Archive for ‘Politica’

18 gennaio 2013

14° Rapporto sulla spesa pubblica…la Controfinanziaria 2013

Presentato  a Roma,  presso la Fondazione Basso in via della Dogana Vecchia 5, il XIV Rapporto su: “Come usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”.

Il Rapporto di quest’anno, 186 pagine di proposte, analisi, soluzioni e idee concrete per uscire dalla crisi salvaguardando i diritti – oltre ad analizzare criticamente le politiche del governo italiano e di Unione e Commissione europea – formula ben 94 proposte specifiche e dettagliate (in una “manovra” da 29 miliardi di euro) sia per le entrate e per le uscite, che per le riduzioni della spesa pubblica come gli stanziamenti per la Difesa o le “grandi opere”.

La filosofia del Rapporto di quest’anno è opposta a quella delle politiche neoliberiste e di “austerity”: per fronteggiare la crisi bisogna investire nel rilancio dell’economia, nella redistribuzione della ricchezza e in un nuovo modello di sviluppo sostenibile e di qualità. Per far crescere la torta bisogna prima fare delle fette più eque per tutti. È ora che i mercati finanziari, i rentiers e le banche si facciano da parte.

Per Sbilanciamoci! cambiare rotta si può e si deve. Basta con il neoliberismo, basta con le politiche di austerity, basta con la subalternità ai mercati finanziari, basta con una politica economica che sta aumentando le sofferenze sociali e accentuando la depressione e la recessione dell’economia reale.

Il “cambio di rotta” di Sbilanciamoci! consiste, dunque, nell’uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati. Serve un modello di sviluppo in cui, alcune merci, consumi, pratiche economiche siano giustamente condannate alla decrescita (il consumo di suolo, la mobilità privata, la siderurgia inquinante) e altre siano invece destinate a crescere; quelle di un’economia diversa che abbia tre pilastri: la sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare degni di un paese civile; la conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e di formazione capace di far crescere il paese con l’innovazione e la qualità.

Analisi quindi ma anche, e soprattutto, proposte di intervento, organiche e concrete, per fornire un valido sostegno all’economia, al lavoro e al welfare interventi che vanno nella direzione di una fuoriuscita dalla crisi nel segno della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, della sostenibilità ambientale e di un nuovo modello di sviluppo.

La “controfinanziaria” di Sbilanciamoci! è frutto di un lavoro collettivo a cui, in diversa forma e per temi di rispettiva competenza, hanno collaborato:Licio Palazzini (Arci Servizio Civile), Massimo Paolicelli (Associazione Obiettori Nonviolenti), Tonino Aceti e Vittorio Ferla (Cittadinanzattiva), Roberta Carlini e Cristina Povoledo (sbilanciamoci.info), Andrea Baranes (Fondazione Culturale Responsabilità Etica), Antonio Tricarico (Re:Common), Francesco Dodaro e Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Grazia Naletto, Sara Nunzi, Duccio Zola e Sergio Andreis (Lunaria), Giulio Marcon, Mario Pianta, Leopoldo Nascia e Chiara A. Ricci (Sbilanciamoci!), Stefano Lenzi e Mariagrazia Midulla (Wwf), Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (Antigone), Mariano Bottaccio (Cnca), Domenico Chirico e Martina Pignatti (Un ponte per…), Alessandro Messina, Andrea Ranieri, Carlo Testini (Arci), Roberto Romano (Ires-Cgil), Stefano Trasatti (Redattore Sociale), Elena Monticelli, Federico Del Giudice e Riccardo Laterza (Link-Rete della Conoscenza), Monica Di Sisto e Alberto Zoratti (FairWatch), Valeria Bochi (Rees Marche), Riccardo Troisi e Alberto Castagnola (Reorient), Carlo Giacobini e Daniela Bucci (Fish), Elvira Ricotta Adamo (Udu), Vincenzo Comito (Università di Urbino).

sbilanciamoci.org

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18 gennaio 2013

La casa al centro, i giovani al margine

Le tasse sulla casa al centro della campagna elettorale: in molti, infatti, si sono lanciati all’inseguimento del solito tormentone demagogico di Silvio Berlusconi. Un ritornello che oscura le vere emergenze del momento. Ma quanti giovani hanno la casa e pagano l’Imu?

Con chi parliamo quando parliamo di Imu? Il ritorno del settantaseienne Berlusconi, alla sua sesta campagna elettorale, ha portato con sé tra le altre cose anche il gran ritorno della questione delle tasse sulla casa in proprietà. In molti lo hanno seguito, e così il discorso pubblico si è concentrato sul numero più classico dell’anziano prestigiatore, che prova così a risalire la china ripetendo il colpaccio che già gli riuscì nel 2006. Nel terrore generale: la tassa sulla casa riguarda tutti si dice; perché quasi tutti sono proprietari in Italia, si aggiunge. Dimenticando vari dati di realtà, e soprattutto dimenticando i giovani (retoricamente messi al centro di tutto fino a pochi giorni prima), che è molto difficile che siano appena usciti dall’angoscia della seconda rata dell’Imu, semplicemente perché una casa non ce l’hanno. Lasciando stare quelli che vivono con i genitori, i dati di Bankitalia ci dicono che il 40% delle famiglie con capofamiglia sotto i 34 anni vive in affitto, e il 13% ad altro titolo diverso dalla proprietà. Allora: con chi parliamo quando parliamo di Imu?

L’età delle case

La tabellina che segue è contenuta in uno studio delle Finanze e dell’Agenzia del territorio, dedicato a “Gli immobili in Italia”, che tra le tante cose ha anche un’analisi della proprietà delle case dal punto di vista anagrafico.

Oltre a confermare quel che tutti i politici sanno e usano – quando incontri un cittadino che deve darti il suo voto, è molto facile che sia uno che deve pagare, o ha appena pagato, la tassa sulla casa – lo studio delle Finanze ci dice che però cotanto interesse è concentrato nella fascia d’età matura.

Vediamo i numeri. Quelli generali: in Italia ci sono 41,5 milioni di contribuenti, e il 59% di loro (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. È in questo universo che lo studio delle Finanze, relativo ai dati fiscali del 2010, fa entrare in ballo anche la variabile dell’età. Partendo dai giovanissimi, tra i quali ovviamente la proprietà immobiliare è una rarità: tra coloro che hanno meno di 20 anni, ci sono solo 50.398 proprietari di immobili: gli under 20 sono lo 0,2% di tutti i contribuenti proprietari, mentre sono il 3% della popolazione. Salendo di un decennio, troviamo 837.158, tra coloro che hanno un’età compresa tra i 21 e i 30; confrontando questi dati con quelli Istat sulla popolazione vediamo che tra i 21 e i 30 anni si colloca l’11,1% della popolazione ma solo il 3,5% dei proprietari. Salendo invece con l’età, la proprietà della casa si diffonde: tra i 51 e i 70 anni, abbiamo il 24% della popolazione ma il 37,7% dei proprietari; e gli ultrasettantenni sono il 14,1% degli italiani, ma ben il 23% dei proprietari.

Questo per mostrare – o meglio, tornare a raccontare, attraverso i numeri – una cosa in sé abbastanza ovvia: la casa si compra dopo aver un po’ lavorato e risparmiato, e questo vale soprattutto per quelle fasce sociali che non godono di patrimoni familiari che si tramandano.

