Archive for ‘Mafia’

5 marzo 2013

Strage Borsellino, le richieste della procura nel processo abbreviato su via D’Amelio

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La procura di Caltanissetta ha chiesto ieri al gip Lirio Conti la condanna, rispettivamente a 13 e 10 anni di reclusione, per i collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina imputati nel processo abbreviato per la strage di via D’Amelio, il 19 luglio ‘92, in cui furono trucidati Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Per l’ex collaboratore Salvatore Candura, accusato di calunnia aggravata perchè avrebbe mentito nelle dichiarazioni rese ai magistrati contribuendo così alle condanne nei precedenti processi, sono stati chiesti 10 anni e mezzo di carcere. Il nuovo filone d’inchiesta è nato dalle dichiarazioni di Spatuzza che hanno portato anche alla scarcerazione di mafiosi e presunti mafiosi che erano stati condannati in via definitiva a seguito delle dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino.
Ad ottobre del 2011 la procura generale di Caltanissetta diretta da Roberto Scarpinato aveva avanzato la richiesta di sospensione della pena per boss del calibro di Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Gaetano Murana (condannati all’ergastolo), Vincenzo Scarantino e poi ancora Salvatore Candura, Salvatore Tomaselli e Giuseppe Orofino (condannati a pene fino a 9 anni). Per i condannati detenuti Scarpinato aveva chiesto la sospensione dell’esecuzione della pena; per Orofino, Tomaselli e Candura, che avevano già espiato la condanna, era stata chiesta solo la revisione. Nella sua requisitoria Sergio Lari ha sottolineato che Paolo Borsellino è stato ucciso perché di ostacolo alla trattativa Stato-mafia. “Paolo Borsellino sapeva, sapeva della trattativa che apparati dello Stato avevano avviato con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino – ha evidenziato Lari –. Totò Riina lo riteneva un ‘ostacolo’ alla trattativa con esponenti delle istituzioni, che gli ‘sembrava essere arrivata su un binario morto’ e che per questo il capo di Cosa Nostra voleva ‘rivitalizzare’ con la strage”. Il procuratore Lari ha ribadito che diversi collaboratori di giustizia avevano parlato dell’accelerazione della strage di via D’Amelio, tra questi Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca. Recentemente quest’ultimo ha evidenziato che: “Nel momento in cui cominciò la stagione stragista di attacco allo Stato, successivamente alla strage Falcone, cogliemmo dei segnali di debolezza da parte dello Stato e fu per questo che pensammo di sfruttare al massimo questa debolezza. Mi venne detto da Riina che vi era ‘un muro’ da superare ma in quel momento non mi venne fatto il nome di Borsellino. E’ sicuro, comunque, che vi fu una accelerazione nell’esecuzione della strage. Quando avvenne capii qual era il muro”. Dal canto suo il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, ha sottolineato “l’apporto fondamentale alle nuove indagini” scaturito dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. “Dichiarazioni che hanno permesso di aprire uno scenario nuovo e di scoprire che vi era stato un depistaggio”. Per Gozzo c’è stata “piena sincerità nelle confessioni da parte di Spatuzza, confessioni che sono riscontrate e che hanno permesso alla Procura non solo di ricostruire in maniera più dettagliata la dinamica della strage, ma anche di scoprire che in carcere vi erano degli innocenti”. Il ruolo di Fabio Tranchina è stato infine delineato dal sostituto procuratore nisseno Stefano Luciani. Tranchina ha di fatto indicato in Giuseppe Graviano l’uomo che ha schiacciato il pulsante che ha fatto esplodere l’autobomba in via D’Amelio. Per Luciani il pentimento di Tranchina è stato “travagliato” ma altrettanto “sincero”. Il processo è stato aggiornato a mercoledì prossimo.

di AMDuemila

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18 gennaio 2013

Ponte, un miliardo buttato

Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze. Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto

Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca. Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo. I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio. Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli. Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche. I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza. Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità? E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare? Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.

Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge. Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva. Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perché Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali. E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni. Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte. A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.

L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto. Perché le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone. Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività.

Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore. Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra. Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi. Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare. E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali ?€“ imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.

In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità). Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte. Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità.

di Paola Pilati, L’Espresso

18 gennaio 2013

Chi tace acconsente

Un magistrato, Pietro Grasso, tre giornalisti, Massimo Mucchetti, Rosaria Capacchione e Corradino Mineo, due filosofi, Michela Marzano e Franco Cassano, ma si potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei nomi che danno lustro alle liste del Partito democratico, personalità della società civile che hanno più che meritato nel loro campo professionale, e che dunque con le loro ineccepibili credenziali costituiscono l’atout irrinunciabile con cui il Pd prova a far dimenticare a tanti elettori, delusi e tentati dal non-voto, anni di inciuci, di subalternità, di latitanza (“Di’ qualcosa di sinistra” e “Con questi dirigenti non vinceremo mai” sono i fotogrammi indelebili di quegli anni).

Sono i fiori all’occhiello senza i quali le liste del Pd risulterebbero indigeribili anche agli stomachi più avvezzi ai grigiori di apparato e alle mediocrità di nomenklatura. Bersani ha svolto personalmente un lavoro di convincimento, perfettamente consapevole che senza questo “pacchetto di mischia” della società civile diffuso in tutte le circoscrizioni non avrebbe recuperato – malgrado il fuoco d’artificio delle primarie – neppure un’oncia dei milioni di elettori perduti negli scorsi anni.

Dunque, ciascuna delle personalità che abbiamo citato possiede, anche singolarmente e più che mai assieme alle altre, un potere enorme, una vera e propria golden share: possono dire a Bersani “o noi o loro” ed essere sicuri di vincere qualsiasi resistenza, di vedere la loro richiesta accolta integralmente.

“Loro” sono, ovviamente, gli IMPRESENTABILI, quella lunga processione di candidati che smentiscono i principi etico-politici che il Pd ricamerà su ogni manifesto e di cui il segretario Bersani e ogni altro dirigente si riempie la bocca in ogni talk show. Vladimiro Crisafulli detto Mirello è diventato il loro simbolo, ma i molti altri segnalati puntualmente su questo giornale non sono certo da meno. Non hanno condanne definitive, sfuggono alle maglie assai larghe del “codice etico” del Pd, ma costituiscono antropologicamente (e talvolta lombrosianamente) la perfetta antitesi dei Grasso, Mucchetti, Capacchione, Mineo, Marzano, Cassano…

Dipende solo da questi ultimi, se i Crisafulli & Co. entreranno in Parlamento a discreditarlo ulteriormente o saranno lasciati a casa. Basta che dicano con semplicità e fermezza a Bersani “o noi o loro”, e saranno esauditi all’istante, magari facendo felice un Segretario a cui era mancato il coraggio.

Avete in mano la carta della decisione, potete davvero far finta di nulla? In coscienza, ve la sentite?

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano

Vladimiro Crisafulli

14 ottobre 2012

A 100 passi dal letamaio nascon fiori

Pavia e Daccò. Pavia e la Maugeri assatanata di soldi. Pavia e i voti di ‘ndrangheta. Che bello scoprire a cento passi dai letamai i campi di fiori. Pavia e i giovani, Pavia e il ricordo di un Maestro in nome del quale parlare di diritto e di giustizia, di mafia e di cultura. Lo hanno fatto questa settimana per tre giorni gli allievi di Vittorio Grevi, il giurista cattolico intransigente e rigoroso, che mai si piegò alle mode e ai venti e che per questo mai fu candidato alla Corte Costituzionale come il suo prestigio avrebbe suggerito. “Mafie: legalità e istituzioni” si intitolava la rassegna, nata nel 2005 proprio per impulso di questo professore di procedura penale che per tenere la dottrina lontana dagli interessi non volle mai esercitare da avvocato.

