13 marzo 2013

Pd, otto punti inadeguati ad affrontare la crisi

Se la pressione sullo spread si è un poco allentata il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. Per questo la proposta del Pd contenuta nei famosi 8 punti da presentare al Movimento 5 Stelle appare totalmente inadeguata. Non basta una golden rule in miniatura a rilanciare la crescita.

“Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità”: questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la difficile formazione di un governo. Sempre che Napolitano gli conferisca l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce nell’acquisto dei titoli del debito italiano –, il fronte dell’economia reale si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da Giuliano Amato. Lo è da sei trimestri, ma quello che è peggio è che la tendenza non promette niente di buono. Se guardiamo al quadro dell’Eurozona vediamo che l’ultimo trimestre del 2012 si è chiuso con un calo maggiore del Pil rispetto all’anno intero, -0,9%. Ovviamente il record negativo appartiene alla martoriata Grecia, ma l’Italia si piazza al terzo posto della decrescita, che possiamo chiamare infelice, per non fare arrabbiare i seguaci di Serge Latouche.
Infatti nel quarto trimestre del 2012 l’Italia ha segnato un -2,7% del Pil, dopo avere chiuso i precedenti trimestri con un -1,3%, un -2,3%, un -2,4%. La Germania che fin qui aveva continuato a crescere, seppure a ritmi sempre più rallentati, registra nel quarto trimestre un calo pari a -0,6% rispetto al terzo. Poca cosa, ma significativa per indicare che anche il potente motore tedesco comincia a tossicchiare. Vedremo i dati del primo trimestre 2013 a fine marzo, ma tutto lascia prevedere un anno tendenzialmente peggiore del precedente.
Le cifre della disoccupazione, sia quella europea, sia quella italiana, aggravata dalla sempiterna questione meridionale, sono drammatiche (seguendo le parole di solito contenute dello stesso Mario Draghi) e quelle della disoccupazione giovanile ci danno la misura di una generazione perduta, sul piano sociale nient’affatto morale. Infatti il tasso di disoccupazione ufficiale fra le persone comprese nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni ha toccato in Italia, nel gennaio 2013, la percentuale del 38,7% (definita “agghiacciante” dallo stesso Squinzi, presidente di Confindustria), mentre i precari sono in tutto 2 milioni 800mila, di cui 2 milioni 375mila con contratti a termine e il restante con contratti di collaborazione. Non c’è da stupirsi, sia detto per inciso, se a fronte della indifferenza del quadro politico dominante, moltissimi di questi giovani sono stati tra i protagonisti dello tsunami grillino.
Servirebbe una svolta radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale; il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un “pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti concreti.

Di questo non c’è traccia nel testo varato dalla Direzione del Pd. Né le parole dette successivamente in conferenza stampa da Bersani aggiungono granché. E’ vero, il primo degli otto punti suona in modo differente dalla carta di intenti sulla quale il Pd aveva costruito la coalizione elettorale con Sel e il Psi di Nencini. Infatti quest’ultima si chiudeva con un impegno al rispetto integrale dei trattati, salvo “eventuali” modificazioni, che però non venivano previste né tantomeno invocate. Il che se non altro dimostra quanto fossero ipocrite le dichiarazioni di impossibilità di mettere per iscritto qualche cosa di diverso dai dettati della Ue. Nasce però il più che legittimo sospetto che questa modificazione sia più formale che sostanziale, oppure che si fondi semplicemente sulla speranza di allentare i vincoli grazie ai nuovi presunti spazi che sarebbero stati aperti dalla lunga lettera inviata due settimane fa dal Commissario Olli Rehn ai ministri dell’Ecofin, nonché a Draghi e alla Lagarde, ovvero ai presidenti della Bce e del Fmi. Ma se si legge con attenzione quel documento ci si accorge che le speranze sullo stesso sono del tutto infondate.
Il testo di Rehn fa un vago accenno al fatto che gli effetti depressivi delle misure restrittive adottate dalla Ue hanno superato le previsioni, ma si guarda bene dal denunciare come profondamente sbagliati i moltiplicatori fiscali adottati in Europa, come invece ha dimostrato chiaramente lo stesso Fmi. Attribuisce il calo della pressione sugli spread alle restrizioni di bilancio, occultando che invece essi vanno interamente attribuiti alle decisioni della Bce sulle Outright Monetary Transactions (OMTs), ovvero gli acquisti dei titoli di stato a breve sul mercato secondario. Infine si dichiara disposto ad allungare i tempi per raggiungere gli obiettivi di bilancio, a condizione che vengano mantenute le famose riforme strutturali che di riforma hanno solo il nome, poiché in realtà si tratta di cospicui tagli alla spesa pubblica e quindi ulteriore smantellamento del welfare, svendita dei beni pubblici, blocco dell’intervento pubblico in economia, riduzione del personale e delle retribuzioni reali nella pubblica amministrazione. Ovvero l’implementazione di tutti i punti della famosa lettera Bce inviata al morente governo Berlusconi ai primi di agosto del 2011.
Del resto l’esperienza storica ci ricorda che solo i paesi più forti nel quadro europeo possono impunemente violare i vincoli imposti dai trattati. Successe con la Germania e la Francia nel 2003 che andarono ben oltre il vincolo del 3% di deficit su Pil, impedendo alla Commissione europea di fare scattare le previste sanzioni. L’Italia, come si sa, non è nella stessa condizione, quanto a rapporti di forza, benché il nostro deficit sia già inferiore a quello francese, che dovrebbe invece beneficiare della “tolleranza” della Commissione europea ( l’1,4% contro il 2,1%) e soprattutto se si sommasse il debito pubblico con quello privato, come si dovrebbe fare, la nostra condizione risulterebbe niente affatto peggiore di quella della Francia e molto migliore di altri paesi come la Spagna. Inoltre l’Italia ha il migliore avanzo primario (ovvero la differenza fra entrate e uscite su base annua al netto del servizio al debito) in Eurolandia.
La certezza granitica sulle virtù delle politiche di rigore comincia a incrinarsi anche nella potente Germania, quella che da queste ha fin qui tratto i maggiori vantaggi. Infatti La Camera dei Länder che compongono lo Stato federale tedesco, dove ha la maggioranza l’opposizione rosso-verde al governo della Cancelliera, ha bloccato l’intesa sul bilancio richiesto dalla Merkel ai partner europei, proponendo in cambio il varo di un salario minimo nazionale, progetto respinto dall’esecutivo centrale. Non è niente di più di un “incidente” nella vita politico-parlamentare della Germania, una conseguenza dei nuovi equilibri determinatisi nella Camera alta dopo le recenti sconfitte elettorali della Cdu. Ma naturalmente la Cancelliera non intende demordere. Anzi rilancia. Ed ecco che, cosa mai avvenuta prima, si reca a Varsavia per partecipare al vertice del gruppo di Visegrad (composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) per lanciare un nuovo patto per la competitività, che a Est si coniuga perfettamente con una preesistente situazione di basse retribuzioni, welfare quasi nullo e tanti vantaggi fiscali per attirare capitali stranieri. Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul grande paese tedesco e i suoi satelliti.
In un quadro di questo genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha che da perseverare nelle politiche di austerità, anche nella versione appena formalmente annacquata della “austerità espansiva”, che appunto prevedrebbe la fuoriuscita delle spese per investimenti dal calcolo che determina gli obiettivi del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico complessivo. Il primo punto della proposta di Bersani appare quindi non solo del tutto indeterminato, ma privato delle volontà politiche e degli strumenti per divenire operativo. Queste ultime passano necessariamente da un’opposizione netta al fiscal compact e alle sue ulteriori implementazioni, pareggio di bilancio in Costituzione compreso. Ma di questo non vi è traccia nella proposta del Pd.
Intanto in ciò che resta della sinistra radicale ci si divide tra chi vorrebbe un piano B per l’uscita dall’Euro e chi sostiene che invece il punto è la ridiscussione dei trattati senza passare dalla fuga dalla moneta unica. Rimandando ad ulteriori approfondimenti il confronto fra le ragioni dell’uno e quelle dell’altro, si potrebbe già osservare che visto che chi chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro pone tutta una serie di condizioni per contenerne gli effetti immediatamente negativi e indesiderati di una simile mossa Indicizzazione dei salari, controllo dei movimenti di capitale ecc.), condizioni che richiedono necessariamente un’azione di governo per compierla, ovvero una forza capace di fare fronte alle immediate manovre speculative del capitale internazionale. Allo stesso modo l’ipotesi di condurre un’azione comune tra i paesi mediterranei e più in difficoltà nell’Eurozona per la modifica dei trattati richiede anch’essa una forza decisionale e un sostegno popolare altrettanto grandi.
Si può quindi concludere che in realtà i due piani, almeno per un considerevole percorso, possono nella sostanza coincidere o che quantomeno non vi è motivo per vedere ragioni di divisioni così aspre tra l’uno e l’altro. In altre parole lo spazio oggettivo per un europeismo di sinistra si è allargato e non ristretto, basti guardare al programma di Syriza. Da noi invece è ancora senza interpreti che siano dotati di forza e di consensi e non solo di buoni argomenti.