Dunque, il luogo comune per cui “in Italia tutti hanno una casa” andrebbe ridimensionato, smontato e analizzato pezzo per pezzo. Ridimensionato, perché non è del tutto vero neanche in linea generale: anche dopo i vari boom della corsa agli immobili, dagli anni ’60 del miracolo economico e dei palazzinari, ai ’70 della grande inflazione e del bene-rifugio, agli ’80-’90 del “tutti proprietari!”, ai 2000 della finanza e dei mutui facili; anche dopo tutto ciò, nella media italiana la proprietà della casa di abitazione riguarda i due terzi delle famiglie (dati Bankitalia, in questo caso). Ma tale quota scende se si va a smontare il dato anche dal punto di vista dell’età. Lo dimostrano i dati del fisco (appena citati) sui contribuenti, e quelli della Banca d’Italia sui bilanci familiari: che ci dicono invece che, al di sotto dei 34 anni, l’affitto è una condizione che riguarda il 38,7% delle famiglie. La proprietà riguarda il 47,8% delle famiglie “giovani”. Un altro 13,5% vive nella abitazione di residenza “ad altro titolo”, diverso da proprietà o affitto. Dunque, quando si parla per ore in tv o su un giornale di Imu e affini, è più che probabile che i giovani all’ascolto (ammesso che ce ne siano) cambino canale, voltino pagina o clicchino su un altro contenuto. Forse resterebbero, se si parlasse di stage, contratti cocopro, partite Iva, lavoro, maternità, part time…

Dalla casa al lavoro

Attenzione. Con questo non si vuol dire che allora è giusto stangare le case e i loro proprietari. L’Imu – così com’è scritta – è una somma di ingiustizie, ed è una somma ingiustizia. A partire dalla bugia di base che la alimenta, quella sul valore degli immobili: finché non si aggiornerà il catasto e non si porteranno i valori reali dentro quelli fiscali (operazione tecnicamente fattibile, ma evitata con cura da governi politici e tecnici), sarà impossibile conciliare qualsiasi imposta sulle case con gli articoli 3 (eguaglianza) e 53 (capacità contributiva) della nostra Costituzione. E poi, bisognerebbe mettere l’Imu dentro una patrimoniale vera, su tutte le fortune, ed esentare le fasce di reddito più povere, e coloro che sull’immobile stanno ancora pagando il mutuo prima casa (tra i quali sicuramente ci sono tutti quei giovani proprietari che hanno appena comprato, magari negli anni nei quali ancora potevano accedere a un prestito in banca).

Dunque, a chi pensa di rivincere (o di non perdere) le elezioni cavalcando di nuovo l’abolizione della tassa sulla casa, bisognerebbe rispondere a muso duro che quella tassa non va tolta ma va resa giusta. Ma, tutto ciò precisato, resta il fatto che una bella e progressiva riforma di questo tipo non cambierebbe di una virgola – se non in termini di un po’ di risorse pubbliche recuperate – la condizione dei veri protagonisti della crisi, i giovani. I senza-casa e senza-lavoro. Quelli che hanno pagato prima e di più per la gelata dell’economia: vedendo i loro aleatori contratti di lavoro saltare per aria, o trasformarsi, o inabissarsi per ricomparire in tempi migliori; e poi trovandosi alle prese con la grande riforma del mercato del lavoro, che non ha portato una maggior copertura dalle incertezze e dagli alti e bassi del lavoro e della vita (niente in termini di copertura tra un contratto e l’altro, salario minimo, giusti compensi, ammortizzatori per malattia, maternità etc), ma ha complicato notevolmente la vita a tutti tranne che ai consulenti del lavoro, in slalom tra i nuovi cavilli. Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è al 37,1%, solo in Spagna va peggio; e tra i 15 e i 24 anni abbiamo 641.000 ragazzi in cerca di lavoro: il 10,6% del totale delle persone in quella fascia d’età. Tra i 18 e i 29 anni è occupato il 45,8% dei maschi e il 33,7% delle donne (si legga questo utile riepilogo numerico della Repubblica degli stagisti).

Nonostante la gravità e pesantezza di questi numeri, resta sostanzialmente fuori dalla contesa elettorale il destino di questa generazione, o forse di due-tre generazioni maturate a cavallo tra la fine degli anni ’90 e il nostro presente, lanciate nel mercato del lavoro dalla legislazione più flessibile che abbiamo mai avuto, prime vittime sacrificali della crisi economica più duro dall’epoca dell'(altra) grande depressione. Si dovrebbe parlare di come farli entrare, o rientrare, al lavoro: di un piano, una domanda, una linea – che non sia il puro e ipocrita: rilanciamo l’economia, il lavoro arriverà. Sia perché si dovrebbe dire come rilanciare l’economia, che perché, in ogni caso, resta un problema di inserimento, o re-inserimento, di persone segnate e piagate dalla crisi che hanno subìto, che lo abbiano fatto salendo su un tetto o lavorando nell’ombra gratuitamente per un centro di ricerca, uno studio professionale, una testata tv.

Di tutto ciò si parla poco o niente, i “giovani”, buoni per gli slogan e le dichiarazioni solenni, in campagna elettorale tirano pochissimo. Meglio la vecchia pantomima dell’Ici-Imu, gli spauracchi della patrimoniale e gli allarmi sul ceto medio tartassato. Veri evergreen, riportati sulle scene da attori consumati e astuti; ma che a volte non si accorgono che in platea non c’è più nessuno.

di Roberta Carlini, da www.sbilanciamoci.info

23 ottobre 2012

Disabili gravi, sciopero della fame contro i tagli all’assistenza

Dal 21 ottobre, 42 disabili gravissimi hanno cominciato uno sciopero della fame per indurre il Governo Monti all’ascolto delle istanze che, da molto tempo, vengono rivendicate.
Infatti lo scopo della protesta è quello di chiedere al Governo il ripristino del fondo non-autosufficienze azzerato dall’ “illuminato” Governo Berlusconi.
Da aprile a luglio ci sono stati dei sit-in di protesta che hanno indotto il Governo allo stanziamento di 658 milioni di euro nel ddl spending review, vanificato a tutt’oggi dalla mancanza assoluta di un piano organico per la non autosufficienza, che garantirebbe a tutti i disabili gravissimi il diritto all’assistenza.
Anche se il Governo Monti, come ha ampiamente dimostrato, è poco avvezzo a considerare uno stato sociale equo e solidale, non può continuare a giocare sulla pelle di persone che versano in condizioni di salute gravissime, negando loro le risorse necessarie per adeguate ed essenziali cure domiciliari.
Il recente “Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale 2012” della Caritas italiana ha palesemente denunciato una evidente incapacità del sistema di welfare evidenziando, tra i vari limiti, l’estremo ritardo con cui vengono attivate soprattutto le misure di sostegno economico legate alla perdita di autonomia psico-fisica. Con le tante e nuove emergenze sociali ed il sempre più inesorabile restringimento delle disponibilità finanziarie nel settore socio-assitenziale, il sistema di welfare italiano mostra tutta la sua inadeguatezza, negando dei diritti a fasce sociali deboli e bisognose che, fino a poco tempo fa, ne beneficiavano.
L’attenzione italiana verso la disabilità, inoltre, è tutta in un’analisi del Censis che pone l’Italia tra gli ultimi paesi in Europa per risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità, dove in pratica il nostro paese è solo davanti alla Spagna, relegata all’ultimo posto. Per non parlare della spesa per servizi che risulta meno di un quinto della media europea, per un paese che, meritatamente all’ultimo posto, mostra una grave e cronica carenza di servizi assistenziali.
Di contro a questi dati impietosi vi è l’indecente realtà di una politica dedita ad uno sperpero di denaro pubblico, vergognoso ed inaccettabile, come dai recentissimi fatti di cronaca che hanno visto interessate le Amministrazioni Regionali di Lazio e Lombardia ma che, come evidenziato dalle indagini in corso da parte delle forze dell’ordine, probabilmente interesseranno anche le altre regioni italiane.
L’iniziativa di protesta dei 42 malati e disabili gravissimi, affetti da Sla, Sclerosi Multipla, Distrofia Muscolare, è organizzata dal “Comitato 16 Novembre” (comitato16novembre.blogspot.it) al cui appello alla mobilitazione aderisco appieno nella consapevolezza che, nonostante una forma di protesta rischiosa per uno stato di salute gravissimo e di cui mi assumo tutte le responsabilità, non vi sia altro modo per far sentire le nostre voci. Anche se silenziate da patologie devastanti, esse si levano imperiose con grande dignità ed immensa tenacia, nel non accettare più che il Governo Monti continui a negare il diritto a cure adeguate così come sancito dall’articolo 32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