GRAZIE A LUI l’università di Pavia è stato uno dei pochi luoghi dell’accademia italiana in cui per decenni si è discusso di mafia con profondità e continuità. Qui fece il suo ultimo intervento pubblico Giovanni Falcone su invito del professore, che non perdeva occasione di elaborare o difendere dottrina contro gli strafalcioni di un Palazzo in cerca perenne di impunità. Gli allievi di giurisprudenza sciamano nell’aula magna dell’università, nella bellissima chiesa sconsacrata di largo La Pira. Il Coordinamento per il diritto allo studio e l’Osservatorio antimafia come organizzatori. E “Jaromil” , rivista “per rabbia e per amore”. C’è chi ha conosciuto il prof nei corsi, chi lo ha appena sentito nominare ma è rimasto affascinato dalla sua fama. C’è chi ci ha lavorato insieme, come Giulia Cometti, il viso da adolescente, che con lui ha preso il dottorato di ricerca e si illumina di nostalgia al solo parlarne (“mi illudo che ci veda”). C’è anche l’ex ministro dell’interno e vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che ne fu amico più anziano. Dirige Marco Magnani, un giovane alto e straripante boccoli da fare invidia a una signora. “Sub-comandante” sta scritto di lui sulla rivista nel tamburino redazionale, per dire che ne è il direttore vero. Distribuisce domande. “Scrivere di mafia” è il titolo della serata, che vince la sfida con la partita della nazionale, nonostante la sera prima ci sia già stato l’incontro con il sostituto procuratore Nicola Gratteri. L’aula magna si incanta nel sentire parlare Francesco La Licata della sua esperienza alla gloriosa “L’Ora” di Palermo, la foto di Liggio messa in prima pagina e la bomba contro il quotidiano a stretto giro di posta. Sente Biagio Simonetta, blogger calabrese, raccontare storie della sua terra. E i film e le fiction aiutano la mafia o la combattono ? E le scuole? E i voti, quei quattromila voti comprati dall’assessore lombardo Domenico Zambetti?. Quattromila persone hanno comunque venduto il loro voto. Le responsabilità del singolo. Ognuno deve fare il suo dovere, anche se può sembrare banale e semplice, dice Marco. Ad esempio questi imprenditori del nord che non si fanno troppe domande quando trovano qualcuno che gli smaltisce i rifiuti a un quarto o un quinto dei costi. Ascoltano Arianna e Luca, dell’Osservatorio. Ascolta Anna Dichiarante, il viso da attrice del cinema muto, una delle ultime allieve del prof, che venerdì si laureerà in suo ricordo in procedura penale e che l’anno scorso aprì “Mafie” leggendo una stupenda lettera dedicata al prof per la prima volta assente. Su “Jaromil” c’è una sua incalzante intervista al sindaco di Pavia a proposito di mafia e corruzione. Ci sono quelli del circolo Arci di Radio Aut. Ci sono anche due professoresse di Mazara del Vallo giunte qui con la loro classe in gemellaggio. Uno stage sul giornalismo. Ragazzi si parla di “scrivere di mafia”, andiamoci. Michele di Scienze politiche, Bernardo del coordinamento. La pizzeria Amalfitana diventa alla fine il luogo del ritrovo, gli allievi del prof vengono sempre qui.

LI GUARDI MENTRE ridono, mentre fanno progetti per il futuro, mentre ricordano. Hanno raccolto gli scritti giuridici del Maestro, una fatica di un anno, spiega Giulia. Tre volumi per la Cedam: uno sul vecchio codice, uno su quello nuovo, e uno sull’ordinamento penitenziario. Ci hanno lavorato tutti insieme, a decine. Molti saggi li hanno dovuti ribattere. Osservi tutto e pensi a quanto rimane di ciò che un intellettuale libero ha seminato. Al lascito di un professore che amava l’università più di se stesso. Che al medico che gli diagnosticava la leucemia fulminante chiese una cosa sola: se ce l’avrebbe fatta a iniziare le lezioni. Giulia dal viso di adolescente dice sotto voce: “Ho capito che nella vita si muore un po’ per volta, si incomincia quando ci lasciano certe persone”. Girando sugli acciottolati inumiditi si passa per corso di Strada Nuova al 65, dipartimento di procedura penale “Cesare Beccaria”, dove i ragazzi lo trovavano a ogni ora. Per questo sul sito dell’università di Pavia c’è uno spazio dedicato a lui, per icona una finestra con la luce accesa, disegnata dalla sua allieva-docente, Li-via Giuliani. No davvero, Pavia non è solo corruzione. A cento passi dal letamaio arriva il profumo notturno di gelsomini lontani.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

17 luglio 2012

Lo zio di Mubarak

Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto, a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addirittura la Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino. Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. L’abbiamo sostenuto a proposito delle bobine di B. “ascoltato” sulle utenze di Cuffaro, di Saccà, delle Olgettine, della D’Addario, o di quelle di D’Alema e Fassino sul cellulare di Consorte. E lo ripetiamo oggi per quelle di Napolitano, a maggior ragione. Perchè qui non si parla di sesso o attricette, ma di trattative fra lo Stato e Cosa Nostra. Perché qui delle telefonate di Napolitano non è uscita una sillaba (Macaluso si dia pace: se le avessimo, le avremmo già pubblicate). E perché, diversamente da B., D’Alema, Fassino & C., Napolitano non si limita a criticare i pm. Ma li trascina dinanzi alla Consulta, bloccando di fatto le indagini sulla trattativa e accusandoli di un reato gravissimo (la violazione di sue imprecisate “prerogative”), con un conflitto di attribuzioni anti-magistrati mai visto neppure ai tempi dei peggiori presidenti democristiani. Scalfaro, uno dei migliori, fu intercettato dai pm di Milano nel ’93 sul telefono di un banchiere e si guardò bene dallo strillare o dal sollevare conflitti, anche quando la telefonata finì sui giornali: non aveva nulla da nascondere, lui. L’anno scorso B. sollevò il conflitto contro i giudici di Milano, precipitando il Parlamento nella vergogna con la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak e delle chiamate in questura per evitare incidenti con l’Egitto. Fu respinto con perdite e risate, così come si era visto bocciare i lodi Schifani e Alfano. Da allora si sperava che i politici si fossero rassegnati all’eguaglianza davanti alla legge. Invece, anziché pubblicare le sue telefonate per dimostrare che non c’è nulla di scorretto, Napolitano invoca la legge bavaglio per bloccarne la diffusione, tra gli applausi di politici, intellettuali e giornali che, quando la reclamava B., mettevano online le sue intercettazioni indirette e lanciavano campagne a base di post-it gialli. Poi sguinzaglia i giuristi e le penne di corte. Infine scatena l’Avvocatura dello Stato e la Corte, citando l’incolpevole Luigi Einaudi per rivendicare resunte “prerogative”: tanto Einaudi non può smentirlo, solo rivoltarsi nella tomba. È l’evoluzione della specie: dalla nipote di Mubarak allo zio di Mubarak.