di Alfonso Gianni. Micromega

Annunci
5 marzo 2013

Strage Borsellino, le richieste della procura nel processo abbreviato su via D’Amelio

borsellino-strage-dual

La procura di Caltanissetta ha chiesto ieri al gip Lirio Conti la condanna, rispettivamente a 13 e 10 anni di reclusione, per i collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina imputati nel processo abbreviato per la strage di via D’Amelio, il 19 luglio ‘92, in cui furono trucidati Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Per l’ex collaboratore Salvatore Candura, accusato di calunnia aggravata perchè avrebbe mentito nelle dichiarazioni rese ai magistrati contribuendo così alle condanne nei precedenti processi, sono stati chiesti 10 anni e mezzo di carcere. Il nuovo filone d’inchiesta è nato dalle dichiarazioni di Spatuzza che hanno portato anche alla scarcerazione di mafiosi e presunti mafiosi che erano stati condannati in via definitiva a seguito delle dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino.
Ad ottobre del 2011 la procura generale di Caltanissetta diretta da Roberto Scarpinato aveva avanzato la richiesta di sospensione della pena per boss del calibro di Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Gaetano Murana (condannati all’ergastolo), Vincenzo Scarantino e poi ancora Salvatore Candura, Salvatore Tomaselli e Giuseppe Orofino (condannati a pene fino a 9 anni). Per i condannati detenuti Scarpinato aveva chiesto la sospensione dell’esecuzione della pena; per Orofino, Tomaselli e Candura, che avevano già espiato la condanna, era stata chiesta solo la revisione. Nella sua requisitoria Sergio Lari ha sottolineato che Paolo Borsellino è stato ucciso perché di ostacolo alla trattativa Stato-mafia. “Paolo Borsellino sapeva, sapeva della trattativa che apparati dello Stato avevano avviato con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino – ha evidenziato Lari –. Totò Riina lo riteneva un ‘ostacolo’ alla trattativa con esponenti delle istituzioni, che gli ‘sembrava essere arrivata su un binario morto’ e che per questo il capo di Cosa Nostra voleva ‘rivitalizzare’ con la strage”. Il procuratore Lari ha ribadito che diversi collaboratori di giustizia avevano parlato dell’accelerazione della strage di via D’Amelio, tra questi Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Recentemente quest’ultimo ha evidenziato che: “Nel momento in cui cominciò la stagione stragista di attacco allo Stato, successivamente alla strage Falcone, cogliemmo dei segnali di debolezza da parte dello Stato e fu per questo che pensammo di sfruttare al massimo questa debolezza. Mi venne detto da Riina che vi era ‘un muro’ da superare ma in quel momento non mi venne fatto il nome di Borsellino. E’ sicuro, comunque, che vi fu una accelerazione nell’esecuzione della strage. Quando avvenne capii qual era il muro”. Dal canto suo il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, ha sottolineato “l’apporto fondamentale alle nuove indagini” scaturito dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. “Dichiarazioni che hanno permesso di aprire uno scenario nuovo e di scoprire che vi era stato un depistaggio”. Per Gozzo c’è stata “piena sincerità nelle confessioni da parte di Spatuzza, confessioni che sono riscontrate e che hanno permesso alla Procura non solo di ricostruire in maniera più dettagliata la dinamica della strage, ma anche di scoprire che in carcere vi erano degli innocenti”. Il ruolo di Fabio Tranchina è stato infine delineato dal sostituto procuratore nisseno Stefano Luciani. Tranchina ha di fatto indicato in Giuseppe Graviano l’uomo che ha schiacciato il pulsante che ha fatto esplodere l’autobomba in via D’Amelio. Per Luciani il pentimento di Tranchina è stato “travagliato” ma altrettanto “sincero”. Il processo è stato aggiornato a mercoledì prossimo.

di AMDuemila

5 marzo 2013

A Newborn May Be Cured of HIV. Is the End of AIDS Near?

Dr. Deborah Persaud of Johns Hopkins' Children's Center in Baltimore.

Researchers say a newborn baby born with HIV has been functionally cured of the disease. Could it lead to a cure for HIV?

At the annual Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections in Atlanta, scientists led by Dr. Deborah Persaud of Johns Hopkins University said that they had essentially cured a Mississippi baby of the HIV infection transmitted from its mother. The case is apparently the first in which a newborn was cured of the disease; only one other patient, Timothy Brown, known as the Berlin patient, is also believed to be cured. Brown was able to rid himself of the virus with a transplant of bone-marrow cells containing stem cells from a donor who had immune components able to thwart HIV. Brown received the transplant in 2006 and no longer needs to take anti-HIV drugs.

The baby’s mother was diagnosed with HIV when she arrived in the hospital to give birth; she had not received prenatal care, which includes therapies that can reduce transmission of HIV from mother to child by close to 100% if used properly. Doctors typically give infected mothers anti-HIV drugs several weeks or months before they give birth, as well as during labor, and continue the medications for the baby’s first six weeks. Even initiating the drugs during labor can significantly lower the risk of transmitting the virus; in the U.S., only about 25% of babies born to HIV positive mothers who don’t receive any treatment are infected with the virus, and that drops to a few percent with such interventions.

(MORE: Rethinking HIV: After Five Years of Debate, a New Push for Prevention)

If their mothers are HIV positive, newborns are generally given two antiretroviral drugs, or ARVs, on a just-in-case basis; at 6 weeks old, they are tested for the virus, and if they are positive, then their drug regimen is bumped up to a more aggressive therapy involving three anti-HIV drugs. If the babies are negative, they stop taking the medications.

In the Mississippi baby’s case, since the mother had not received any prenatal HIV care, her physician, Dr. Hannah Gay, decided to skip the six-week period on preventive drugs and jump directly to the more aggressive three-drug regimen within 30 hours of birth in order to give the baby the best chance of fighting off the virus. That idea of hitting the virus hard with drug treatments soon after infection to knock it out has been gaining ground in the HIV community in recent years, as studies show adults who have recently been exposed are able to lower their risk of infection if they begin anti-HIV therapy as soon as possible; more exciting results suggest that the medications can even prevent infection among healthy, uninfected individuals as well, if taken before high-risk activities such as unprotected sex.

After Gay began administering treatment, levels of the virus in the baby’s blood began to drop; they became undetectable about a month later. The baby continued to take a potent cocktail of drugs for about 18 months, after which the doctors lost contact with the infant’s family and later learned that the baby had stopped treatment. When the family returned for a checkup 10 months later, Gay and her team could not find signs of HIV in the toddler’s blood. Now 2 years and 6 months old, the child also showed no signs of antibodies to HIV, which suggests that the immune system is no longer seeing the virus and therefore does not need to generate defenses against HIV.

(MORE: Treatment As Prevention: How the New Way to Control HIV Came to Be)

“You always have to be careful when dealing with a single case,” says Dr. Anthony Fauci, director of the National Institutes of Health’s National Institute of Allergy and Infectious Diseases. “You really can’t make a broad extrapolation. But in my mind, this is an important conceptual advance.”

Fauci and other AIDS experts don’t anticipate that the results will lead to a change in the way that newborns, or pregnant women, are treated if they are infected. Existing therapies are already effective at lowering transmission of the virus from mothers to children, and the drugs used to battle HIV come with potentially toxic side effects. “If we are doing our job of identifying pregnant women who are HIV positive, treating them and managing their infant accordingly,” says Dr. Mark Kline, chairman of the Department of Pediatrics at Baylor College of Medicine and creator of the Baylor International Pediatric AIDS Initiative, “we should be preventing close to 100% of cases of pediatric HIV.”