di Paolo Di Modica, Micromega

23 ottobre 2012

Diritti tv, sentenza vicina e B. rischia

Silvio Berlusconi ha cominciato un altro conto alla rovescia per una sentenza che, al di là della volontà del Tribunale di Milano, arriva in pieno dibattito sulle candidature politiche. Tra giovedì e venerdì è atteso il verdetto del processo Mediaset sulla compravendita di diritti televisivi con presunti costi gonfiati. Un modo, sostiene l’accusa, per accantonare fondi neri. L’ex presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale.

QUANDO LEGGERÀ la sentenza, il presidente Edoardo D’Avossa renderà note contestualmente le motivazioni. Dunque, non si dovranno attendere i soliti 60-90 giorni. Un guadagno di tempo, prezioso, in vista della prescrizione che scatterà ad aprile 2014. Se Berlusconi dovesse essere condannato, rischierebbe persino una pena definitiva. I tempi, almeno in astratto, ci sono.    Il 18 giugno scorso, i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno chiesto per il leader del Pdl 3 anni e 8 mesi di carcere. “Sui fondi neri – ha detto De Pasquale – ci sono le impronte digitali di Berlusconi”. E sempre a proposito dell’ex presidente del Consiglio, l’accusa ha detto che è il beneficial owner delle società off shore. I pm hanno chiesto, inoltre, altre 10 condanne. Tra queste, quella per Confalonieri e per Frank Agrama, produttore e presunto socio occulto di Berlusconi, rispettivamente a 3 anni e 4 mesi e 3 anni e 8 mesi, sempre per frode fiscale. La pena più alta è stata avanzata nei confronti del banchiere svizzero, Paolo De Bue, imputato di riciclaggio: 6 anni e 30 mila euro di multa. Nel 1996, ha ricordato De Pasquale, “il fiduciario svizzero Del Bue fa sparire dallo studio dell’avvocato David Mills (per lui è subentrata la prescrizione, ndr) la documentazione su Universal One e Century One, riconducibili a Silvio Berlusconi”, durante la perquisizione disposta allora dal pool Mani Pulite. Per quanto riguarda il presunto riciclaggio di decine e decine di milioni di dollari (solo l’imputato Erminio Giraudi, per cui sono stati chiesti 5 anni di carcere, avrebbe riciclato 25 milioni di dollari) De Pasquale ha detto che “è stato compiuto nell’interesse di Fininvest, per non dire di Silvio Berlusconi, che poi è la stessa cosa”. Anche i presunti fondi neri confluiti sui conti bancari svizzeri e delle Bahamas, ha detto il pm, attraverso fiduciari tra cui “Del Bue, Danilo Pezzoni e Massimo Maria Berruti (parlamentare del Pdl, ndr) derivano dalla frode e quelle cifre vengono prelevate in contanti”.

SECONDO L’ACCUSA, al netto delle prescrizioni (restano in piedi le contestazioni per gli anni 2001, 2002 e 2003) l’imposta evasa ammonta a quasi 14 milioni di euro. Prima della camera di consiglio, ieri ci sono state le arringhe degli avvocati Alessio Lanzi e Vittorio Virga, difensori di Confalonieri. Hanno ricordato che i pm durante la requisitoria non hanno mai pronunciato, riferendosi al presidente di Mediaset, “la parola dolo”. “Il tutto, ha detto l’avvocato Lanzi, al massimo può ritenersi una vicenda di agenzia delle entrate. Non c’è rilevanza penale”. Gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato”.    Durante la requisitoria, De Pasquale aveva parlato di “ruolo apicale” di Confalonieri nella vicenda dei diritti televisivi: “Aveva l’ultima parola”.

di Antonella Mascali, IFQ

Il simbolo di Mediaset Ansa

23 ottobre 2012

Ai Pd del Pirellone

Quindi siete riusciti a maturare il vitalizio: bastava recepire il testo del decreto Monti con una leggina regionale e dare un piccolo esempio di buona politica e invece. Comunque bravi consiglieri della Lombardia e una menzione speciale ai miei amici del Pd. Devo dire che con tutto quello che si vede in giro questa scelta è stata indubbiamente complicata visto che ci espone ad un coro di critiche populiste (proprio come la mia). Già perché adesso chiunque provi a rimarcare agli amici dirigenti parlamentari nazionali o regionali i propri errori collettivi diviene naturaliter una sorta di nuovo piccolo Giannini nel migliore dei casi. Nel peggiore viene equiparato al “fascistoide Grillo”.

Io che però non mi sento né Giannini né Grillo mi sento di scrivervi con affetto per ricordarvi sommessamente quale poteva essere una buona azione politica da compiere al posto vostro. Si poteva ad esempio dare tutti le dimissioni (non annunciarle in televisione facendo poi la figura dei pirla di fronte ai vostri elettori) per smuovere le acque melmose di un consiglio regionale che ormai è diventato come il Tempio infettato dai mercanti. E nel dare le dimissioni si poteva spiegare che oltre ad essere un gesto di sfida verso un presidente, una giunta ed una assemblea delegittimata dagli scandali, stava a significare che rinunciavate alla vergogna del vitalizio (togliendo così un’arma tremenda alla campagna elettorale del M5S).

Dopo che per mesi avevate dichiarato in tutte le salse di avere una diversa idea della politica speravo che al meno faceste questo gesto rinunciando a quell’emolumento piccolo e meschino che vi verseremo vita natural durante: e invece niente, neanche un briciolo di intuito politico. Come per l’aumento dei fondi nel Lazio o il vergognoso appoggio al governo Lombardo in Sicilia anche voi avete deciso di sbagliare consapevolmente al grido di così fan tutti madama la marchesa: con il vostro piccolo gesto avete dimostrato che la principale mancanza di cui oggi soffre la nostra classe politica è un pizzico di coraggio. Peccato.

di Luca Di Bartolomei    Coordinatore dipartimento sicurezza e difesa del Pd, IFQ

