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8 luglio 2013

L’ufficio a doha e la vittoria dei taliban in Afghanistan

Dopo 12 anni di conflitto, i guerriglieri del mullah Omar partecipano alle trattative sul futuro di Kabul e sono pienamente legittimati. Come in Vietnam, gli Usa seguono l’exit strategy di Kissinger. L’impotenza di Karzai, il ruolo chiave del Pakistan, la preoccupazione dell’India.


[Carta di Laura Canali]

L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”.

 

 

A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban.

 

 

Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checchè ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington.

 

 

Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata.

 

 

In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

 

 

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero partecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban.

 

 

L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

 

 

Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto.

 

 

Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo.

 

 

Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui.

 

 

Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perchè lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni.

 

 

Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi.

 

 

Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

 

 

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perchè aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai.

 

 

Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa.

 

 

D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione.

 

 

Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne.

 

Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.

di Francesca Marino

temi.repubblica.it/limes/

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6 ottobre 2011

Afghanistan, 10 anni dopo

Amnesty International ha dichiarato oggi che, 10 anni dopo l’invasione dell’Afghanistan promossa dagli Usa e che cacciò i talebani dal paese, il governo di Kabul e i suoi alleati internazionali non hanno mantenuto molte delle promesse fatte alla popolazione afgana.

“Nel 2001, dopo l’intervento internazionale, le aspettative erano elevate, ma da allora i passi avanti verso il rispetto dei diritti umani sono stati pregiudicati dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dagli attacchi degli insorti, i quali mostrano un disprezzo sistematico per i diritti umani e le leggi di guerra” – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore di Amnesty International per l’Asia e il Pacifico. “Oggi, molti afgani sperano ancora che la situazione dei diritti umani nel paese migliori. Il governo e i suoi alleati internazionali devono dare seguito a queste speranze e difenderle con azioni concrete”.

L’analisi di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan ha riscontrato alcuni progressi nel campo dell’adozione di leggi sui diritti umani, della riduzione della discriminazione nei confronti delle donne e dell’accesso all’istruzione e alle cure mediche.

Al contrario, nei settori della giustizia, delle operazioni di polizia, della sicurezza e sulla questione degli sfollati non si sono registrati passi avanti o la situazione si è persino deteriorata. Le condizioni di vita della popolazione che vive nelle zone maggiormente colpite dalle azioni degli insorti sono peggiorate.

Lo sviluppo di una piccola ma vivace comunità di giornalisti e il modesto ritorno della presenza femminile nelle scuole, nell’impiego e nel governo sono segnali dei progressi fatti negli ultimi 10 anni, così come l’introduzione di leggi destinate a rafforzare i diritti delle donne. La nuova Costituzione prevede l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne e stabilisce che un quarto dei seggi parlamentari sia riservato alle donne. Nelle due elezioni parlamentari del 2005 e 2010, le donne hanno conquistato alcuni seggi in più rispetto a quelli previsti dalla loro quota.

Tuttavia, la violenza contro i giornalisti e gli operatori dell’informazione è aumentata. Nelle aree sottoposte a pesanti attacchi dei talebani e di altri gruppi di insorti, le libertà di parola e di opinione sono fortemente limitate.

Con la fine delle restrizioni imposte dai talebani, l’accesso all’istruzione è notevolmente migliorato: le scuole sono ora frequentate da sette milioni di alunni, il 37 per cento dei quali è costituito da bambine. All’epoca dei talebani, i bambini che andavano a scuola erano meno di un milione, con una frequenza femminile quasi pari a zero.

Purtroppo, nei nove mesi che hanno preceduto il dicembre 2010, almeno 74 scuole (26 femminili, 13 maschili e 35 miste) sono state distrutte o chiuse a causa degli attacchi coi razzi, degli attentati, degli incendi e delle minacce degli insorti.

“Il governo afgano e i suoi partner non possono continuare a giustificare i loro scarsi risultati affermando che le cose vanno meglio rispetto agli anni Novanta” – ha commentato Zarifi.