But while effective, these methods aren’t foolproof, and the case raises intriguing questions about whether a cure for HIV is possible in babies who end up infected — and whether that possibility would make exposure to the powerful drugs worth the risk.

“If this is truly an effective way to actually cure a baby, then we what we want to throw into the risk-benefit ratio is the fact that if you cure a baby, you can stop therapy in that baby after a year or so, and you’ve saved that baby from 60 years of ARV therapy,” says Fauci.

(MORE: Making House Calls — to Africa)

Confirming the result now becomes a priority for pediatric AIDS researchers, since there is still the possibility that the baby was on one of the rare but fortunate few who have a natural ability to keep HIV from establishing a foothold in the body. These elite controllers, or long-term nonprogressors, as they are known, harbor HIV in their blood, but are able to keep the levels of virus very low and suppress HIV’s activity enough to keep them free of any symptoms of infection. According to Johns Hopkins’ Persaud and her team, however, the toddler is not likely to be one of these, since the child does not show any signs of active HIV activity. Elite controllers often have enough virus in their system that it can be extracted from their blood and cultivated in a lab; while the child’s blood did show fragments of HIV genetic material, none of these elements could seed new viral growth on a lab dish. “Elite controllers have certain combinations of characteristics that we don’t see in this child,” says Rowena Johnston, vice president and director of research for amfAR, which provided grants to Persaud for some of her HIV work. “They have certain types of immune responses that are absent in this child, so this kid seems distinct from elite controllers and long-term nonprogressors.”

Further work will need to confirm whether that’s indeed the case, but in the meantime, Fauci says the finding should generate more research into how the newborn immune system, which is still immature and developing, interacts with HIV. “We don’t know a lot about the relationship between the virus and the immature immune system of a baby,” he says. “But it’s a really important question.” Those insights could lead to a better understanding of how even adult responses to HIV could be manipulated to better fight off infection and potentially keep HIV from progressing into advanced AIDS. “Once we have any new insights about the virus and immune system, it helps everything,” he says.

In addition, the case study also introduces the idea that curing HIV may not necessarily come in the form of a one-size-fits-all therapy. For newborns, it could involve hitting the virus hard with powerful anti-HIV drugs immediately after birth; for other groups, it may mean some other type of treatment. “Different populations are infected by different routes and different mechanisms, so how we cure infections may be achieved through different mechanisms,” says Johnston. “That’s a fascinating possibility that not a lot of people have thought about before.”

By . Time.com

wwwnc.cdc.gov

5 marzo 2013

Opération marketing pour Xi Jinping

myoor.com

On ne peut pas dire que M. Xi Jinping soit resté inactif entre le 14 novembre, où il a été porté à la tête du parti communiste chinois (PCC), et le 10 mars, où il est officiellement nommé président de la République, lors de la session annuelle de l’Assemblée nationale populaire (ANP) [1],. Il a multiplié les voyages en province et les discours sur les sujets les plus divers : pauvreté en zones rurales, inégalités, droits des migrants, corruption, justice, éthique des communistes, pollution, sans oublier les questions militaires…

Le nouveau leader s’est ainsi attaché à sculpter une image d’homme populaire, simple et volontariste. Il était jusqu’alors peu connu du grand public, à la différence de sa femme Peng Liyuan (49 ans), chanteuse de l’Armée populaire de libération (APL), vedette régulière des galas du nouvel an chinois à la télévision officielle. Célèbre dans tout le pays, elle lui apporte d’emblée une touche glamour, plutôt inattendue chez les dirigeants chinois. Mais il lui en faut plus.

M. Xi Jinping a donc pris son bâton de pèlerin, calculé chacune de ses sorties, joué des caméras, manié les symboles. Son premier déplacement s’est effectué dans le sud du pays, réputé pour son dynamisme et son innovation — à la manière de Deng Xiaoping, qui avait lancé les réformes et ouvert le pays lors d’un périple dans la région, à la fin des années 1970. En se mettant délibérément dans les pas de ce dernier, le secrétaire général du PCC entend montrer sa volonté « d’approfondir les réformes », comme il l’a déclaré, sans toutefois en préciser les contours. Il s’est ensuite rendu auprès des militaires affirmant haut et fort sa volonté de prêter attention à l’armée et lui fixer un cap clair. Pour son troisième voyage ultra médiatisé, il s’est rendu dans un village rural du Hebei, l’une des provinces les plus pauvres du pays. Enfin, en plein nouvel an chinois, il a rendu hommage aux migrants (mingongs), ces ruraux venus travailler dans les villes se pliant à des conditions de travail et de vie souvent très difficiles.

Rompu au marketing, il a fait nommer des personnalités très populaires à la Conférence consultative politique du peuple chinois qui compte 2 337 membres [2] et qui se réunit un jour avant l’ANP : le prix Nobel de littérature Mo Yan ; l’ancien joueur de basket de la NBA Yao Ming ; l’actrice Jackie Chen… Succès assuré. Mais le rôle de la docte Conférence sera-t-il valorisé pour autant ? Rien n’est moins sûr.

L’ANP entérine également la constitution du gouvernement dirigé par M. Li Keqiang, vice premier ministre exécutif dans le précédent. De toute évidence, la nouvelle équipe a du pain sur la planche. Les dossiers à traiter d’urgence sont nombreux.

- Corruption. Il s’agit là de l’une des questions les plus sensibles. M. Xi ne prend pas de gants pour souligner l’urgence d’un plan d’attaque, parlant du « combat du tigre et des mouches » : « les problèmes de corruption, a t-il déclaré, mettent un mur entre notre parti et le peuple, et nous allons perdre nos racines, notre force vitale et notre force tout court ». [Xinhua, 11 janvier]

Depuis le Congrès, plusieurs responsables ont été mis sur la touche : le secrétaire adjoint de la province du Sichuan, qui avait été propulsé au Comité central du PCC, a été démis de ses fonctions pour avoir fricoté avec le groupe Borui (hôtellerie, pharmacie, construction…) et empoché de sérieuses commissions. Le cas n’est pas unique. La traque, souvent menée avec l’aide des réseaux sociaux, est prise au sérieux par les fonctionnaires et les cadres communistes. La presse officielle et les microblogs regorgent d’exemples de biens immobiliers soudainement vendus, de voitures officielles un peu moins luxueuses…

A la veille du nouvel an, période de fêtes dans tout le pays, M. Xi a appelé les responsables à modérer leurs dépenses et à faire preuve de « frugalité ». Appel immédiatement compris comme une directive politique et des « millions de repas d’affaires [dans les restaurants de luxe] ont été annulés » si l’on en croit le quotidien hongkongais South China Morning Post (9 février). Toujours sous l’œil des internautes. Le (futur) président de la République semble déterminé à entreprendre un grand nettoyage, sans pour autant remettre en cause bien des positions acquises, y compris au plus haut niveau de l’Etat. A la veille du Congrès, il avait été envisagé que les dirigeants nationaux et provinciaux déclarent leurs revenus et leur patrimoine au début de leur mandat. La proposition a été enterrée… Faut-il y voir un signe prémonitoire ?

- Inégalités. C’est le deuxième gros dossier de la nouvelle équipe. Lors de son déplacement dans le village rural du Hebei, M. Xi est passé de maison en maison, a mangé une pomme de terre cuite au feu de bois, tandis que les caméras de la télévision s’attardaient sur le délabrement des maisons, la misère des habitants. Quelques jours plus tard, ses rencontres avec les paysans et les migrants de Lanzhou au Gansu ont été sous le feu des projecteurs. « Il faut, a-t-il dit alors, que les dirigeants passent plus de temps avec les populations afin de mieux comprendre leurs problèmes et de travailler résolument à développer les régions restées à l’écart. [3] »

En tout cas, pour la première fois depuis dix ans, l’agence officielle Xinhua a publié le dernier indice de Gini (de mesure des inégalités) qui frôle les 0,5 — soit l’un des plus hauts du monde. Dans la foulée, le gouvernement sortant a dévoilé les trente-cinq points d’une future réforme pour « une nouvelle redistribution des revenus » : hausse du salaire minimum devant représenter 40 % du salaire moyen, augmentation des traitements des fonctionnaires du bas de l’échelle dans les zones rurales, hausse des dépenses publiques pour l’éducation et la santé… Le calendrier de la mise en œuvre n’a pas encore été fixé. Mais la nouvelle équipe ne pourra pas différer trop longtemps les initiatives, tant le mécontentement est grand et le risque d’explosion sociale prégnant.

