Archive for ‘Politica Internazionale’

16 settembre 2014

Per la ripresa non ci sono scorciatoie

scorciatoiaGiavazzi e Tabellini propongono un taglio alle tasse di 80 miliardi, finanziato dalla Bce e accompagnato da una riduzione della spesa futura. Ma nessun paese ha mai prodotto un piano credibile di riduzione di spesa così enorme. L’unica alternativa realistica: ridurre le tasse insieme alla spesa.

È sempre più comune l’opinione secondo cui “l’austerità non ha funzionato”: l’Europa è sul baratro della deflazione, e soffre di un deficit di domanda. Una recente proposta su lavoce.info di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini offre una soluzione che è ampiamente condivisa: i paesi dell’Eurozona dovrebbero tagliare le tasse simultaneamente del 5 percento del Pil, e la Bce dovrebbe comprare il debito pubblico risultante. Allo stesso tempo, questi paesi dovrebbero  presentare dei piani credibili per la riduzione della spesa pubblica futura.

Come notano Giavazzi e Tabellini, la Germania quasi certamente si opporrebbe. Ma anche non lo facesse, il piano non funzionerebbe. Il motivo non è che le politiche restrittive di bilancio (l’opposto del tax cut) siano espansive: come ho mostrato in una mia recente ricerca(1)  (e contrariamente alle implicazioni di mie ricerche meno recenti), l’evidenza empirica in supporto dell’ “austerità espansiva” è debole. 

UN PIANO CREDIBILE DI RIDUZIONE DELLA SPESA FUTURA È NECESSARIO …….

Dove è il problema quindi? Molti commentatori sono d’accordo che parecchie economie europee, come l’Italia o la Francia, hanno bisogno di ridurre permanentemente le tasse. Il vincolo di bilancio intertemporale dello stato ci dice che questo può essere ottenuto soloriducendo la spesa pubblica permanentemente. Un taglio delle tasse del 5 percento può essere interpretato come un modo di anticipare i benefici del taglio permanente delle tasse, mentre si attende che i tagli di spesa si materializzino. Perché questo funzioni, è necessario appunto un piano credibile di riduzione della spesa in futuro.

Perché? Nel mondo reale, il debito pubblico è rischioso, e ai mercati non piace che esso cresca, soprattutto in paesi con un alto livello di spesa e debito pubblici. Senza un piano credibile di riduzione della spesa in futuro, di fronte a un taglio delle tasse gigantesco come quello proposto da Giavazzi e Tabellini i mercati finanziari sarebbero presi dal panico, perché vedrebbero un ritorno alle politiche di bilancio irresponsabili  del passato; questo avrebbe effetti devastanti sul settore bancario, ancora molto esposto al debito sovrano, come nel 2011. Il tentativo di espandere la domanda aggregata attraverso un taglio delle tasse  si trasformerebbe in un boomerang.

…… MA NON FATTIBILE

Il problema di fondo è che è praticamente impossibile produrre un piano credibile di riduzione della spesa futura, tantomeno per l’importo enorme che un taglio delle tasse del 5 percento comporterebbe. L’esempio più chiaro è offerto dai due piani di consolidamento fiscali più celebri, la Finlandia e la Svezia negli anni novanta. Tra il 1992 e il 1996, secondo gli annunci ufficiali la Finlandia avrebbe dovuto ridurre il disavanzo dell’11,4 percento del Pil, di cui 12,1 percento del Pil in tagli alla spesa; gli stessi numeri per la Svezia erano del 10,6 e del 6,8 percento del Pil, rispettivamente. Tuttavia, questi erano gli annunci; la realtà fu molto differente. Alla fine di quel quinquennio, la Finlandia ridusse la spesa pubblica di solo lo 0,4 percento del Pil (contro previsioni  di un taglio del 12,1 percento!), la Svezia del 3,6 percento.

Ma non è necessario andare indietro così tanto. Un taglio delle tasse del 5 percento del Pil in Italia significa 80 miliardi di euro. I tagli di spesa individuati in un anno di duro lavoro dal commissario Cottarelli sono al più di 12-15 miliardi, e presumibilmente non tutti verranno approvati dal governo.

Il problema è ancora più complicato perché la promessa di monetizzazione del taglio alle tasse della proposta di Giavazzi e Tabellini crea un insormontabile problema di azzardo morale. Per coloro che pensano che questo sia solo un problema di interesse teorico, è utile ricordare che la crisi del debito pubblico in Italia iniziò nell’estate del 2011, quando il governo italiano, dopo aver annunciato un taglio di spesa di circa 3 miliardi di euro (lo 0,2 percento del Pil) ritrattò immediatamente dopo che la Bce iniziò a comprare titoli di stato italiani.

Si potrebbe pensare che, se le cose non dovessero andare come ci si aspetta, si possono sempre ritirare i tagli alle tasse. Ma un paese come l’Italia non ha mai sperimentato un taglio discrezionale alle tasse di più del 0,5 percento del Pil. Un taglio e poi un aumento di tasse di una cifra come 80 miliardi di euro, creerebbero un disastro politico, ed enorme incertezza economica.

NON TUTTI I DISAVANZI SONO UGUALI

Non tutti i disavanzi di bilancio sono uguali. Una cosa è un disavanzo temporaneo per ricapitalizzare il sistema bancario in un paese con basso debito e con una storia di politiche fiscali responsabili, come in Gran Bretagna dopo la crisi finanziaria. Un’altra cosa è un disavanzo di bilancio senza un piano credibile per ridurre le spese future, in un paese ad alto debito pubblico, con una storia di politiche di bilancio irresponsabili e con governi tradizionalmente deboli.

Per un tale paese, l’unica alternativa possibile per raggiungere lo scopo più importante – ridurre le tasse – è di tagliare le tasse insieme alla spesa. Questo processo richiede tempo, efunzionerà incrementalmente, miliardo di risparmi di spesa dopo miliardo. Ma è l’unico approccio realistico. L’alternativa non raggiungerebbe il proposito di aumentare la domanda.

di Roberto Perotti – Lavoce.info

(1) Si veda R. Perotti, (2012): The “Austerity Myth”: Gain without Pain?, in A. Alesina and F. Giavazzi, eds.: Fiscal Policy after the Financial Crisis, pp. 307-354,  National Bureau of Economic Research, scaricabile anche qui

Roberto Perotti

9 dicembre 2013

Gli effetti perversi della privatizzazione del welfare

A dispetto di luoghi comuni molto in voga il settore pubblico italiano non è né sovradimensionato né improduttivo. Così come non è vero che le politiche di “privatizzazione del welfare” contribuiscono a generare crescita: ciò che riescono a fare davvero bene è redistribuire il reddito dal lavoro al capitale.

Private

L’Italia è un Paese corporativo, con una incidenza eccessiva del settore pubblico: un Paese nel quale il “merito” non viene premiato e che, per questa ragione, non riesce a riprendere un percorso di crescita economica. Un settore pubblico sovradimensionato è la principale causa del declino dell’economia italiana. E’ questa l’opinione dominante, ed è sulla base di questa convinzione che si è attuato – e si sta attuando – il progressivo smantellamento delle residue reti di protezione sociale derivanti dal residuo di welfare rimasto in Italia. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: nell’ultimo Rapporto Eurostat, si legge che il blocco del turnover nel pubblico impiego, combinato con una consistente ondata di pensionamenti, ha prodotto, nel solo 2012, una riduzione del numero di dipendenti pubblici nell’ordine del 4%. La riduzione della spesa corrente nel settore pubblico è un fenomeno che si accentua progressivamente a decorrere dall’inizio degli anni Duemila (v. Fig.1)[1].

Figura 1: Variazioni cumulate della spesa complessiva per retribuzioni (massa), delle retribuzioni medie pro-capite (media) e del personale in servizio (occupati). Base 100=2001 (Fonte: ARAN)

L’attacco al settore pubblico – giacché di attacco si tratta – è sostenuto da motivazioni di dubbia validità.

1) Il settore pubblico è considerato, per sua stessa natura, “improduttivo”. I dipendenti pubblici sono, quasi per definizione, fannulloni che godono di garanzie eccessive, tutelati da organizzazioni sindacali “corporative”, dove la connotazione “corporativo” è ipso facto associata a un giudizio di valore di segno negativo, essendo la negazione della “meritocrazia”. Il senatore Ichino si è espresso, a riguardo, a chiare lettere: “perché nessuno propone di liberare gli uffici dai fannulloni, che nel settore privato sarebbero già stati licenziati da un pezzo?” (http://www.pietroichino.it/?p=24).

In questa visione, il mercato del lavoro assume una configurazione duale: da un lato, i dipendenti pubblici con eccesso di protezioni; dall’altro i dipendenti del settore privato meno protetti e, per questa ragione, più produttivi. Giacché l’inamovibilità non incentiva l’impegno, che è, per contro, incentivato solo da credibili minacce di non rinnovo del contratto. Il conflitto viene, così, traslato in senso “orizzontale”, spostandosi dal conflitto capitale-lavoro (relegato nell’archeologia marxista) al conflitto fra lavoratori.

E tuttavia, la convinzione che i dipendenti pubblici siano ben retribuiti e godano di eccesso di protezioni è palesemente smentita sul piano empirico. L’ISTAT registra un aumento della retribuzione oraria netta del 21% su base annua per i lavoratori del settore privato, a fronte di incrementi pressoché nulli nel settore pubblico. E si calcola che la gran parte dei contratti a tempo determinato sono somministrati dalla pubblica amministrazione. Dunque, i dipendenti pubblici, in media, guadagnano meno dei loro colleghi del settore privato e sono più frequentemente assunti con contratti precari[2]. In più, si registra che l’Italia, per quanto attiene all’incidenza degli occupati nel settore pubblico, sul totale degli occupati, è nella media dei Paesi OCSE e che, dunque, il nostro settore pubblico non può considerarsi sovradimensionato. (http://www.aranagenzia.it/araninforma/index.php/marzo-2013/164-focus/572-focus-3).

Per quanto riguarda la produttività del lavoro nel settore pubblico, pure a fronte delle rilevanti difficoltà di misurazione (http://keynesblog.com/2013/06/21/ma-e-proprio-vero-che-gli-italiani-lavorano-poco-e-male/), e pur volendo accettare la tesi che questa è più bassa rispetto al settore privato, occorre ricordare che l’operatore pubblico svolge, di norma, le proprie funzioni in quelle che William Baumol definiva “attività stagnanti”, ovvero attività nelle quali (si pensi ai servizi alla persona) risulta impossibile generare avanzamento tecnico e, dunque, incrementi di produttività. In tal senso, se anche si ritiene i) che la produttività del lavoro è misurabile; ii) che lo è anche nei servizi e che è bassa nel settore pubblico, da ciò non si può immediatamente dedurre che questa conclusione discende dal basso rendimento degli occupati, potendo più realisticamente dipendere dalla bassa accumulazione di capitale.