di Marco Travaglio, IFQ

11 giugno 2012

La mafia brucia le arance, non la speranza

E adesso ditelo, ditelo ancora che queste cooperative sono la retorica dell’antimafia. Ditelo ai giovani della “Beppe Montana”, che hanno scelto di lanciare la sfida della loro vita da Belpasso, alle pendici dell’Etna, comune circondato a sud da Paternò, Mascalucia e Misterbianco. Tra sabato e domenica qualche sgherro mafioso ha ricordato loro in che razza di avventura si sono ficcati. E ha fatto la sorpresa che da sempre la mafia fa ai suoi nemici che coltivano la terra. L’incendio vigliacco protetto dalla notte, hanno trovato un foro nella rete del terreno adiacente. Oltre duemila piante di aranci bruciate, annichilite, polvere di carbone. Sei ettari di agrumeto danneggiati. E altri cento alberi di ulivo in fumo. Più di centomila euro di danni. Frugate sui siti di Libera Terra e troverete l’istantanea di due ragazzi in jeans e felpa su un sentiero. Li vedrete chini su cinque cassette, colme dell’oro delle arance. Felici davanti al primo raccolto della cooperativa, nata nel 2010. Poi riandate su quei siti a vedere la foto di ciò che è rimasto. Lo stesso sentiero della prima foto vi sbatte in faccia un’immagine di desolazione, rami inscheletriti e terra annerita, non un segno di vita, con il cielo azzurro terso sullo sfondo che sembra una beffa suprema della natura. Così gli straccioni dell’antimafia imparano a prendersi in gestione i beni che lo Stato confiscò, in contrada Casablanca , al clan della famiglia Riela. “Fino a due giorni fa sembravamo cani bastonati, io ero distrutto. Vedi, non hanno incendiato quando era tutta sterpaglia, e nemmeno quando stavamo facendo i lavori di rimessa a nuovo; che so, dopo la potatura. Ci hanno fatto arrivare in fondo al nostro lavoro, ci hanno dato la possibilità di vederlo, di gioirne, e poi hanno incendiato tutto. Per infliggerci il massimo danno economico, per colpirci nel modo più duro sul piano morale”.    ALFIO CURCIO ha quarant’anni, dice di essere un “diversamente giovane” e porta la storia di questo ennesimo attentato al pubblico riunito a Castel Volturno, all’assemblea dell’agenzia “Cooperare con Libera Terra”, nei terreni dedicati a don Peppino Diana, là dove Michele Zaza il capocamorra teneva a lucido i suoi cavalli di razza. Parla come direttore della “Beppe Montana”, che ha avuto in gestione anche i beni confiscati alla famiglia Nardo nel comune di Lentini, provincia di Siracusa. In tutto cento ettari circa. La cooperativa l’ha messa su lui insieme ad Andrea, ventiquattro anni, il giovanissimo presidente, ad Antonella, a Diego e Giuseppe, tutti selezionati con bando pubblico. Alfio ha un bel cranio lucido alla Vialli (o alla Ruggeri), una maglietta color amarena e gli occhi azzurri scintillanti come ogni tanto se ne trovano solo in Sicilia.    “Certo che ero abbattuto. Ci siamo fatti in quattro quasi senza soldi e con pochi mezzi manuali, usando i falcetti per il taglio delle erbe infestanti, e semplici seghetti e forbici per la potatura degli ulivi. Non ti dico cosa è stato. Tu pensa solo che dal momento della confisca a quello della assegnazione erano passati dodici anni, dunque immagina che cosa abbiamo trovato. Eppure ce l’avevamo fatta. Dagli agrumeti avevamo tirato fuori una quantità di frutta sufficiente a realizzare il progetto della produzione di marmellata di arance rosse; una bellissima etichetta, la scritta ‘Gusto di Sicilia’ con la ‘i’ intrecciata alla ‘u a formare la parola ‘giusto’. Gli ulivi hanno consentito una piccola produzione di olio extravergine. E anche dal seminativo è arrivata una discreta produzione di grano. Era troppo bello”. L’homepage del sito comunica il clima dell’euforia primaverile: acquista le arance, acquista i prodotti, campi di volontariato, il progetto. Pronta l’idea di far partire l’attività di turismo sociale. Di aprire nuove opportunità ai giovani svantaggiati, come è nello spirito di queste cooperative. Tutti pronti, con l’aiuto di qualche amico, ad accogliere i trecento giovani, specialmente    scout, che si sono prenotati da qui a settembre, dalla Toscana e dal Trentino, dall’Umbria e dal Veneto, per venire a offrire il proprio lavoro volontario. A loro, nei momenti di formazione, faranno ascoltare le parole di Ivan Lo Bello, il simbolo della nuova imprenditoria siciliana, e di suor Lucia, che si batte in nome del Vangelo nel difficilissimo quartiere catanese di Librino. A loro, che non ne hanno mai sentito parlare, racconteranno chi era Beppe Montana, d’altronde lo hanno scritto sull’etichetta delle loro bottiglie “Frutti rossi di Sicilia”: “impavido commissario di Polizia posto a capo della squadra Catturandi di Palermo, vigliaccamente ucciso in un agguato mafioso”.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

11 giugno 2012

Fava & gli altri, la faida nel Pd siciliano

Mi candido e basta”. Claudio Fava, giornalista, scrittore e sceneggiatore, getta il sasso nelle acque stagnanti del centrosinistra siciliano e annuncia la sua candidatura alla presidenza della Regione. Lo fa, dice in una conferenza stampa, spinto dalla voglia di rinnovamento degli elettori e motivato da un documento firmato da intellettuali siciliani e non solo che nei giorni scorsi gli hanno chiesto pubblicamente di metterci la faccia per il dopo Lombardo. “Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l’occasione per un riscatto civile e politico dell’isola. Dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l’opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un’altra politica e un altro futuro.

CON QUESTO spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l’impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia”. Firmato da attori come Beppe Fiorello, Ninni Bruschetta e Nino Frassica, da Franco Battiato, dalla scrittrice Dacia Maraini, ma anche da intellettuali non siciliani come il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, Moni Ovadia e Nando dalla Chiesa. “La gente è annoiata dai bizantinismi dei partiti”, dice Fa-va, “io non sto offrendo la mia candidatura a meccanismi astrusi tra segreterie. Le primarie? Difficile farle con i partiti che hanno appoggiato Lombardo”. È il nodo intricatissimo della politica siciliana: il sostegno del Pd al governo Lombardo fino all’ultimo minuto utile, fino a ieri pomeriggio, quando la direzione regionale del partito ha finalmente deciso di presentare una mozione di sfiducia contro il presidente della Regione. Una scelta forzata dagli eventi, Lombardo non regge più, e dalle inchieste, una su voto di scambio elettorale con i boss, l’altra per concorso esterno mafioso, che hanno travolto il governatore leader del Mpa. “Il suo è un autonomismo straccione”, accusa Fava, ricordando al Pd la sconfitta di Palermo e le divisioni interne.    Quasi certamente si voterà a ottobre, ma da subito un dato è certo: ancora una volta Pd e centrosinistra sono spaccati. Si rompe, come già nei mesi scorsi nella città capoluogo, il fronte dell’antimafia. Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd, ha annunciato la sua candidatura attaccando frontalmente Fava. “Lo batterò, elettoralmente conta poco, pensate che alle ultime elezioni di Catania prese solo 173 voti. Lui è l’unto del signore, io sono popolarissimo”.

UN INIZIO pessimo nella Regione squassata da scandali e devastata da crisi economica e disoccupazione. Il governo Lombardo è agli sgoccioli e a Palazzo dei Normanni c’è un clima di “tutti a casa”, senza mai perdere di vista favori e clientele.    L’ultimo scandalo è la nomina del vertice della società pubblica “Italia lavoro Sicilia”. Lombardo aveva scelto Tony Rizzotto, mastodontico ex parlamentare regionale del Mpa, che però era incompatibile. Poco male: il presidente ha cambiato cavallo e ha scelto la fidanzata di Rizzotto, una psicologa quarantenne. Per il resto, tra consulenze e incarichi, è il festival dei segretari particolari e degli amici carissimi. Il Pd accoglie con fastidio la candidatura di Fava, perché in Sicilia si gioca una partita nazionale. Bersani, infatti, vuole cominciare a strappare la foto di Vasto proprio qui, sperimentando l’alleanza con l’Udc e i moderati. Tanto che già circola il nome del futuro candidato, l’ex sottosegretario agli Interni Gianpiero D’Alia, fedelissimo di Casini. Una sorta di continuità nella Regione che ha visto il suo penultimo presidente, Totò Cuffaro, in galera per mafia, e l’ultimo, Lombardo, dentro fino al collo in inchieste per i suoi rapporti con i boss. Ma nel Pd le acque sono agitatissime, perché, oltre Crocetta, si affaccia un’altra candidatura, quella di Mirello Crisafulli. Senatore e re di Enna, Crisafulli è noto perché nel 2001 le telecamere nascoste dalla Dia in un albergo lo filmarono in affettuosa compagnia con Raffaele Bevilacqua, capomafia di Enna e fedelissimo di Binnu Provenza-no. Nessun reato, nessuna imputazione, ma i due parlavano cuore a cuore di politica, nomine e appalti.

di Enrico Fierro, IFQ

Claudio Fava (FOTO ANSA)

22 maggio 2012

Quando il CSM boccio Falcone: il verbale

Palazzo dei Marescialli di Roma, Consiglio superiore della magistratura. Tra le mani il faldone di 50 pagine, è il verbale della riunione del 19 gennaio 1988, quella che nominò il nuovo capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il giudice Antonino Meli e bocciò Giovanni Falcone. Presidente della seduta del Csm fu Cesare Mirabelli. La proposta della commissione è a favore di Meli, “l’uomo giusto non è quello che si prospetta in ipotesi preliminarmente il più idoneo alla copertura di un determinato posto, volta per volta oggetto di concorso, nel quale le qualità professionali vengono commisurate anche alle specificità ambientali, ma è innanzitutto quello scelto con criteri giusti e cioè legittimi”. Come dire, subito, una scelta fuori da quella di Meli sarebbe stata “illegittima”. E su Falcone: “Tutte le positive notazioni a favore non possono essere invocate per determinare uno scavalco (sull’anzianità, ndr) di sedici anni”.