Michele Iorio con Renata Polverini Ansa 

23 ottobre 2012

Presidente, ci dica

Otto giorni fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla scuola dei magistrati di Scandicci, ha reso noto il suo ultimo carteggio con il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, che gli aveva scritto una lunga lettera per rassegnare le dimissioni dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle sue telefonate intercettate con Nicola Mancino. Napolitano gli aveva risposto respingendo le dimissioni e scrivendo, fra l’altro, che alcuni giornalisti e magistrati avevano “tentato di colpire lei per colpire me”. Su questo si sono concentrati i titoli e gli articoli dei quotidiani, compreso il Fatto, trascurando un passaggio davvero inquietante della lunga lettera di D’Ambrosio, datata 18 giugno 2012. È quello in cui, ricordando la sua lunga collaborazione con Giovanni Falcone prima come membro dell’Alto commissariato antimafia e poi, nel 1991-’92, come consulente degli Affari penali del ministero della Giustizia retti dal giudice siciliano fino alla sua morte, D’Ambrosio scrive a Napolitano: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che in quelle poche pagine non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. Non le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato ucciso dai terroristi…”. Purtroppo, nel citato libro di Maria Falcone (Giovanni Falcone un eroe solo, ed. Rizzoli, 2012), dei misteriosi “episodi del periodo 1989-1993” che l’hanno “preoccupato” e “fatto riflettere”, D’Ambrosio non lascia che labili tracce: là dove descrive la solitudine di Falcone dopo il fallito attentato all’Addaura e le polemiche seguite al suo primo progetto di Superprocura. Però, nella lettera, D’Ambrosio scrive che le sue “ipotesi” Napolitano le conosce (“lei sa”), e non solo lui (“ho detto anche ad altri”. Ipotesi strettamente connesse con la trattativa Stato-mafia, al punto di indurlo a sospettare “di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”: da chi D’Ambrosio temeva di essere stato usato come “scriba”? Non certo da Falcone, che gli affidò la stesura delle leggi antimafia (Superprocura, pentiti, 41-bis e così via) approvate dal Parlamento nel 1991-’92. Dunque dai politici che sedevano sopra di lui in quel periodo, al governo (presieduto da Andreotti) e in Parlamento (presidenti delle Camere erano Napolitano e Spadolini). Ma anche dopo (“protagonisti e comprimari” della politica sentiti in Antimafia). Chi dunque, fra quei politici, usò D’Ambrosio per scrivere cose “utili a fungere da scudo per indicibili accordi”? E chi sono gli “altri” a cui il consigliere confidò i suoi sospetti? E perché, quando fu sentito due volte come teste dai pm di Palermo nell’inchiesta sulla trattativa, non li mise al corrente e anzi negò di sapere qualcosa, visto che addirittura desiderava “tornare a indagare”? E Napolitano, quando D’Ambrosio gli espose le sue ipotesi e poi gliele scrisse nell’ultima lettera gli ha chiesto spiegazioni, dettagli, nomi e cognomi? Delle due l’una: se l’ha fatto (e sicuramente l’avrà fatto, visto che non perde occasione per dirsi interessato a conoscere tutta la verità sulla trattativa), il presidente dovrebbe precipitarsi in Procura a testimoniare; se invece non l’ha fatto (e noi non vogliamo neppure pensarlo), perché non l’ha fatto?

di Marco Travaglio, IFQ

19 ottobre 2012

Cos’è questo golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini – Corriere della Sera, 14 novembre 1974

19 ottobre 2012

Incandidabilità, specchio per le allodole

DOPO LA bella prova di sé che hanno dato governo e Parlamento con il ddl anticorruzione, adesso sembra si vogliano occupare della incandidabilità: i condannati non potranno fare gli onorevoli (ma va?). Ammesso che questa cosa veda mai la luce, si tratterà di uno specchietto per le allodole, come la legge anticorruzione.

1 – L’incandidabilità scatterebbe a seguito di una sentenza di condanna definitiva a pena maggiore di 2 anni di reclusione (ma si parla anche di 3).

2 – Omicidio, rapina e traffico di droga in genere sono sanzionati con pene superiori. Ma è difficile che i parlamentari commettano reati di questo tipo: hanno altri mezzi più sicuri per arricchirsi. Comunque, è vero, l’onorevole che ammazza la moglie non potrà più frequentare il Parlamento.

3 – I reati tipici di questa gente, come ognuno (e anche il governo) sa benissimo, sono concussione, corruzione, traffico di influenze, voto di scambio, falso in bilancio, frode fiscale, abuso in atti d’ufficio.

4 – A eccezione della concussione con violenza o minaccia (che non si verifica mai) tutti gli altri reati sono a prescrizione garantita. Bisogna arrivare a sentenza definitiva entro 10 anni e 8 mesi per la concussione per induzione ed entro 7 anni e mezzo per gli altri reati. Siccome le indagini, per questo genere di delitti, cominciano a distanza di qualche anno dal fatto (in media 3 o 4) gli anni che restano non sono sufficienti per celebrare i processi in Tribunale, Appello e Cassazione. Quindi la sentenza definitiva sarà: “Reato estinto per prescrizione”. Cioè che l’imputato ha commesso il reato ma non può essere condannato. Sicché niente sentenza definitiva di condanna e niente incandidabilità.

5 – Per il traffico di influenze e il voto di scambio non si possono fare le intercettazioni telefoniche. Senza di queste le indagini non partono nemmeno. I trafficanti sono uniti da un patto ferreo: nessuno denuncia l’altro perché andrebbe in prigione pure lui. Ne consegue che i processi che potrebbero portare a condanne definitive non si faranno. Niente incandidabilità.

6 – Il falso in bilancio non esiste più. Anzi esiste ma di fatto non è perseguibile; lo sanno anche i sassi. Quindi niente incandidabilità.

7 – Perché sussistano traffico di influenze, voto di scambio e abuso d’ufficio occorre che il premio dato o promesso al delinquente sia denaro o altro vantaggio patrimoniale. Insomma, soldi. Ma è ovvio che in questi casi di soldi non ne circolano. Il premio consiste nel fatto che oggi io aiuto te e domani tu aiuti me. Sono tutti “a disposizione”. Niente soldi, niente reato; niente reato, niente incandidabilità.

8 – Se, hai visto mai, a condanna definitiva si dovesse arrivare (si dice che le vie del Signore sono infinite, peccato che non sia vero) c’è sempre Santo (per restare in tema) patteggiamento. Ma non si patteggia a più di due anni perchè altrimenti niente sospensione condizionale, cioè galera immediata. Quindi niente incandidabilità.

Ma quando la smetteranno di prenderci per… il fondo dei pantaloni?

di Bruno Tinti, IFQ

19 ottobre 2012

“La Regione Piemonte è tecnicamente fallita”

La Regione Piemonte è tecnicamente fallita”. Non bastava lo scandalo delle autocertificazioni (migliaia di euro netti in busta paga rimborsati a decine di consiglieri per non meglio precisate “missioni sul territorio”), ora arrivano le secche parole dell’assessore alla Sanità Paolo Monferino che colpiscono come uno schiaffone i membri della Commissione Bilancio di Palazzo Lascaris.

IL PIEMONTE, insomma è sull’orlo del default e a poco servono le precisazioni dell’entourage del presidente Roberto Cota, secondo cui le parole dell’assessore non sarebbero altro che “un’esortazione a non far più finta di niente”.    Monferino è uomo misurato (a differenza ditutti i suoi colleghi non ha mai chiesto un euro di rimborso) e il suo ingresso nella Giunta Cota risale all’agosto 2011, quando subentrò a Caterina Ferrero del Pdl, arrestata e rinviata a giudizio per una locale “sanitopoli” nonché nuora di Nevio Coral, ex sindaco di Leinì sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa (proprio ieri a Torino si è aperto il maxiprocesso per l’operazione “Minotauro”). Se arriva a dichiarare default, dunque, c’è da credergli.

LA DRAMMATICA situazione dei conti della Regione (6,4 miliardi di euro, ma potrebbero essere di più) non è infatti una novità. Come non è una novità che altre amministrazioni nello stesso territorio siano sull’orlo o già oltre il collasso: il comune di Alessandria è stato dichiarato in dissesto finanziario dalla Corte dei Conti, il capoluogo Torino è alle prese con un debito miliardario che ne condiziona le possibilità di spesa.