Gli iniziali passi avanti registrati dopo il 2001 sono stati fortemente penalizzati dal conflitto. L’insicurezza minaccia il funzionamento delle scuole e degli ospedali nelle zone segnate dalla violenza e nelle aree rurali. I tassi di mortalità materna, sebbene migliorati, restano tra i più elevati del pianeta.

All’inizio del 2010 il governo afgano ha avviato un processo di riconciliazione coi talebani e con altri gruppi di insorti. Tuttavia, dei 70 componenti dell’Alto consiglio per la pace, l’organismo istituito per i negoziati, solo nove sono donne. I gruppi femminili temono che i modesti risultati sin qui ottenuti possano essere barattati in cambio di un cessate il fuoco.

“È fondamentale che i diritti delle donne non siano messi in vendita negli accordi di pace. I diritti delle donne non sono negoziabili. I talebani hanno commesso violazioni dei diritti umani agghiaccianti. Ogni negoziato sulla riconciliazione deve prevedere un’adeguata rappresentanza delle donne afgane” – ha precisato Zarifi.

Nell’ultimo decennio un crescente numero di civili afgani ha fatto le spese del conflitto armato. Negli ultimi tre anni, circa tre quarti delle vittime sono stati causati dagli attacchi dei gruppi di insorti, il resto dalle forze internazionali e afgane.

Nei primi sei mesi del 2011 le Nazioni Unite hanno registrato 1462 vittime civili, un altro drammatico record. L’80 per cento delle perdite è stata attribuita a “elementi antigovernativi” e almeno la metà dei morti e dei feriti è stata causata da attacchi suicidi e ordigni esplosivi.

Il conflitto ha prodotto quasi 450.000 profughi interni. La maggior parte di essi si trova nelle province di Kabul e Balkh, spesso in condizioni di povertà estrema, con limitato accesso a cibo, servizi igienici adeguati e acqua potabile.

“Gli alleati internazionali dell’Afghanistan, compresi gli Usa, hanno detto più volte che non abbandoneranno il popolo afgano. Devono rispettare questo impegno, per assicurare che la comunità internazionale, nel cercare una via d’uscita dal paese, non metta da parte i diritti umani”  – ha concluso Zarifi.

 Comunicato di Amnesty International

15 luglio 2011

Perché ci raccontano che andiamo in guerra per difendere l’Italia

Sulla presenza dei nostri soldati in trenta Paesi stranieri, chi ci governa racconta da anni versioni prive di senso, spesso infantili, che la maggior da parte dei cittadin, non direttamente interessati, ignora o ascolta distrattamente: siamo lì, in Afghanistan, in libano e in altri luoghi ardenti del mondo per legittima prevenzione, combattiamo un terrorismo che se fosse lasciato libero di crescere arriverebbe anche sul nostro territorio nazionale. È una tesi talmente pro domo nostra che viene un po’ di rossore a ripeterla. Chi di noi pensa che si debba andare a dare la caccia ai talebani dell’Afghanistan per la preoccupazione campata in aria e balorda che questi, in caso contrario, salirebbero subito su qualche aereo, sbarcherebbero a Fiumicino o alla Malpensa e darebbero inizio alla guerriglia fra Milano e Rho o fra Bologna e Porretta? Allora si passa alla politica estera: siamo andati in quei Paesi infernali, da sempre in preda a guerre civili e magari al traffico dell’oppio, perché ce lo ha chiesto il nostro imperatore, il presidente degli Usa, e volevamo essere i primi della classe nell’alleanza atlantica.

Ai nostri militari e alle nostre industri degli armamenti fa comodo essere sul mercato, anche al prezzo, sempre doloroso e spesso ipocrita e vergognoso, dei funerali dei nostri soldati. Si dirà: ma questo non è il prezzo di ogni politica estera, di ogni partecipazione al governo del mondo? I quattordicimila che Camillo Benso di Cavour spedì in Crimea non erano forse sacrificati alla pretesa di far parte del consesso internazionale? Sarà così, ma il prezzo da pagare è davvero pesante.