IL DIBATTITO

Umberto Marconi (contro Falcone): “Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso… c’è un distorto protagonismo giudiziario… si trasmoda nel mito”. Antonio Brancaccio: dichiara voto di astensione. Antonio Abate (è il primo a pronunziarsi a favore di Falcone): fa riferimento “alla delicatezza del momento” che impongono al Consiglio “una scelta ben chiara che sia di continuità e non segni alcuno strappo”. Sergio Letizia: “Preferire Falcone significa contravvenire alla legge, in Italia non c’è solo lui a combattere la mafia e ricordo i tanti magistrati che lottano contro il traffico di stupefacenti. Della professionalità poi fa parte la modestia, il miglior segnale del Csm è quello di non scegliere Falcone”. Stefano Racheli: “La commissione ci propone un giudice che è alle soglie della pensione, io voto contro questa indicazione”. Fernanda Contri: “Falcone è titolare di una esperienza unica non solo in Italia contro la mafia, magistrato eccezionale”. Massimo Brutti: “Forse non ci si è resi conto che bisogna nominare il capo di un ufficio di frontiera, che sia degno successore del giudice Caponnetto, oggi la mafia continua a sfidarci, la risposta è scegliere l’uomo giusto al posto giusto”. Gianfranco Tatozzi (che dichiara di essere amico di Falcone, però è contro la sua nomina): “Nomina Falcone potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione di stato di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo”. Franco Della Rocca Morozzo: “Nominare Falcone non giova all’unità dell’ufficio”. Gian Carlo Caselli: “La mafia non è una semplice emergenza è un problema strutturale italiano… la scelta non è tra Meli e Falcone ma verso un uomo del pool. Mi chiedo come si possa parlare di privilegi per chi ha fatto determinate esperienze, per chi stando a Palermo vive in condizioni a tutti note e che rappresentano forte penalizzazione”. Vito D’Ambrosio: “Ricordo una frase del generale Dalla Chiesa: quelli che sono lasciati soli dallo Stato sono destinati ad essere abbattuti dalla mafia”. Carlo Smuraglia: “Scegliere Falcone significa attribuire un altro onere a un magistrato costretto già a grandi sacrifici”. Vincenzo Geraci (il “giuda” nelle parole di Paolo Borsellino durante il famoso dibattito alla biblioteca di Palermo, dopo la strage di Capaci): “Falcone con la nomina assumerebbe le funzioni di Cassazione senza avere mai assunto quelle di appello”. Geraci celebra Falcone rivendicando di avere fatto parte con lui “di una pattuglia di samurai contro la mafia… Falcone è stato (così è scritto, al passato, ndr) il migliore di tutti noi”. E infine: “Le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali mi indurrebbero a sceglierlo, ma mi è di ostacolo la personalità di Meli cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere costò la deportazione nei campi nazisti, con sofferenza esprimo questo voto”.    Per Meli, contro Falcone, alla fine 14 voti: Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo della Rocca, Paciotti, Suraci, e Tatozzi. Per Falcone 10 voti: Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smura-glia, Ziccone. Astenuti 5: Lombardi, Mirabelli, Papa, Pennacchini, Sgroi.

Giovanni Falcone (FOTO ANSA) 

21 maggio 2012

Per fermarlo ci volle il tritolo

Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici.

GIOVANE e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni- La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.

TRA QUELLA delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo. Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.

FU IN QUEL PUNTO della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi- Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella delle Ginestre a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

di Nando Dalla Chiesa, IFQ

21 maggio 2012

Falcone e i suoi figli. Una questione di metodo

Una delle offese più sanguinose che si possono infliggere alla memoria di Giovanni Falcone è quella di immaginare, dopo la sua morte, che cosa avrebbe fatto o detto. Eppure questo estremo oltraggio è stato per vent’anni lo sport preferito di molti politici e commentatori, che hanno tentato di usare la sua salma come arma contundente per colpire i magistrati antimafia vivi. “Falcone non avrebbe fatto il processo Andreotti, indagato su Dell’Utri, nè sulle trattative Stato-mafia”. Nessuno può sapere quel che avrebbe fatto Falcone, dinanzi ai nuovi sconvolgenti scenari che si sono aperti dopo la strage di Capaci, quando finalmente centinaia di collaboratori di giustizia si decisero a oltrepassare la soglia che, lui vivo, nessuno aveva mai osato valicare: quella dei rapporti fra mafia e classi dirigenti. Sappiamo però come operava Falcone: basta leggere gli atti delle sue indagini e dei suoi processi, per farsene un’idea. Chi conosce quelle carte, sa bene che nessun magistrato degno di questo nome avrebbe potuto esimersi dal dovere costituzionale di indagare sulle collusioni emerse nell’ultimo ventennio. Ma sa anche che, negli ultimi vent’anni, la soglia probatoria richiesta dai giudici per condannare i colletti bianchi, si è paurosamente alzata. Oggi per inchiodare un intoccabile occorrono prove dieci volte superiori a quelle ritenute sufficienti per gli imputati comuni.

INTOCCABILI & PICCIOTTI.

Qualche anno fa, su Micromega, Enrico Bellavia si domandò: “E se Andreotti non fosse Andreotti, ma un Calogero Picciotto qualunque?”. E raccontò la storia di Giovanni Vitale, accusato da un pentito de relato (per sentito dire) di un delitto del 1994 e condannato all’ergastolo per un omicidio che sostiene di non avere mai commesso: “Il pentito – narra Bellavia – è Pasquale Di Filippo, che racconta ai giudici dell’assassinio di un tale Armando Vinciguerra che fu punito per avere messo in giro la voce, falsa, che il boss di San Giuseppe Jato, Bernardo Brusca, stava per pentirsi. i Filippo dice che di quell’omicidio gli parlò uno che lo aveva fatto, Vincenzo Buccafusca. E quest’ultimo gli avrebbe parlato anche di Vitale. Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, da pentito, racconta soltanto di aver saputo che al delitto partecipò anche un ragazzo. È Vitale? Non è chiaro, ma è lui che finisce nell’elenco di quelli che prendono la condanna a vita. Nessuno quasi se ne accorge. Per ben altro ci si è occupati di quel processo. È il primo nel quale è stato condannato per mafia Vittorio Mangano, lo ‘stalliere di Arcore’. È quello nel quale Marcello Dell’Utri è venuto ad avvalersi della facoltà di non rispondere”. Conclusione: “Chi ci pensa a un Vitale? E se Andreotti non fosse Andreotti, ma Vitale, o Maiorana, insomma uno dei tanti Picciotto, ci si sarebbe arrovellati su un bacio? Oppure lo si sarebbe liquidato come possibile e probabile declinando la gamma dell’ospitalità sicula, così avara di convenevoli, ma gelosa dei propri riti? […] ‘Non poteva non sapere’, ripetono i colpevolisti, spargendo non solo il seme del dubbio, ma evocando un principio in base al quale la gran parte dei processi di mafia a carico dei componenti della Cupola ha ricevuto il bollo in Cassazione.

