione di governo per compierla, ovvero una forza capace di fare fronte alle immediate manovre speculative del capitale internazionale. Allo stesso modo l’ipotesi di condurre un’azione comune tra i paesi mediterranei e più in difficoltà nell’Eurozona per la modifica dei trattati richiede anch’essa una forza decisionale e un sostegno popolare altrettanto grandi.
Si può quindi concludere che in realtà i due piani, almeno per un considerevole percorso, possono nella sostanza coincidere o che quantomeno non vi è motivo per vedere ragioni di divisioni così aspre tra l’uno e l’altro. In altre parole lo spazio oggettivo per un europeismo di sinistra si è allargato e non ristretto, basti guardare al programma di Syriza. Da noi invece è ancora senza interpreti che siano dotati di forza e di consensi e non solo di buoni argomenti.

di Alfonso Gianni. Micromega

5 marzo 2013

Strage Borsellino, le richieste della procura nel processo abbreviato su via D’Amelio

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La procura di Caltanissetta ha chiesto ieri al gip Lirio Conti la condanna, rispettivamente a 13 e 10 anni di reclusione, per i collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina imputati nel processo abbreviato per la strage di via D’Amelio, il 19 luglio ‘92, in cui furono trucidati Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Per l’ex collaboratore Salvatore Candura, accusato di calunnia aggravata perchè avrebbe mentito nelle dichiarazioni rese ai magistrati contribuendo così alle condanne nei precedenti processi, sono stati chiesti 10 anni e mezzo di carcere. Il nuovo filone d’inchiesta è nato dalle dichiarazioni di Spatuzza che hanno portato anche alla scarcerazione di mafiosi e presunti mafiosi che erano stati condannati in via definitiva a seguito delle dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino.
Ad ottobre del 2011 la procura generale di Caltanissetta diretta da Roberto Scarpinato aveva avanzato la richiesta di sospensione della pena per boss del calibro di Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Gaetano Murana (condannati all’ergastolo), Vincenzo Scarantino e poi ancora Salvatore Candura, Salvatore Tomaselli e Giuseppe Orofino (condannati a pene fino a 9 anni). Per i condannati detenuti Scarpinato aveva chiesto la sospensione dell’esecuzione della pena; per Orofino, Tomaselli e Candura, che avevano già espiato la condanna, era stata chiesta solo la revisione. Nella sua requisitoria Sergio Lari ha sottolineato che Paolo Borsellino è stato ucciso perché di ostacolo alla trattativa Stato-mafia. “Paolo Borsellino sapeva, sapeva della trattativa che apparati dello Stato avevano avviato con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino – ha evidenziato Lari –. Totò Riina lo riteneva un ‘ostacolo’ alla trattativa con esponenti delle istituzioni, che gli ‘sembrava essere arrivata su un binario morto’ e che per questo il capo di Cosa Nostra voleva ‘rivitalizzare’ con la strage”. Il procuratore Lari ha ribadito che diversi collaboratori di giustizia avevano parlato dell’accelerazione della strage di via D’Amelio, tra questi Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Recentemente quest’ultimo ha evidenziato che: “Nel momento in cui cominciò la stagione stragista di attacco allo Stato, successivamente alla strage Falcone, cogliemmo dei segnali di debolezza da parte dello Stato e fu per questo che pensammo di sfruttare al massimo questa debolezza. Mi venne detto da Riina che vi era ‘un muro’ da superare ma in quel momento non mi venne fatto il nome di Borsellino. E’ sicuro, comunque, che vi fu una accelerazione nell’esecuzione della strage. Quando avvenne capii qual era il muro”. Dal canto suo il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, ha sottolineato “l’apporto fondamentale alle nuove indagini” scaturito dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. “Dichiarazioni che hanno permesso di aprire uno scenario nuovo e di scoprire che vi era stato un depistaggio”. Per Gozzo c’è stata “piena sincerità nelle confessioni da parte di Spatuzza, confessioni che sono riscontrate e che hanno permesso alla Procura non solo di ricostruire in maniera più dettagliata la dinamica della strage, ma anche di scoprire che in carcere vi erano degli innocenti”. Il ruolo di Fabio Tranchina è stato infine delineato dal sostituto procuratore nisseno Stefano Luciani. Tranchina ha di fatto indicato in Giuseppe Graviano l’uomo che ha schiacciato il pulsante che ha fatto esplodere l’autobomba in via D’Amelio. Per Luciani il pentimento di Tranchina è stato “travagliato” ma altrettanto “sincero”. Il processo è stato aggiornato a mercoledì prossimo.

di AMDuemila

5 marzo 2013

Cervelli in fuga, il flop dell’operazione rientro: “Illusi dall’Italia: dovremo emigrare di nuovo”

L’INIZIATIVA fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia. Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione. Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università.