In vite umane, poche di numero, ma sproporzionate alle nostre ridicole ambizioni di potere nel mondo. Nel suo insieme, quest’operazione è una mistura di tornacont, di patriottismo e di interessi personali o di gruppo che bisogna accettare senza obiezioni o critiche per non essere scambiati per sovversivi, per anarcoidi, per spie del nemico.

L’intera informazione, stampata, televisiva e radiofonica, deve seguire in rispettoso silenzio le cerimonie di bandiere, come se fosse accertato che quelle dove sono caduti i nostri soldati erano le nostre Termopili, e non che la loro missione faceva parte di un’operazione estera i cui vantaggi per il nostro Paese sono così opinabili che nessuno li ha ancora capiti.

Davvero la democrazia italiana la si difende in un deserto afgano? Davvero le nostre libertà dipendono da una mina che esplode a Kabul? A questi duri impegni non bastano i soldati di mestiere, o la legione straniera?

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

12 luglio 2011

“Io trafficante di bambini”

In Italia da Kabul con 8 mila dollari Poi finiscono sulle nostre strade

“Niente nomi. Niente posti. E niente foto, se vuoi parlare”. Muhammad (non è il suo vero nome) è lapidario. È pomeriggio inoltrato e lui è appena rientrato dalla sua ultima consegna. Tratta in esseri umani.    Uno, nell’ambiente, dei più noti trafficanti dell’Afghanistan. Intorno a lui, un’organizzazione di decine di persone da Kabul all’Europa: autisti, falsari, locatori, guide e trafficanti. In ogni luogo, lungo quel percorso di migliaia di chilometri che separa una vita difficile dalla speranza di una migliore. La sua casa sorge alla periferia di Kabul, ci sono le sbarre alla sua porta d’ingresso. Fuori due guardie armate. Dentro è accogliente con tappeti e cuscini dorati. La moglie incinta sta preparando la cena e un dolce profumo di verdura cotta e pane impregna l’aria. Muhammad siede gambe incrociate, circondato dai suoi telefonini. Ha 32 anni ma come tutti gli afghani, ne dimostra di più, almeno 40. Indossa un lindo Salwar kamise, la tipica veste afghana.

“IN QUESTI sei anni ho portato circa 500 persone in Europa. Non è facile, ma non è neanche impossibile, la settimana scorsa ne ho fatti arrivare cinque a Milano. L’Italia è bella, ma i miei clienti preferiscono proseguire verso la Francia o il nord Europa. Molti si fermano in Grecia, perché non hanno abbastanza soldi per andare oltre”. Costa lasciare tutto e tentare la fortuna. I rischi sono tanti. “I poliziotti iraniani al confine sparano per uccidere. Quelli turchi sono gentili, quelli greci anche, e quelli italiani se sanno che andrai in un altro Paese ti lasciano andare”.    La prima tappa è il confine iraniano, Nimroz, Muhammad non porta più di sei o sette persone per volta, ci si muove verso ovest e si supera la provincia di Farah. “Se i talebani mi vedessero così senza barba, mi taglierebbero la gola in un minuto”. Alla frontiera incontra gli altri trafficanti, mettono insieme i “passeggeri”, per un blocco di cento persone “regalano” 4 mila dollari ai poliziotti iraniani. E i cancelli si aprono. Tutti hanno documenti contraffatti. Al di là del confine ci sono diversi minivan in attesa, chi parte ha una serie di numeri di telefono con contatti nei vari Paesi.    Oltre il filo, voci sconosciute dicono cosa fare e dove andare: “A Teheran, abbiamo delle case, restano qualche giorno e poi si spostano verso il confine con la Turchia, qui è dura, perché ci sono le montagne e si deve fare un po’ a piedi e un po’ in macchina”. Piccole code di uomini, “le donne, meglio di no”, che si arrampicano tra le foreste. Chi sta dall’altra parte monitora gli spostamenti delle autorità, e poi dà il via libera. La meta è Istanbul. Sembra facile, ma non lo è, i clandestini spesso sono bambini, sanno solo che devono andare avanti e non fermarsi mai. “Qui devono bruciare i documenti, ne forniamo altri, di solito passaporti o carte di identità vere, ma rubate e con la foto cambiata, o di qualcuno che somiglia molto, la polizia non è mai troppo precisa”.    In Turchia molti si fermano perché devono pagare la seconda tratta (la prima a Teheran con un versamento in banca di contanti su un conto che gli viene fornito) e non hanno più soldi. Qualcuno lavora in nero per mettere da parte quello che manca. Poi ci si muove verso la Grecia: “Per affidarsi a trafficanti locali che hanno i barconi, oppure se è un buon carico se ne compra uno, ma è rischioso, è facile perderlo”.    Si affronta l’acqua, il fiume Evros e poi il mare che gli afghani vedono per la prima volta. “Se ti prendono sul suolo greco, la polizia è molto attiva in Grecia, ti mettono in un centro per qualche settimana, poi ti danno un foglio di via, e si va ad Atene, dove i miei uomini ti accolgono, e ti danno un visto Schengen e documenti, non è difficile neanche questo, basta oliare le persone giuste, e poi si sale su un aereo. Gli ultimi arrivati a Milano, tre volevano andare in Francia e si sono diretti verso Venezia in treno, anche se è nella direzione opposta, ma serve a depistare e poi da lì, verso la Francia. Anche qui i documenti vengono distrutti. Una volta in Italia sei sfortunato se qualcuno te li chiede”. Ma a questo punto sei arrivato senza soldi, senza conoscere la lingua, non sai dove andare, e non hai i documenti per lavorare.    Perché lo fa? “Devo sfamare la mia famiglia, qui la vita costa. Non sono un assistente sociale, offro un mezzo per arrivare dove vogliono, poi dipende da loro. Sono persone che non avranno mai un visto perché sono poveracci, ma anche i poveri sognano. Puoi biasimarli? Qui c’è la guerra, ci sono gli attentati, si vive nella paura e non c’è speranza. Io realizzo la prima parte del sogno. Ho scontato due anni di prigione in Turchia per questo”.