2) Se il settore pubblico genera solo sprechi e inefficienze, e se si ritiene non derogabile il rispetto del vincolo del bilancio pubblico[3], è evidente che i risparmi dello Stato non possono che derivare innanzitutto dalla riduzione dei trasferimenti al settore pubblico. Le spending review sono lo strumento che si utilizza per raggiungere questo obiettivo, ovvero operazioni finalizzate a “razionalizzare” (si legga ridurre) la spesa pubblica. Lo sono apparentemente perché non si tratta di ridurre la spesa pubblica “improduttiva”, ma semmai di ridurre i trasferimenti ai segmenti della pubblica amministrazione con minore potere contrattuale nella sfera politica e, dunque, con minore possibilità di contrastare i tagli, indipendentemente dalla loro produttività.

Quali sono gli effetti di queste misure? Come certificato dall’INPS, il primo (ovvio) effetto prodotto è la riduzione delle entrate fiscali. Si tratta di un effetto ovvio e, dunque, ampiamente prevedibile, dal momento che dalla riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (e dal blocco degli stipendi) non ci si poteva certamente aspettare di raccogliere un gettito in aumento. Il secondo (altrettanto prevedibile) risultato consiste nell’accentuazione della caduta della domanda interna, per il tramite dei minori consumi derivanti dalla decurtazione dei redditi nel pubblico impiego. Il terzo risultato è il peggioramento della qualità dei servizi offerti, come conseguenza (anch’essa ovvia) della riduzione del numero di occupati.

A fronte dell’opinione dominante, si può sostenere che la cura dimagrante imposta al settore pubblico non risponde a criteri di efficienza, né all’obiettivo di generare avanzi primari. Lo scopo primario è fornire quote di mercato al capitale privato in settori protetti dalla concorrenza: tipicamente formazione e sanità. Non essendo competitive sui mercati internazionali, e scontando una continua restrizione dei mercati di sbocco interni, le nostre imprese hanno necessità di riposizionarsi in mercati “nuovi”, che la politica si occupa di aprire mediante misure di snellimento del settore pubblico. Occorre chiarire che la privatizzazione del welfare non solo non contribuisce a generare crescita (trattandosi della cessione di attività dal pubblico al privato, in condizioni monopolistiche) ma contribuisce semmai a peggiorare ulteriormente la distribuzione del reddito, a ragione del fatto che i prezzi e le tariffe praticate da imprese private in mercati monopolistici sono più alti rispetto a quelli che si otterrebbero se gli stessi servizi fossero erogati da imprese pubbliche[4].

Si è, così, in presenza di un’operazione di redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, che passa attraverso la privatizzazione del welfare e che si legittima con il luogo comune secondo il quale il settore pubblico italiano è sovradimensionato, improduttivo, paradiso dei nullafacenti.

di Guglielmo Forges Davanzati- Micromega

NOTE

[1] Il blocco degli stipendi nel pubblico impiego, motivato con l’esigenza di attuare politiche di austerità, spiega la rilevante flessione della spesa complessiva per retribuzioni nel settore pubblico a partire dal 2008-2009.

[2] E sono licenziabili in forza della natura privatistica del contratto di lavoro (http://www.astrid-online.it/Riforma-de1/Valutazion/Studi–ric/MEF_n–2-2008—La-produttivit–nel-settore-pubblico.pdf). Si può osservare che l’aumento delle assunzioni con contratti precari nel settore pubblico dipende dai vincoli finanziari sempre più stringenti per gli Enti pubblici.

[3] Ci si riferisce ai vincoli posti in sede europea relativi al rapporto disavanzo pubblico/PIL e debito pubblico/PIL. E’ opportuno chiarire che si tratta di vincoli che non rispondono ad alcun criterio scientifico. Sul tema, si rinvia a L.L.Pasinetti (1998). “The myth (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht ‘parameter’”. Cambridge Journal of Economics, 22: 103-116.

[4] Sul tema si rinvia a E.S. Levrero e A.Stirati (2005), Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia: 1970-2002, “Politica Economica”, 3: 401-434. E si può aggiungere che il peggioramento della distribuzione del reddito derivante dalla riduzione dei salari reali (diretti e indiretti) può semmai ulteriormente contribuire ad accentuare la recessione, tramite la riduzione della domanda interna in termini reali.

di Guglielmo Forges Davanzati – Micromega

Pri

9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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8 luglio 2013

Salvate i soldati della libertà


Alcuni li chiamano talpe, o peggio spie. Altri evocano le gole profonde che negli anni ’70 permisero ai giornali di scoperchiare il Watergate. Sono i tecnici dei servizi segreti o i soldati o gli impiegati che rivelano, sui giornali, le illegalità commesse dalle proprie strutture di comando, dunque dallo Stato.

Oggi tutti questi appellativi sono inappropriati. Non servono a indovinare uomini come Edward Snowden o Bradley Manning: le loro scelte di vita estreme, inaudite. Non spiegano la crepa che per loro tramite si sta aprendo in un rapporto euroamericano fondato sin qui su silenzi, sudditanze, smorte lealtà.

Continuare a chiamarli così significa non capire la rivoluzione che il datagate suscita ovunque nelle democrazie, non solo in America; e il colpo inferto a una superpotenza che si ritrova muta, rimpicciolita, davanti alla cyberguerra cinese. Già nel 2010 fu un terremoto: i tumulti arabi furono accelerati dai segreti che Manning e altri informatori rivelarono a Wikileaks sui corrotti regimi locali, oltre che sui crimini di guerra Usa. Ora è il nostro turno: senza Snowden, l’Europa non si scoprirebbe spiata dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana (NSA), quasi fossimo avversari bellici. Perfino il ministro della Difesa Mario Mauro, conservatore, denuncia: «I rapporti tra alleati saranno compromessi, se le informazioni si riveleranno attendibili».

In un’intervista su questo giornale a Andrea Tarquini, il direttore del settimanale Die Zeit Giovanni di Lorenzo è più esplicito: “Snowden ha voluto mostrare all’opinione pubblica come i servizi segreti possono mentire, e le reazioni positive dei tedeschi al suo tentativo sono un cambiamento fondamentale per il mondo libero. Un terzo dei cittadini si dice disposto a nascondere Snowden. Un terzo, fa un grande partito”.

Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi: whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti. La costituzione è per loro più importante delle leggi d’appartenenza al gruppo.

Sono i cani da guardia delle democrazie, e somigliano ai rivoluzionari d’un tempo. Vogliono trasformare il mondo, rischiano tutto. Snowden dice: “Non volevo vivere in una società che fa questo tipo di cose. Dove ogni cosa io faccia o dica è registrata”. Sono convinti che l’informazione, libera da ogni condizionamento, sia la sola arma dei cittadini quando il potere agisce, in nome del popolo e della sua sicurezza, contro il popolo e le sue libertà. Come i rivoluzionari sono ritenuti traditori, da svilire anche caratterialmente. Infatti sono liquidati come nerd: drogati da internet, narcisisti, impolitici, asociali.

Ben altra la verità: le notizie date a Wikileaks usano entrare nella filiera «tradizionale», trovando sbocco su quotidiani ad ampia diffusione, attraverso articoli di giornalisti investigativi (è il caso di Glenn Greenwald del Guardian, cui Snowden s’è rivolto). Non sono rivelati, inoltre, i documenti altamente confidenziali. Siamo nell’ambito dell’atto di coscienza per il bene collettivo, non di gesti isolati di individui fuori controllo.

È utile conoscere il tragitto dei moderni whistleblower. Il soldato Manning a un certo punto non ce la fece più, e passò al fondatore di Wikileaks Assange documenti e video su occultati crimini americani: l’attacco aereo del 4 maggio 2009 a Granai in Afghanistan (fra 86 e 147 civili uccisi); il bombardamento del 12 luglio 2007 a Baghdad (11 civili uccisi, tra cui 3 inviati della Reuters. Il video s’intitola Collateral Murder, assassinio collaterale).

Accusato di alto tradimento è l’informatore, non i piloti che ridacchiando freddavano iracheni inermi. Arrestato e incarcerato nel maggio 2010, Manning è sotto processo dal 3 giugno scorso. Un “processo-linciaggio”, nota lo scrittore Chris Hedges, visto che l’imputato non può fornire le prove decisive. I documenti che incolpano l’esercito Usa restano confidenziali; e gli è vietato invocare leggi internazionali superiori alla ragione di Stato (princìpi di Norimberga sul diritto a non rispettare gli ordini in presenza di crimini di guerra, Convenzione di Ginevra che proibisce attacchi ai civili).

Gli stessi rischi, se catturato, li corre Snowden, ex tecnico del NSA: ne è consapevole, come appunto i rivoluzionari. A differenza delle vecchie gole profonde, i whistleblower militano per un mondo migliore. Sono molto giovani: Snowden ha 30 anni, Manningne aveva 22 quando mostrò il video a Wikileaks. Sono indifferenti a chi bisbiglia smagato: «Spie ce ne sono state sempre». Non fanno soldi. Alcuni agiscono all’aperto: Snowden ha contattato Greenwald, che da anni scrive sul malefico dualismo libertà-sicurezza. Altri rimangono anonimi finché possono, come Manning. Daniel Ellsberg, il rivelatore dei Pentagon Papers che nel ’71 accelerò la fine dell’aggressione al Vietnam, può essere considerato il capostipite dei whistleblower. Per lui Snowden è un eroe. Quel che ci ha dato è la conoscenza: esiste un’Agenzia, che nel buio sorveglia milioni di cellulari e indirizzi mail in America e nel mondo.

È vero quello che dice il direttore della Zeit: il giudizio dei cittadini tedeschi su Snowden segnala mutamenti profondi, il cui centro è un nuovo tipo di informazione, che passa attraverso la stampa ma nasce in internet. Il giornalista Denver Nicks, autore di un libro su Manning, sostiene che lo spartiacque fu il video Collateral Murder: “È l’inizio dell’era dell’informazione che esplode su se stessa”.

L’era dell’informazione sveglia il mondo libero, e non libero. Grazie a Snowden, e a giornalisti come Greenwald, l’Europa s’accorge di essere terra di conquista per l’America, trattata come Mosca trattava i paesi satelliti. Leggendo i rapporti dei servizi Usa pubblicati da Spiegel, i tedeschi scoprono di esser chiamati “alleati di terza classe”: non partner, ma infidi subordinati. La crisi dell’euro ha spinto Obama non a promuovere la federazione europea come l’America postbellica, ma a spiare i Paesi, le loro liti, le comuni istituzioni.

Indignarsi per l’intrusione imperiale non basta. Né basta rifiutare gli F-35. È su se stessa che l’Europa deve gettare uno sguardo indagatore, trasformatore, se vuol svegliarsi dal sonno che l’imprigiona in un atlantismo degenerato in dogma, e che la condanna a restare sempre minorenne. Un’Unione priva di una sua politica estera e di difesa, viziata per decenni dalla tutela americana: questo è sonno dogmatico. Come ipnotizzati, gli europei hanno partecipato alle guerre Usa anti-terrorismo senza mai domandarsi se avessero senso, se fossero vincibili.