Un principio in base al quale sono state pronunciate le venti condanne a carico di Totò Riina, che certo non ha firmato alcun ordine di servizio per alcuno dei cento omicidi di cui lo si è accusato. ‘I riscontri, i riscontri, sono mancati i riscontri’, hanno urlato sui giornali i più prudenti, quelli che si sono provati in un’analisi che non fosse la solita filastrocca sulle toghe rosse pronte a porre un sigillo giustizialista sulla storia. Ma in un processo per mafia, che ruota intorno alla necessità di provare ciò che è coperto da un vincolo di segretezza, cos’è un riscontro? È un fatto, quando c’è, ma anche una serie di indizi che costituiscono una prova logica…”.    Chi non coglie o non vuole cogliere questo aspetto ha preferito in questi anni contrapporre il “metodo Falcone” al “metodo Caselli” o più recentemente al “metodo Ingroia”: il primo serio, rigoroso, prudente, fondato su prove granitiche e pentiti “veri”, “garantista” con tutti i crismi e i riscontri, dunque foriero di grandi successi processuali; gli altri due disinvolti, irruenti, “emergenziali”, fondati su teoremi evanescenti e su pentiti falsi o bugiardi, senza prove né riscontri, “giustizialisti” e dunque votati al fallimento. Ma è davvero così? Se fosse così, Caselli e Ingroia non avrebbero raccolto molte condanne nemmeno nei processi all’ala militare di Cosa Nostra: lì, invece, non ne hanno mancata una. E allora?

IL POOL DA TORINO A PALERMO

Fu proprio Caselli, insieme con un pugno di colleghi torinesi impegnati contro il terrorismo, a inventare il lavoro in pool, dal quale poi impararono Chinnici e Caponnetto trapiantando quel modello a Palermo nelle indagini di mafia con Falcone, Borsellino e gli altri. Fu Caponnetto a telefonare a Caselli per chiedergli spiegazioni sul metodo del pool di Torino: “Come fate ad affidare a più giudici istruttori una stessa inchiesta, visto che per il nostro codice il giudice istruttore è monocratico?”. Caselli ricorda tuttoggi con emozione quella telefonata: “Le primissime inchieste sulle Br, di competenza di Torino, erano state assegnate tutte a un solo giudice istruttore, che ero io: erano le inchieste che avevano al centro i sequestri Labate, Amerio e Sossi, operati dal nucleo storico delle Brigate rosse. L’idea di formare un pool ci venne in mentedopol’assassiniodelprocuratoregeneralediGenova,Francesco Coco, ucciso nel 1976 con la sua scorta. Mi chiamò nel suo studio il capo dell’Ufficio Istruzione di Torino, Mario Carassi, che mi affidò l’inchiesta Coco dicendomi che però, da quel momento, tutte le inchieste di terrorismo sarebbero state assegnate con me anche ad altri colleghi: ‘È bene che tu non sia più solo, l’estensione del terrorismo è sempre maggiore, per cui è necessario che vi siano in campo più risorse per contrastarlo. E poi, più obiettivi possibili vi sono, minore diventa il rischio per ogni singola persona’. Casomai fosse successo qualcosa a uno di noi, sarebbero restati gli altri ad andare avanti. In quei giorni nacquero i pool. Anche a Palermo decisero di lì a poco di adottare un’interpretazione simile alla nostra”.    Quando nel gennaio 1993 approda a Palermo, avendolo “inventato”, Caselli conosce bene quel metodo. E così i magistrati della Procura, che l’hanno sperimentato per anni lavorando fianco a fianco con Falcone e Borsellino. I tempi sono diversi, ma il sistema è identico. E identici sono gli strumenti – i pentiti, i riscontri, l’associazione mafiosa, il concorso esterno – anche se ora c’è in più la legge sui collaboratori di giustizia, che Falcone e Borsellino avevano chiesto per anni e avevano ottenuto solo dopo la morte.

IL CONCORSO ESTERNO

Anche il contestatissimo concorso esterno in associazione mafiosa era, per Falcone e Borsellino, un reato sacrosanto: l’unica arma per recidere le collusioni politico-istituzionali che garantiscono lunga vita e grande potere alla mafia. I due magistrati lo scrissero nero su bianco – plasmando la figura giuridica (tutt’altro che sconosciuta in passato) del concorso esterno in associazione mafiosa – nella sentenza-ordinanza del processo “maxi-ter” a Cosa Nostra, il 17 luglio 1987: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa”. E – aggiungevano – è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso […] che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. Collusioni politico-istituzionali che potevano portare anche all’assassinio, come disse ancora Falcone a proposito dei delitti “politici” Mattarella, Dalla Chiesa, Reina e La Torre: “Omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina. Non per nulla, è proprio dal 1987 che si intensifica la guerra politico-mediatica al pool di Falcone e Borsellino, fino a impedir loro di lavorare a Palermo: appena lasciano intendere che le loro indagini stanno per investire i piani alti delle collusioni istituzionali, il pool viene spazzato via da corvi, manovre della politica e dell’ala più retriva della magistratura, dal tritolo.

UN PENTITO PIÙ UN PENTITO

Anche sull’uso dei pentiti, il metodo Falcone e il metodo di Caselli e dei suoi allievi coincidono. Basta leggere il mandato di cattura spiccato nel 1984 per i cugini Nino e Ignazio Salvo dopo le rivelazioni di Buscetta. Il pentito aveva raccontato che gli esattori erano “uomini d’onore” e che lo avevano ospitato durante la latitanza nella loro villa di Santa Flavia. Quali riscontri trovarono i giudici del pool alle sue parole? Si fecero descrivere gli ambienti della villa, poi andarono a verificare sul posto se quella descrizione corrispondeva alla realtà. Corrispondeva. Così i Salvo finirono in carcere. Lo stesso metodo fu seguito, spesso con maggiore dovizia di riscontri, dalla Procura di Caselli per verificare le accuse dei pentiti nei vari processi, più o meno eccellenti, celebrati fra il 1993 e il 1999, a carico di Andreotti, Dell’Utri, Contrada, Carnevale, Mannino e tanti altri. E ancora, basta scorrere le ordinanze di rinvio a giudizio e le sentenze dei tre maxiprocessi a Cosa Nostra per rendersi conto che la “convergenza del molteplice” – cioè il valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’articolo 192 del codice di procedura penale – stava già alla base delle indagini del vecchio pool di Palermo (che infatti venne accusato di “abuso” dei pentiti, proprio come il nuovo pool). Gli imputati dei tre maxiprocessi furono condannati su elementi molto meno consistenti di quelli che hanno portato all’assoluzione per insufficienza di prove di vari politici nell’ultimo quindicennio. Il che si spiega, appunto, con quel progressivo “innalzamento della soglia probatoria” che chi vuole giudicare in buona fede non può non notare, confrontando le sentenze degli anni 80 con quelle degli anni 90 e 2000.

LE PAROLE INCROCIATE

Un solo esempio, fra i mille possibili. Nell’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio del “maxi-uno”, Falcone e Borsellino scrivono: “Le rivelazioni di Buscetta e di Contorno si integrano e completano a vicenda, provenendo da personaggi che hanno vissuto esperienze di mafia da diversi punti di osservazione”. Avendo due soli pentiti a disposizione, bastava l’incrocio fra le loro dichiarazioni per riscontrarle entrambe. E tanto bastò ai giudici per condannare centinaia di mafiosi a pene molto pesanti. Anche quando i pentiti raccontavano notizie di seconda mano (de relato). Sono ancora Falcone e Borsellino a scrivere, nel ricorso contro la scarcerazione di un presunto mafioso chiamato in causa da Totuccio Contorno: “Se un uomo d’onore apprende da un altro consociato che un terzo è un uomo d’onore, quella è la verità. Non importa conoscere fisicamente l’uomo d’onore”. Il giudice diede loro ragionee il presunto mafioso fu riarrestato qualche tempo dopo, in compagnia di un latitante. Il pool commentò: “L’episodio costituisce la più chiara dimostrazione del grado di attendibilità di Contorno e dovrebbe indurre a rifuggire da quell’aprioristico atteggiamento di generalizzata svalutazione delle chiamate in correità da parte dei pentiti in mancanza di altri riscontri”. Per molto meno, oggi, un magistrato antimafia finirebbe sotto procedimento disciplinare, tacciato di giustizialista, golpista e naturalmente toga rossa.