Il grosso del buco – i cui meriti vanno equamente suddivisi tra le amministrazioni Ghigo (centrodestra), Bresso (centrosinistra) e Cota – riguarda ovviamente la Sanità, le cui voci di spesa coprono i tre quarti del bilancio regionale. In particolare è critica l’esposizione debitoria delle Asl (ci sono fornitori che attendono pagamenti da oltre un anno) per quanto spesso sia stata mascherata con il rodato maquillage delle voci di cassa e di competenza.    Oggi è in programma una conferenza stampa di Cota e dell’assessore Monferino. Il presidente potrebbe chiedere al Consiglio e alla giunta una delega in bianco per scongiurare il commissaria-mento, ma dovrà affrontare la richiesta di dimissioni avanzata dal Pd: “Siamo arrivati a questo – dichiara il capogruppo Aldo Reschigna – perchè questa amministrazione ha elaborato un bilancio 2012 non veritiero, se ne occuperà la Corte dei conti, ma nell’assestamento di bilancio sposta sul 2013 volumi importanti di spesa sostenuta nel 2012 per oltre 400 milioni. Non è un bilancio tecnicamente falso, ma poco ci manca. Il debito della Regione non è certo storia di questi ultimi due anni, arriva da Ghigo e, sia chiaro, anche da Bresso. Ma con questa Giunta non è diminuito, anzi. Questa è responsabilità politica”. Ma Cota dovrà affrontare soprattutto, i malumori interni alla già litigiosa maggioranza di centrodestra. L’assessore alla Sanità proporrà un piano di risanamento con “la costituzione di un fondo chiuso immobiliare sul patrimonio regionale disponibile”, in pratica saranno messi in vendita gli immobili di proprietà, sedi istituzionali e ospedali.    Il Movimento 5 Stelle, l’unica forza politica di una certa consistenza che non abbia governato il Piemonte negli ultimi 12 anni, attacca: “Il default? – dichiara il capogruppo Davide Bono – noi lo diciamo da due anni”.

di Stefano Caselli, IFQ

19 ottobre 2012

Davigo:“L’elenco di quello che manca è infinito”

Altro che brodino, come il Financial Times ha definito la legge anticorruzione. Per Piercamillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione, “se uno è rigoroso, fa le cose diversamente”. A partire da un certo regalino che il magistrato di Mani Pulite proprio non si spiega.    Dottor Davigo, cosa la stupisce di più di questa legge?    Direi il fatto che hanno dimezzato le pene previste nel caso di concussione per induzione. Perché l’hanno fatto?    L’Ocse chiedeva da tempo al-l’Italia di punire il privato che    paga il pubblico ufficiale, cioè    il concussore, e questa legge    lo prevede. Non basta?    No, perché così si aggira soltanto l’obbligo di punire chi dà denaro al funzionario pubblico, traendone vantaggi. Il concusso alla fine la fa franca. Viene punito, ma la pena è ridotta. E le norme favorevoli sono retroattive. Con il risultato che molti processi in Cassazione verranno annullati.    Meglio eliminare la retroattività?    No, meglio non ridurre le pene!    Quanto ci manca per essere    conformi alle richieste del-l’Europa?    Non so cosa fosse ottenibile, ma di certo l’Italia è ancora molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. Se solo ci fosse la volontà, basterebbe procedere in modo molto più semplice, copiando le convenzioni internazionali. Così saremmo conformi di sicuro.    Cosa cambia per quanto riguarda il traffico di influenze,    cioè quando i potenti si mettono d’accordo per darsi un    aiuto (illecito) reciproco?    In questo caso il vero problema è che la pena edittale prevista per questo reato (cioè la reclusione a tre anni) non consente le intercettazioni telefoniche. Ma come pensano di scovare questi reati? Li scopriremo solo se ce li verranno a raccontare.    Almeno, però, hanno aumentato i termini per la prescrizione da 7 anni e mezzo a 11 per i reati di corruzione, concussione per induzione e traffico di influenze. Basterà per terminare in tempo i processi?    C’è un equivoco di fondo. Non sono i termini di prescrizione a essere necessariamente troppo brevi, il problema è che in Italia la prescrizione comincia a decorrere non dalla scoperta del reato, ma da quando il reato è stato commesso. E di solito non si becca il criminale in flagrante. È ridicolo: in altri paesi, una volta che il processo comincia, i termini per la prescrizione non decorrono più. Poi c’è un’altra questione.    Quale?    Da noi ci sono 35 mila fattispecie di reati penali, e invece di ridurle, questa legge le ha ulteriormente aumentate. Rendiamoci conto che anche se abolissimo il 90 per cento dei reati, ne resterebbero ancora migliaia.    Forse però andrebbe introdotto il reato di autoriciclaggio. Oggi quelli che, ricevute le mazzette, usano i soldi per acquisti e investimenti, non vengono puniti.    Il ministro Severino ha detto che non voleva ritardare i tempi del disegno di legge, che se ne occuperà a parte. Forse ha ragione. Però noto che l’autoriciclaggio è stato inserito nella lista dei reati persino in Vaticano…    Hanno anche evitato di reintrodurre il falso in bilancio, cancellato dal governo Berlusconi.    Lasciamo stare, l’elenco di quello che manca è infinito.    Cosa pensa invece dell’incandidabilità? I condannati in via definitiva a pene superiori ai 2 anni dovranno mollare la poltrona.    Già. Peccato che oltre il 90 per cento delle condanne, anche quelle per concussione, tra rito abbreviato e attenuanti generiche vanno pesantemente sotto i due anni. E poi basta che uno patteggi per evitare la condanna. E quindi l’incandidabilità.