Senza mai ridiscuterle con l’alleato. Senza chiedersi – oggi che regna Obama – se i droni che uccidono a sorpresa (i targeted killing in zone belligeranti e non: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia) siano internazionalmente legali. Dogmaticamente digeriscono una Nato che serve solo gli Usa, quando serve. È stato necessario Snowden per capire che gli Usa offendono la legalità che pretendono insegnare al mondo, e screditano le democrazie tutte.

Il 4 luglio, tanti americani celebreranno la Dichiarazione d’indipendenza manifestando in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, che vieta allo Stato di interferire nelle vite dei cittadini. Anche per l’Europa è ora di dichiarare l’indipendenza dall’alleato-segugio. Se avesse coraggio, esaudirebbe il desiderio di quel terzo di cittadini tedeschi che vuol offrire rifugio a Snowden, e protesterebbe contro il linciaggio giuridico di Manning.

Non troverà questo coraggio. Ma potrebbe accorgersi che i suoi cittadini, tutt’altro che minorenni male informati, la pensano diversamente. Orfani di una sinistra che trasforma il mondo, gli europei sono privi di propri whistleblower. È sperabile che ne avremo anche noi.

di Barbara Spinelli, La Repubblica

Barbara Spinelli

8 luglio 2013

L’ufficio a doha e la vittoria dei taliban in Afghanistan

Dopo 12 anni di conflitto, i guerriglieri del mullah Omar partecipano alle trattative sul futuro di Kabul e sono pienamente legittimati. Come in Vietnam, gli Usa seguono l’exit strategy di Kissinger. L’impotenza di Karzai, il ruolo chiave del Pakistan, la preoccupazione dell’India.


[Carta di Laura Canali]

L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”.

 

 

A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban.

 

 

Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checchè ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington.

 

 

Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata.

 

 

In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

 

 

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero partecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban.

 

 

L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

 

 

Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto.

 

 

Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo.

 

 

Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui.

 

 

Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perchè lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni.

 

 

Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi.

 

 

Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

 

 

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perchè aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai.

 

 

Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa.

 

 

D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione.

 

 

Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne.

 

Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.

di Francesca Marino

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8 luglio 2013

L’Egitto e il rebus arabo

In Egitto i Fratelli musulmani hanno fallito, ma quelli che secondo noi sono meno distanti dai valori democratici si sono affidati a un golpe militare per rimuovere i vincitori di tutte le elezioni democratiche dell’era post-Mubarak.


[Carta di Laura Canali]

Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista.

Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla.

Questa regola, sperimentata nel 1991-92 in Algeria, quando dittatori più o meno utili alla causa occidentale punteggiavano la galassia araba, è confermata oggi in Egitto. Dove il fallimentare esperimento dei Fratelli musulmani, incarnato dal presidente Mohammed Morsi, è stato liquidato per vie brevi dal potere militare, invocato da Piazza Tahrir e dintorni.

Paradosso: coloro che – con qualche ottimismo – consideriamo meno distanti dai valori democratici, si affidano al colpo di Stato per affermarsi sui vincitori – certo non inclini al modello Westminster – di tutte le elezioni più o meno democratiche tenute in Egitto dopo la caduta di Mubarak.

Ma il generale Abdel Fatah al-Sisi, capo delle Forze armate e quindi del massimo conglomerato economico nazionale, non intende intestarsi la responsabilità di un paese ingovernabile. Dal suo cappello ha quindi estratto il presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, cui è stato affidato ad interim il portafoglio di Morsi, in vista della formazione di un altrettanto provvisorio governo che dovrebbe preparare nuove elezioni.

Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza. Magari adottando il suggerimento del celebre scrittore dentista Ala al-Aswani, icona degli intellettuali “liberali”, per il quale conviene negare il diritto di voto agli analfabeti, ossia a un egiziano su quattro – una donna su tre.

Ciò che ai militari interessa è il controllo del vasto apparato produttivo di cui sono i capofila, la gestione in perfetta autonomia del proprio bilancio e la garanzia del supporto finanziario americano: quasi un miliardo di dollari e mezzo all’anno.

Ma per intascare questa tangente – il prezzo che gli americani pagano per potersi considerare azionisti di riferimento dei militari egiziani, a tutela della sicurezza di Israele – ad al-Sisi occorre che il governo sia presentabile al peraltro assai geopolitico vaglio di legalità del Congresso Usa. Di qui lo sbarramento semantico del generale, che mentre metteva agli arresti domiciliari il primo presidente democraticamente eletto del suo paese e colpiva d’interdetto la Fratellanza musulmana, lanciava i blindati nelle piazze e censurava i media ostili, curava di comunicare che non era in corso alcun colpo di Stato.

Il golpe che non si può definire tale non elimina certo le cause che l’hanno originato. Il rebus egiziano resta insoluto nelle sue componenti economica, politica e socio-culturale.

L’Egitto è sull’orlo del collasso, con la lira in picchiata, le casse dello Stato vuote, la disoccupazione galoppante, turismo e rimesse degli emigrati ai minimi termini. Non sono bastati i pelosi oboli dell’emiro del Qatar – interessato a mettere le mani sul Canale di Suez – e di altri finanziatori affini alla galassia della Fratellanza musulmana a impedire che la crisi precipitasse, finendo per esasperare buona parte della popolazione, insofferente per la mala gestione di Morsi e associati.

Il campo politico è polarizzato e paralizzato. I Fratelli musulmani, dopo 85 anni di opposizione semiclandestina, si sono rivelati incapaci di convertirsi in forza di governo. Si sono illusi che bastasse vincere le elezioni per governare. E nelle componenti più conservatrici, di cui Morsi è espressione, hanno immaginato di poter non troppo gradualmente imporre la propria agenda al resto del paese.

Quanto alle opposizioni, che vanno dalla sinistra radicale agli ipernazionalisti, dai (pochi) liberali occidentalizzanti agli avanzi (corposi) del vecchio regime – le notizie sulla sua morte si confermano premature – non hanno mai considerato Morsi un presidente legittimo, o con il quale si potesse comunque stipulare un compromesso. Per tacere della galassia salafita, che conta di profittare della sconfitta dei Fratelli per ingrossare le proprie file.

L’eco del golpe egiziano risuona in tutta la regione e nel mondo. Esulta il presidente siriano al-Asad, contro il quale Morsi, in uno dei suoi molti gesti inconsulti, aveva chiamato alla guerra santa. Protesta inquieto il leader turco Erdoğan, finito a suo tempo in galera nell’ultimo “golpe bianco” delle Forze armate kemaliste, vieppiù allarmato dal rimpallo non solo mediatico fra Piazza Taksim e Piazza Tahrir.

E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina.

I prossimi mesi ci diranno se dall’intervento delle Forze armate egiziane potrà scaturire la pacificazione fra le principali componenti politico-religiose, islamisti inclusi. Oppure se le opposizioni approdate al governo sull’onda della piazza anti-Morsi e dei carri armati di al-Sisi vorranno continuare nella prassi dei Fratelli, solo a segno rovesciato: il potere è tutto nostro, guai a chi lo tocca.

In tal caso, la reazione violenta degli islamisti frustrati è scontata. Battesimo ideale per l’ennesima leva jihadista.

di Lucio Caracciolo

Limes articolo pubblicato su la Repubblica il 5/7/2013

13 marzo 2013

Tobin Tax, l’imposta controproducente

La Commissione Europea ha proposto di adottare la famosa tassa sulle transazioni finanziarie, che ostacola il buon funzionamento dei mercati. In Italia l’abbiamo appena introdotta, penalizzando gli investitori.

[Foto Ansa]

Le transazioni finanziarie sono piuttosto “voluminose”. Nasce così la tentazione di tassarle per avere un gettito cospicuo che può servire ad altri scopi.

Poiché – si teorizza – le troppe transazioni finanziarie sono “sterili”, ecco che si può prelevare una quota di denaro da queste senza procurar danni per degli scopi che siano, al contrario, “fertili”.

Il nome che viene dato a questa tassa è “Tobin tax”, dal nome dell’economista che la teorizzò 40 anni fa ma per il solo mercato delle valute. La tassa è molto bassa (di molto inferiore all’1% del valore della transazione), ma, poiché gli scambi sono cospicui, il gettito non è spregevole: in Europa, secondo i conti di Bruxelles, sarebbe intorno ai 30 miliardi di euro.

Saggiamo l’idea che le transazioni finanziarie possano essere facilmente classificate come “sterili” oppure “fertili”.

L’impresa X vara un aumento del capitale – emette azioni – per aprire un megaimpianto con annessi occupati. È un’operazione che si potrebbe definire subito come “fertile”. Chi sottoscrive l’aumento del capitale può ragionevolmente temere che il titolo possa un giorno registrare un prezzo inferiore, perché l’impianto potrebbe andare peggio delle previsioni. Preferisce “coprirsi”, ossia accendere un’operazione finanziaria che, nel caso di una caduta del prezzo dell’azione, non gli faccia perdere denaro.

Trova chi pensa che le cose, invece, andranno bene, e quindi accetta di comprargli le azioni a un prezzo definito a una data definita. In questo modo scende il “premio per il rischio”, perché chi compra non chiede un prezzo minore per le azioni, perché ha paura di poter perdere. Riducendosi il premio per il rischio, l’impresa emette azioni a un prezzo maggiore, e quindi riduce il costo del capitale. Altrimenti detto, l’impresa affronta gli investimenti “reali” con maggiore tranquillità. Le transazioni “sterili” – come quelle di copertura dei rischi – aiutano l’economia “fertile”.

La Tobin Tax applicata alle transazioni finanziarie se riduce gli scambi – perché costa di più comprare e vendere – non favorisce il buon funzionamento dei mercati, perché li rende meno liquidi.

È questa l’obiezione maggiore che fanno quelli che sono contrari alla Tobin Tax. Poi vi sono le obiezioni minori, che assomigliano alle critiche che si rivolgono quando si alzano le tasse (le accise) sui carburanti. Costando molto di più il carburante alla pompa, si usa meno l’auto. La riduzione della domanda di carburante alla fine riduce il gettito delle accise. Invece di incassare di più, ecco che si incassa lo stesso. Altra obiezione minore è che le transazioni si sposterebbero su altri mercati se si alzano le imposte in uno o alcuni mercati.

Per quel che riguarda l’applicazione della Tobin Tax in Italia, si resta perplessi quando si scopre che la tassa scatta sulla variazione della posizione netta giornaliera dell’investitore e non sulle transazioni nel corso della giornata, come dovrebbe essere nello “spirito” della Tobin Tax. Ossia, se compro mille azioni e me le tengo, ecco che pago la Tobin Tax sul controvalore delle stesse (mille euro allo 0,1% sono un euro di Tobin Tax). Se, invece, compro e vendo nel corso di un giorno mille euro, ecco che non pago nulla.