di Marco Travaglio, IFQ

26 aprile 2012

Disinformafia

Massima solidarietà ai titolisti di Corriere, Giornale e Libero: l’altroieri se la son vista davvero brutta. Alla notizia del deposito delle motivazioni della Cassazione su Dell’Utri, non vedevano l’ora di sparare in prima pagina un bel “Dell’Utri innocente, ecco perché”, “Crolla il teorema dei pm”, “Vent’anni di gogna”. Insomma un bel replay dei titoli cubitali del mese scorso sul dispositivo e soprattutto sulla requisitoria (anzi arringa) del sostituto Pg Iacoviello. Poi han cominciato a leggere la sentenza e si son sentiti mancare: “Cazzo, ma la Cassazione è impazzita? Dice che Dell’Utri faceva da mediatore fra B. e Cosa Nostra, che è colpevole di concorso esterno, che B. pagava le cosche per star tranquillo. E ora come facciamo a titolare che non è successo niente”. Avevano anche pensato ai soliti alibi multiuso. Tipo “così fan tutti”, ma hanno rinunciato: è dura dimostrare che tutti mediano con la mafia o la pagano. O tipo “a loro insaputa”, ma han lasciato perdere: è difficile che qualcuno si beva la mafiosità per distrazione. E allora han ripiegato sulla soluzione Minzolingua: tacere la notizia in prima pagina e impapocchiare qualche frasetta nascosta all’interno. Per incredibile che possa sembrare, la Cassazione dice che B., tre volte premier, ha finanziato la mafia per 30 anni e il suo braccio destro Dell’Utri, creatore del suo partito e parlamentare da 16 anni, era il rappresentante di Cosa Nostra in casa B., ma sulla prima pagina del Corriere non c’è una sillaba. La notizia contraddice la linea del giornale, dunque va nascosta a pag. 6 (anche perché la prima è dominata da un’imperdibile foto di New York anni ‘10): a darle risalto, uno potrebbe pensare che avevano torto i vari Battista, Panebianco, Ostellino e ragione chi “demonizzava” la Banda B. Il Giornale, poi, ha già il suo daffare con le intercettazioni delle Papi Girl, affidate a un nuovo promettente giurista: Sgarbi. Ruby – sostiene – non era una prostituta perché B. “non la percepiva come prostituta” (la celebre prostituzione percepita) e “non esiste il reato di manutenzione minorile” (ma c’è un equivoco: tra i due, chi ha bisogno di manutenzione non è Ruby). La sentenza Dell’Utri invece se l’aggiudica Stefano Zurlo, a pag. 13: a suo dire la Cassazione ha smontato “18 anni di scavi di più Procure” ed è giunta a una “disarmante verità: il Cavaliere era ‘vittima’ di Cosa Nostra e Dell’Utri cercò di tenere alla larga la piovra”. In realtà i primi a sostenere che B. era vittima della mafia (consapevole, infatti la pagava) furono i pm Ingroia e Gozzo. Il fatto poi che Dell’Utri, per “tenere alla larga la piovra”, gli abbia messo un mafioso in casa per due anni, è puro avanspettacolo. Come la definizione di Mangano “stalliere al centro di mille presunti intrighi e crimini” (una condanna per mafia, una per droga, una per tre omicidi). Più comico ancora è Libero, che occulta la notizia in basso a pag. 11 e l’affida al solito mèchato. Il quale trova nella sentenza “qualche passaggio imbarazzante per B.”, tipo che nel 1974 incontrò i boss Bontate, Teresi, Di Carlo e Cinà prima di assumere Mangano, ma queste sono “rivelazioni extra-giudiziarie”. Che poi Dell’Utri lavorasse contemporaneamente per Cosa Nostra e per B. e che B. abbia finanziato Cosa Nostra per 30 anni non lo turba: i boss amici di Silvio e Marcello erano “mafiosi perdenti”, “di piccolo cabotaggio”, “poi spazzati via dalla mafia vera, i corleonesi”, mentre Mangano era solo “un mezzo mafioso di serie B”. Brava gente che si poteva tranquillamente foraggiare per “risolvere i problemi”: “Pagare il pizzo non è reato”. Libero Grassi e quelli come lui che per non dare soldi alla mafia si son fatti ammazzare sono dei poveri fessi. Se la mafia ti chiede il pizzo, è tuo preciso dovere morale pagare: “L’alternativa, ai tempi, era andare a vivere all’estero”. O chiamare i carabinieri e denunciare i mafiosi, ma il futuro statista pensò che non fosse il caso: meglio un mafioso in casa che uno sbirro alla porta.

di Marco Travaglio, IFQ

3 aprile 2012

Ma su Dell’Utri, io insisto

Esce oggi il nuovo numero di MicroMega, dedicato in larga parte all’attuale fase politica e alle prospettive per il centrosinistra. Proponiamo un’anticipazione del saggio del Procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, sullo strumento penale del concorso esterno in associazione mafiosa.    In una reazione a caldo, ho definito le polemiche scoppiate sull’onda dell’annullamento in Cassazione della condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa come la premessa per il colpo di spugna finale per cancellare anni di indagini e faticosi risultati sul terreno del contrasto al fenomeno della collusione e della complicità mafiosa. Sono stato attaccato e criticato per questo, e c’è chi ha perfino invocato un procedimento disciplinare nei miei confronti. Io credo, invece, di essere stato perfino soft, per avere usato qualche eufemismo di troppo. La realtà è molto più dirompente e i rischi molto più alti, perché la vera posta in gioco non è la sorte di un «illustre» imputato, seppur importante e potente. E non è neanche il passato. I rischi del revisionismo politico-giudiziario, che rimette in discussione pratiche, sistemi e metodiche pensati dai maestri dell’antimafia, Falcone e Borsellino in primis, e sperimentati con successo per decenni dalla magistratura a tutti i livelli, minacciano ancor di più il presente e il futuro della politica giudiziaria antimafia. Di più: investono, incrementandole, le chance di espansione del potere mafioso. Infine: mettono a rischio la stessa tenuta del principio di eguaglianza, e quindi della nostra democrazia . (…)    AL DI LÀ della retorica imperante e dei luoghi comuni, la mafia vincente oggi non è certo quella dei figli di Riina o di Provenzano che conquistano paginate di giornali rilasciando interviste o con iniziative più o meno stravaganti come dichiarare di voler abbandonare la Sicilia per vivere nel Nord Italia. E non è neanche quella dei pochi latitanti superstiti, Matteo Messina Denaro in testa, che rappresentano ormai quel che resta della mafia militare che oggi fa meno paura e gestisce meno potere. Le gravi sconfitte che sul piano militare Cosa Nostra ha subìto le hanno imposto di ripiegare arretrando dall’occupazione militare del territorio, e così passando dal controllo del territorio al più remunerativo sistema del controllo dell’economia. E la mafia oggi è perciò sempre meno territoriale e sempre più finanziaria, sempre meno solidamente radicata, sempre più liquida. Una mafia finanziaria che ha sempre più bisogno dell’efficienza del suo nucleo, ancora più esteso, di consulenti e mediatori, i Complici, un ceto dirigente che costituisce sempre più l’élite criminale del nuovo sistema di potere mafioso integrato, perché interfacciato con altri sistemi criminali collegati ai ceti dirigenti del paese, a partire dal sistema della corruzione politico-amministrativa.    Ed allora, se è questa la fase strategica che sta attraversando la mafia, impegnata anche nel movimento espansivo dei suoi interessi economico-finanziari e della sua sfera di influenza, che ormai interessa territori sempre più ampi delle regioni più ricche del Nord Italia, è facile intuire quanto sia essenziale uno strumento penale come il concorso esterno, e quanto siano rischiosi arretramenti proprio su questo terreno. Il Complice è diventato la vera anima del sistema mafioso, ma nonostante ciò ne rimane estraneo alla struttura organizzativa, e perciò il concorso esterno è, nel contempo, strumento indispensabile e strategico.    RINUNCIARVI sarebbe come rinunciare al principio di obbligatorietà dell’azione penale, come introdurre un odioso discrimine all’interno dell’universo mafioso, condannando i soli «picciotti» per risparmiare i Complici, che sono il vero motore del potere mafioso. Sarebbe una ferita al principio di eguaglianza. Del resto, la giurisprudenza della Cassazione con più pronunce, anche a sezioni unite, ha fissato rigorosi paletti all’applicazione del concorso esterno, finendo per selezionare moltissimo le condotte oggi davvero punibili, restringendone l’ambito di punibilità e innalzando – di fatto – lo standard probatorio a livelli sempre più alti. Ma ciò nonostante, le polemiche in relazione ad alcuni processi per concorso esterno non si placano, anzi diventano sempre più incandescenti. Perché? Davvero la questione attiene alla figura di reato e basterebbe una previsione legislativa che preveda una sanzione per le condotte di concorso esterno per porre fine alla bagarre? Temo proprio di no, perché il problema non è il concorso esterno, ma i Concorrenti esterni, i Complici, la cui impunità va tutelata a tutti i costi. E su questo piano il concorso esterno non c’entra nulla. C’entra invece la qualità di certi imputati. (…)    Ammesso che si possa, e probabilmente si può, articolare una norma equilibrata, una norma incriminatrice ad hoc che punisca la condotta «agevolatrice dall’esterno» dell’associazione mafiosa, con un ambito di applicabilità né troppo ampio né troppo ristretto, dotata di maggiore concretezza ma che non rinunci alle sue potenzialità applicative, sarebbe necessario un confronto serio e costruttivo, e senza doppi fini. E che nessuno persegua l’impunità dei Complici. Ma il clima di quiete instauratosi da quando si è insediato il governo Monti è purtroppo solo apparente, come dimostra appunto la vicenda Dell’Utri.