- Droits des migrants. Ils sont plus de 253 millions dans tout le pays. Or en Chine, les droits sociaux (faibles mais néanmoins essentiels) sont attachés au lieu de naissance, notés sur un houku (sorte de passeport intérieur) et non au lieu de vie. Les migrants n’ont donc pas les mêmes avantages que les urbains notamment pour le logement, la santé, l’inscription des enfants à l’école. Si la première génération, trop heureuse d’avoir un travail et portée par l’espoir de rentrer un jour au village, a accepté la situation, il n’en va pas de même pour la seconde. Plus éduquée, plus sûre d’elle-même et apte à faire jouer la concurrence entre les entreprises à la recherche de main-d’œuvre, elle s’avère plus revendicative. Du côté du patronat, le besoin d’un personnel plus qualifié le pousse à essayer de fidéliser les salariés. Cela pourrait se traduire par une égalisation des droits et une réforme en profondeur du houku, qui pour les riches et pour certains cadres qualifiés n’existe déjà plus.

– Pollution. L’épais brouillard qui s’est abattu sur Pékin a révélé l’ampleur de la dégradation. Il suffit d’avoir expérimenté un voyage en voiture au-delà du cinquième périphérique pour comprendre que la saturation menace, malgré les restrictions de circulation. Les usines polluantes autour de la capitale et le chauffage au charbon (pourtant interdit dans Pékin) ont fait le reste. Moins spectaculaires, la contamination et la raréfaction de l’eau entraînent également des conséquences humaines désastreuses. L’ancienne équipe avait commencé à s’attaquer à la tâche, avec notamment la fermeture de certaines unités de production, la construction de transports en commun, le financement de recherche sur le moteur électrique et les nouveaux matériaux… . Mais lentement. Trop lentement. Celle-ci ira-t-elle plus vite ? Impossible de répondre. En revanche, elle a reconnu publiquement le problème en faisant publier la liste de quatre cents « villages cancer », où la maladie s’est propagée et la mortalité envolée. Des analyses de terres y sont lancées. Des taxes pénalisant l’émission de carbone sont dans les tuyaux.

– Réforme politique. Pas encore président, M. Xi a déjà insisté à plusieurs reprises sur les bienfaits d’une justice qui protége les faibles contre les forts : « Le contrôle de l’application de la loi devrait être renforcé, toute ingérence [des pouvoirs] illégale éliminée, tout protectionnisme local et départemental empêché, et toute corruption pénalisée. » (« Xi stresses judicial indenpdance », Xinhua, 24 février). Et d’émailler son discours de référence à l’« Etat de droit » — expression jusqu’alors quasiment jamais utilisée par les dirigeants. S’il insiste sur l’indépendance de la justice, il l’assortit d’un « aux caractéristiques chinoises », dont les contours restent encore flous. La séparation de la justice et de l’Etat ne semble pas à l’ordre du jour. Toutefois, la fermeture des camps de travail, toujours si sombrement actifs, a été annoncée. Ce qui peut augurer d’un réel tournant.

Dans le domaine strictement politique, on perçoit peu de signes d’ouverture, si ce n’est une volonté de placer les dirigeants sous la vigie des citoyens et des internautes… Au moins tant que cela n’entrave pas les objectifs du pouvoir. Hier absente, l’opinion publique commence à peser, à l’instar de la campagne contre la corruption locale ou contre la pollution (Lire Cholé Froissart, « Visage de la démocratisation chinoise », blog Planète Asie du Monde diplomatique, 12 décembre 2012.). Pour le PCC, l’avantage est double : prendre le pouls de la population afin d’éviter les débordements incontrôlés et rester maître du jeu, puisque la censure peut s’abattre à tout moment.

Toutefois, un début de progrès démocratique pourrait voir le jour dans les très grandes entreprises, marquées par un flot continu de grèves et par le discrédit du syndicat maison. Foxconn, le sous-traitant d’Apple et premier employeur privé de Chine, a annoncé haut et fort dans la presse anglo-saxonne, qu’il organiserait des élections « libres » dans ses usines (Lire « Foxconn plans Chinese Union vote », Financial Times, 3 février 2013, ). Sans doute cherche-t-il avant tout à calmer les consommateurs occidentaux qui mettent en cause ses méthodes archaïques et inhumaines d’exploitation des ouvriers. Mais, cela reflète également le rejet par les salariés du syndicat unique — la Fédération des syndicats de toute la Chine (All-China Federation of Trade Unions, ACFTU), véritable émanation du Parti communiste — qui choisit les représentants des travailleurs en coopération avec les directions d’entreprises (publiques ou privées). Chez Foxconn, le dirigeant syndical qui s’appelle Chen Peng n’est autre que l’ancien directeur de cabinet du grand patron du groupe taïwanais Terry Gou… Inutile de dire qu’il était peu revendicatif. _A la veille du Congrès, le dirigeant communiste du Guangdong Wang Yang promettait d’organiser de telles élections dans trois cents grandes entreprises de la province, conscient qu’il valait mieux avoir de vrais interlocuteurs pour négocier que d’être contraints d’éteindre des incendies. Il espérait alors bénéficier d’une promotion au sein du PCC ; il est resté à la porte. M. Xi le laissera-t-il expérimenter cette démarche pour éventuellement en tirer des leçons plus générales ?

- Mer de Chine. La fin de règne du président Hu Jintao a été marquée par la multiplication des incidents, notamment avec les Philippines autour du récif de Scarborough [4], mais aussi avec le Vietnam autour des îles Spratleys et avec le Japon à propos des îles Senkaku/ Diaoyou. L’affirmation de la puissance maritime chinoise, tout comme la montée des nationalismes de part et d’autre, ont ravivé les querelles régionales, largement attisées par les Etats-Unis qui cherchent à contenir le rôle de Pékin en Asie. Longtemps discret, M. Xi a fini par mettre en garde Washington contre toute intervention dans ce que Pékin considère comme des problèmes bilatéraux.

Devant l’armée, il a tenu un discours aussi musclé qu’étonnant autour de ce qu’il nomme le « rêve chinois » de régénération du pays. « Ce rêve, a t-il précisé, peut être considéré comme le rêve d’une nation forte, et pour les militaires, c’est le rêve d’une armée forte. Nous devons atteindre le grand renouveau de la nation chinoise, et nous devons assurer l’union entre un pays prospère et une armée forte. » De quoi plaire aux nationalistes chinois dont une partie considère que l’ancien président Hu était beaucoup trop mou, face à Washington et Tokyo.

- Corée du Nord. Cela fait des années que la République populaire démocratique de Corée (RPDC) et ses velléités nucléaires donnent des sueurs froides aux dirigeants chinois. Pékin voit d’un mauvais œil l’arrivée d’une puissance nucléaire sur ses marges et redoute que Tokyo s’en serve comme prétexte pour relancer ses projets. Pour la première fois, la Chine a condamné le dernier essai nucléaire de Pyongyang et réclamé des sanctions aux côtés de Washington et de Moscou. Les pressions plus ou moins discrètes, dont les restrictions dans les livraisons de pétrole, comme l’avait indiqué le spécialiste chinois Shen Dingli dans Le Monde diplomatique dès novembre 2006, se sont avérées inefficaces. Aujourd’hui, l’entêtement nord-coréen « décrédibilise la diplomatie chinoise », explique-t-il dans Foreign Policy. Pourtant Pékin ira t-il au-delà de la simple condamnation verbale, au risque de déstabiliser son voisin réfractaire ? M. Xi est resté d’une discrétion exemplaire.