di Beatrice Borromeo, IFQ

Piercamillo Davigo Ansa 

19 ottobre 2012

Severino salvatutti

La legge anticorruzione approvata dal Senato è così anti che manderà in prescrizione un bel po’ di processi di concussione: quelli al pubblico ufficiale che chiede tangenti senza violenza o minaccia, ma “per induzione”, cioè con le buone maniere (“se non paghi, ti rovino”). Proprio ciò che sono accusati di aver fatto B., Penati, Tedesco e tanti altri politici che non hanno bisogno di puntare la pistola alla tempia di nessuno. Dei 36 processi pendenti in Cassazione per questo reato, con la nuova prescrizione ridotta da 15 a 10 anni, ben 17 si estingueranno entro aprile 2013. E con la prescrizione anche il mostro di Marcinelle diventa un giglio di campo. Ora però la ministra Severino del “governo degli onesti” annuncia: “Subito l’incandidabilità dei condannati”. Subito si fa per dire: è una legge delega al governo, che però ha solo 6 mesi di vita, poi ad aprile si vota. E per di più sarà in Gazzetta Ufficiale chissà quando, visto che governo e partiti vogliono emendare la legge appena varata in Senato, così dopo la Camera tornerà a Palazzo Madama. Ma, anche se si facesse in tempo con i decreti delegati, sarebbero incandidabili solo “i condannati definitivi a pene superiori ai 2 anni per reati contro la Pubblica amministrazione o di grave allarme sociale”, tipo mafia e terrorismo. Esclusi dunque finanziamento illecito, reati finanziari e fiscali. Ed escluso pure chi ha patteggiato (il patteggiamento non è equiparato alla condanna). Nel 2008, quando fu eletto l’attuale Parlamento, i pregiudicati erano 22. Uno è morto: Giampiero Cantoni (Pdl, 2 anni per bancarotta e corruzione). Se fosse sopravvissuto avrebbe potuto ricandidarsi: aveva patteggiato e la pena non superava i 2 anni. Vediamo i superstiti, escludendo gli ex radicali Rita Bernardini e Benedetto Della Vedova (cessione di hashish in campagne di disobbedienza civile) e Giancarlo Lehner (diffamazione), non certo indegni di sedere nelle istituzioni. Le maglie della Severino sono talmente larghe che non lascebbero a casa quasi nessuno: o perché la pena non supera i 2 anni, o perché il reato non rientra fra quelli previsti per l’ineleggibilità. Non sarebbe incandidabile Massimo Maria Berruti (Pdl, 8 mesi: favoreggiamento). Non Umberto Bossi (Ln, 8 mesi finanziamento illecito, 1 anno istigazione a delinquere, 16 mesi indultati oltraggio alla bandiera). Non Aldo Brancher (Pdl, 2 anni: ricettazione e appropriazione indebita). Non Giulio Camber (Pdl, 8 mesi: millantato credito). Non Enzo Carra (Udc, 16 mesi: false dichiarazioni al pm). Non Marcello de Angelis (Pdl, 5 anni: associazione sovversiva e banda armata, ma è roba vecchia ed estinta). Non Marcello Dell’Utri (Pdl, 2 anni e mezzo patteggiati: false fatture e falso in bilancio). Non Antonio Del Pennino (Pdl, 2 anni: finanziamento illecito). Non Renato Farina (Pdl, 6 mesi patteggiati: favoreggiamento in sequestro di persona). Non Giorgio La Malfa (6 mesi: finanziamento illecito). Non Roberto Maroni (Ln, 4 mesi: resistenza a pubblico ufficiale). Non Domenico Nania (Pdl, 7 mesi: lesioni). Non Domenico Naro (Udc, 6 mesi: abuso d’ufficio). Non Domenico Papania (Pd, 2 mesi: abuso d’ufficio). Resterebbe fuori Giuseppe Drago (Udc poi Pdl, 3 anni: appropriazione indebita e peculato), ma s’è già dovuto dimettere da deputato perché interdetto dai pubblici uffici. Alla fine la mannaia del “governo degli onesti” si abbatterebbe su tre soli senatori, ovviamente Pdl: Giuseppe Ciarrapico (7 anni e mezzo: ricettazione fallimentare e bancarotta fraudolenta), Salvatore Sciascia (2 anni e mezzo: corruzione) e Antonio Tomassini (3 anni: falso). Con tutto quel che si vede in giro, fanno quasi tenerezza: diamogli la grazia.

di Marco Travaglio, IFQ

14 ottobre 2012

Impregilo e non solo Il ponte mai fatto ingrassa i costruttori

Dopo il danno, la beffa. Prima lo spreco di 300 milioni di denaro pubblico, spesi in studi preparatori, cioè per tenere in piedi il carrozzone della società Stretto di Messina. Adesso lo stanziamento di altri 300 milioni per risarcire i costruttori della mancata esecuzione di un’opera, il mitico ponte a campata unica di 3300 metri, da sempre considerata irrealizzabile. Beffa nella beffa: con la legge di Stabilità il governo ha messo le penali in conto al “Fondo per lo sviluppo e la coesione”, quello per il Sud gestito dal ministro Fabrizio Barca, secondo la tradizione di mettere la faccia più presentabile sulle operazioni più impresentabili. Ma adesso si apre la vera partita: non è detto che i costruttori del consorzio Eurolink (la Impregilo di Gavio e Benetton, la cooperativa rossa Cmc di Ravenna, la Condotte del gruppo Ferro-cemento) si accontentino dei 300 milioni. La capacità dei manager pubblici di fare autogol potrebbe portare il conto molto vicino a un miliardo. Basti pensare che la spesa prevista è passata dagli originali 3,9 miliardi a 8,5. E le penali potrebbero adeguarsi.

IL RE DELL’AUTOGOL si chiama Pietro Ciucci. Una vita fa era un dirigente dell’Iri, e piaceva molto a Romano Prodi che lo impose alla presidenza dell’Anas. L’Anas è il primo azionista della Stretto di Messina spa, di cui Ciucci è oggi presidente, dopo che si è appassionato al ponte. Ciucci è anche commissario governativo per la realizzazione dell’opera, su nomina di Silvio Berlusconi che apprezzò la sua passione per il ponte tanto costoso quanto impossibile.    Nel 2005 la Stretto di Messina fece la gara internazionale per l’appalto del ponte più ardimentoso mai pensato dall’uomo, e curiosamente gareggiarono solo costruttori italiani, la cordata Impregilo, allora guidata dalla famiglia Romiti, e l’Astaldi. I grandi gruppi internazionali si tennero alla larga, senza capire che c’era la possibilità di guadagnare un sacco di soldi con il minimo sforzo. Infatti Impregilo, pur di vincere, fece un’offerta stracciata, 3,9 miliardi contro una base d’asta di 4,4. L’Astaldi fece ricorso al Tar, sostenendo che quell’offerta doveva essere esclusa per il “ribasso anomalo”. Il Tar del Lazio, presieduto da un esperto di grandi affari con soldi pubblici come Pasquale De Lise, respinse il ricorso.    Ciucci si precipitò a firmare, il 27 marzo 2006, il contratto con Eurolink, che prevedeva ovviamente l’unica cosa davvero interessante del ponte impossibile: una penale pari al 10 per cento dell’opera a favore di Eurolink se alla fine avesse prevalso il buonsenso e tutto si fosse fermato. Da quel momento è scattato il conto alla rovescia: dopo sei anni di paziente attesa, adesso Impregilo, Cmc e Condotte passano all’incasso.

MA I SEI ANNI non sono passati invano. Secondo le accuse di associazioni ambientaliste non estremiste (Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente), che si sono già rivolte alle procure della Repubblica competenti, Ciucci in tutti questi anni ha condotto una danza che non poteva non portare al pagamento delle penali. Nella sua molteplicità di funzioni (controllore, controllato, affidatore dei lavori, commissario governativo, azionista della Stretto di Messina, manager della Stretto di Messina), mai contestata da alcuno perché l’affare del ponte soddisfa tutte le parti politiche, ha prodotto una serie di atti e contratti in questi anni nei quali gli stessi avvocati faticano a districarsi.    Il risultato è che, se nel contratto firmato nel 2006 era previsto il recesso dal contratto senza pagamento di penali se il Cipe (cioè il governo) avesse bocciato il progetto definitivo redatto da Eurolink, nel 2009 la Stretto di Messina ha modificato il contratto, stabilendo che la penale scatta anche senza pronunciamento del Cipe. Basta che il progetto sia stato approvato dalla Stretto di Messina, cosa che Ciucci si è affrettato a fare nel 2011. Quando poi il governo Monti, all’inizio del 2012, ha “definanziato” il ponte, Ciucci, come presidente di una società formalmente privata, la Stretto di Messina, ha fatto ricorso direttamente al presidente della Repubblica. Il ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, non ha fiatato. Se devono comandare i tecnici, chi è più tecnico di Ciucci? E i grandi costruttori incassano, come piace al governo Monti.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il progetto per il Ponte di Messina che non si farà mai Ansa 

14 ottobre 2012

I veri numeri sugli esodati: servono 11 miliardi

Non è vero che per salvare tutti gli esodati dall’inferno in cui li ha cacciati la ministra Elsa Fornero con la riforma delle pensioni, ci vuole uno sproposito di soldi, 30 miliardi di euro e passa in un decennio. Questa è la cifra messa in circolazione dalla stessa Fornero e dal Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, ma non è il dato esatto. È una stima esagerata, forse per scoraggiare interessati e sindacati, ai quali implicitamente si suggerisce che è inutile rivendicare e protestare, i soldi richiesti sono troppi e non ci saranno mai. In realtà, la cifra necessaria per evitare la catastrofe sociale di decine e decine di migliaia di lavoratori lasciati senza stipendio e senza pensione è molto più contenuta, inferiore di tre volte a quella sbandierata: 11 miliardi di euro, dato che risulta anche dai calcoli elaborati dagli uffici Inps.