Insomma le transazioni continue non pagano la tassa, mentre la pagano quelli che comprano le azioni per scopi di portafoglio. Il mercato resta quindi liquido, il che, per le ragioni suesposte va bene, ma si penalizza, seppur molto marginalmente, chi investe.

di Giorgio Arfaras, Limes.com

5 marzo 2013

Opération marketing pour Xi Jinping

myoor.com

On ne peut pas dire que M. Xi Jinping soit resté inactif entre le 14 novembre, où il a été porté à la tête du parti communiste chinois (PCC), et le 10 mars, où il est officiellement nommé président de la République, lors de la session annuelle de l’Assemblée nationale populaire (ANP) [1],. Il a multiplié les voyages en province et les discours sur les sujets les plus divers : pauvreté en zones rurales, inégalités, droits des migrants, corruption, justice, éthique des communistes, pollution, sans oublier les questions militaires…

Le nouveau leader s’est ainsi attaché à sculpter une image d’homme populaire, simple et volontariste. Il était jusqu’alors peu connu du grand public, à la différence de sa femme Peng Liyuan (49 ans), chanteuse de l’Armée populaire de libération (APL), vedette régulière des galas du nouvel an chinois à la télévision officielle. Célèbre dans tout le pays, elle lui apporte d’emblée une touche glamour, plutôt inattendue chez les dirigeants chinois. Mais il lui en faut plus.

M. Xi Jinping a donc pris son bâton de pèlerin, calculé chacune de ses sorties, joué des caméras, manié les symboles. Son premier déplacement s’est effectué dans le sud du pays, réputé pour son dynamisme et son innovation — à la manière de Deng Xiaoping, qui avait lancé les réformes et ouvert le pays lors d’un périple dans la région, à la fin des années 1970. En se mettant délibérément dans les pas de ce dernier, le secrétaire général du PCC entend montrer sa volonté « d’approfondir les réformes », comme il l’a déclaré, sans toutefois en préciser les contours. Il s’est ensuite rendu auprès des militaires affirmant haut et fort sa volonté de prêter attention à l’armée et lui fixer un cap clair. Pour son troisième voyage ultra médiatisé, il s’est rendu dans un village rural du Hebei, l’une des provinces les plus pauvres du pays. Enfin, en plein nouvel an chinois, il a rendu hommage aux migrants (mingongs), ces ruraux venus travailler dans les villes se pliant à des conditions de travail et de vie souvent très difficiles.

Rompu au marketing, il a fait nommer des personnalités très populaires à la Conférence consultative politique du peuple chinois qui compte 2 337 membres [2] et qui se réunit un jour avant l’ANP : le prix Nobel de littérature Mo Yan ; l’ancien joueur de basket de la NBA Yao Ming ; l’actrice Jackie Chen… Succès assuré. Mais le rôle de la docte Conférence sera-t-il valorisé pour autant ? Rien n’est moins sûr.

L’ANP entérine également la constitution du gouvernement dirigé par M. Li Keqiang, vice premier ministre exécutif dans le précédent. De toute évidence, la nouvelle équipe a du pain sur la planche. Les dossiers à traiter d’urgence sont nombreux.

- Corruption. Il s’agit là de l’une des questions les plus sensibles. M. Xi ne prend pas de gants pour souligner l’urgence d’un plan d’attaque, parlant du « combat du tigre et des mouches » : « les problèmes de corruption, a t-il déclaré, mettent un mur entre notre parti et le peuple, et nous allons perdre nos racines, notre force vitale et notre force tout court ». [Xinhua, 11 janvier]

Depuis le Congrès, plusieurs responsables ont été mis sur la touche : le secrétaire adjoint de la province du Sichuan, qui avait été propulsé au Comité central du PCC, a été démis de ses fonctions pour avoir fricoté avec le groupe Borui (hôtellerie, pharmacie, construction…) et empoché de sérieuses commissions. Le cas n’est pas unique. La traque, souvent menée avec l’aide des réseaux sociaux, est prise au sérieux par les fonctionnaires et les cadres communistes. La presse officielle et les microblogs regorgent d’exemples de biens immobiliers soudainement vendus, de voitures officielles un peu moins luxueuses…

A la veille du nouvel an, période de fêtes dans tout le pays, M. Xi a appelé les responsables à modérer leurs dépenses et à faire preuve de « frugalité ». Appel immédiatement compris comme une directive politique et des « millions de repas d’affaires [dans les restaurants de luxe] ont été annulés » si l’on en croit le quotidien hongkongais South China Morning Post (9 février). Toujours sous l’œil des internautes. Le (futur) président de la République semble déterminé à entreprendre un grand nettoyage, sans pour autant remettre en cause bien des positions acquises, y compris au plus haut niveau de l’Etat. A la veille du Congrès, il avait été envisagé que les dirigeants nationaux et provinciaux déclarent leurs revenus et leur patrimoine au début de leur mandat. La proposition a été enterrée… Faut-il y voir un signe prémonitoire ?

- Inégalités. C’est le deuxième gros dossier de la nouvelle équipe. Lors de son déplacement dans le village rural du Hebei, M. Xi est passé de maison en maison, a mangé une pomme de terre cuite au feu de bois, tandis que les caméras de la télévision s’attardaient sur le délabrement des maisons, la misère des habitants. Quelques jours plus tard, ses rencontres avec les paysans et les migrants de Lanzhou au Gansu ont été sous le feu des projecteurs. « Il faut, a-t-il dit alors, que les dirigeants passent plus de temps avec les populations afin de mieux comprendre leurs problèmes et de travailler résolument à développer les régions restées à l’écart. [3] »

En tout cas, pour la première fois depuis dix ans, l’agence officielle Xinhua a publié le dernier indice de Gini (de mesure des inégalités) qui frôle les 0,5 — soit l’un des plus hauts du monde. Dans la foulée, le gouvernement sortant a dévoilé les trente-cinq points d’une future réforme pour « une nouvelle redistribution des revenus » : hausse du salaire minimum devant représenter 40 % du salaire moyen, augmentation des traitements des fonctionnaires du bas de l’échelle dans les zones rurales, hausse des dépenses publiques pour l’éducation et la santé… Le calendrier de la mise en œuvre n’a pas encore été fixé. Mais la nouvelle équipe ne pourra pas différer trop longtemps les initiatives, tant le mécontentement est grand et le risque d’explosion sociale prégnant.

- Droits des migrants. Ils sont plus de 253 millions dans tout le pays. Or en Chine, les droits sociaux (faibles mais néanmoins essentiels) sont attachés au lieu de naissance, notés sur un houku (sorte de passeport intérieur) et non au lieu de vie. Les migrants n’ont donc pas les mêmes avantages que les urbains notamment pour le logement, la santé, l’inscription des enfants à l’école. Si la première génération, trop heureuse d’avoir un travail et portée par l’espoir de rentrer un jour au village, a accepté la situation, il n’en va pas de même pour la seconde. Plus éduquée, plus sûre d’elle-même et apte à faire jouer la concurrence entre les entreprises à la recherche de main-d’œuvre, elle s’avère plus revendicative. Du côté du patronat, le besoin d’un personnel plus qualifié le pousse à essayer de fidéliser les salariés. Cela pourrait se traduire par une égalisation des droits et une réforme en profondeur du houku, qui pour les riches et pour certains cadres qualifiés n’existe déjà plus.

– Pollution. L’épais brouillard qui s’est abattu sur Pékin a révélé l’ampleur de la dégradation. Il suffit d’avoir expérimenté un voyage en voiture au-delà du cinquième périphérique pour comprendre que la saturation menace, malgré les restrictions de circulation. Les usines polluantes autour de la capitale et le chauffage au charbon (pourtant interdit dans Pékin) ont fait le reste. Moins spectaculaires, la contamination et la raréfaction de l’eau entraînent également des conséquences humaines désastreuses. L’ancienne équipe avait commencé à s’attaquer à la tâche, avec notamment la fermeture de certaines unités de production, la construction de transports en commun, le financement de recherche sur le moteur électrique et les nouveaux matériaux… . Mais lentement. Trop lentement. Celle-ci ira-t-elle plus vite ? Impossible de répondre. En revanche, elle a reconnu publiquement le problème en faisant publier la liste de quatre cents « villages cancer », où la maladie s’est propagée et la mortalité envolée. Des analyses de terres y sont lancées. Des taxes pénalisant l’émission de carbone sont dans les tuyaux.

– Réforme politique. Pas encore président, M. Xi a déjà insisté à plusieurs reprises sur les bienfaits d’une justice qui protége les faibles contre les forts : « Le contrôle de l’application de la loi devrait être renforcé, toute ingérence [des pouvoirs] illégale éliminée, tout protectionnisme local et départemental empêché, et toute corruption pénalisée. » (« Xi stresses judicial indenpdance », Xinhua, 24 février). Et d’émailler son discours de référence à l’« Etat de droit » — expression jusqu’alors quasiment jamais utilisée par les dirigeants. S’il insiste sur l’indépendance de la justice, il l’assortit d’un « aux caractéristiques chinoises », dont les contours restent encore flous. La séparation de la justice et de l’Etat ne semble pas à l’ordre du jour. Toutefois, la fermeture des camps de travail, toujours si sombrement actifs, a été annoncée. Ce qui peut augurer d’un réel tournant.

Dans le domaine strictement politique, on perçoit peu de signes d’ouverture, si ce n’est une volonté de placer les dirigeants sous la vigie des citoyens et des internautes… Au moins tant que cela n’entrave pas les objectifs du pouvoir. Hier absente, l’opinion publique commence à peser, à l’instar de la campagne contre la corruption locale ou contre la pollution (Lire Cholé Froissart, « Visage de la démocratisation chinoise », blog Planète Asie du Monde diplomatique, 12 décembre 2012.). Pour le PCC, l’avantage est double : prendre le pouls de la population afin d’éviter les débordements incontrôlés et rester maître du jeu, puisque la censure peut s’abattre à tout moment.