IL TARIFFARIO è per lo più fisso: 800 dollari da Kabul a Teheran, 1.200 da Teheran a Istanbul, 2.000 dalla Turchia ad Atene, 3.600 da Atene all’Italia. Lui in sei mesi (perché d’inverno non si lavora) ha guadagnato 20 mila dollari tolte le spese.    Squilla il telefono. Per un attimo cala il silenzio. Poi la voce di Muhammad è concitata: “Quattro persone sono state prese a Istanbul, ah non c’è pace”, dice sorridendo, ma poi si fa serio. “Ho un problema in Italia, c’è un bambino in un centro vicino a Potenza. Puoi tirarlo fuori? Il padre è disposto a pagare mille dollari”.    E come? “Ti metti in contatto con un afghano che ti dico io, sta in Italia, garantisci che è un parente del ragazzino, e in un attimo è libero. C’è anche un ragazzino di 8 anni in Grecia, rinchiuso, potrei farti avere dei documenti, tanto non controllano, in agosto da voi c’è una tale confusione per le vacanze, lo prendi e in nave lo porti in Italia. Poi se lo prende qualcuno dei miei”.

di Barbara Schiavulli, IFQ

3 marzo 2011

Afghanistan, la guerra raccontata dalle videoreporter afgane

Ad Herat la prima mostra videofotografica di un gruppo di donne afgane che sono divenute videoreporter grazie ad un progetto realizzato dall’Università di Herat e dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan

Herat è oggi un posto tranquillo. Tranquillo quanto può esserlo una città afgana. Nel senso, cioè, che la guerra è altrove, nei villaggi e fra le montagne ai confini del Paese: luoghi come il territorio a nord di Shindand dove l’ultimo giorno di febbraio è caduto in attentato l’alpino Massimo Ranzani.

Certo, anche a Herat in ogni momento può esserci una bomba che esplode al passaggio di una colonna di mezzi militari, o un kamikaze che si fa saltare fra la folla di un mercato. Ma per il milione e mezzo di abitanti della città e della provincia, la vita scorre nell’ordinaria precarietà e povertà, intellettuale oltre che materiale, di un Paese in guerra da dieci anni.