di Antonio Ingroia, IFQ

20 marzo 2012

Agrigento, tutti pazzi per Pennica. L’avvocato dei boss

Certo che non è semplice spiegare quel che succede ad Agrigento, in vista delle prossime comunali di maggio, e giurare che è tutto vero. Succede che c’è un candidato che si chiama Totò Pennica, vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino, buon parlatore e legale di grossi capimafia della zona, che per settimane viene conteso dal Pd e dal Pdl. Alla fine Pennica opta per il Pdl, e qualche giorno fa scrive al Prefetto perché preoccupato che alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, possano partecipare alle sue iniziative elettorali, facendogli fare brutta figura.

E DIRE che il Pd un suo uomo da appoggiare ce l’avrebbe, quel Peppe Arnone, militante di Legambiente, avvocato e consigliere comunale del partito di Bersani, che da una vita mette la faccia nelle battaglie antimafia. Ma forse in questo s’è spinto un po’ troppo oltre per gli equilibri di potere del centrosinistra siciliano, denunciando le collusioni dei suoi uomini più rappresentativi con la mafia e il malaffare isolano. Ed è quindi ritenuto un soggetto poco raccomandabile. Anche perché molto popolare da quelle parti. E infatti il Pd ad Agrigento ha preferito evitare le primarie, che Arnone avrebbe vinto a mani basse, forte di un sondaggio Ipsos da lui stesso commissionato che lo dà vincente su tutti gli altri possibili candidati sindaco di tutti i partiti (ben 5 punti sul sindaco uscente Marco Zambuto). E adesso il partito di Bersani è nel caos. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione Siciliana, storico leader siciliano del Pci e ora del Pd, e da sempre oggetto degli strali di Arnone sulla questione morale nel partito, non lesinava le proprie simpatie per Pennica, al punto che fino a qualche giorno fa lo avrebbe pure appoggiato. Sì perché Pennica era il candidato del Pd, di Grande Sud dell’ex vice-ministro Gianfranco Micciché, del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo e di Futuro e Libertà. Poi però Pennica ha allargato l’alleanza al Pdl ed è saltato tutto. “Alfano gioca a rubamazzo”, tuonò Capodicasa. “Pennica traditore”, gridarono quelli di Fli. Ma per Angelino Alfano, che è riuscito a mantenere l’alleanza con Grande Sud, l’invito a Capodicasa e soci rimane sempre valido. Anche per frenare la corsa di Arnone. E a questo punto, in quella che ormai è diventata una vera e propria commedia degli orrori, tutto può succedere, come recita lo slogan elettorale di Pennica. “Tra l’avvocato delle vittime della mafia e l’avvocato dei capimafia, Capodicasa manifesta la sua netta preferenza in favore di quest’ultimo”, s’era rivolto la scorsa settimana, in una nota accorata, Arnone a Bersani quando l’accordo con Pennica era cosa fatta, sperando in uno scatto d’orgoglio del segretario Pd. Arnone, dal canto suo, tesse la tela alla sua sinistra e potrebbe provare a riproporre, da solo, il modello della foto di Vasto in formato Valle dei Templi, visto che, come lo stesso Arnone tiene a dire, “non corro con l’appoggio di Lombardo”. Finora, però, Idv e Sel, preferiscono puntare su un candidato autonomo.

E INTANTO mentre l’Udc ripropone il sindaco uscente Zambuto – che cinque anni fa ha mollato l’Udc e la giunta di centrodestra di cui era assessore, si candidò sostenuto da Ds, Udeur e dallo stesso Arnone (nell’ultimo periodo fortemente critico verso l’attuale giunta per i programmi disattesi) – e il Movimento per l’Autonomia di Lombardo e il Terzo Polo tutto rimangono per il momento al palo, il segretario nazionale del Pd Bersani, risulta non pervenuto. Come a Palermo, dove per la vicenda dei brogli alle primarie e la scelta definitiva sul candidato sindaco preferisce demandare il tutto alla segreteria regionale, anche su Agrigento glissa. “Chissà se Ponzio Pilato era originario di Bettola, ridente comune alle porte di Piacenza, che ha dato i natali al segretario”, chiosava Arnone nella sua nota.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

17 marzo 2012

Quando il giudice salva-Dell’Utri gestiva la “procura in appalto”

Aldo Grassi, il presidente della Quinta sezione penale della Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza di condanna, in appello, per Marcello Dell’Utri, negli anni Ottanta è stato un protagonista della “procura in appalto” a Catania. Così la chiamavano i giornalisti de i Siciliani, il mensile fondato da Pippo Fava e da lui diretto fino al 5 gennaio 1984, quando fu ucciso dagli uomini del boss Nitto Santapaola.

   TRA IL 1982 e il 1985 i cronisti Claudio Fava, Miki Gambi-no, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo hanno scritto una ventina di articoli su quel palazzo di Giustizia gemello del “porto delle nebbie” di Roma. Sono stati Pippo Fava e i suoi giovani redattori a far deflagrare il “caso Catania”, rivelando il sistema politico-mafioso di quella città dominata dai potenti e protetti cavalieri del lavoro: Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro. Puntualmente hanno denunciato “la cerniera dell’impunità” rappresentata dagli uffici giudiziari catanesi.

   Della procura catanese, in particolare dell’allora pm Aldo Grassi e del procuratore facente funzione, Giulio Cesare Di Natale, se ne occupa anche il Consiglio superiore della magistratura pressato da coraggiosi esposti dell’avvocato Francesco Messineo e dell’ingegnere Giuseppe D’Urso. Ma nonostante una mole di episodi al limite del penale a loro carico, i due magistrati se la sono cavata. Anzi, Grassi ha pure fatto carriera in Cassazione.

   Nell’ottobre 1983 il plenum del Csm si spacca in due (15 a 15) e tutto viene messo a tacere con una discussa archiviazione. Un anno dopo, nell’ottobre 1984, il Csm riapre il fasciolo sul “caso Catania” dopo un rapporto degli ispettori ministeriali inviati dal guardasigilli, il democristiano Mino Martinazzoli. Ma sia Grassi sia Di Natale fanno la loro contromossa per schivare provvedimenti disciplinari e uscire indenni: Grassi si fa trasferire a Messina e Di Natale va in pensione anticipata.

