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8 luglio 2013

L’ufficio a doha e la vittoria dei taliban in Afghanistan

Dopo 12 anni di conflitto, i guerriglieri del mullah Omar partecipano alle trattative sul futuro di Kabul e sono pienamente legittimati. Come in Vietnam, gli Usa seguono l’exit strategy di Kissinger. L’impotenza di Karzai, il ruolo chiave del Pakistan, la preoccupazione dell’India.


[Carta di Laura Canali]

L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”.

 

 

A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban.

 

 

Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checchè ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington.

 

 

Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata.

 

 

In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

 

 

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero partecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban.

 

 

L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

 

 

Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto.

 

 

Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo.

 

 

Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui.

 

 

Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perchè lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni.

 

 

Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi.

 

 

Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

 

 

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perchè aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai.

 

 

Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa.

 

 

D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione.

 

 

Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne.

 

Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.

di Francesca Marino

temi.repubblica.it/limes/

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11 gennaio 2012

Sant’Egidio: “Parlate di pace, ma prendete i soldi da chi fabbrica armi”

Dal 2 gennaio gira sul web una lettera aperta in cui associazioni e privati cittadini fanno alcune domande “sensibili” alla comunità di Sant’Egidio e a al neo ministro Andrea Riccardi, che la fondò nel 1968. Il testo chiama in causa il ministro della cooperazione internazionale e integrazione, a causa delle sue prime mosse nel governo Monti. E si rivolge alla comunità per chiedere conto di una contraddizione non da poco: “…Come fa la comunità di Sant’Egidio a organizzare una marcia per la pace quando, come risulta dalla stampa, la sua solidarietà va a braccetto con la vendita delle armi, accettando finanziamenti da una azienda come Finmeccanicam che costruisce armi? O quando il suo fondatore, Andrea Riccardi, come ministro dell’attuale governo, ha approvato il totale rifinanziamento delle nostre spese militari?…”, scrivono i promotori.

L’AUTOREVOLEZZA e il prestigio della comunità di San’Egidio è cresciuta negli anni fino a renderla una vera e propria istituzione in grado di mediare anche su questioni politiche estremamente delicate in ambito internazionale, in particolare per quanto riguarda l’Africa. Durante la guerra in Libia, Sant’Egidio invitò i nuovi vertici libici a Roma. Era un momento difficile per le relazioni tra l’allora governo Berlusconi, noto per “il trattato di amicizia” con Gheddafi e coloro che stavano prendendo il suo posto. La forza di Sant’Egidio è conosciuta dalla diplomazie di mezzo mondo. La notizia pubblicata un anno fa da Nigrizia – il settimanale dei padri comboniani – sui finanziamenti elargiti da Finmeccanica alla comunità, inizialmente era passata sotto silenzio. In seguito alcune testate la ripresero ma nessuno di Sant’Egidio si sentì in dovere di spiegare il perchè di questa “liason” se non pericolosa, quantomeno inopportuna. “Tendiamo a non rispondere mai, anche se ciò che viene scritto è falso e ci danneggia”, spiega al Fatto Mario Marazziti, portavoce della comunità. Salvo poi specificare che è falso, ma da un certo punto in poi. “Abbiamo ricevuto finanziamenti da Fin-meccanica per un periodo limitato, poi abbiamo declinato – continua il portavoce – e in ogni caso non si è mai trattato, come è stato scritto, di ingenti finanziamenti ma di una sorta di colletta che i dipendenti di Finmeccanica avevano fatto di loro iniziativa”. Secondo il settimanale dei padri comboniani invece le cose non stavano così e i soldi di Finmeccanica servirono anche a finanziare un progetto per l’accesso gratuito alle cure per l’Aids, iniziato nel 2000.

CONFERMATO dalla stessa Finmeccanica nel cui sito si leggeva: “Fin-meccanica ha già reso possibile l’acquisto di un immobile per la realizzazione di un centro Dream presso la città di Conakry, in Guinea, nonché l’inizio dei lavori di ristrutturazione e dei corsi di formazione per gli operatori coinvolti nel progetto”.L’azienda avrebbe donato alla Comunità circa 280mila euro fra il 2004 e il 2005. Nella lettera aperta si fa riferimento anche ai finanziamenti che provengono dalle cosiddette “banche armate”. Marazziti sostiene che Sant’Egidio non considera questo tipo di finanziamento incompatibile con la sua missione di pace. “Grazie a banche come Unicredit e Banca Intesa possiamo salvare migliaia di persone perché possono accedere gratuitamente alle cure. Del resto non penso che gli italiani che hanno acceso mutui con queste banche si sentano complici delle guerre in corso nel mondo solo perché queste attraverso questi istituti bancari transitano anche i soldi derivati dalla compravendita legale di armamenti”.Per quanto riguarda il rifinanziamento delle spese militari, la segreteria del ministro Riccardi risponde che è errato: “Riccardi, in quanto ministro della cooperazione ha rifinanziato solo le missioni di peacekeeping per quanto riguarda il settore civile. Per la prima volta c’è stato addirittura un aumento del budget previsto per il settore non militare” ”.

di Roberta Zunini, IFQ

Il ministro Andrea Riccardi (FOTO LAPRESSE) 

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