È per quegli uomini e per quelle donne che le truppe italiane sono lì, in “missione di pace”. Ed è la loro vita che Asma e Vidia, Massima, Mahnaz e tante altre giovani donne afgane stanno imparando a raccontare per immagini e video grazie al primo corso per foto e videoreporter donne tenuto all’Università di Herat dall’Università Cattolica di Milano in collaborazione con il contingente italiano di stanza in Afghanistan e con la Fondazione Fondiaria Sai.

Asma e le altre escono ogni giorno sul campo a riprendere ciò che sfugge o non interessa ai fotoreporter di guerra: la giornata tipo di una donna anziana: pulire, cucinare, fare la spesa e badare alla nipotina (la madre è morta durante la guerra) mentre gli uomini della famiglia sono fuori a sbarcare il lunario. O il lavoro, tutto femminile, della coltivazione, raccolta ed essiccazione dello zafferano. O, ancora, la realizzazione del sogno possibile di Nahid, 23 anni, insegnante di karate e allenatrice di una squadra femminile.

Parte del lavoro delle giovani aspiranti fotoreporter è stato presentato il 25 febbraio in una grande mostra a Herat: foto e testi dove non si parla di bombe, ma di lavoro e mercato, tossici e famiglia. In una parola, della vita difficile di un popolo che cerca d’inventarsi una parvenza di normalità. Alcune delle immagini sono anche sul sito womentobe.org, rivista online dove vengono pubblicati i lavori delle fotoreporter.

“Finora, l’informazione dall’Afghanistan è stata monopolio della stampa internazionale, che ovviamente privilegia la copertura della guerra. L’obiettivo che ci siamo posti è invece quello di far raccontare l’Afghanistan dagli afgani” spiega Marco Lombardi, coordinatore del corso. “Con il valore aggiunto della formazione specifica di giornaliste donne: sono loro, infatti, che con sensibilità, curiosità e coraggio possono raccontare un Paese in lenta ma ineluttabile trasformazione”.

Per le migliori è previsto uno stage in alcuni media italiani. “Le ragazze sono molto motivate e determinate” racconta Lombardi, che alla Cattolica insegna Sociologia e Gestione della crisi e comunicazione del rischio. “Fin dal primo momento non hanno esitato a buttarsi sul territorio per raccogliere storie e personaggi, senza l’elmetto o il giubbotto antiproiettile di rigore per tutti i giornalisti e gli operatori stranieri, me compreso”.

Il corso per fotoreporter non è l’unica autentica espressione del concetto “missione di pace” in Afghanistan. Da quando, due anni fa, il dirigente del ministero della Cultura Attaullah Wahidyar venne in Italia, a Milano, chiedendo alle università locali idee e disponibilità per corsi da tenere a Herat che aiutassero le nuove generazioni a costruire un nuovo Paese, sono partiti diversi progetti con una base comune: l’università Cattolica e alcuni sponsor forniscono il software, i militari italiani l’hardware, cioè gli edifici, costruiti o ricostruiti in loco dal nostro contingente.

“Tutti i progetti hanno in comune due linee guida: l’educazione e le donne” spiega Lombardi. Il primo è partito a Kabul: in una scuola a 40 kilometri dalla capitale afgana è stato avviato un sistema di borse di studio per 50 famiglie che mandino a scuola le loro figlie femmine, più un corso di aggiornamento per gli insegnanti. Le borse sono garantite fino al 2014, anno del presunto ritiro dall’Afghanistan.

La Cattolica ha poi avviato, in contemporanea a quello di foto e videoreportage, un corso all’università di Herat donne e famiglia come motori di sviluppo del nuovo Afghanistan. E, sempre la Cattolica, provvede alla formazione di 30 docenti di 15 scuole costruite a Herat e provincia dai militari italiani. “Insegniamo ai maestri, ragazzi che finito il liceo passano dal banco alla cattedra, come si fa ad insegnare” spiega Lombardi. “Cose basilari: come si fa lezione, con quali strumenti, come usarli, come gestire la conflittualità in classe. Conoscenze che a loro volta i maestri trasferiranno ai loro colleghi”.