- Cyberespionnage. Ces derniers mois, les relations avec les Etats-Unis se sont détériorées, en raison des condamnations verbales de l’ancienne secrétaire d’Etat Hillary Clinton dans les conflits en mer de Chine et, plus récemment, à cause de l’accusation de cyberespionnage. Les révélations de Mandiant, au sujet d’une société de cybersécurité, ont mis le feu aux poudres. Une unité de l’armée chinoise, connue sous le numéro 61 398 coordonnerait l’activité de « hackers », ayant recours à 1 000 serveurs localisés dans une dizaine de pays afin de s’approprier aussi bien des données économiques que techniques ou militaires un peu partout dans le monde. Quelle est la part de vérité dans ces révélations qui fleurent bon la guerre froide ? Evidemment les dirigeants chinois démentent, faisant valoir qu’en matière de cybertechonologie, les Etats-Unis et le Pentagone n’ont rien à envier à la Chine et son armée. Le récent rapport des deux spécialistes américains Keneth Liberthal et Peter W. Singer appelle à se débarrasser des mentalités de guerre froide pour instaurer un dialogue et un code de bonne conduite (Lire « Cybersecurity ans US-China Relations », Brookings, février 2013).

Entre l’affirmation par Pékin de son émergence sur la scène mondiale et la volonté américaine de reprendre la main dans le Pacifique, les relations entre les deux premières économies mondiale connaissent un tournant. Mais aucune des deux n’a intérêt à l’affrontement. En tout cas, c’est à Moscou que M. Xi effectuera sa première sortie en tant que président de la République.

par Martine Bulard, mondediplo.net

Notes

[1] L’Assemblée nationale populaire se tient du 3 au 10 mars.

[2] Elle comprend des membres du PCC (40 %) des huit « partis démocratiques » officiellement reconnus (parmi lesquels le Comité révolutionnaire du Guomindang de Chine, la Ligue démocratique de Chine, l’Association pour la construction démocratique de la Chine, l’Association chinoise pour la Démocratie, le Parti démocratique paysan et ouvrier de Chine, la Ligue pour l’Autonomie démocratique de Taiwan…), des personnalités sans parti.

[3] China daily, Pékin, 6 février 2013.

[4] Lire Stephanie Kleine-Ahlbrandt, « Guerre des nationalismes en mer de Chine, Le Monde diplomatique, novembre 2012.

5 marzo 2013

Cervelli in fuga, il flop dell’operazione rientro: “Illusi dall’Italia: dovremo emigrare di nuovo”

L’INIZIATIVA fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia. Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione. Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università.

Per i vincitori della prima edizione, intanto, si avvicina la scadenza del contratto. E loro non sanno ancora se il loro futuro sarà di nuovo all’estero. Il bando del 2010 invece è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012. La commissione di valutazione è stata nominata il 10 settembre dell’anno scorso, il 17 dicembre si è insediata e il 21 febbraio di quest’anno ha fatto sapere che “concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall’insediamento, salvo eventuali ritardi”. Il bando del 2011 non è mai uscito. Quello del 2012 è scaduto domenica scorsa, con il concorso di due anni prima ancora aperto e i candidati informalmente invitati a ripetere la domanda, a ogni buon conto.

I giovani scienziati disposti a tornare nel loro complicato paese hanno iniziato a fiutare l’aria. Dalle 363 domande per 31 posti presentate nel 2009 si è passati a 81 domande per 24 posti nel 2010. Nel frattempo i finanziamenti stanziati dal Ministero per l’università e la ricerca sono scesi da sei a cinque milioni. E gli anni di contratto da ricercatore universitario offerti ai giovani si sono dimezzati: da sei a tre. L’entrata in vigore della riforma Gelmini dell’università nel 2010 vieta infatti che i contratti triennali della categoria prevista dal Programma Montalcini siano rinnovabili.

I vincitori del bando del 2009 (scelti e nominati il 10 novembre 2010) stanno tranquillamente insegnando e facendo ricerca in varie università italiane con uno stipendio di 40mila euro lordi l’anno. Sono filosofi, chimici, biologi, medici, giuristi, geologi, archeologi, linguisti, storici, fisici, antropologi, matematici. Provengono da New York, Londra, Baltimora, Oxford, Berlino, Chicago, Zurigo, Cambridge, Montreal. Il bando prevede che “il loro contratto abbia durata triennale e possa essere rinnovato per una durata complessiva di sei anni”. Ma “possa” non vuol dire “debba”. E lo scorso ottobre 23 dei cervelli rientrati hanno pubblicato sul loro sito una lettera di protesta, indirizzata al Ministero che li lasciava nell’incertezza. “Qual è il senso – chiedevano – del programma per il rientro dei cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una fellowship di tre anni per giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul mercato internazionale?”.

Per disinnescare l’ipotesi cul de sac il Ministero ha incontrato due volte i rappresentanti dei “cervelli rientrati”. “La maggior parte dei loro contratti – spiega Daniele Livon, che al Ministero è direttore generale del settore università – scade nel 2014. Quindi possiamo inserire i soldi per il loro rinnovo nel Fondo per il finanziamento ordinario alle università del 2013. Ne abbiamo parlato con il ministro Francesco Profumo, che si è detto d’accordo”.

Senza risposte da piazzale Kennedy sono invece rimasti i candidati del bando 2010. A un ragazzo che chiedeva informazioni un anno dopo aver presentato domanda, il Ministero ha risposto che presto risponderà: “Si informa – è il testo della mail ricevuta dal ricercatore – che il Comitato nel più breve tempo possibile procederà ad informare i candidati con un avviso nel quale sarà presente lo stato dei lavori dello stesso”.

di Elena Dusi

Repubblica.it

5 marzo 2013

Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany

Gordon Welters for The New York Times
Klaus Born, in black T-shirt, center, at a Berlin gay bar. He views his conviction in the 1960s as a moral affront and a legal stigma.

Klaus Born vividly recalls his first brush with the law, which took place along a quiet street in West Berlin in the 1960s, when being gay carried a prison sentence on both sides of the Berlin Wall.

Mr. Born and another man had driven to a dark parking lot and crawled into the back seat. Once they began having sex, they saw bright flashlights and heard brusque voices as they were surrounded. A police car was idling nearby, ready to take them away.

“I was terrified. I had no idea what they were going to do to me,” said Mr. Born, 68, who spent a little over a month in prison after the episode. “ ‘Gay pig,’ they always used to say.”

According to the law, his conviction still stands, which Mr. Born considers a moral affront and a legal stigma that hurts to this day.

Germany’s failure to expunge the arrests of victims of a legal system that kept a Nazi-era ban on homosexuality on the books for decades after World War II is indicative of the slow pace of reforms on gay equality, despite a generally liberal populace.

The country’s foreign minister and the mayor of Berlin are both openly gay, and the Federal Constitutional Court has set multiple precedents to strengthening gay rights under the Basic Law, Germany’s Constitution, most recently by expanding adoption rights for same-sex couples. But the dominant party here, Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats, and its Bavarian sister party, the Christian Social Union, long champions of traditional family values, still drag their feet when it comes to gay equality.

When leading members of Ms. Merkel’s party went on the record last month saying they were ready to consider equal tax benefits for gay couples, their comments drew swift criticism from the party’s socially conservative wing.

Yet with a general election approaching in September, Ms. Merkel appears aware that a shift to the left on gay issues, similar to left-of-center stances she has taken on military conscription and the minimum wage, could undercut her opponents’ campaign by giving them one less thing to criticize. So there may yet be a further move before the election to clear the records of gays persecuted in the past.

Men who were forced to wear the pink triangle, the Nazis’ way of identifying homosexuals in concentration camps, received a measure of justice in 2002 when the German government formally apologized and agreed to compensate them. In 2008, Berlin unveiled a memorial for the Holocaust’s gay victims, a tall concrete slab with a TV screen on one side that displays a video loop of two men or two women kissing.

But victims of Germany’s postwar homophobia have received only modest redress. Parliament officially apologized to them in 2000, but roughly 50,000 men persecuted after World War II have yet to have convictions of sodomy stricken from their police records, according to Manfred Bruns, a retired federal prosecutor and an executive board member at the Lesbian and Gay Federation in Germany.

No one seems to know how many of those people are still alive, or if they would come forward to seek redress. But calls are growing for Germany to clear the records of remaining victims before they die. Volker Beck, a lawmaker with the opposition Greens and a proponent of gay rights, is one of several members of Parliament who are pushing for legislation that would expunge the records and perhaps offer financial compensation.

“For a lot of these men, criminal persecution in the ’50s spelled disaster for their entire civil existence,” he said.

The road to a cleared record is bumpy still. In particular, a 1957 decision from the Constitutional Court declared the homophobic law, better known as Paragraph 175, to be constitutional, solidifying its place in West German law. The law’s scope was limited in 1969, but homosexuality was not formally decriminalized until 1994.