Toutefois, un début de progrès démocratique pourrait voir le jour dans les très grandes entreprises, marquées par un flot continu de grèves et par le discrédit du syndicat maison. Foxconn, le sous-traitant d’Apple et premier employeur privé de Chine, a annoncé haut et fort dans la presse anglo-saxonne, qu’il organiserait des élections « libres » dans ses usines (Lire « Foxconn plans Chinese Union vote », Financial Times, 3 février 2013, ). Sans doute cherche-t-il avant tout à calmer les consommateurs occidentaux qui mettent en cause ses méthodes archaïques et inhumaines d’exploitation des ouvriers. Mais, cela reflète également le rejet par les salariés du syndicat unique — la Fédération des syndicats de toute la Chine (All-China Federation of Trade Unions, ACFTU), véritable émanation du Parti communiste — qui choisit les représentants des travailleurs en coopération avec les directions d’entreprises (publiques ou privées). Chez Foxconn, le dirigeant syndical qui s’appelle Chen Peng n’est autre que l’ancien directeur de cabinet du grand patron du groupe taïwanais Terry Gou… Inutile de dire qu’il était peu revendicatif. _A la veille du Congrès, le dirigeant communiste du Guangdong Wang Yang promettait d’organiser de telles élections dans trois cents grandes entreprises de la province, conscient qu’il valait mieux avoir de vrais interlocuteurs pour négocier que d’être contraints d’éteindre des incendies. Il espérait alors bénéficier d’une promotion au sein du PCC ; il est resté à la porte. M. Xi le laissera-t-il expérimenter cette démarche pour éventuellement en tirer des leçons plus générales ?

- Mer de Chine. La fin de règne du président Hu Jintao a été marquée par la multiplication des incidents, notamment avec les Philippines autour du récif de Scarborough [4], mais aussi avec le Vietnam autour des îles Spratleys et avec le Japon à propos des îles Senkaku/ Diaoyou. L’affirmation de la puissance maritime chinoise, tout comme la montée des nationalismes de part et d’autre, ont ravivé les querelles régionales, largement attisées par les Etats-Unis qui cherchent à contenir le rôle de Pékin en Asie. Longtemps discret, M. Xi a fini par mettre en garde Washington contre toute intervention dans ce que Pékin considère comme des problèmes bilatéraux.

Devant l’armée, il a tenu un discours aussi musclé qu’étonnant autour de ce qu’il nomme le « rêve chinois » de régénération du pays. « Ce rêve, a t-il précisé, peut être considéré comme le rêve d’une nation forte, et pour les militaires, c’est le rêve d’une armée forte. Nous devons atteindre le grand renouveau de la nation chinoise, et nous devons assurer l’union entre un pays prospère et une armée forte. » De quoi plaire aux nationalistes chinois dont une partie considère que l’ancien président Hu était beaucoup trop mou, face à Washington et Tokyo.

- Corée du Nord. Cela fait des années que la République populaire démocratique de Corée (RPDC) et ses velléités nucléaires donnent des sueurs froides aux dirigeants chinois. Pékin voit d’un mauvais œil l’arrivée d’une puissance nucléaire sur ses marges et redoute que Tokyo s’en serve comme prétexte pour relancer ses projets. Pour la première fois, la Chine a condamné le dernier essai nucléaire de Pyongyang et réclamé des sanctions aux côtés de Washington et de Moscou. Les pressions plus ou moins discrètes, dont les restrictions dans les livraisons de pétrole, comme l’avait indiqué le spécialiste chinois Shen Dingli dans Le Monde diplomatique dès novembre 2006, se sont avérées inefficaces. Aujourd’hui, l’entêtement nord-coréen « décrédibilise la diplomatie chinoise », explique-t-il dans Foreign Policy. Pourtant Pékin ira t-il au-delà de la simple condamnation verbale, au risque de déstabiliser son voisin réfractaire ? M. Xi est resté d’une discrétion exemplaire.

- Cyberespionnage. Ces derniers mois, les relations avec les Etats-Unis se sont détériorées, en raison des condamnations verbales de l’ancienne secrétaire d’Etat Hillary Clinton dans les conflits en mer de Chine et, plus récemment, à cause de l’accusation de cyberespionnage. Les révélations de Mandiant, au sujet d’une société de cybersécurité, ont mis le feu aux poudres. Une unité de l’armée chinoise, connue sous le numéro 61 398 coordonnerait l’activité de « hackers », ayant recours à 1 000 serveurs localisés dans une dizaine de pays afin de s’approprier aussi bien des données économiques que techniques ou militaires un peu partout dans le monde. Quelle est la part de vérité dans ces révélations qui fleurent bon la guerre froide ? Evidemment les dirigeants chinois démentent, faisant valoir qu’en matière de cybertechonologie, les Etats-Unis et le Pentagone n’ont rien à envier à la Chine et son armée. Le récent rapport des deux spécialistes américains Keneth Liberthal et Peter W. Singer appelle à se débarrasser des mentalités de guerre froide pour instaurer un dialogue et un code de bonne conduite (Lire « Cybersecurity ans US-China Relations », Brookings, février 2013).

Entre l’affirmation par Pékin de son émergence sur la scène mondiale et la volonté américaine de reprendre la main dans le Pacifique, les relations entre les deux premières économies mondiale connaissent un tournant. Mais aucune des deux n’a intérêt à l’affrontement. En tout cas, c’est à Moscou que M. Xi effectuera sa première sortie en tant que président de la République.

par Martine Bulard, mondediplo.net

Notes

[1] L’Assemblée nationale populaire se tient du 3 au 10 mars.

[2] Elle comprend des membres du PCC (40 %) des huit « partis démocratiques » officiellement reconnus (parmi lesquels le Comité révolutionnaire du Guomindang de Chine, la Ligue démocratique de Chine, l’Association pour la construction démocratique de la Chine, l’Association chinoise pour la Démocratie, le Parti démocratique paysan et ouvrier de Chine, la Ligue pour l’Autonomie démocratique de Taiwan…), des personnalités sans parti.

[3] China daily, Pékin, 6 février 2013.

[4] Lire Stephanie Kleine-Ahlbrandt, « Guerre des nationalismes en mer de Chine, Le Monde diplomatique, novembre 2012.

5 marzo 2013

Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany

Gordon Welters for The New York Times
Klaus Born, in black T-shirt, center, at a Berlin gay bar. He views his conviction in the 1960s as a moral affront and a legal stigma.

Klaus Born vividly recalls his first brush with the law, which took place along a quiet street in West Berlin in the 1960s, when being gay carried a prison sentence on both sides of the Berlin Wall.

Mr. Born and another man had driven to a dark parking lot and crawled into the back seat. Once they began having sex, they saw bright flashlights and heard brusque voices as they were surrounded. A police car was idling nearby, ready to take them away.

“I was terrified. I had no idea what they were going to do to me,” said Mr. Born, 68, who spent a little over a month in prison after the episode. “ ‘Gay pig,’ they always used to say.”

According to the law, his conviction still stands, which Mr. Born considers a moral affront and a legal stigma that hurts to this day.

Germany’s failure to expunge the arrests of victims of a legal system that kept a Nazi-era ban on homosexuality on the books for decades after World War II is indicative of the slow pace of reforms on gay equality, despite a generally liberal populace.

The country’s foreign minister and the mayor of Berlin are both openly gay, and the Federal Constitutional Court has set multiple precedents to strengthening gay rights under the Basic Law, Germany’s Constitution, most recently by expanding adoption rights for same-sex couples. But the dominant party here, Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats, and its Bavarian sister party, the Christian Social Union, long champions of traditional family values, still drag their feet when it comes to gay equality.

When leading members of Ms. Merkel’s party went on the record last month saying they were ready to consider equal tax benefits for gay couples, their comments drew swift criticism from the party’s socially conservative wing.

Yet with a general election approaching in September, Ms. Merkel appears aware that a shift to the left on gay issues, similar to left-of-center stances she has taken on military conscription and the minimum wage, could undercut her opponents’ campaign by giving them one less thing to criticize. So there may yet be a further move before the election to clear the records of gays persecuted in the past.

Men who were forced to wear the pink triangle, the Nazis’ way of identifying homosexuals in concentration camps, received a measure of justice in 2002 when the German government formally apologized and agreed to compensate them. In 2008, Berlin unveiled a memorial for the Holocaust’s gay victims, a tall concrete slab with a TV screen on one side that displays a video loop of two men or two women kissing.

But victims of Germany’s postwar homophobia have received only modest redress. Parliament officially apologized to them in 2000, but roughly 50,000 men persecuted after World War II have yet to have convictions of sodomy stricken from their police records, according to Manfred Bruns, a retired federal prosecutor and an executive board member at the Lesbian and Gay Federation in Germany.

No one seems to know how many of those people are still alive, or if they would come forward to seek redress. But calls are growing for Germany to clear the records of remaining victims before they die. Volker Beck, a lawmaker with the opposition Greens and a proponent of gay rights, is one of several members of Parliament who are pushing for legislation that would expunge the records and perhaps offer financial compensation.

“For a lot of these men, criminal persecution in the ’50s spelled disaster for their entire civil existence,” he said.

The road to a cleared record is bumpy still. In particular, a 1957 decision from the Constitutional Court declared the homophobic law, better known as Paragraph 175, to be constitutional, solidifying its place in West German law. The law’s scope was limited in 1969, but homosexuality was not formally decriminalized until 1994.

To clear the victims’ records, Parliament would effectively have to overrule that 1957 Constitutional Court finding — an especially contentious move in a country where there is deep respect for judicial authority. There is also debate over whether Parliament has the power to effectively overrule court decisions that were made in a very different era.

“In the 1950s and ’60s West Germany viewed itself as a Christian, Occidental society rather than a pluralistic one,” noted Mr. Bruns.

To date, Germany has expunged the records only of people caught up in the draconian legal systems of Nazism and East German Communism. “There is no mechanism for getting rid of old Constitutional Court decisions,” Mr. Bruns said. “When the court’s view of the law changes, then it simply rules accordingly and old verdicts are paved over.”

An important hearing before a parliamentary committee in May could determine whether a law is passed or even drafted by September.

Mr. Born said he just wants his record cleared before he dies.

Sitting in his ground-floor apartment here, surrounded by souvenirs from decades of travel, Mr. Born flipped through a dusty album until he came to an old photograph of himself clad in black leather from head to toe and beaming at the camera. He treasures his keepsakes from years ago, when his partner, Jürgen, was still alive.

“It’s not about the money. No one cares about that,” Mr. Born said. “These convictions hurt people.”

 By Chris Cotrell
New York Times.com
A version of this article appeared in print on March 5, 2013, on page A12 of the New York edition with the headline: Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany.
5 marzo 2013

Racist Incidents Stun Campus and Halt Classes at Oberlin

Oberlin College, known as much for ardent liberalism as for academic excellence, canceled classes on Monday and convened a “day of solidarity” after the latest in a monthlong string of what it called hate-related incidents and vandalism.

At an emotional gathering in the packed 1,200-seat campus chapel, the college president, Marvin Krislov, apologized on behalf of the college to students who felt threatened by the incidents and said classes were canceled for “a different type of educational exercise,” one intended to hold “an honest discussion, even a difficult discussion.”

In the last month, racist, anti-Semitic and antigay messages have been left around campus, a jarring incongruity in a place with the liberal political leanings and traditions of Oberlin, a school of 2,800 students in Ohio, about 30 miles southwest of Cleveland. Guides to colleges routinely list it as among the most progressive, activist and gay-friendly schools in the country.