Per i vincitori della prima edizione, intanto, si avvicina la scadenza del contratto. E loro non sanno ancora se il loro futuro sarà di nuovo all’estero. Il bando del 2010 invece è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012. La commissione di valutazione è stata nominata il 10 settembre dell’anno scorso, il 17 dicembre si è insediata e il 21 febbraio di quest’anno ha fatto sapere che “concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall’insediamento, salvo eventuali ritardi”. Il bando del 2011 non è mai uscito. Quello del 2012 è scaduto domenica scorsa, con il concorso di due anni prima ancora aperto e i candidati informalmente invitati a ripetere la domanda, a ogni buon conto.

I giovani scienziati disposti a tornare nel loro complicato paese hanno iniziato a fiutare l’aria. Dalle 363 domande per 31 posti presentate nel 2009 si è passati a 81 domande per 24 posti nel 2010. Nel frattempo i finanziamenti stanziati dal Ministero per l’università e la ricerca sono scesi da sei a cinque milioni. E gli anni di contratto da ricercatore universitario offerti ai giovani si sono dimezzati: da sei a tre. L’entrata in vigore della riforma Gelmini dell’università nel 2010 vieta infatti che i contratti triennali della categoria prevista dal Programma Montalcini siano rinnovabili.

I vincitori del bando del 2009 (scelti e nominati il 10 novembre 2010) stanno tranquillamente insegnando e facendo ricerca in varie università italiane con uno stipendio di 40mila euro lordi l’anno. Sono filosofi, chimici, biologi, medici, giuristi, geologi, archeologi, linguisti, storici, fisici, antropologi, matematici. Provengono da New York, Londra, Baltimora, Oxford, Berlino, Chicago, Zurigo, Cambridge, Montreal. Il bando prevede che “il loro contratto abbia durata triennale e possa essere rinnovato per una durata complessiva di sei anni”. Ma “possa” non vuol dire “debba”. E lo scorso ottobre 23 dei cervelli rientrati hanno pubblicato sul loro sito una lettera di protesta, indirizzata al Ministero che li lasciava nell’incertezza. “Qual è il senso – chiedevano – del programma per il rientro dei cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una fellowship di tre anni per giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul mercato internazionale?”.

Per disinnescare l’ipotesi cul de sac il Ministero ha incontrato due volte i rappresentanti dei “cervelli rientrati”. “La maggior parte dei loro contratti – spiega Daniele Livon, che al Ministero è direttore generale del settore università – scade nel 2014. Quindi possiamo inserire i soldi per il loro rinnovo nel Fondo per il finanziamento ordinario alle università del 2013. Ne abbiamo parlato con il ministro Francesco Profumo, che si è detto d’accordo”.

Senza risposte da piazzale Kennedy sono invece rimasti i candidati del bando 2010. A un ragazzo che chiedeva informazioni un anno dopo aver presentato domanda, il Ministero ha risposto che presto risponderà: “Si informa – è il testo della mail ricevuta dal ricercatore – che il Comitato nel più breve tempo possibile procederà ad informare i candidati con un avviso nel quale sarà presente lo stato dei lavori dello stesso”.

di Elena Dusi

Repubblica.it

5 marzo 2013

Laicità, cinque domande agli aspiranti premier

Lettera aperta del pastore protestante valdese Daniele Garrone, uno dei maggiori esperti di Bibbia in Italia, ai candidati a essere presidenti del Consiglio. Fine vita, divorzio, coppie di fatto, uguaglianza di tutte le confessioni religiose, cittadinanza ai figli degli immigrati: tutte questioni “laiche” indicanti la “qualità” di una nazione.

Egregio signor candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, come molti altri elettori ed elettrici non ho ancora scelto per chi votare alle prossime elezioni politiche. Mancano, a mio avviso, proposte convincenti di cambiamenti profondi, di riforme incisive e durature per affrontare la crisi economica e soprattutto lo sfacelo della politica e il degrado della vita civile, che ci affliggono non meno della crisi economica. Le scrivo per chiederle di pronunciarsi in modo esplicito e vincolante su alcuni temi che non sono al centro della campagna elettorale; sono problemi che attengono ai diritti, alle libertà, alla cittadinanza; questioni tipicamente «liberali», cioè legate a una cultura che non ha mai mobilitato i due grandi partiti di massa protagonisti di decenni della storia politica della nostra Repubblica.