UNDICI MILIARDI non sono uno scherzo, ovviamente, ma sono meno proibitivi, ammesso ci sia la volontà politica di non fare macelleria. In questa vicenda sembra però che il governo e in particolare la ministra Fornero abbiano voluto trattare fin dal primo momento gli esodati come polvere da nascondere sotto il tappeto, senza rendersi conto che in quel modo si stava innescando una mina sociale ad altissimo potenziale. Perché alla gente si possono chiedere tutti i sacrifici del mondo, ma non si può pretendere che si rassegnino a morire di fame dopo una vita di lavoro. La ministra Fornero conosce fin dal dicembre di un anno fa, cioè fin dai giorni concitati della stesura della riforma al ministero, l’entità gigantesca del problema sia da un punto di vista quantitativo sia per l’acuta tensione che avrebbe determinato. Fu avvertita dai tecnici Inps che partecipavano come consulenti alla preparazione del provvedimento, ma inutilmente: i calcoli furono bellamente ignorati e con essi gli inviti alla prudenza.    Gli undici miliardi di euro necessari per ridare speranza agli esodati e per disinnescare la bomba sociale creata, sono i soldi che ci vorrebbero per coprire da un punto di vista previdenziale altre 120 mila persone che sommate alle 120 mila che lo stesso governo ha deciso di recuperare dal baratro, portano il totale ufficiale degli esodati a 240 mila. Cifra probabilmente ancora inferiore a quella effettiva, ma 4 volte superiore al dato ammesso in prima battuta dalla ministra tecnica alcuni mesi fa, oltretutto non spontaneamente, ma sull’onda delle prime durissime reazioni dei lavoratori e dei sindacati. Strada facendo la ministra Fornero è stata costretta a modificare ulteriormente il tiro con due successivi decreti, uno già definito e l’altro in via di definizione. Il primo risolve la condizione dei famosi 65 mila esodati riconosciuti obtorto collo dalla stessa ministra fin dalle prime fasi di avvio della riforma. Il secondo è successivo ed aggiunge ad essi una quota di altri 55 mila. In totale i due decreti costano circa 11 miliardi, la stessa somma sufficiente a tirare fuori dall’inferno la rimanente fetta di 120 mila lavoratori. Nella legge di stabilità il governo ha poi creato un fondo per risolvere altri casi, ma con una dotazione simbolica: 100 milioni.    La cifra di 30 miliardi sparata dal governo si riferisce, invece, al costo del disegno di legge bipartisan di cui è primo firmatario l’ex ministro Pd del Lavoro Cesare Damiano. Un testo in cui la faccenda esodati è solo un capitolo. Gli altri punti sono l’estensione anche ai dipendenti del pubblico impiego della norma studiata per i lavoratori privati della classe di età 1952 a cui è stato concesso di andare in pensione a 64 anni e non a 66 come prevede la riforma (costo 5 miliardi), e la reintroduzione del sistema delle quote (età anagrafica più età contributiva), che costerebbe altri 16 miliardi.

di Daniele Martini, IFQ

14 ottobre 2012

Colpita la generazione mille euro

C’era una volta il bastone, ossia le tasse, per tutti; e la carota, le detrazioni, ossia lo sconto, applicato a chi era in condizione di maggiore difficoltà, gli ultimi per intenderci. Hai problemi di salute? Sconto. Spese per i figli a scuola? Sconto. Sei strangolato dal mutuo? Sconto. Ma le carote stanno sparendo, nel disegno di legge di stabilità. Soprattutto per quei contribuenti che guadagnano attorno alla soglia di applicazione della legge, 15 mila euro l’anno, mille netti al mese. Non proprio gli ultimi, ma quasi. Basta attendere fino alla prossima primavera quando dal commercialista,    superato lo choc di veder finire nel cestino buona parte delle ricevute portate a corredo della dichiarazione dei redditi, sentiremo effetti. Retroattivi: si parte dai redditi di quest’anno. In barba allo statuto del contribuente.

250 EURO IN MENO. Il principale provvedimento è un obolo di 250 euro a testa: un taglio per i due tipi di sconti principali, le deduzioni (che riducono il reddito imponibile) e le detrazioni (sconti direttamente sull’imposta da pagare). Si chiama franchigia: i primi 250 euro di ogni voce deducibile non si potranno più contare, si perde così la possibilità di scaricare dalle tasse le piccole spese. Una franchigia applicata a prescindere dalle condizioni del contribuente: che si tratti di un dirigente come di un ausiliario del traffico, di un single come di un genitore di cinque figli. Per fare un esempio, chi vedrà togliersi 250 euro di spese di mantenimento del coniuge da un reddito di 20 mila euro, tassato al 22 per cento, perderà uno sconto di tasse di poco più di 50 euro.    TETTO A 3.000 EURO. Di non secondaria importanza il tetto sulle detrazioni. Qualsiasi sia la quantità delle spese sostenute, non si potranno scontare dalle tasse più di 570 euro, pari al 19 per cento di tremila euro, le spese massime detraibili. Oltre questa cifra, finiranno nel cestino del commercialista le ricevute sulle spese di studio dei figli, come delle loro attività sportive, l’assicurazione sulla vita, le spese veterinarie, le spese funebri. E anche su altre voci spesso consistenti nel bilancio di una famiglia: spese per l’intermediazione immobiliare (quando si compra casa), gli interessi del mutuo che finora avevano un tetto di detraibilità di 4000 euro, ma anche i canoni d’affitto pagati dagli studenti fuori sede, oggi detraibili per un importo inferiore a 2.633 euro. Fortunatamente, ci sono alcune eccezioni. La franchigia delle deduzioni non si applica alle “somme restituite al soggetto erogatore, se hanno concorso a formare il reddito in anni precedenti”, e ai contributi pensionistici versati alla forme pensionistiche complementari e neppure alle erogazioni liberali, cioè donazioni, al fondo che della Chiesa cattolica per il sostentamento del clero (fino a 1032 euro). Restano deducibili fino a 1.549 euro i contributi previdenziali e assistenziali che si pagano per gli “addetti ai servizi domestici e all’assistenza personale e familiare”, cioè soprattutto badanti che assistono gli anziani. Sfuggono al tetto di 3000 euro per le spese detraibili invece soltanto le spese mediche di assistenza specifica (diverse da quelle per i soggetti portatori di handicap, trattate a parte), le spese chirurgiche, quelle per prestazioni specialistiche e per protesi varie. Anche in questo caso viene penalizzato chi sostiene solo piccole spese: oggi la soglia per accedere alle detrazioni è 129 euro, ma raddoppierà. Vengono protette anche le categorie dei sordomuti, che potranno scaricare spese per gli interpreti, e i non vedenti avranno sempre diritto alla detrazione forfetaria di 516,46 euro per i cani guida. Continuano ad avere un regime separato le detrazioni per il lavoro dipendente – che non vengono tagliate – e quelle per le ristrutturazioni con risparmio energetico, dove non vale il tetto di spesa dei 3.000 euro.