To clear the victims’ records, Parliament would effectively have to overrule that 1957 Constitutional Court finding — an especially contentious move in a country where there is deep respect for judicial authority. There is also debate over whether Parliament has the power to effectively overrule court decisions that were made in a very different era.

“In the 1950s and ’60s West Germany viewed itself as a Christian, Occidental society rather than a pluralistic one,” noted Mr. Bruns.

To date, Germany has expunged the records only of people caught up in the draconian legal systems of Nazism and East German Communism. “There is no mechanism for getting rid of old Constitutional Court decisions,” Mr. Bruns said. “When the court’s view of the law changes, then it simply rules accordingly and old verdicts are paved over.”

An important hearing before a parliamentary committee in May could determine whether a law is passed or even drafted by September.

Mr. Born said he just wants his record cleared before he dies.

Sitting in his ground-floor apartment here, surrounded by souvenirs from decades of travel, Mr. Born flipped through a dusty album until he came to an old photograph of himself clad in black leather from head to toe and beaming at the camera. He treasures his keepsakes from years ago, when his partner, Jürgen, was still alive.

“It’s not about the money. No one cares about that,” Mr. Born said. “These convictions hurt people.”

 By Chris Cotrell
New York Times.com
A version of this article appeared in print on March 5, 2013, on page A12 of the New York edition with the headline: Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany.
5 marzo 2013

Racist Incidents Stun Campus and Halt Classes at Oberlin

Oberlin College, known as much for ardent liberalism as for academic excellence, canceled classes on Monday and convened a “day of solidarity” after the latest in a monthlong string of what it called hate-related incidents and vandalism.

At an emotional gathering in the packed 1,200-seat campus chapel, the college president, Marvin Krislov, apologized on behalf of the college to students who felt threatened by the incidents and said classes were canceled for “a different type of educational exercise,” one intended to hold “an honest discussion, even a difficult discussion.”

In the last month, racist, anti-Semitic and antigay messages have been left around campus, a jarring incongruity in a place with the liberal political leanings and traditions of Oberlin, a school of 2,800 students in Ohio, about 30 miles southwest of Cleveland. Guides to colleges routinely list it as among the most progressive, activist and gay-friendly schools in the country.

The incidents included slurs written on Black History Month posters, drawings of swastikas and the message “Whites Only” scrawled above a water fountain. After midnight on Sunday, someone reported seeing a person dressed in a white robe and hood near the Afrikan Heritage House. Mr. Krislov and three deans announced the sighting in a community-wide e-mail early Monday morning.

“From what we have seen we believe these actions are the work of a very small number of cowardly people,” Mr. Krislov told students, declining to give further details because the campus security department and the Oberlin city police are investigating.

A college spokesman, Scott Wargo, said investigators had not determined whether the suspect or suspects were students or from off-campus.

Several students who spoke out at the campuswide meeting criticized the administration, saying it was not doing enough to create a “safe and inclusive” environment and was taking action only when prodded by student activists. But beyond the chapel, many students praised the administration for a decisive response.

“I was pretty shocked it would happen here,” said Sarah Kahl, a 19-year-old freshman from Boston. “It’s a little scary.” She said there was an implied threat behind the incidents. “That’s why this day is so important, so urgent.”

Meredith Gadsby, the chairwoman of the Afrikana Studies department, which hosted a teach-in at midday attended by about 300 students, said, “Many of our students feel very frightened, very insecure.”

One purpose of the teach-in was to make students aware of groups that have formed, some in the past 24 hours in dorms, to respond.

“They’ll be addressing ways to publicly respond to the bias incidents with what I call positive propaganda, and let people know, whoever the culprits are, that they’re being watched, and people are taking care of themselves and each other,” Dr. Gadsby said.

The opinion of many students was that the incidents did not reflect a prevailing bigotry on campus, and may well be the work of someone just trying to stir trouble. “It seems to bark worse than it bites,” said Cooper McDonald, a 19-year-old sophomore from Newton, Mass.

“I can’t see many of my classmates — any of my classmates — doing things like this,” he said. “It doesn’t reflect the town, either.”

He added: “The way the school handled it was awesome. It’s not an angry response, it’s all very positive.”

The report of a person in a costume meant to evoke the Ku Klux Klan added a more threatening element than earlier incidents. The convocation with the president and deans, originally scheduled for Wednesday, was moved overnight, to Monday. “When it was just graffiti people were alarmed and disturbed. But this is much more threatening,” said Mim Halpern, 18, a freshman from Toronto.

There were few details of the sighting, which occurred at 1:30 a.m. on Monday, Mr. Wargo said. The person who reported it was in a car “and came back around and didn’t see the individual again,” he added.

Anne Trubek, an associate professor in the English department, said that in her 15 years at Oberlin there had been earlier bias incidents but none so provocative. “They were relatively minor events that would not be a large hullabaloo elsewhere, but because Oberlin is so attuned to these issues they get addressed very quickly,” she said.

Founded in 1833, Oberlin was one of the first colleges in the nation to educate women and men together, and one of the first to admit black students. Before the Civil War, it was an abolitionist hotbed and an important stop on the Underground Railroad.

Richard Pérez-Peña reported from Oberlin, and Trip Gabriel from New York.

New York Times.com

5 marzo 2013

Laicità, cinque domande agli aspiranti premier

Lettera aperta del pastore protestante valdese Daniele Garrone, uno dei maggiori esperti di Bibbia in Italia, ai candidati a essere presidenti del Consiglio. Fine vita, divorzio, coppie di fatto, uguaglianza di tutte le confessioni religiose, cittadinanza ai figli degli immigrati: tutte questioni “laiche” indicanti la “qualità” di una nazione.

Egregio signor candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, come molti altri elettori ed elettrici non ho ancora scelto per chi votare alle prossime elezioni politiche. Mancano, a mio avviso, proposte convincenti di cambiamenti profondi, di riforme incisive e durature per affrontare la crisi economica e soprattutto lo sfacelo della politica e il degrado della vita civile, che ci affliggono non meno della crisi economica. Le scrivo per chiederle di pronunciarsi in modo esplicito e vincolante su alcuni temi che non sono al centro della campagna elettorale; sono problemi che attengono ai diritti, alle libertà, alla cittadinanza; questioni tipicamente «liberali», cioè legate a una cultura che non ha mai mobilitato i due grandi partiti di massa protagonisti di decenni della storia politica della nostra Repubblica.

1. In violazione dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica, i cittadini non possono esercitare il loro diritto a decidere sull’utilizzo o la sospensione di cure mediche con disposizioni di «fine vita». In altre democrazie, ciò è lecito e normato. In Germania esiste persino un «testamento biologico cristiano», approvato anche dalla Conferenza episcopale cattolico-romana di quel Paese. L’Italia è invece ridotta a una sorta di stato etico, in cui il legislatore adotta come vincolanti per tutti i criteri etici di una parte soltanto dei suoi cittadini, in questo caso i dettami e i veti delle gerarchie cattolico-romane, quando – oltre tutto – i sondaggi indicano come largamente prevalente un orientamento favorevole alla libertà di scelta. Condivide l’urgenza di garantire la libertà di poter disporre per la sospensione delle cure o per la loro prosecuzione? Può assumere la garanzia di questa libertà come impegno di governo?

2. In Italia è stato finora impossibile accorciare i tempi del divorzio, persino nei casi in cui la richiesta è avanzata consensualmente dai coniugi. Non è compito del legislatore incoraggiare oppure ostacolare questa o quella concezione del matrimonio (sacramento indissolubile, patto rescindibile). Condivide questa visione? Se sì, che impegni prende perché sia posta fine all’inutile e vessatorio prolungamento dell’iter del divorzio?

3. Nessun riconoscimento è accordato in Italia alle unioni diverse dalla famiglia cosiddetta «naturale», siano esse eterosessuali o tra persone dello stesso sesso. Come lei sa bene, non è una questione ideologica: cittadini coinvolti in stabili relazioni affettive vengono deprivati di diritti a altri accordati. Che impegno assume riguardo a questo problema, che vede l’Italia notevolmente arretrata rispetto ad altre democrazie?