The incidents included slurs written on Black History Month posters, drawings of swastikas and the message “Whites Only” scrawled above a water fountain. After midnight on Sunday, someone reported seeing a person dressed in a white robe and hood near the Afrikan Heritage House. Mr. Krislov and three deans announced the sighting in a community-wide e-mail early Monday morning.

“From what we have seen we believe these actions are the work of a very small number of cowardly people,” Mr. Krislov told students, declining to give further details because the campus security department and the Oberlin city police are investigating.

A college spokesman, Scott Wargo, said investigators had not determined whether the suspect or suspects were students or from off-campus.

Several students who spoke out at the campuswide meeting criticized the administration, saying it was not doing enough to create a “safe and inclusive” environment and was taking action only when prodded by student activists. But beyond the chapel, many students praised the administration for a decisive response.

“I was pretty shocked it would happen here,” said Sarah Kahl, a 19-year-old freshman from Boston. “It’s a little scary.” She said there was an implied threat behind the incidents. “That’s why this day is so important, so urgent.”

Meredith Gadsby, the chairwoman of the Afrikana Studies department, which hosted a teach-in at midday attended by about 300 students, said, “Many of our students feel very frightened, very insecure.”

One purpose of the teach-in was to make students aware of groups that have formed, some in the past 24 hours in dorms, to respond.

“They’ll be addressing ways to publicly respond to the bias incidents with what I call positive propaganda, and let people know, whoever the culprits are, that they’re being watched, and people are taking care of themselves and each other,” Dr. Gadsby said.

The opinion of many students was that the incidents did not reflect a prevailing bigotry on campus, and may well be the work of someone just trying to stir trouble. “It seems to bark worse than it bites,” said Cooper McDonald, a 19-year-old sophomore from Newton, Mass.

“I can’t see many of my classmates — any of my classmates — doing things like this,” he said. “It doesn’t reflect the town, either.”

He added: “The way the school handled it was awesome. It’s not an angry response, it’s all very positive.”

The report of a person in a costume meant to evoke the Ku Klux Klan added a more threatening element than earlier incidents. The convocation with the president and deans, originally scheduled for Wednesday, was moved overnight, to Monday. “When it was just graffiti people were alarmed and disturbed. But this is much more threatening,” said Mim Halpern, 18, a freshman from Toronto.

There were few details of the sighting, which occurred at 1:30 a.m. on Monday, Mr. Wargo said. The person who reported it was in a car “and came back around and didn’t see the individual again,” he added.

Anne Trubek, an associate professor in the English department, said that in her 15 years at Oberlin there had been earlier bias incidents but none so provocative. “They were relatively minor events that would not be a large hullabaloo elsewhere, but because Oberlin is so attuned to these issues they get addressed very quickly,” she said.

Founded in 1833, Oberlin was one of the first colleges in the nation to educate women and men together, and one of the first to admit black students. Before the Civil War, it was an abolitionist hotbed and an important stop on the Underground Railroad.

Richard Pérez-Peña reported from Oberlin, and Trip Gabriel from New York.

New York Times.com

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
18 gennaio 2013

L’«Abenomics» batte l’Europa senza crescita

Mentre l’Europa continua a insistere su rigore fiscale e pareggi di bilancio senza crescita, il Giappone promuove una aggressiva strategia di incremento della spesa pubblica e politiche monetarie espansive per rilanciare la propria economia. È ora che anche nel Vecchio Continente le Merkenomics siano messe da parte.

Abenomics: così è stata battezzata la strategia del nuovo primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che punta ad una politica economica della crescita con l’innovazione e gli investimenti, la domanda interna e le esportazioni.
La Abenomics, che si compone di due politiche connesse (quella di economia reale; quella di economia monetaria), ha già generato un ampio dibattito sia per le probabilità di successo sia per i rischi che ne possono derivare al Giappone ma anche ai rapporti valutari ed economici internazionali. Compresi quelli con l’eurozona che ci interessano maggiormente anche se l’analisi dovrebbe riguardare Uem, Usa, Giappone e Cina. Cioè le quattro maggiori economie del mondo.

Il programma giapponese si basa su una forte espansione di spesa pubblica con un primo intervento di circa 10 trilioni di yen ovvero di circa 85 miliardi di euro ad opera del governo centrale che dovrebbe essere affiancato da un altro analogo dei governi locali e dei capitali privati. Si arriverebbe a un intervento pari a 170 miliardi di euro finalizzati a incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese. Il Governo ritiene che il programma dovrebbe portare già nell’anno fiscale 2013 (che inizia ad aprile) ad una crescita del Pil del 2% con conseguente aumento di 600 mila posti di lavoro.

Questa politica aggressiva di spesa pubblica va valutata in relazione a due aspetti dell’economia giapponese. Il primo è la deflazione di cui il Giappone soffre da 15 anni e dalla quale vuole uscire. La situazione non è tuttavia peggiorata, comparativamente all’Eurozona, nel corso della crisi iniziata nel 2008. Anzi. Infatti nel 2012 il Pil cresce intorno al 2,2% (la Uem cala dello 0,4), la disoccupazione è al 4,5% (la Uem è sopra l’11%), la bilancia dei pagamenti di parte corrente (e cioè il saldo tra esportazioni ed importazioni del Giappone per beni, servizi e redditi) è all’1,6% del Pil (nella Uem è all’1,1%). Il secondo aspetto riguarda le finanze pubbliche dalle quali verrà lo stimolo alla crescita. Nel 2012 il debito pubblico lordo sul Pil è pari al 236% e il deficit sul pil pari al 10% e qui la Uem è ben più solida. In queste condizioni avviare una politica di spesa pubblica appare un azzardo che il Governo nipponico affronta però con due ammortizzatori. Uno riguarda il finanziamento del debito pubblico che per la quasi totalità è detenuto all’interno del Giappone e sul quale si pagano tassi di interesse sui decennali allo 0,82% e quindi minori di quelli tedeschi e americani.
L’altro riguarda l’enorme entità di crediti sull’estero accumulati con i surplus commerciali.

Nella sfida giapponese vi è anche un profilo di geo-economia dove il Giappone sta arretrando rispetto alla Cina. La quota del suo Pil su quello mondiale (in termini di parità di potere d’acquisto) nel 2000 era al 7,6% e quella della Cina al 7,1%,nel 2012 è al 5,5% e quella della Cina al 14,9%, nel 2017 è prevista al 4,8% e quella della Cina al 18,2%. Anche in termini di dollari correnti la Cina ha già superato il Giappone.
Per spingere sulla crescita la Abenomics punta anche ad una forte espansione monetaria della Banca Centrale Giapponese per contribuire al sostegno dell’occupazione e della crescita alzando subito il limite di inflazione accettabile dall’attuale 1% (mentre quella effettiva è allo zero) al 2% ed in prospettiva al 3%. A ciò viene aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che hanno subito un forte rallentamento nel 2012 anche a causa della recessione in Usa e Ue.

Sin qui la Abenomics che ha già avuto alcuni effetti come quello di indebolire lo yen e di rilanciare le quotazioni delle azioni nipponiche.
È chiaro che la Abenomics ha molti rischi sia interni che esterni al Giappone e che sarebbe molto meglio un concerto tra Uem, Usa, Giappone e Cina per evitare bolle e guerre valutarie.
In attesa del “concerto” la Uem dovrebbe però convincersi che la Merkenomics del rigore fiscale e dei pareggi di bilancio senza crescita peggiorerà con la Abenomics. Infatti l’euro da fine luglio (quando Draghi lo salvò) ad oggi ha guadagnato circa il 25% sullo Yen (e il 10% sul dollaro). Ne seguirà un calo delle esportazioni della Uem che rallenterà la nostra ripresa o prolungherà la recessione. Dalla quale non si uscirà sperando in un aumento della domanda aggregata solo in virtù delle liberalizzazioni e della politica monetaria della Bce che non arriva alle imprese.

Bisogna allora finanziare i programmi di investimenti infrastrutturali e in ricerca e sviluppo (di Europa 2020 e di Horizon 2020). A tal fine potremmo avere un sostegno dalla Abenomics che con le riserve valutarie punta anche all’acquisto di obbligazioni del Fondo Europeo Esm che andrebbe subito trasformato in Fondo Finanziario Europeo per mettere in sicurezza una parte dei debiti pubblici nazionali e per finanziare i nostri investimenti. È la nota ricetta degli EuroUnionBond che, senza correre i rischi eccessivi della Abenomics, ci consentirebbero di passare dalla Merkenomics recessiva alla Euronomics espansiva.

di Alberto Quadrio Curzio, da Il Sole 24 Ore

18 gennaio 2013

Chi ha dimenticato l’Europa dei diritti

“È l’Europa che ce lo chiede”: quante volte abbiamo sentito questa frase? A causa di essa, negli ultimi anni, l’Europa è diventata sinonimo di sacrifici e compressione dei diritti. Ma l’Europa non è solo questo: è la custode della democrazia pluralista, più che dell’ortodossia finanziaria. E’ la madre della Carta dei diritti e del trattato di Lisbona, oltre che dei parametri del Fiscal compact.

Da lontano Castello che era, affidato a guardiani poco visibili, l’Europa è divenuta in questi anni presenza più che mai tangibile. e più del previsto soverchiante. È entrata nel linguaggio di ciascuno, insediandosi imperiosa nelle nostre menti: sotto forma di incubo purtroppo, anziché di speranza. Chissà, forse il Nobel le è stato attribuito proprio per questo: perché davvero è nostra patria, anche se fatta nascere col forcipe, forza che coarta senza sostenere. Perché ci è diventata, come il dolore, in Rilke: luogo, campo, suolo, dimora, nostro cupo sempreverde. Forse era tanto più apprezzata quando era lontana dalle sue genti, quando era assente nel discorso pubblico e i popoli non la percepivano ancora come madre matrigna, ma madre pur sempre. Se c’è un vantaggio, nella crisi che sperimentiamo, è questo nostro entrare, obtorto collo, nel Castello fino a ieri così impenetrabile.

È un vantaggio perché finalmente possiamo discuterla, quest’Unione che d’un colpo irrompe nelle nostre vite e di continuo ci fa ripetere, come automi: “Ce lo dice l’Europa”. Lo abbiamo visto in Grecia, Spagna, Francia; lo constatiamo in Italia, in Germania: non c’è elezione, ormai, dove il linguaggio dei politici non sia costretto a farsi europeo. In Italia lo dobbiamo alla fine del berlusconismo, alla biografia di Monti. Ma non siamo gli unici a vivere questa trasformazione, che tanti subiscono con risentimento.
Il cambio di pelle non sembra far altro che impoverire le genti, e perfino le loro Costituzioni. Discutere l’Europa vuol dire non considerare fatale, indiscutibile, questo chiudersi di orizzonti.