EFFETTI. Va ricordato che questa è solo una prima versione della legge di stabilità, deve ancora entrare in Parlamento dove sicuramente subirà molte modifiche. Ma nello schema attuale, chi soffrirà di più per le novità? Lo spiega il commercialista. Enrico Zanetti, direttore del sito Eutekne.info.    Redditi tra i 15 e i 20 mila euro.    “La soglia prevista dal disegno di legge è di 15 mila euro lordi, fanno mille euro netti al mese. Quindi, di certo, sono loro i più colpiti. In particolare, le famiglie, sono loro a godere maggiormente delle detrazioni: chi ha un figlio piccolo, per le spese sanitarie, o quando cresce per lo sport o per l’università fuori sede. Tra di loro, chi sente di più il taglio, ovviamente è chi ha redditi tra i 15 mila ai 20 mila euro al mese. A loro pesano sia la franchigia che il tetto dei 570 euro. Tra figli a scuola o all’università, il calcetto, interessi sul mutuo sulla casa, spese del veterinario e assicurazione sulla vita, fino ad oggi si scontava tranquillamente un migliaio di euro di detrazioni all’anno: da maggio saranno la metà”.    Redditi tra 20 e 28 mila euro. “Va fatta una distinzione tra l’anno prossimo e il 2014, quando scatterà il taglio di un punto delle aliquote Irpef e di cui sentiranno di più il beneficio. Nel 2013 soffriranno anche loro i tagli di detrazioni e deduzioni, sebbene se con un peso minore rispetto ai meno abbienti. Quella fascia, se non ha particolari oneri, come i familiari a carico o mutui, si troverà a beneficiare di un taglio di Irpef nel 2014 maggiore della riduzione di detrazioni e deduzioni”.    Redditi oltre i 28 mila euro. “Le misure del disegno di Legge dai 28 mila euro in su diventano impercettibili sia in termini di guadagni che di sacrifici: il taglio di Irpef non sussiste, dall’altro il valore delle detrazioni incide meno in percentuale”.

di Filippo Barone, IFQ

Una manifestazione contro i tagli    LaPresse

14 ottobre 2012

A 100 passi dal letamaio nascon fiori

Pavia e Daccò. Pavia e la Maugeri assatanata di soldi. Pavia e i voti di ‘ndrangheta. Che bello scoprire a cento passi dai letamai i campi di fiori. Pavia e i giovani, Pavia e il ricordo di un Maestro in nome del quale parlare di diritto e di giustizia, di mafia e di cultura. Lo hanno fatto questa settimana per tre giorni gli allievi di Vittorio Grevi, il giurista cattolico intransigente e rigoroso, che mai si piegò alle mode e ai venti e che per questo mai fu candidato alla Corte Costituzionale come il suo prestigio avrebbe suggerito. “Mafie: legalità e istituzioni” si intitolava la rassegna, nata nel 2005 proprio per impulso di questo professore di procedura penale che per tenere la dottrina lontana dagli interessi non volle mai esercitare da avvocato.

GRAZIE A LUI l’università di Pavia è stato uno dei pochi luoghi dell’accademia italiana in cui per decenni si è discusso di mafia con profondità e continuità. Qui fece il suo ultimo intervento pubblico Giovanni Falcone su invito del professore, che non perdeva occasione di elaborare o difendere dottrina contro gli strafalcioni di un Palazzo in cerca perenne di impunità. Gli allievi di giurisprudenza sciamano nell’aula magna dell’università, nella bellissima chiesa sconsacrata di largo La Pira. Il Coordinamento per il diritto allo studio e l’Osservatorio antimafia come organizzatori. E “Jaromil” , rivista “per rabbia e per amore”. C’è chi ha conosciuto il prof nei corsi, chi lo ha appena sentito nominare ma è rimasto affascinato dalla sua fama. C’è chi ci ha lavorato insieme, come Giulia Cometti, il viso da adolescente, che con lui ha preso il dottorato di ricerca e si illumina di nostalgia al solo parlarne (“mi illudo che ci veda”). C’è anche l’ex ministro dell’interno e vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che ne fu amico più anziano. Dirige Marco Magnani, un giovane alto e straripante boccoli da fare invidia a una signora. “Sub-comandante” sta scritto di lui sulla rivista nel tamburino redazionale, per dire che ne è il direttore vero. Distribuisce domande. “Scrivere di mafia” è il titolo della serata, che vince la sfida con la partita della nazionale, nonostante la sera prima ci sia già stato l’incontro con il sostituto procuratore Nicola Gratteri. L’aula magna si incanta nel sentire parlare Francesco La Licata della sua esperienza alla gloriosa “L’Ora” di Palermo, la foto di Liggio messa in prima pagina e la bomba contro il quotidiano a stretto giro di posta. Sente Biagio Simonetta, blogger calabrese, raccontare storie della sua terra. E i film e le fiction aiutano la mafia o la combattono ? E le scuole? E i voti, quei quattromila voti comprati dall’assessore lombardo Domenico Zambetti?. Quattromila persone hanno comunque venduto il loro voto. Le responsabilità del singolo. Ognuno deve fare il suo dovere, anche se può sembrare banale e semplice, dice Marco. Ad esempio questi imprenditori del nord che non si fanno troppe domande quando trovano qualcuno che gli smaltisce i rifiuti a un quarto o un quinto dei costi. Ascoltano Arianna e Luca, dell’Osservatorio. Ascolta Anna Dichiarante, il viso da attrice del cinema muto, una delle ultime allieve del prof, che venerdì si laureerà in suo ricordo in procedura penale e che l’anno scorso aprì “Mafie” leggendo una stupenda lettera dedicata al prof per la prima volta assente. Su “Jaromil” c’è una sua incalzante intervista al sindaco di Pavia a proposito di mafia e corruzione. Ci sono quelli del circolo Arci di Radio Aut. Ci sono anche due professoresse di Mazara del Vallo giunte qui con la loro classe in gemellaggio. Uno stage sul giornalismo. Ragazzi si parla di “scrivere di mafia”, andiamoci. Michele di Scienze politiche, Bernardo del coordinamento. La pizzeria Amalfitana diventa alla fine il luogo del ritrovo, gli allievi del prof vengono sempre qui.

LI GUARDI MENTRE ridono, mentre fanno progetti per il futuro, mentre ricordano. Hanno raccolto gli scritti giuridici del Maestro, una fatica di un anno, spiega Giulia. Tre volumi per la Cedam: uno sul vecchio codice, uno su quello nuovo, e uno sull’ordinamento penitenziario. Ci hanno lavorato tutti insieme, a decine. Molti saggi li hanno dovuti ribattere. Osservi tutto e pensi a quanto rimane di ciò che un intellettuale libero ha seminato. Al lascito di un professore che amava l’università più di se stesso. Che al medico che gli diagnosticava la leucemia fulminante chiese una cosa sola: se ce l’avrebbe fatta a iniziare le lezioni. Giulia dal viso di adolescente dice sotto voce: “Ho capito che nella vita si muore un po’ per volta, si incomincia quando ci lasciano certe persone”. Girando sugli acciottolati inumiditi si passa per corso di Strada Nuova al 65, dipartimento di procedura penale “Cesare Beccaria”, dove i ragazzi lo trovavano a ogni ora. Per questo sul sito dell’università di Pavia c’è uno spazio dedicato a lui, per icona una finestra con la luce accesa, disegnata dalla sua allieva-docente, Li-via Giuliani. No davvero, Pavia non è solo corruzione. A cento passi dal letamaio arriva il profumo notturno di gelsomini lontani.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

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