La vera sfida, però, è il Centro per donne maltrattate che il governo locale ha chiesto organizzare nel Social center costruito, sempre dagli italiani, a Herat e assegnato al Dowa (Departement of women affaires). “Siamo ancora alla fase di valutazione del progetto” dice Lombardi. «Il governo locale deve spiegarci in quale contesto, per chi e per fare che cosa sarà istituito questo Centro”. Che cosa significa, in Afghanistan, violenza alle donne? Probabilmente non quello che s’intende in Occidente. Più facilmente qualcosa che ha a che vedere con il ruolo stesso della donna nella società afgana: una persona priva di diritti, spesso percossa, abusata, ripudiata dal marito e dunque messa sulla strada. Se non bruciata viva dal marito. O suicida, sempre dandosi fuoco, per sottrarsi a un matrimonio imposto o alla violenza di un marito padrone.

“All’ospedale di Herat esiste un Burn Center dove viene data assistenza medica alle donne scampate alle fiamme. Noi vogliamo essere sicuri di poter offrire qualcosa di più: non solo assistenza psicologica ma anche una nuova prospettiva di vita” dice Lombardi. “È molto importante che le istituzioni locali abbiano individuato questa necessità, ma prima di partire con il progetto dobbiamo essere sicuri che il governo sarà in grado, dopo il nostro intervento, di dare a queste donne case protette e lavoro. Altrimenti il nostro aiuto sarebbe vano e tanto varrebbe offrire loro la stricnina invece dell’alcool e del cerino”.

di Valeria Gandus – IFQ

26 ottobre 2010

Caso Khadr, la banalità della pena

Il bambino soldato si dichiara colpevole. Un vittoria per il governo Usa che ha proposto il patteggiamento della pena.

“Io ho l’obbligo di mostrare al mondo ciò che succede quaggiù. Sembra che quanto fatto finora non sia bastato, ma forse funzionerà se il mondo vedrà gli Usa condannare un bambino al carcere a vita. E se nessuno dovesse accorgersi di nulla, in quale mondo verrei rimesso in libertà? In un mondo fatto di odio e di discriminazione”. (si legga anche qui)

Con queste parole indirizzate ai suoi avvocati, Omar Khadr – sangue pakistano, cittadinanza canadese – aveva messo un punto fermo: non sarebbe sceso a patti con il governo Usa, non avrebbe concordato la pena per mostrare al mondo l’arroganza della grande democrazia statunitense che condanna un bambino soldato al carcere a vita; per non creare un alibi alle corti militari di Guantanamo; per non spegnere la luce sul più infame campo di prigionia del pianeta. Ma alla fine, Omar si è piegato. Il 13 ottobre ha firmato un accordo con la procura militare (nelle mani del Pentagono) e ha accettato di dichiararsi colpevole di tutti e cinque i capi d’accusa – e anche di qualcosa di più – per evitare il carcere a vita. Khadr, catturato nel 2002 in Afghanistan quando aveva quindici anni, ha trascorso un terzo della sua vita nel campo di Guantanamo, Cuba. Accusato di aver ucciso il soldato delle forze speciali Usa Speers, di aver fiancheggiato al-Qaeda nella progettazione di attentati terroristici, di aver piazzato un Ied (improvised explosive device) e di spionaggio, il ragazzo fu portato nella base aerea di Bagram, Afghanistan, dove dietro minaccia di stupro collettivo (accertata e messa agli atti dal presidente della corte Patrick Parrish) e sotto tortura, avrebbe ammesso le sue responsabilità. Di tutto ciò, compresa l’uccisione del soldato Speers, non esiste alcuna prova o testimonianza che possa confermare la ‘confessione’ del bambino soldato. Omar Khadr era l’unico ‘ribelle’ rimasto in vita in seguito all’assalto di un edificio dove si trovava un gruppo di insorti che ingaggiò una lunga battaglia con le forze speciali Usa. Ferito in modo molto grave, fu curato e rimesso in sesto: c’era bisogno di qualcuno che pagasse per la morte del sergente Speers. Nel 2003 (si guardi il video a lato), il sedicenne Omar Khadr, nel corso di un interrogatorio effettuato da una delegazione canadese, denuncia in lacrime le torture subite; confida – con grande paura – di aver mentito, di aver ammesso le proprie responsabilità sperando che gli aguzzini statunitensi lo rilasciassero. Non andò così e anzi il piccolo prigioniero fu trasferito a Guantanamo.