Chi sente con dolore tale metamorfosi non ha tutti i torti, perché è vero che l’euro e i suoi custodi non sono affiancati da un potere politico egualmente comune, che raddrizzi squilibri e disuguaglianze fra nazioni e dentro le nazioni, che eviti la riduzione dei governi a comitati d’affari. Resta che l’Unione non è solo la moneta, come pretendono le agende dei partiti nazionali; né è solo una storia di conti da tenere in ordine, di debiti pubblici da abbattere con l’ascia fredda della Signora morte. Fin da ora essa è più ricca, vasta. Ha un Parlamento dove ci si esercita a parlare europeo. È custode della democrazia pluralista, più che di un’ortodossia finanziaria. Ha strumenti come la Carta dei diritti fondamentali, approvata nel 2000 e divenuta pienamente vincolante nel 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona.

Sono anni che Stefano Rodotà insiste su questa realtà, volutamente negletta, se non sprezzata, dai singoli governi. Ancora di recente, il 12 gennaio su Repubblica, lo ha ricordato, parlando del diritto degli omosessuali a unirsi e adottare figli: la Carta europea dei diritti ha lo stesso valore giuridico dei trattati, dei Fiscal compact, ed esiste per proteggere ogni minoranza etnica, religiosa; ogni stile di vita che non offenda la collettività. Corregge le indiscipline democratiche, non solo quelle contabili. È colpa dei politici nazionali se tale realtà è occultata; se solo i lacci economici sono l’obbligazione che ci lega. Se la lunga, complessa storia europea si riduce a un Decalogo finanziario.

Questo significa che l’Europa ci soverchia, sì, ma in maniera selettiva. Che il suo potere è troppo debole, non troppo forte. Che ancora deve nascere e imporsi come Stato di diritto, come garante sovranazionale della laicità, chiamato a proteggere i cittadini da interferenze di chiese e sette che si nutrono della fatiscenza dei vecchi Stati nazione. In Francia tutte le religioni, esclusa la buddista, si mobilitano compatte contro un disegno di legge sul matrimonio gay. È segno che gli Stati, meno sovrani, fronteggiano più faticosamente le ingerenze di lobby e chiese. Di qui l’importanza della Carta dei diritti, adottata non a caso nel mezzo della crisi.

L’Europa è un’impresa incompiuta ma non priva di forza, se solo volesse usarla e difendere un pluralismo gravemente danneggiato. Potrebbe farsi sentire sui matrimoni gay, sui nuovi modelli di famiglia: l’articolo 9 della Carta dei diritti non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso. Potrebbe obbligare a rispettare i diritti delle proprie minoranze etniche: in particolare i 10-12 milioni di rom e sinti che abitano l’Unione. Siamo in un’epoca di transizione, come ai tempi di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Nel maggio scorso l’Europa ha ordinato agli Stati di integrare meglio i rom, e predisposto fondi a questo scopo. Ben poco è stato fatto, disattesi sono gli articoli 15, 18, 52 della Carta, e i rom continuano a soffrire discriminazioni, soprusi, deportazioni forzate, nell’Occidente europeo e soprattutto in Est Europa.

La fine dell’impero sovietico non ha messo fine alle loro pene. Le ha enormemente acuite. In Slovacchia, Romania, Ungheria, i rom e i sinti sono trattati come reietti, man mano che dilaga la crisi, ed esposti a violenze crescenti. Risale all’inizio del 2013 un articolo di Zsolt Bayer, amico personale del Premier Viktor Orbán e fondatore con lui del partito Fidesz, che commentando una rissa di Capodanno scoppiata presso Budapest ha concluso che i rom “sono un’etnia inadatta a coesistere con le persone. Sono zingari che sfruttano i ‘progressì di un occidente idiotizzato. Sono animali e si comportano da animali. Animali che non dovrebbero avere il diritto di esistere. Una soluzione s’impone: immediatamente e quale che sia il metodo”. Il partito di governo non ha pronunciato una sola parola di condanna della soluzione finale proposta dall’amico Bayer.

Ma non solo in Est Europa i rom sono ritenuti liquidabili. Indagini europee descrivono maltrattamenti anche in Italia, Francia. Nel nostro paese già conosciamo la xenofobia della Lega: siamo i precursori di un fenomeno ormai continentale. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, in una lettera pastorale del settembre scorso. Chiedendosi se sapremo garantire diritti e dignità alla più numerosa minoranza europea ha detto: “Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia di vivibilità, in cui crescono violenza e delinquenza”. La “sempre più bassa aspettativa di vita dei Rom, in un Paese longevo come il nostro”, è indice del loro stato di abbandono e povertà. Decerebrata, l’Europa dimentica perché decise di unirsi, dopo la guerra: lo fece perché non si ripetesse l’annientamento degli ebrei, dei Rom e Sinti, dei gay, dei malati di mente. L’Europa non può, senza perdersi, fare il muso duro con Atene e non con Budapest. Minacciare di cacciare l’una, non l’altra.

Il 2013 è stato proclamato Anno europeo dei cittadini, dunque dei diritti-doveri che comporta per ognuno l’acquisizione della cittadinanza europea, accanto a quella nazionale. Bruxelles ne è consapevole quando negozia l’adesione degli Stati, ponendo condizioni democratiche stringenti. Grecia, Spagna, Portogallo, e poi tutto l’Est Europa, entrarono nella Comunità quando si liberarono delle dittature. È il dopo-ingresso che non viene seguito, vigilato. Una volta dentro tutto diventa possibile: il ritorno dell’intolleranza, le Costituzioni democratiche offese, le chiese che reclamano nuovi poteri che non dovrebbero avere (sui corpi dei cittadini in primis: nascita, sesso, morte).

La Carta dei diritti, il trattato di Lisbona, i parametri del Fiscal compact: l’Europa è tutte queste cose insieme. Solo così vien tolta centralità assoluta all’economia, e rimesso al centro quel che tocca a ogni costo salvare: lo Stato di diritto. Altrimenti non ci resta che l’Europa matrigna, e l’accidiosa rinuncia di cui parla Karl Popper: “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti. Anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione”.

di Barbara Spinelli, da Repubblica

18 gennaio 2013

La razionalità sostanziale è finita in Cina

Tra mezzi, fini e conseguenze non è possibile promuovere una sistemazione valevole universalmente. Ed anche la razionalità “sostanziale” può avere solo un campo “locale” di incidenza. La Cina come ultima scena dell’utopia della perfetta congiunzione fra razionalità sostanziale e strumentale.

Abbiamo letto tutti migliaia di parole spese per criticare la razionalità strumentale, quella che sembra consistere nella selezione dei fini in base ai mezzi. Se fini e mezzi costituissero un sistema ben ordinato, in cui i fini più importanti avessero sempre a disposizione i mezzi per realizzarsi, razionalità strumentale e sostanziale coinciderebbero. Se i mezzi obbedissero a una gerarchia di disponibilità e i fini a una di importanza, e le due gerarchie non coincidessero, la razionalità strumentale consisterebbe nel far valere la gerarchia dei mezzi, per selezionare i fini. Se l’ordine dei mezzi consentisse una scelta tra fini diversi, le connessioni tra mezzi e fini potrebbero essere ulteriormente valutate in base alle conseguenze che generano. Il primato dei mezzi sui fini è di solito attribuito all’utilitarismo, mentre quella che vagamente si intende con etica della responsabilità sembra consistere essenzialmente nel rilievo accordato alle conseguenze.

È difficile immaginare un sistema in cui mezzi e conseguenze determinino completamente i fini. Era un tipo di razionalità appena adombrato da Max Weber, che interpretava così l’economia marginalistica, considerandola però come un tipo ideale. Il livello elementare dei mezzi che condizionano la scelta dei fini può essere identificato con la natura. Per i filosofi antichi si trattava di un livello assai vicino a quello dei fini. Per Aristotele avrebbe avuto senso dire che non si può deliberare di volare o di andare sulla luna, cioè che non ci si può seriamente porre un fine del genere, mentre oggi volare è alla portata di molte persone e non è impossibile andare sulla luna. Si è messa di mezzo la tecnica, che può essere vista in due modi: come obbedienza alla natura, secondo la formula baconiana, o come sfruttamento della natura. Secondo la prima formula la tecnica avvicinerebbe l’uomo alla natura, sostituendo all’immagine fittizia dei mezzi naturali, costruita dai filosofi antichi, un sistema autentico di mezzi disponibili, con una pressione sempre più alta dei mezzi sui fini, via via che crescono le conoscenze tecnologiche. Questa è la prospettiva disegnata dai filosofi ossessionati dai progressi della tecnica, alimentata dalla forte crescita della conoscenza scientifica. Se la si considera uno sfruttamento della natura, si tende a vedere nella tecnica un allontanamento dalla natura, che condurrà alla sua distruzione, almeno come ambiente ospitale per la specie umana. Anziché essere uno strumento utile per arricchire il novero dei mezzi disponibili e metterli in ordine, in modo da coordinare sempre meglio fini e mezzi, la tecnica diventa l’imposizione dei fini ai mezzi naturali, che non tiene conto della loro conservazione.

Queste sono drammatizzazioni, perché, quando si prendono decisioni, si cercano compromessi tra fini, mezzi e conseguenze. L’esortazione a essere ragionevoli si riferisce talvolta ai mezzi, talvolta alle conseguenze, talvolta anche alla tolleranza verso il perseguimento di fini improbabili. Lo schema mezzi-fini, che è locale, perché spesso un termine è mezzo e anche fine, mal si presta alle generalizzazioni alle quali la teoria filosofica della ragione mira ad arrivare. Localmente i rapporti tra mezzi e fini si sistemano, ma i filosofi hanno sempre cercato di usare quello schema per costruire una sistemazione globale. Essi hanno spesso cercato la natura, che sembra costituire il limite delle scelte umane, ma anche la suggeritrice delle scelte che mettono in pericolo l’ordine naturale. Aristotele, pur ritenendo che mezzi e fini rientrassero in un ordine naturale ben costruito, in cui c’era spazio anche per i piaceri dovuti alla soddisfazione dei desideri, pensava che quell’ordine potesse essere turbato, se i desideri non stavano al loro posto.

Platone e Aristotele sapevano come si coordinano i mezzi ai fini, per esempio per costruire un tempio o per fare un calcolo, Aristotele sapeva che certe grandezze fisiche hanno tra loro un rapporto proporzionale e che, se in questi rapporti compare il nulla (lo zero), compare anche l’infinito e la situazione diventa indeterminata. Essi pensavano che questi schemi si applicassero anche in generale, dove non ci sono templi da costruire o calcoli da fare. Si chiamava logos tanto un rapporto quanto un discorso ed espressioni come  “sii ragionevole”, “ho ragione”, “è una buona ragione per”, “è un buon ragionamento” potevano essere ricondotte al logos, la facoltà per cui, a differenza degli animali, siamo capaci di parlare. I filosofi volevano trovare qualcosa di comune tra tutti questi usi, qualcosa che avesse la sicurezza e la generalità del calcolo o dell’ordine naturale, che essi credevano di riscontrare negli astri, regolatori delle stagioni e dei giorni, fondamento del calendario, punti di orientamento nella navigazione. A questo scopo occorreva tener lontane le situazioni nelle quali una componente della natura umana, quella in cui si generano i desideri e si godono i piaceri, possa turbare l’ordine generale della natura.