   “Giustizia è sfatta” titolò i Siciliani dopo la prima archiviazione. Tra gli elementi di accusa raccolti dalla prima commissione del Csm c’è un episodio gravissimo che ha coinvolto il giudice Grassi. Riguarda la retrodatazione di certificati penali dei cavalieri del lavoro. Indagati, non avrebbero potuto averli “puliti” giocandosi la possibilità di partecipare a gare d’appalto. Ma un magico cambio di data li ha salvati. Il consigliere del Csm, Giovanni Martone, durante il plenum, che archivia, chiama in causa Grassi: “I relativi certificati sono stati rilasciati dopo una consultazione del segretario capo con il dottor Aldo Grassi preventivamente informato che la richiesta riguardava ‘quelli del procedimento’”.

   NEL 1984, un anno dopo, i Siciliani, alla vigilia del secondo voto del Csm, pubblicano stralci del rapporto degli ispettori ministeriali che hanno messo sotto accusa Grassi e Di Natale. Sembra che caldeggino anche un’inchiesta penale: “Nella specie non esistono soltanto comportamenti di magistrati sufficienti ai fini della sussistenza dell’ipotesi di incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse, collegate a fatti in parte fondati, di collusioni o rapporti ambigui, insabbiamenti, inerzie, negligenze, nei confronti di quel nuovo e non certo meno pericoloso tipo di delinquenza che è la cosiddetta criminalità economica…”. i Siciliani pubblica anche una lunga intervista a due consiglieri del Csm che l’anno prima avevano votato contro l’archiviazione: l’avvocato Alfredo Galasso, membro laico del Pci e futuro legale di parte civile al maxiprocesso di Palermo; Edmondo Bruti Liberati, membro togato di Magistratura democratica e attuale procuratore di Milano.

   Galasso ricostruisce così l’apertura del primo fascicolo al Csm: “La vicenda è scoppiata clamorosamente sui giornali alla fine di ottobre dell’82: sulla riviera catanese si teneva un convegno di Magistratura indipendente patrocinato da Di Natale e Grassi, che presentava nell’invito una serie di appuntamenti mondani organizzati da alcuni cavalieri del lavoro che davano l’impressione di una sponsorizzazione. Proprio il giorno in cui si discuteva la partecipazione del Csm al convegno abbiamo ricevuto un telegramma dall’ingegnere D’Urso che spiegava clamorosamente queste cose; lo lessi in plenum e scoppiò il caso… Tutti i rapporti di denuncia della Guardia di finanza per reati fiscali erano stati iscritti nel registro degli atti relativi invece che in quello dei procedimenti penali. In un caso addirittura era stato disposto (dal sostituto procuratore Grassi, ndr) la retrocessione del fascicolo riguardante Placido Aiello, amministratore della società Isi (Aiello è il genero del cavaliere Graci, ndr) dal registro dei procedimenti penali a quello degli atti relativi…”.

   Bruti Liberati entra nel dettaglio di alcuni fatti riscontrati dalla prima commissione: “Il 14 settembre 1982 la procura di Agrigento trasmise a quella di Catania gli atti del procedimento in cui si prospettava il reato di associazione a delinquere per alcuni noti imprenditori catanesi: in seguito a questo invio, alla fine di settembre, giunsero a palazzo di giustizia numerose richieste di certificati di carichi pendenti con i quali i vari Rendo, Costanzo eccetera, chiedevano, in maniera alquanto insolita, che la loro posizione penale venisse attestata solo fino al 12 settembre, giorno in cui a loro carico non risultava ancora in corso nessun procedimento penale…

   IL GENERALE della Gdf, Vitali raccontò di aver mandato una lettera al procuratore generale in cui si auspicava una sensibilizzazione della procura catanese riguardo ai rapporti per reati fiscali inviati dalla Guardia di finanza; in particolare sottolineò la differenza di orientamento tra il procuratore di Agrigento Rosario Livatino, che aveva ravvisato nel comportamento degli imprenditori coinvolti nel racket delle fatture false gli estremi dell’associazione a delinquere, e i magistrati catanesi, che non erano stati della stesso avviso. Infine, il generate Vitali ricordò che non furono prese nella giusta considerazione dalla procura le richieste di perquisire luoghi dove si riteneva fossero conservati documenti che attestavano gli illeciti fiscali”.

di Antonella Mascali, IFQ

16 marzo 2012

Disturbare i manovratori

Se dedichiamo tanto spazio e tanta passione a quanto sta accadendo al processo Dell’Utri e alle indagini sulle stragi e sulle trattative, non è – come scrive qualche sciocco – perché non vogliamo rassegnarci all’innocenza di Dell’Utri e dei politici a prescindere (cosa peraltro impossibile). Ma è perché siamo convinti che stia accadendo qualcosa di grave: una partita mortale intorno alla verità su uno dei periodi più orribili della nostra storia. Sappiamo, vediamo che tutt’intorno a noi il clima politico-mediatico sottovuotospinto creato dall’inciucione Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo consiglia vivamente di occuparsi d’altro, di “pensare al futuro”, alla “pacificazione”, alla “normalità” del tuttovabenmadamalamarchesa. Una tentazione che attanaglia anche tanta brava gente, stufa di “conflitti”, rintanata nel proprio particulare, rassegnata a contentarsi della caduta di B. e dei partiti, a subire decisioni prese dall’alto e da fuori, come se il nostro compito fosse assistere passivi, ricevere ordini, chiedere “quant’è?”, pagare il conto e attendere la prossima consegna. Una tentazione pericolosa, perché non c’è futuro, pacificazione, normalità se non si esce dal tunnel dei segreti e dei ricatti che ci imprigiona da vent’anni. E da quel tunnel si esce soltanto con la verità, anche la più scomoda e crudele. La verità, purtroppo, la cercano solo un pugno di magistrati tra Palermo e Caltanissetta, mentre la politica che conta e l’“informazione” al seguito cercano il modo migliore di tenerla ancora nascosta sotto il tappeto. Infatti, appena un brandello di verità tracima dal tappeto, subito scatta la reazione violenta, brutale, totalitaria di un sistema dov’è impossibile distinguere destra e sinistra, alte e basse cariche istituzionali, buoni e cattivi. Checché se ne dica, non abbiamo mai scritto né pensato che il Pg Iacoviello che ha chiesto di annullare la condanna di Dell’Utri sia un magistrato colluso, anzi sappiamo bene che la sua moralità è al di sopra di ogni sospetto. Ma seguitiamo e interrogarci sulle anomalie di quel processo: possibile che, tra decine di magistrati di Cassazione, Dell’Utri sia capitato proprio nelle mani di un presidente allievo di Carnevale e di un Pg che non crede nel concorso esterno? S’è mai visto un processo per mafia a rischio prescrizione che dorme per 13 mesi in Cassazione? S’è mai visto un sostituto Pg che in requisitoria infila tre errori marchiani a proposito della sentenza che deve valutare, avendo al fianco il nuovo Procuratore generale? S’è mai visto un Procuratore generale che, invece di correggere il sostituto, dice di condividere tutto quel che ha detto, errori compresi? S’è mai visto un Csm che fa finta di non vedere e non sentire? A queste domande, nessuno risponde. Come se fossero curiosità morbose e non un’esigenza di chiarezza. Ieri poi La Stampa ha rivelato che lo stesso Procuratore generale, Vitaliano Esposito, ha chiesto al Pg di Caltanissetta il testo dell’ordinanza del gup nisseno che l’altro giorno ha arrestato alcuni boss coinvolti nella strage Borsellino dando per certa la trattativa Stato-mafia e ricordando che l’ex ministro dell’Interno Mancino ha seri problemi di memoria su quel che fece e seppe ai tempi delle trattative. Il gip cita alcuni stralci della richiesta della Procura: “Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi”, anche se “il quadro allo stato non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere”. Parole persino timide, rispetto ai reati che stanno emergendo nelle carte della Procura di Palermo, competente a indagare sulla trattativa. A che titolo vengono chieste quelle carte? Dov’è scritto che il Pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, può sindacare il merito dell’ordinanza di un gip o della richiesta di una procura? Perché un magistrato perbene e a fine carriera come Esposito si espone, per ben due volte in due giorni, a figuracce simili? La risposta a questa domanda è la chiave per capire quel che sta accadendo.

di Marco Travaglio, IFQ

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