1. In violazione dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica, i cittadini non possono esercitare il loro diritto a decidere sull’utilizzo o la sospensione di cure mediche con disposizioni di «fine vita». In altre democrazie, ciò è lecito e normato. In Germania esiste persino un «testamento biologico cristiano», approvato anche dalla Conferenza episcopale cattolico-romana di quel Paese. L’Italia è invece ridotta a una sorta di stato etico, in cui il legislatore adotta come vincolanti per tutti i criteri etici di una parte soltanto dei suoi cittadini, in questo caso i dettami e i veti delle gerarchie cattolico-romane, quando – oltre tutto – i sondaggi indicano come largamente prevalente un orientamento favorevole alla libertà di scelta. Condivide l’urgenza di garantire la libertà di poter disporre per la sospensione delle cure o per la loro prosecuzione? Può assumere la garanzia di questa libertà come impegno di governo?

2. In Italia è stato finora impossibile accorciare i tempi del divorzio, persino nei casi in cui la richiesta è avanzata consensualmente dai coniugi. Non è compito del legislatore incoraggiare oppure ostacolare questa o quella concezione del matrimonio (sacramento indissolubile, patto rescindibile). Condivide questa visione? Se sì, che impegni prende perché sia posta fine all’inutile e vessatorio prolungamento dell’iter del divorzio?

3. Nessun riconoscimento è accordato in Italia alle unioni diverse dalla famiglia cosiddetta «naturale», siano esse eterosessuali o tra persone dello stesso sesso. Come lei sa bene, non è una questione ideologica: cittadini coinvolti in stabili relazioni affettive vengono deprivati di diritti a altri accordati. Che impegno assume riguardo a questo problema, che vede l’Italia notevolmente arretrata rispetto ad altre democrazie?

4. L’uguaglianza di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, solennemente sancita nella nostra Costituzione, non è pienamente attuata. Non mi riferisco qui al regime privilegiario adottato per la Chiesa cattolica con l’art. 7 della nostra Costituzione e a tutto ciò che ne è derivato; so bene che questo, in Italia, è una sorta di tabù. Vi sono confessioni e religioni che non riescono ad addivenire alle intese previste dall’art. 8; vigono ancora in parte norme della legge sui culti ammessi del 1929. Condivide l’idea di approvare una legge quadro sulla libertà religiosa? Come intende affrontare il fatto che alla uguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge, sancita dalla Costituzione, corrisponde una gamma di diversi trattamenti giuridici?

5. Come intende rispondere alla proposta, sostenuta anche dal presidente della nostra Repubblica, di conferire – superando così lo ius sanguinis – la cittadinanza a quegli immigrati che siano nati nel nostro paese? Non le sembra una vergogna da eliminare? Conviene con me che il conferimento della cittadinanza è un interesse della Repubblica, se essa si concepisce come patto di cittadinanza?

Altre questioni, altrettanto importanti, dovranno essere affrontate dalla politica nei prossimi anni: la fecondazione assistita; la libertà della ricerca scientifica… Bastano i temi che le propongo a saggiare l’idea di laicità che lei intende porre alla base del suo programma di governo. Per chiarire il mio punto di vista e forse anche per agevolarle la risposta, le espongo la mia: intendo la laicità come neutralità dello Stato in campo religioso e ideologico e vedo nello Stato il garante della libera professione di tutte le idee, il custode dei diritti inviolabili di ogni cittadino e cittadina. Lo statuto della buona politica non è quello di partire dalla Verità, in vista del Bene, ma quello di trovare soluzioni eque, ragionevoli, per salvaguardare e valorizzare le libertà, accrescere la giustizia e tutelare chi, tra i cittadini, è più debole. Qualunque siano le valutazioni politiche che potrebbero orientarmi verso l’uno o l’altro degli schieramenti in campo, sarà per me dirimente quale posizione esplicita e vincolante essi assumeranno sui temi che ho indicato.

Immagino un’obiezione: di fronte agli altri gravi problemi che abbiamo, queste sono preoccupazioni secondarie…; in fondo non riguardano tutti… Sono però convinto che dobbiamo urgentemente recuperare – o scoprire? – una cultura politica ispirata ai concetti di cittadinanza, libertà e diritti, laicità che, come lei sa, comporta anche doveri assunti con la responsabilità del libero cittadino e un forte senso delle istituzioni e della Repubblica. Quello che, a mio avviso ci serve per impugnare lo sfacelo della politica e reagire attivamente al degrado della vita civile. Libertà, cittadinanza e diritti non sono un capriccio, ma la cartina al tornasole della qualità di una Repubblica.

di Daniele Garrone, da Lucidamente.com

biblista e pastore protestante valdese

18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

18 gennaio 2013

Tax evasion in Italy: Big government meets big data

DEATH may be certain in Italy, but taxes are another matter: an estimated €285 billion remained unpaid last year, about 18% of GDP. Yet this will change if a new way of assessing income, called redditometro, is a success. The system, which became law on January 4th, aims to winkle out many of the large number of Italians who cheat on their annual income tax returns.