Nella prima udienza di ieri, secondo gli accordi e come in una grande farsa – c’era anche la vedova Speers che testimonierà il suo dolore per la perdita del marito – Omar Khadr si è dichiarato colpevole. Solo con monosillabi, “Yes” e “No”, l’imputato a testa china eseguiva la sua parte rispondendo al giudice Parrish che gli chiedeva se avesse maturato da solo questa decisione – Yes – se gli fosse stato promesso uno sconto di pena – No – se fosse consapevole delle conseguenze della sua ammissione di colpevolezza – Yes. Come nella scena del Grande Inquisitore dei fratelli Karamazov, Omar è stato travolto dal monologo dell’onnipotente giudice che incarna i principi assoluti del governo degli Stati Uniti e del premio Nobel Barack Obama, sempre pronti a dare lezioni di democrazia, sempre pronti a indicare il rispetto dei diritti umani, sempre pronti a bacchettare le canaglie che non si piegano ai dogmi della comunità internazionale – che valgono per tutti, ma non sempre anche per Washington.

Con la dichiarazione di colpevolezza di Khadr, il governo Usa e Obama – che aveva promesso la chiusura di Guantanamo – escono con la faccia pulita, tanto da far dire impunemente al procuratore capo, capitano John Murphy: “Basta con la storia che Khadr è una vittima. Egli è un assassino e sono le sue stesse parole a condannarlo”. Incommentabile.

Secondo le rivelazioni del Washington Post, l’accordo prevede che Khadr venga condannato a otto di carcere, di cui ancora uno sul suolo degli Stati Uniti e gli altri sette in Canada, la terra natia. Ma il governo canadese, nonostante le battaglie delle opposizioni, dei gruppi che lottano per i diritti umani e una sentenza della Corte suprema canadese del maggio 2008 – secondo cui gli Usa stanno violando i diritti di un cittadino canadese – è rimasto inerte. Sono gli avvocati di Khadr ad accusare il governo per aver abbandonato il suo cittadino più debole nelle mani del governo Usa. Difatti, il portavoce del ministro degli Esteri canadese avrebbe commentato che la questione Khadr “è un affare privato tra il signor Khadr e il governo degli Stati Uniti d’America”. (Affermazione che riporta alla mente le parole del nostro ministro Franco Frattini, quando vennero arrestati – o rapiti – tre operanti di Emergency: “Voglia Iddio che i tre non siano responsabili…”)

“C’è del marcio in Danimarca”, faceva dire Shakespeare all’ufficiale Marcello sulle mura del castello di Amleto. Joyce Hedges, commentando sul Daily News l’operato del premier canadese Stephen Harper e la dichiarazione del ministero ha scritto: “Tappati il naso, Canada. Un tanfo pervade la nostra nazione”.

PeaceReporter.net

13 ottobre 2010

A Belluno la Lega “spara” sul tricolore

Niente bandiera italiana esposta per gli alpini morti in Afghanistan.

“Li avevo visti, in caserma. Ragazzi in gamba, che credono nella missione degli alpini come ci credevamo noi. Anche se vanno laggiù, nel deserto, lo fanno per l’Italia. Qui siamo gente semplice e piangiamo questi morti come figli nostri. E la bandiera io oggi l’ho messa sulla finestra di casa, il lutto è una cosa   seria”. Angelo Dal Borgo ha fatto le scuole dell’obbligo, poi è diventato alpino e lo è rimasto per tutta la vita: artigliere di montagna, Gruppo Agordo. Ieri non si è vergognato di piangere durante la messa celebrata in cattedrale a Belluno. E quando gli hanno detto che quelli della Lega non volevano il tricolore esposto in città non ha detto niente.    Perché Angelo è vicepresidente   dell’Associazione Nazionale Alpini, sezione di Belluno, e la Brigata Julia cui appartenevano i quattro militari è la sua famiglia. Da pensionato si rende utile così, organizza cori e bande, mette su le feste dove le penne nere ricordano la storia e guardano in faccia un futuro complicato. Ma ieri non pensava a niente, troppo dolore: “Una bruttissima giornata, una tragedia per tutta la città” continua a ripetere Dal   Borgo. Un giorno di facce dure, di sguardi che scappano via spinte da un’amarezza in più, un interrogativo amaro sul senso di quei quattro morti celebrati a Roma e messi in croce dove avevano imparato a essere uomini dello Stato.