Platone vedeva nell’indeterminazione dei processi naturali la vera ragione per cui, come avrebbero detto gli gnostici, la natura è intrinsecamente cattiva; poi, quando la meccanica ne propose un’immagine in cui l’indeterminazione era fin troppo assente, ai filosofi, che continuavano a pensarla come un sistema di mezzi offerti alle azioni umane, la natura parve qualcosa di estraneo. Allora i filosofi si sentirono liberi di dichiarare che le norme sono del tutto svincolate dall’ordine delle cose, il dover essere dall’essere. Lo fece Hume, che dell’ordine naturale dava un’immagine debole, ma anche Kant, che ne dava un’immagine forte. Hume pensava che le regole dovessero favorire la socialità; per Kant, che considerava la storia lo scenario nel quale si collocano le regole, in una storia infinita gli uomini si sarebbero diretti sempre di più verso l’obbedienza a regole non dettate da interessi. Se la natura non può suggerire nulla che determini troppo strettamente le norme da seguire, non sarà la ricerca dei mezzi disponibili a costituire la razionalità, perché la realizzabilità di ciò che ci si propone è assicurata dalla validità della norma stessa. Lo spostamento della razionalità dalla natura alla storia, suggerito da Kant, ha avuto seguito: le ideologie ottocentesche e novecentesche sono state tutte fondate su filosofie della storia e sono state tutte progetti che pretendevano di essere autogarantiti, cioè di avere in se stessi le condizioni per la loro sicura realizzazione. Liberalismo, socialismo, democrazia, nazionalismo, comunismo sono state dottrine di questo genere. La più emblematica è la versione marxista del comunismo, per la quale il naufragio dei sistemi economici, costruiti per il miglior sfruttamento delle risorse, conduce all’instaurazione della miglior società possibile.

Quando diceva che la razionalità puramente strumentale è un tipo ideale, mentre la razionalità reale subordina la ricerca dei mezzi alla scelta di valori da realizzare, Weber teneva presenti le ideologie, che sono pacchetti di mezzi e fini preconfezionati. Con la dissoluzione delle ideologie è ricomparsa la libera articolazione, humiana e kantiana, tra l’ordine naturale delle cose e l’ordine morale dei fini, e i filosofi hanno ripreso a criticare i tentativi di vagliare le proposte di fini in base ai mezzi, considerati forme di strategia conservatrice, che mira a respingere qualsiasi correzione di una situazione storica o sociale. Così, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si è riabilitato il concetto di utopia, intesa come un programma realizzabile per mezzo di una rivoluzione, che, nel mondo economicamente progredito, non avrebbe neppure bisogno di essere violenta, perché si tratterebbe soltanto di abolire le limitazioni sui mezzi, non più giustificate, dopo che essi sono diventati abbondanti, per l’alta produttività delle società industriali.

Le ideologie non si lasciano mescolare facilmente, perché ciascuna di esse pretende di inglobare le istanze positive presenti nelle altre. Già Weber, con l’immagine del “politeismo dei valori”, aveva preso atto dell’inconciliabilità delle ideologie e dell’impossibilità di scegliere tra esse, se non facendo intervenire la considerazione delle conseguenze: era questo il contenuto dell’etica della responsabilità, che egli aveva proposto senza entrare nei particolari. Invece John Rawls è arrivato a proporre un compromesso tra le ideologie, dopo essere partito dal confronto delle ideologie con le loro condizioni di possibilità economiche. L’economia rappresenta il punto in cui la natura si incontra con la cultura e ne fa sentire i limiti. La poca fortuna di cui gode oggi la scienza economica, dopo le promesse del keynesismo, dell’economia del benessere, del neoliberismo e del monetarismo, ha fatto dimenticare che la crisi delle ideologie è stata anche in parte dovuto alla loro incapacità di rispondere ai problemi economici. Le utopie degli economisti non hanno retto alla prova più di quelle degli ideologi, ma della teoria economica è rimasto almeno il lascito negativo, cioè la sua utilità nel mettere in luce il costo delle utopie sociali o politiche, spesso taciuto da chi le proponeva.

È possibile riprendere l’antinaturalismo di Hume e More, cui spesso i filosofi si rifanno, per celebrare l’autonomia del piano normativo, in un senso diverso da quello solito. La considerazione delle condizioni di fatto, quali per esempio le teorie economiche illustrano, non danno indicazioni positive sulle ideologie possibili, ma ne danno di negative, cioè non offrono ciò che la ragione sostanziale pretendeva di dare e tolgono credibilità alle sue finzioni. Per esempio, gli eredi di ideologie, anche di quelle che un tempo avrebbero respinto come un inganno intellettuale il concetto scolastico di bene comune, oggi lo hanno riscoperto; ma, se si richiede all’economia di dare un contenuto a quell’idea, si scopre che il sapere economico, che non voglia essere ideologico o utopistico, ci da delle certezze asimmetriche, quelle per le quali è possibile indicare di volta in volta gli interessi particolari promossi o sacrificati, ma senza poter individuare un interesse comune. Già la razionalità strumentale, più si fa particolareggiata, più si fa locale, ma le proposte fatte in nome della razionalità sostanziale, proprio perché sono costituite da un fitto intreccio di mezzi e fini, sono ancora più locali, e il farne un prodotto della ragione serve soltanto a nascondere la loro modesta estensione

Chi ha ripreso a coltivare le ideologie, messo di fronte alla “rivolta dei mezzi” contro i fini e alla loro anarchia, ha riscoperto l’idea, sempre cara ai filosofi, che esiste una classificazione di beni e di desideri. L’ideale platonico dello stato commerciale chiuso, sorvegliato da guardiani, insieme intellettuali e soldati, capaci di sopprimere sul nascere i desideri inferiori e di bloccare la circolazione dei beni che li possano soddisfare, ritorna come modo per riproporre la ragione sostanziale. Quando anche i suoi nemici pensavano che la società industriale fosse una società opulenta o potenzialmente opulenta, bisognosa soltanto di una riorganizzazione, nella razionalità sostanziale, come instaurazione di una gerarchia corretta di desideri e di beni, si scorgeva un’operazione di libertà. Oggi, che l’opulenza sembra minacciata, ritorna il sogno platonico della società commerciale chiusa, in cui vanno repressi i bisogni fittizi e vietati i beni che servono a soddisfarli; e ritorna spesso con i tratti del sogno cinese. Un tempo coloro i quali vedevano nella Cina di Mao qualcosa di simile alla società naturale di Rousseau ammiravano la capacità, imprudentemente attribuita ai cinesi, di prevedere i terremoti, di fronte ai quali l’ambiziosa scienza occidentale deve arrendersi. Adesso la Cina efficiente dei capitalisti comunisti è dipinta come quella in cui sviluppo e sensibilità ecologica vanno finalmente insieme. Che i tirannici burocrati cinesi, dopo i soldati filosofi e inquisitori di Platone, siano diventati gli ultimi sacerdoti della razionalità sostanziale?

Carlo Augusto Viano è Professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Torino. Fra i suoi contributi più recenti Laici in ginocchio (Laterza, 2006) e Stagioni filosofiche. La filosofia del Novecento fra Torino e l’Italia (il Mulino, 2007).

Micromega

Carlo Augusto Viano

11 ottobre 2012

Pechino e la slavina della corruzione

Corruzione e diritti umani: sono due ambiti per i quali la Cina – che si prepara al prossimo congresso del Pcc, il 18°, previsto per l’8 novembre – è attesa al varco. Il primo è un problema endemico del sistema politico e sociale nazionale, che le recenti vicende legate a Bo Xilai e allo scandalo causato dalla sua epurazione, hanno dimostrato appartenere anche ai livelli più alti dell’intellighenzia, e non covare solo nelle zone più periferiche del potere e del paese. Il secondo è un argomento scottante in tanti incontri internazionali e che spesso pone il Dragone in cattiva luce, nonostante i suoi progressi economici innegabili, rimanendo per altro un argomento del quale la Cina non rilascia da tempo numeri ufficiali.    A POCHE settimane dal congresso che segnerà il cambio di leadership del Partito arrivano due segnali: da un lato un piano quinquennale anti corruzione, con l’obiettivo di sterminare le cattive abitudini dei funzionari, dall’altro un Libro Bianco, primo nel suo genere in Cina, sulla riforma giudiziaria, nella quale per la prima volta viene balenata la possibilità di una riforma, ma non ancora un’abolizione, del campo di rieducazione.    Secondo quanto affermato da He Guoqiang, capo della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Pcc, negli ultimi 5 anni sarebbero 660mila i funzionari cinesi colpevoli di violazioni disciplinari. Molti sono finiti in carcere, 24mila, altri hanno affrontato sanzioni amministrative. Un problema che arriva anche ai livelli più alti del Partito, come ha sottolineato He, che ha citato il caso di Bo Xilai, ma anche quelli dell’ex ministro delle ferrovie e dell’ex sindaco di Shenzhen, tutti puniti duramente. Quella di stroncare la corruzione, o quanto meno dimostrare un impegno più attivo nel tentativo di combatterla , è un sentimento molto nitido nelle menti degli attuali detentori del potere: molti dei “potenti” di turno sono stati smascherati on line, colti nell’atto di indossare orologi o capi di vestiario troppo costosi per lo stipendio di un funzionario, che secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale di statistica, nel 2008, non superava i 5mila yuan, circa 600 euro. Lussi fuori luogo, tanto che il governo ha messo in piedi una scuola speciale per scovare il lusso di troppo.    E in questo periodo di cambiamento è arrivato anche il Libro Bianco sulle riforme del sistema giudiziario, che prende in esame una potenziale riforma del laojiao, il campo di rieducazione più noto con il termine di laogai (in disuso però dal 1990 e sostituito con un generico “prigione”). I laojiao vennero istituiti negli anni ‘50, per contrastare gli oppositori politici: campi di lavoro dove i condannati svolgevano mansioni pagati con un salario minimo. Oggi nel laojiao la polizia può mandare i condannati a 3 anni. Sono diminuiti i reati politici, ma continuano a essere un luogo in cui gestire al meglio i fastidi sociali del Partito comunista. Secondo le cifre fornite dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sarebbero circa 190mila i cinesi arrestati e detenuti nei 320 centri di rieducazione nel 2009 (la Cina ne denuncia la metà). L’opinione pubblica ha aumentato le critiche al sistema, specie dopo la storia che ha visto coinvolta una donna, condannata a 18 mesi in un campo di lavoro, perché aveva denunciato i documenti falsi di una corte, utilizzati a suo dire per diminuire le pene agli uomini che avevano rapito e stuprato sua figlia di 11 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

Bo Xilai    Ansa

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