The redditometro, which will first be used in March to examine income tax returns for 2009, is best described as big government meets big data (meaning large data bases and huge computing power). The approach is based on the sensible idea that in order to spend one needs an equivalent income. So if tax authorities can calculate how much a person has spent, they can tell how honest he was on his tax return.

Italy’s tax authorities already know a lot about what people do with their money. All residents have a unique tax number that they have to provide for a wide range of transactions, such as utilities contracts, home mortgages and insurance policies. For everything else, from food to furniture, the Agenzia delle Entrate will use national statistics and complicated formulae to estimate spending. It has divided Italy into five geographical areas and calculate the budget for eleven different family types, from a single under 35 years to a couple over 65 years.

The system will flag tax returns in which the declared income differs from the taxpayer’s estimated spending by more than 20% (although it is expected that the tax authorities will initially target only taxpayers with a much bigger difference). Those who fail the test will be asked to justify their returns. Those who are unable to do so will be given the chance to cut a deal, meaning they will have to pay the evaded tax and a reduced penalty.

Predictably, the redditometro has already proven controversial. Economists worry that it may have a dampening effect on Italy’s already depressed economy. Others take issue with the fact that the system will look at tax returns that were filed three years ago. Yet others object to the use of national statistics and question the accuracy of average spending patterns.

Schumpeter, The Economist.com

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
18 gennaio 2013

Chi tace acconsente

Un magistrato, Pietro Grasso, tre giornalisti, Massimo Mucchetti, Rosaria Capacchione e Corradino Mineo, due filosofi, Michela Marzano e Franco Cassano, ma si potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei nomi che danno lustro alle liste del Partito democratico, personalità della società civile che hanno più che meritato nel loro campo professionale, e che dunque con le loro ineccepibili credenziali costituiscono l’atout irrinunciabile con cui il Pd prova a far dimenticare a tanti elettori, delusi e tentati dal non-voto, anni di inciuci, di subalternità, di latitanza (“Di’ qualcosa di sinistra” e “Con questi dirigenti non vinceremo mai” sono i fotogrammi indelebili di quegli anni).

Sono i fiori all’occhiello senza i quali le liste del Pd risulterebbero indigeribili anche agli stomachi più avvezzi ai grigiori di apparato e alle mediocrità di nomenklatura. Bersani ha svolto personalmente un lavoro di convincimento, perfettamente consapevole che senza questo “pacchetto di mischia” della società civile diffuso in tutte le circoscrizioni non avrebbe recuperato – malgrado il fuoco d’artificio delle primarie – neppure un’oncia dei milioni di elettori perduti negli scorsi anni.

Dunque, ciascuna delle personalità che abbiamo citato possiede, anche singolarmente e più che mai assieme alle altre, un potere enorme, una vera e propria golden share: possono dire a Bersani “o noi o loro” ed essere sicuri di vincere qualsiasi resistenza, di vedere la loro richiesta accolta integralmente.

“Loro” sono, ovviamente, gli IMPRESENTABILI, quella lunga processione di candidati che smentiscono i principi etico-politici che il Pd ricamerà su ogni manifesto e di cui il segretario Bersani e ogni altro dirigente si riempie la bocca in ogni talk show. Vladimiro Crisafulli detto Mirello è diventato il loro simbolo, ma i molti altri segnalati puntualmente su questo giornale non sono certo da meno. Non hanno condanne definitive, sfuggono alle maglie assai larghe del “codice etico” del Pd, ma costituiscono antropologicamente (e talvolta lombrosianamente) la perfetta antitesi dei Grasso, Mucchetti, Capacchione, Mineo, Marzano, Cassano…

Dipende solo da questi ultimi, se i Crisafulli & Co. entreranno in Parlamento a discreditarlo ulteriormente o saranno lasciati a casa. Basta che dicano con semplicità e fermezza a Bersani “o noi o loro”, e saranno esauditi all’istante, magari facendo felice un Segretario a cui era mancato il coraggio.

Avete in mano la carta della decisione, potete davvero far finta di nulla? In coscienza, ve la sentite?

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano

Vladimiro Crisafulli

18 gennaio 2013

Partono i sommergibili

“Rapidi ed invisibili, partono i sommergibili”, canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà.

La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994 e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israele- armamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che -fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi.

Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione.

Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’ILVA di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno -fortunatamente- inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

di Giulio Marcon, Sbilanciamoci.org

 

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