“La vicenda mi lascia    indifferente”

NELLA bella piazza alberata, sotto i portici del centro, ne parlano tutti: l’ultima sparata della Lega, il rifiuto di esporre il tricolore su finestre e balconi come aveva chiesto di fare il sindaco nella giornata dei funerali solenni e del lutto cittadino. Lucido il pensiero di Paolo Costa, consigliere comunale del Carroccio a Belluno: “Non vedo gran differenza tra chi muore per una fucilata e chi ci resta cadendo da un’impalcatura – ha esordito -. I morti sono morti, e tutti dovrebbero essere onorati allo stesso modo, ci mancherebbe. Quanto al tricolore, la vicenda mi lascia del tutto indifferente. Ce ne saranno tanti dappertutto in questi giorni. L’iniziativa del sindaco ha   già avuto un grande impatto, non penso che senza il mio apporto la macchina si fermerà. Trovo normale che il Comune e le forze armate espongano la bandiera. Che si chieda ai cittadini di fare altrettanto, un po’ meno”.    Incalza il collega Silvano Serafini, capogruppo leghista in consiglio: “Per quanto mi riguarda la bandiera italiana sta nel cassetto, ben ripiegata. E lì resterà finché non torneranno gli ideali originali, che sono stati usurpati. Garibaldi, una volta sbarcato a Marsala, avrebbe fatto bene a prendersi una sbronza colossale con il vino liquoroso di quelle parti, per poi   tornare indietro. E invece è andato avanti, tirandosi dietro dei mafiosi per attraversare lo stretto”.

“Perché? Sono un separatista”

CONCORDA Jacopo Savasta, responsabile provinciale per gli enti locali della Lega: “Al funerale ci sono andato anche se c’erano le bandiere. Ma di mio non la espongo, perché sono separatista. Massimo rispetto per i morti inguerra,percarità:sonofierodi essere italiano quando penso a questi eroi che combattono anche per noi. E rispetto i simboli, non sono fra quelli che brucerebbero il tricolore, ma sono entrato nella Lega perché c’è un’ingiustizia economica e fiscale di fondo che colpisce il Nord. E che pure quella bandiera in qualche modo rappresenta”. Insomma la bandiera nazionale è sinonimo di Roma ladrona, uno straccio ormai impresentabile. “Io la metto fuori perché ho firmato l’ordinanza – spiega il vicesindaco Leonardo Colle, leghista-. Di fronte ai morti e al lutto, non mi sembra il caso di metterci a discutere sui simboli”.   Il sindaco Antonio Prade, eletto in una lista civica di centrodestra, ieri era a Roma per i funerali: nessuna dichiarazione ufficiale sulla trovata dei colleghi. L’europarlamentare Pd Debora Serracchiani invece ha condannato il gesto: “C’e’ qualcuno che, in un momento come questo, trova la forza di rinnegare proprio quei valori in nome dei quali i quattro alpini sono morti. Negare il tricolore a un soldato italiano caduto in terra lontana è un atto che fa venire le lacrime agli occhi”’.    A Belluno Mauro Carlin esce dalla cattedrale e si rimette il cappello di panno verde con la piuma. Non vorrebbe neanche parlare, ma alla fine sbotta: “Il tricolore non si tocca, e noi lo portiamo nei cuori, altro che nasconderlo. Queste sparate della Lega sono inaccettabili: non si sfruttano tragedie come queste per farsi pubblicità. Spero che la gente capisca, che dalla delusione per un gesto così sconsiderato possa nascere una riflessione seria. Siamo italiani. Basta”.

di Chiara Paolin IFQ

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