4. L’uguaglianza di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, solennemente sancita nella nostra Costituzione, non è pienamente attuata. Non mi riferisco qui al regime privilegiario adottato per la Chiesa cattolica con l’art. 7 della nostra Costituzione e a tutto ciò che ne è derivato; so bene che questo, in Italia, è una sorta di tabù. Vi sono confessioni e religioni che non riescono ad addivenire alle intese previste dall’art. 8; vigono ancora in parte norme della legge sui culti ammessi del 1929. Condivide l’idea di approvare una legge quadro sulla libertà religiosa? Come intende affrontare il fatto che alla uguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge, sancita dalla Costituzione, corrisponde una gamma di diversi trattamenti giuridici?

5. Come intende rispondere alla proposta, sostenuta anche dal presidente della nostra Repubblica, di conferire – superando così lo ius sanguinis – la cittadinanza a quegli immigrati che siano nati nel nostro paese? Non le sembra una vergogna da eliminare? Conviene con me che il conferimento della cittadinanza è un interesse della Repubblica, se essa si concepisce come patto di cittadinanza?

Altre questioni, altrettanto importanti, dovranno essere affrontate dalla politica nei prossimi anni: la fecondazione assistita; la libertà della ricerca scientifica… Bastano i temi che le propongo a saggiare l’idea di laicità che lei intende porre alla base del suo programma di governo. Per chiarire il mio punto di vista e forse anche per agevolarle la risposta, le espongo la mia: intendo la laicità come neutralità dello Stato in campo religioso e ideologico e vedo nello Stato il garante della libera professione di tutte le idee, il custode dei diritti inviolabili di ogni cittadino e cittadina. Lo statuto della buona politica non è quello di partire dalla Verità, in vista del Bene, ma quello di trovare soluzioni eque, ragionevoli, per salvaguardare e valorizzare le libertà, accrescere la giustizia e tutelare chi, tra i cittadini, è più debole. Qualunque siano le valutazioni politiche che potrebbero orientarmi verso l’uno o l’altro degli schieramenti in campo, sarà per me dirimente quale posizione esplicita e vincolante essi assumeranno sui temi che ho indicato.

Immagino un’obiezione: di fronte agli altri gravi problemi che abbiamo, queste sono preoccupazioni secondarie…; in fondo non riguardano tutti… Sono però convinto che dobbiamo urgentemente recuperare – o scoprire? – una cultura politica ispirata ai concetti di cittadinanza, libertà e diritti, laicità che, come lei sa, comporta anche doveri assunti con la responsabilità del libero cittadino e un forte senso delle istituzioni e della Repubblica. Quello che, a mio avviso ci serve per impugnare lo sfacelo della politica e reagire attivamente al degrado della vita civile. Libertà, cittadinanza e diritti non sono un capriccio, ma la cartina al tornasole della qualità di una Repubblica.

di Daniele Garrone, da Lucidamente.com

biblista e pastore protestante valdese

18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

18 gennaio 2013

Guerrilla Open Access Manifesto

In questi giorni il suicidio di Aaron Swartz, attivista del movimento Open Access, ha riacceso il dibattito sui meccanismi di produzione e distribuzione del sapere scientifico. Riproponiamo qui il suo Guerrilla Open Access Manifesto, tradotto collettivamente in italiano da un gruppo di attivisti e pubblicato inizialmente sul blog Aubreymcfato. Crediamo che sia un indicatore importante di quello che c’è da cambiare, e può essere cambiato, nella cultura contemporanea.

Bertram Niessen

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufulerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

di Aaron Swartz per Doppiozero

L’hanno tradotto insieme in italiano qui Silvia Franchini, Marco Solieri, elle di ci, Andrea Raimondi, Luca Corsato, e altri.

18 gennaio 2013

Tax evasion in Italy: Big government meets big data

DEATH may be certain in Italy, but taxes are another matter: an estimated €285 billion remained unpaid last year, about 18% of GDP. Yet this will change if a new way of assessing income, called redditometro, is a success. The system, which became law on January 4th, aims to winkle out many of the large number of Italians who cheat on their annual income tax returns.

The redditometro, which will first be used in March to examine income tax returns for 2009, is best described as big government meets big data (meaning large data bases and huge computing power). The approach is based on the sensible idea that in order to spend one needs an equivalent income. So if tax authorities can calculate how much a person has spent, they can tell how honest he was on his tax return.

Italy’s tax authorities already know a lot about what people do with their money. All residents have a unique tax number that they have to provide for a wide range of transactions, such as utilities contracts, home mortgages and insurance policies. For everything else, from food to furniture, the Agenzia delle Entrate will use national statistics and complicated formulae to estimate spending. It has divided Italy into five geographical areas and calculate the budget for eleven different family types, from a single under 35 years to a couple over 65 years.

The system will flag tax returns in which the declared income differs from the taxpayer’s estimated spending by more than 20% (although it is expected that the tax authorities will initially target only taxpayers with a much bigger difference). Those who fail the test will be asked to justify their returns. Those who are unable to do so will be given the chance to cut a deal, meaning they will have to pay the evaded tax and a reduced penalty.

Predictably, the redditometro has already proven controversial. Economists worry that it may have a dampening effect on Italy’s already depressed economy. Others take issue with the fact that the system will look at tax returns that were filed three years ago. Yet others object to the use of national statistics and question the accuracy of average spending patterns.

Schumpeter, The Economist.com

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
18 gennaio 2013

L’«Abenomics» batte l’Europa senza crescita

Mentre l’Europa continua a insistere su rigore fiscale e pareggi di bilancio senza crescita, il Giappone promuove una aggressiva strategia di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia. È ora che anche nel Vecchio Continente le Merkenomics siano messe da parte.

Abenomics: così è stata battezzata la strategia del nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che punta ad una politica economica della crescita con l’innovazione e gli investimenti, la domanda interna e le esportazioni.
La Abenomics, che si compone di due politiche connesse (quella di economia reale; quella di economia monetaria), ha già generato un ampio dibattito sia per le probabilità di successo sia per i rischi che ne possono derivare al Giappone ma anche ai rapporti valutari ed economici internazionali. Compresi quelli con l’eurozona che ci interessano maggiormente anche se l’analisi dovrebbe riguardare Uem, Usa, Giappone e Cina. Cioè le quattro maggiori economie del mondo.

Il programma giapponese si basa su una forte espansione di spesa pubblica con un primo intervento di circa 10 trilioni di yen ovvero di circa 85 miliardi di euro ad opera del governo centrale che dovrebbe essere affiancato da un altro analogo dei governi locali e dei capitali privati. Si arriverebbe a un intervento pari a 170 miliardi di euro finalizzati a incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese. Il Governo ritiene che il programma dovrebbe portare già nell’anno fiscale 2013 (che inizia ad aprile) ad una crescita del Pil del 2% con conseguente aumento di 600 mila posti di lavoro.

Questa politica aggressiva di spesa pubblica va valutata in relazione a due aspetti dell’economia giapponese. Il primo è la deflazione di cui il Giappone soffre da 15 anni e dalla quale vuole uscire. La situazione non è tuttavia peggiorata, comparativamente all’Eurozona, nel corso della crisi iniziata nel 2008. Anzi. Infatti nel 2012 il Pil cresce intorno al 2,2% (la Uem cala dello 0,4), la disoccupazione è al 4,5% (la Uem è sopra l’11%), la bilancia dei pagamenti di parte corrente (e cioè il saldo tra esportazioni ed importazioni del Giappone per beni, servizi e redditi) è all’1,6% del Pil (nella Uem è all’1,1%). Il secondo aspetto riguarda le finanze pubbliche dalle quali verrà lo stimolo alla crescita. Nel 2012 il debito pubblico lordo sul Pil è pari al 236% e il deficit sul pil pari al 10% e qui la Uem è ben più solida. In queste condizioni avviare una politica di spesa pubblica appare un azzardo che il Governo nipponico affronta però con due ammortizzatori. Uno riguarda il finanziamento del debito pubblico che per la quasi totalità è detenuto all’interno del Giappone e sul quale si pagano tassi di interesse sui decennali allo 0,82% e quindi minori di quelli tedeschi e americani.
L’altro riguarda l’enorme entità di crediti sull’estero accumulati con i surplus commerciali.

Nella sfida giapponese vi è anche un profilo di geo-economia dove il Giappone sta arretrando rispetto alla Cina. La quota del suo Pil su quello mondiale (in termini di parità di potere d’acquisto) nel 2000 era al 7,6% e quella della Cina al 7,1%,nel 2012 è al 5,5% e quella della Cina al 14,9%, nel 2017 è prevista al 4,8% e quella della Cina al 18,2%. Anche in termini di dollari correnti la Cina ha già superato il Giappone.
Per spingere sulla crescita la Abenomics punta anche ad una forte espansione monetaria della Banca Centrale Giapponese per contribuire al sostegno dell’occupazione e della crescita alzando subito il limite di inflazione accettabile dall’attuale 1% (mentre quella effettiva è allo zero) al 2% ed in prospettiva al 3%. A ciò viene aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che hanno subito un forte rallentamento nel 2012 anche a causa della recessione in Usa e Ue.

Sin qui la Abenomics che ha già avuto alcuni effetti come quello di indebolire lo yen e di rilanciare le quotazioni delle azioni nipponiche.
È chiaro che la Abenomics ha molti rischi sia interni che esterni al Giappone e che sarebbe molto meglio un concerto tra Uem, Usa, Giappone e Cina per evitare bolle e guerre valutarie.
In attesa del “concerto” la Uem dovrebbe però convincersi che la Merkenomics del rigore fiscale e dei pareggi di bilancio senza crescita peggiorerà con la Abenomics. Infatti l’euro da fine luglio (quando Draghi lo salvò) ad oggi ha guadagnato circa il 25% sullo Yen (e il 10% sul dollaro). Ne seguirà un calo delle esportazioni della Uem che rallenterà la nostra ripresa o prolungherà la recessione. Dalla quale non si uscirà sperando in un aumento della domanda aggregata solo in virtù delle liberalizzazioni e della politica monetaria della Bce che non arriva alle imprese.

Bisogna allora finanziare i programmi di investimenti infrastrutturali e in ricerca e sviluppo (di Europa 2020 e di Horizon 2020). A tal fine potremmo avere un sostegno dalla Abenomics che con le riserve valutarie punta anche all’acquisto di obbligazioni del Fondo Europeo Esm che andrebbe subito trasformato in Fondo Finanziario Europeo per mettere in sicurezza una parte dei debiti pubblici nazionali e per finanziare i nostri investimenti. È la nota ricetta degli EuroUnionBond che, senza correre i rischi eccessivi della Abenomics, ci consentirebbero di passare dalla Merkenomics recessiva alla Euronomics espansiva.

di Alberto Quadrio Curzio, da Il Sole 24 Ore

18 gennaio 2013

Chi tace acconsente

Un magistrato, Pietro Grasso, tre giornalisti, Massimo Mucchetti, Rosaria Capacchione e Corradino Mineo, due filosofi, Michela Marzano e Franco Cassano, ma si potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei nomi che danno lustro alle liste del Partito democratico, personalità della società civile che hanno più che meritato nel loro campo professionale, e che dunque con le loro ineccepibili credenziali costituiscono l’atout irrinunciabile con cui il Pd prova a far dimenticare a tanti elettori, delusi e tentati dal non-voto, anni di inciuci, di subalternità, di latitanza (“Di’ qualcosa di sinistra” e “Con questi dirigenti non vinceremo mai” sono i fotogrammi indelebili di quegli anni).

Sono i fiori all’occhiello senza i quali le liste del Pd risulterebbero indigeribili anche agli stomachi più avvezzi ai grigiori di apparato e alle mediocrità di nomenklatura. Bersani ha svolto personalmente un lavoro di convincimento, perfettamente consapevole che senza questo “pacchetto di mischia” della società civile diffuso in tutte le circoscrizioni non avrebbe recuperato – malgrado il fuoco d’artificio delle primarie – neppure un’oncia dei milioni di elettori perduti negli scorsi anni.

Dunque, ciascuna delle personalità che abbiamo citato possiede, anche singolarmente e più che mai assieme alle altre, un potere enorme, una vera e propria golden share: possono dire a Bersani “o noi o loro” ed essere sicuri di vincere qualsiasi resistenza, di vedere la loro richiesta accolta integralmente.

“Loro” sono, ovviamente, gli IMPRESENTABILI, quella lunga processione di candidati che smentiscono i principi etico-politici che il Pd ricamerà su ogni manifesto e di cui il segretario Bersani e ogni altro dirigente si riempie la bocca in ogni talk show. Vladimiro Crisafulli detto Mirello è diventato il loro simbolo, ma i molti altri segnalati puntualmente su questo giornale non sono certo da meno. Non hanno condanne definitive, sfuggono alle maglie assai larghe del “codice etico” del Pd, ma costituiscono antropologicamente (e talvolta lombrosianamente) la perfetta antitesi dei Grasso, Mucchetti, Capacchione, Mineo, Marzano, Cassano…

Dipende solo da questi ultimi, se i Crisafulli & Co. entreranno in Parlamento a discreditarlo ulteriormente o saranno lasciati a casa. Basta che dicano con semplicità e fermezza a Bersani “o noi o loro”, e saranno esauditi all’istante, magari facendo felice un Segretario a cui era mancato il coraggio.

Avete in mano la carta della decisione, potete davvero far finta di nulla? In coscienza, ve la sentite?

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano

Vladimiro Crisafulli

18 gennaio 2013

Partono i sommergibili

“Rapidi ed invisibili, partono i sommergibili”, canticchiava Ugo Tognazzi -interpretando Il Federale di Luciano Salce, film del 1961- mentre a bordo di una scassata motocicletta affondava nel fiume che voleva arditamente attraversare. Perfetta metafora della vicenda attuale dei due sommergibili U 212 per i quali dobbiamo spendere quasi 2miliardi di euro, mentre l’Italia affonda sempre di più nella crisi economica, nella disoccupazione, nella povertà.

La vicenda non è recente. Il programma di costruzione dei sommergibili inizia nel 1994 e già da allora era stato aspramente criticato dalla campagna Venti di Pace (da cui ha poi tratto origine la campagna Sbilanciamoci!) e da allora l’Italia ne ha realizzati due, che ha chiamato Scirè e Salvatore Todaro. Sono sommergibili d’attacco, capaci di ospitare reparti di incursori e anche -come ha fatto Israele- armamenti nucleari. Tanto rapidi non sono visto che -fortunatamente- i tempi della loro produzione si sono allungati molto, ma sicuramente invisibili sì, e soprattutto ai fustigatori della spesa pubblica. Quando si tratta di tagliare scuola e sanità ci vedono benissimo, ma di fronte alle spese militari non si accorgono di niente: né dei sommergibili U 212, né dei cacciabombardieri F35, né di un disegno di legge delega sulle forze armate che nei prossimi vent’anni ci farà spendere più di 230 miliardi di euro per le armi.

Quello dei sommergibili è l’ultimo regalo avvelenato del governo Monti: un premier che non ha problemi a spendere 2 miliardi per due sommergibili, ma ne ha molti di più se deve destinare risorse al lavoro, alla scuola, alla sanità. Il suo è -come al solito- un rigore a senso unico. La spending review vale per i lavoratori, ma non per i generali e gli ammiragli come il suo ministro Di Paola. Tra l’altro si tratta -dal punto di vista operativo- di scelte inquietanti: sia i sommergibili U 212, sia i cacciabombardieri F35 sono dei sistemi d’arma buoni per l’attacco ed entrambi possono dotarsi di armamenti nucleari. Si tratta di armi per andare in guerra e non per difendere il paese, come invece prevedono l’art. 11 e 52 della Costituzione.

Bisogna porre fine a questo assurdo spreco di risorse. Con i soldi dei due sommergibili potremmo fare tantissime cose e molto più utili, tra le quali: mettere in sicurezza 3mila scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, far nascere 1500 asili nido, avviare un programma di ammortizzatori sociali per i lavoratori precari, fare gran parte degli investimenti che sono necessari a risanare l’ILVA di Taranto. I soldi sprecati nei sommergibili accontentano la casta dei militari (e magari qualche faccendiere) creano pochissimi posti di lavoro e ci consegnano due battelli che saranno -fortunatamente- inutilizzati e non operativi, anche perchè poi non ci sono i soldi per la manutenzione e l’addestramento. Invece di far affondare l’Italia, facciamo affondare il progetto di questi due sommergibili e destiniamo le risorse risparmiate a far uscire il paese dalla crisi.

di Giulio Marcon, Sbilanciamoci.org

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: