Archive for ‘Diritti umani’

16 settembre 2014

Ben & Jerry’s Signs Employers’ Amicus Brief In Support Of Gay Marriage

BEN JERRYS GAY MARRIAGE

Ben & Jerry’s is making a bold new stand in defense of same-sex marriage.

The Vermont-based ice cream giant has signed an Employers’ Amicus Brief urging the U.S. Supreme Court to review pending marriage equality ban cases in Utah, Oklahoma and Virginia.

Company representatives confirmed the news in a lengthy post on the official Ben & Jerry’s website, jokingly calling the brief “fancy lawyer speak for a formal legal petition asking the Supreme Court to review these latest circuit court rulings.”

“Often, it’s not enough to change the way you do business, or change the practice within your business,” Chris Miller, Ben & Jerry’s Social Mission Activism Manager, said in the post. “Unless you’re willing to stand up and advocate for the rights of others, not just here in our backyard but around the world, it’s often just not good enough.”

Miller went on to note, “This is not just a concern of the gay rights community. There is a broad base of support for a single standard across all 50 states that recognize same sex marriage.”

The company confirmed the news on Twitter:

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Meanwhile, officials took part in Vermont’s Pride parade on Sept. 14:

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Other corporations to sign the brief reportedly include Amazon, Target and Viacom. You can read the full post on the Ben & Jerry’s website here.

It isn’t the first time that Ben & Jerry’s has spoken up on behalf of same-sex marriage and other lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) related issues. In 2011, company founders Ben Cohen and Jerry Greenfield joined the Human Rights Campaign’s “NYers for Marriage Equality” effort.

Meanwhile, the company has also released special pro-marriage equality flavors, like “Hubby Hubby” in the U.S. and “I Dough, I Dough” in Australia.

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31 marzo 2014

La difesa del più debole e le origini dell’egualitarismo

Anche nelle società umane meno complesse, come quelle di cacciatori-raccoglitori, si osservano comportamenti che tendono a mitigare le disuguaglianze tra individui nella competizione tra i membri del gruppo per ottenere maggiori risorse. Un nuovo modello di teoria dei giochi mostra che la tendenza a prendere le parti del più debole porta a massimizzare i vantaggi per tutti i membri del gruppo, ponendo le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo (red).

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo

© Ikon Images/Corbis

L’origine dell’egualitarismo, vale a dire dell’adozione da parte dei nostri antenati di comportamenti destinati a ridurre l’iniquità nella distribuzione delle risorse tra i membri di un gruppo, è una questione dibattuta da tempo. Benché si tratti di una tendenza evidente nella specie umana, osservata anche in società meno complesse, come quelle dei cacciatori-raccoglitori, nessuna delle spiegazioni avanzate finora, che fanno riferimento all’altruismo e alla cooperazione, risulta soddisfacente se applicata a gruppi gerarchizzati come quelli dei nostri antenati.

Partendo da queste constatazioni, Sergey Gavrilets, del Dipartimento di ecologia dell’Università del Tennessee a Knoxville, negli Stati Uniti, ha indagato sulla possibile origine dell’egualitarismo usando una simulazione al computer secondo le regole della teoria dei giochi, di cui riferisce sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.  Per quanto parziali, i suoi risultati dimostrano che in alcune condizioni evitare la prevaricazione del più forte sul più debole può portare a un vantaggio per tutto il gruppo, facendo sì che ciascun membro goda di maggiori risorse con meno costi.

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo
Manifestazione del movimento Occupy Wall Street a New York:
una delle più recenti forme di richiesta di una più equa distribuzione
delle risorse nella società (© Bo Zaunders/Corbis)

Gavrilets ha posto come condizione iniziale l’esistenza di una gerarchia all’interno del gruppo che rispecchia la forza dei singoli individui e di una relazione a due in cui un soggetto incarna la figura del “prevaricatore” e l’altro quella della “vittima”. I due ruoli possono o meno contendersi un bene: nel primo caso la vittima può combattere per mantenere il possesso (in questo caso la probabilità di vittoria è in funzione della differenza di forza tra i contendenti ed entrambi pagano un “costo”) oppure cedere senza combattere. Gli individui, inoltre, possono trovarsi in entrambi i ruoli un certo numero di volte durante la vita. Dopo un certo intervallo di tempo, il successo riproduttivo viene valutato in base alle risorse accumulate. Infine, un terzo individuo, lo “spettatore”, può intervenire in favore del più debole.

Al termine della simulazione, sono emersi alcuni dati importanti, per quanto non conclusivi, che pongono le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo. Il primo è che pressoché tutti gli individui del gruppo traggono vantaggio da meccanismi che inibiscono il passaggio delle risorse dal più debole al più forte, perché ciascuno ottiene mediamente più risorse con meno costi. L’egualitarismo in definitiva, porta a una società in cui le iniquità tra i membri sono fortemente ridotte. In una successiva elaborazione della simulazione, inoltre, si è visto che in un arco di tempo ampio l’evoluzione porta a un raffinamento di questi comportamenti di aiuto, fino all’emergere di schemi comportamentali di cooperazione e di altruismo più elaborati.

31 marzo 2014

“Il partito della polizia”, il libro sul lato violento delle forze dell’ordine

Torino G8 Università
Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica. Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

di

Police

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5 marzo 2013

Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany

Gordon Welters for The New York Times
Klaus Born, in black T-shirt, center, at a Berlin gay bar. He views his conviction in the 1960s as a moral affront and a legal stigma.

Klaus Born vividly recalls his first brush with the law, which took place along a quiet street in West Berlin in the 1960s, when being gay carried a prison sentence on both sides of the Berlin Wall.

Mr. Born and another man had driven to a dark parking lot and crawled into the back seat. Once they began having sex, they saw bright flashlights and heard brusque voices as they were surrounded. A police car was idling nearby, ready to take them away.

“I was terrified. I had no idea what they were going to do to me,” said Mr. Born, 68, who spent a little over a month in prison after the episode. “ ‘Gay pig,’ they always used to say.”

According to the law, his conviction still stands, which Mr. Born considers a moral affront and a legal stigma that hurts to this day.

Germany’s failure to expunge the arrests of victims of a legal system that kept a Nazi-era ban on homosexuality on the books for decades after World War II is indicative of the slow pace of reforms on gay equality, despite a generally liberal populace.

The country’s foreign minister and the mayor of Berlin are both openly gay, and the Federal Constitutional Court has set multiple precedents to strengthening gay rights under the Basic Law, Germany’s Constitution, most recently by expanding adoption rights for same-sex couples. But the dominant party here, Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats, and its Bavarian sister party, the Christian Social Union, long champions of traditional family values, still drag their feet when it comes to gay equality.

When leading members of Ms. Merkel’s party went on the record last month saying they were ready to consider equal tax benefits for gay couples, their comments drew swift criticism from the party’s socially conservative wing.

Yet with a general election approaching in September, Ms. Merkel appears aware that a shift to the left on gay issues, similar to left-of-center stances she has taken on military conscription and the minimum wage, could undercut her opponents’ campaign by giving them one less thing to criticize. So there may yet be a further move before the election to clear the records of gays persecuted in the past.

Men who were forced to wear the pink triangle, the Nazis’ way of identifying homosexuals in concentration camps, received a measure of justice in 2002 when the German government formally apologized and agreed to compensate them. In 2008, Berlin unveiled a memorial for the Holocaust’s gay victims, a tall concrete slab with a TV screen on one side that displays a video loop of two men or two women kissing.

But victims of Germany’s postwar homophobia have received only modest redress. Parliament officially apologized to them in 2000, but roughly 50,000 men persecuted after World War II have yet to have convictions of sodomy stricken from their police records, according to Manfred Bruns, a retired federal prosecutor and an executive board member at the Lesbian and Gay Federation in Germany.

No one seems to know how many of those people are still alive, or if they would come forward to seek redress. But calls are growing for Germany to clear the records of remaining victims before they die. Volker Beck, a lawmaker with the opposition Greens and a proponent of gay rights, is one of several members of Parliament who are pushing for legislation that would expunge the records and perhaps offer financial compensation.

“For a lot of these men, criminal persecution in the ’50s spelled disaster for their entire civil existence,” he said.

The road to a cleared record is bumpy still. In particular, a 1957 decision from the Constitutional Court declared the homophobic law, better known as Paragraph 175, to be constitutional, solidifying its place in West German law. The law’s scope was limited in 1969, but homosexuality was not formally decriminalized until 1994.

To clear the victims’ records, Parliament would effectively have to overrule that 1957 Constitutional Court finding — an especially contentious move in a country where there is deep respect for judicial authority. There is also debate over whether Parliament has the power to effectively overrule court decisions that were made in a very different era.

“In the 1950s and ’60s West Germany viewed itself as a Christian, Occidental society rather than a pluralistic one,” noted Mr. Bruns.

To date, Germany has expunged the records only of people caught up in the draconian legal systems of Nazism and East German Communism. “There is no mechanism for getting rid of old Constitutional Court decisions,” Mr. Bruns said. “When the court’s view of the law changes, then it simply rules accordingly and old verdicts are paved over.”

An important hearing before a parliamentary committee in May could determine whether a law is passed or even drafted by September.

Mr. Born said he just wants his record cleared before he dies.

Sitting in his ground-floor apartment here, surrounded by souvenirs from decades of travel, Mr. Born flipped through a dusty album until he came to an old photograph of himself clad in black leather from head to toe and beaming at the camera. He treasures his keepsakes from years ago, when his partner, Jürgen, was still alive.

“It’s not about the money. No one cares about that,” Mr. Born said. “These convictions hurt people.”

 By Chris Cotrell
New York Times.com
A version of this article appeared in print on March 5, 2013, on page A12 of the New York edition with the headline: Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany.
5 marzo 2013

Racist Incidents Stun Campus and Halt Classes at Oberlin

Oberlin College, known as much for ardent liberalism as for academic excellence, canceled classes on Monday and convened a “day of solidarity” after the latest in a monthlong string of what it called hate-related incidents and vandalism.

At an emotional gathering in the packed 1,200-seat campus chapel, the college president, Marvin Krislov, apologized on behalf of the college to students who felt threatened by the incidents and said classes were canceled for “a different type of educational exercise,” one intended to hold “an honest discussion, even a difficult discussion.”

In the last month, racist, anti-Semitic and antigay messages have been left around campus, a jarring incongruity in a place with the liberal political leanings and traditions of Oberlin, a school of 2,800 students in Ohio, about 30 miles southwest of Cleveland. Guides to colleges routinely list it as among the most progressive, activist and gay-friendly schools in the country.

The incidents included slurs written on Black History Month posters, drawings of swastikas and the message “Whites Only” scrawled above a water fountain. After midnight on Sunday, someone reported seeing a person dressed in a white robe and hood near the Afrikan Heritage House. Mr. Krislov and three deans announced the sighting in a community-wide e-mail early Monday morning.

“From what we have seen we believe these actions are the work of a very small number of cowardly people,” Mr. Krislov told students, declining to give further details because the campus security department and the Oberlin city police are investigating.

A college spokesman, Scott Wargo, said investigators had not determined whether the suspect or suspects were students or from off-campus.

Several students who spoke out at the campuswide meeting criticized the administration, saying it was not doing enough to create a “safe and inclusive” environment and was taking action only when prodded by student activists. But beyond the chapel, many students praised the administration for a decisive response.

“I was pretty shocked it would happen here,” said Sarah Kahl, a 19-year-old freshman from Boston. “It’s a little scary.” She said there was an implied threat behind the incidents. “That’s why this day is so important, so urgent.”

Meredith Gadsby, the chairwoman of the Afrikana Studies department, which hosted a teach-in at midday attended by about 300 students, said, “Many of our students feel very frightened, very insecure.”

One purpose of the teach-in was to make students aware of groups that have formed, some in the past 24 hours in dorms, to respond.

“They’ll be addressing ways to publicly respond to the bias incidents with what I call positive propaganda, and let people know, whoever the culprits are, that they’re being watched, and people are taking care of themselves and each other,” Dr. Gadsby said.

The opinion of many students was that the incidents did not reflect a prevailing bigotry on campus, and may well be the work of someone just trying to stir trouble. “It seems to bark worse than it bites,” said Cooper McDonald, a 19-year-old sophomore from Newton, Mass.

“I can’t see many of my classmates — any of my classmates — doing things like this,” he said. “It doesn’t reflect the town, either.”

He added: “The way the school handled it was awesome. It’s not an angry response, it’s all very positive.”

The report of a person in a costume meant to evoke the Ku Klux Klan added a more threatening element than earlier incidents. The convocation with the president and deans, originally scheduled for Wednesday, was moved overnight, to Monday. “When it was just graffiti people were alarmed and disturbed. But this is much more threatening,” said Mim Halpern, 18, a freshman from Toronto.

There were few details of the sighting, which occurred at 1:30 a.m. on Monday, Mr. Wargo said. The person who reported it was in a car “and came back around and didn’t see the individual again,” he added.

Anne Trubek, an associate professor in the English department, said that in her 15 years at Oberlin there had been earlier bias incidents but none so provocative. “They were relatively minor events that would not be a large hullabaloo elsewhere, but because Oberlin is so attuned to these issues they get addressed very quickly,” she said.

Founded in 1833, Oberlin was one of the first colleges in the nation to educate women and men together, and one of the first to admit black students. Before the Civil War, it was an abolitionist hotbed and an important stop on the Underground Railroad.

Richard Pérez-Peña reported from Oberlin, and Trip Gabriel from New York.

New York Times.com

5 marzo 2013

Laicità, cinque domande agli aspiranti premier

Lettera aperta del pastore protestante valdese Daniele Garrone, uno dei maggiori esperti di Bibbia in Italia, ai candidati a essere presidenti del Consiglio. Fine vita, divorzio, coppie di fatto, uguaglianza di tutte le confessioni religiose, cittadinanza ai figli degli immigrati: tutte questioni “laiche” indicanti la “qualità” di una nazione.

Egregio signor candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, come molti altri elettori ed elettrici non ho ancora scelto per chi votare alle prossime elezioni politiche. Mancano, a mio avviso, proposte convincenti di cambiamenti profondi, di riforme incisive e durature per affrontare la crisi economica e soprattutto lo sfacelo della politica e il degrado della vita civile, che ci affliggono non meno della crisi economica. Le scrivo per chiederle di pronunciarsi in modo esplicito e vincolante su alcuni temi che non sono al centro della campagna elettorale; sono problemi che attengono ai diritti, alle libertà, alla cittadinanza; questioni tipicamente «liberali», cioè legate a una cultura che non ha mai mobilitato i due grandi partiti di massa protagonisti di decenni della storia politica della nostra Repubblica.

1. In violazione dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica, i cittadini non possono esercitare il loro diritto a decidere sull’utilizzo o la sospensione di cure mediche con disposizioni di «fine vita». In altre democrazie, ciò è lecito e normato. In Germania esiste persino un «testamento biologico cristiano», approvato anche dalla Conferenza episcopale cattolico-romana di quel Paese. L’Italia è invece ridotta a una sorta di stato etico, in cui il legislatore adotta come vincolanti per tutti i criteri etici di una parte soltanto dei suoi cittadini, in questo caso i dettami e i veti delle gerarchie cattolico-romane, quando – oltre tutto – i sondaggi indicano come largamente prevalente un orientamento favorevole alla libertà di scelta. Condivide l’urgenza di garantire la libertà di poter disporre per la sospensione delle cure o per la loro prosecuzione? Può assumere la garanzia di questa libertà come impegno di governo?

2. In Italia è stato finora impossibile accorciare i tempi del divorzio, persino nei casi in cui la richiesta è avanzata consensualmente dai coniugi. Non è compito del legislatore incoraggiare oppure ostacolare questa o quella concezione del matrimonio (sacramento indissolubile, patto rescindibile). Condivide questa visione? Se sì, che impegni prende perché sia posta fine all’inutile e vessatorio prolungamento dell’iter del divorzio?

3. Nessun riconoscimento è accordato in Italia alle unioni diverse dalla famiglia cosiddetta «naturale», siano esse eterosessuali o tra persone dello stesso sesso. Come lei sa bene, non è una questione ideologica: cittadini coinvolti in stabili relazioni affettive vengono deprivati di diritti a altri accordati. Che impegno assume riguardo a questo problema, che vede l’Italia notevolmente arretrata rispetto ad altre democrazie?

4. L’uguaglianza di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, solennemente sancita nella nostra Costituzione, non è pienamente attuata. Non mi riferisco qui al regime privilegiario adottato per la Chiesa cattolica con l’art. 7 della nostra Costituzione e a tutto ciò che ne è derivato; so bene che questo, in Italia, è una sorta di tabù. Vi sono confessioni e religioni che non riescono ad addivenire alle intese previste dall’art. 8; vigono ancora in parte norme della legge sui culti ammessi del 1929. Condivide l’idea di approvare una legge quadro sulla libertà religiosa? Come intende affrontare il fatto che alla uguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge, sancita dalla Costituzione, corrisponde una gamma di diversi trattamenti giuridici?

5. Come intende rispondere alla proposta, sostenuta anche dal presidente della nostra Repubblica, di conferire – superando così lo ius sanguinis – la cittadinanza a quegli immigrati che siano nati nel nostro paese? Non le sembra una vergogna da eliminare? Conviene con me che il conferimento della cittadinanza è un interesse della Repubblica, se essa si concepisce come patto di cittadinanza?

Altre questioni, altrettanto importanti, dovranno essere affrontate dalla politica nei prossimi anni: la fecondazione assistita; la libertà della ricerca scientifica… Bastano i temi che le propongo a saggiare l’idea di laicità che lei intende porre alla base del suo programma di governo. Per chiarire il mio punto di vista e forse anche per agevolarle la risposta, le espongo la mia: intendo la laicità come neutralità dello Stato in campo religioso e ideologico e vedo nello Stato il garante della libera professione di tutte le idee, il custode dei diritti inviolabili di ogni cittadino e cittadina. Lo statuto della buona politica non è quello di partire dalla Verità, in vista del Bene, ma quello di trovare soluzioni eque, ragionevoli, per salvaguardare e valorizzare le libertà, accrescere la giustizia e tutelare chi, tra i cittadini, è più debole. Qualunque siano le valutazioni politiche che potrebbero orientarmi verso l’uno o l’altro degli schieramenti in campo, sarà per me dirimente quale posizione esplicita e vincolante essi assumeranno sui temi che ho indicato.

Immagino un’obiezione: di fronte agli altri gravi problemi che abbiamo, queste sono preoccupazioni secondarie…; in fondo non riguardano tutti… Sono però convinto che dobbiamo urgentemente recuperare – o scoprire? – una cultura politica ispirata ai concetti di cittadinanza, libertà e diritti, laicità che, come lei sa, comporta anche doveri assunti con la responsabilità del libero cittadino e un forte senso delle istituzioni e della Repubblica. Quello che, a mio avviso ci serve per impugnare lo sfacelo della politica e reagire attivamente al degrado della vita civile. Libertà, cittadinanza e diritti non sono un capriccio, ma la cartina al tornasole della qualità di una Repubblica.

di Daniele Garrone, da Lucidamente.com

biblista e pastore protestante valdese

18 gennaio 2013

Chi ha dimenticato l’Europa dei diritti

“È l’Europa che ce lo chiede”: quante volte abbiamo sentito questa frase? A causa di essa, negli ultimi anni, l’Europa è diventata sinonimo di sacrifici e compressione dei diritti. Ma l’Europa non è solo questo: è la custode della democrazia pluralista, più che dell’ortodossia finanziaria. E’ la madre della Carta dei diritti e del trattato di Lisbona, oltre che dei parametri del Fiscal compact.

Da lontano Castello che era, affidato a guardiani poco visibili, l’Europa è divenuta in questi anni presenza più che mai tangibile. e più del previsto soverchiante. È entrata nel linguaggio di ciascuno, insediandosi imperiosa nelle nostre menti: sotto forma di incubo purtroppo, anziché di speranza. Chissà, forse il Nobel le è stato attribuito proprio per questo: perché davvero è nostra patria, anche se fatta nascere col forcipe, forza che coarta senza sostenere. Perché ci è diventata, come il dolore, in Rilke: luogo, campo, suolo, dimora, nostro cupo sempreverde. Forse era tanto più apprezzata quando era lontana dalle sue genti, quando era assente nel discorso pubblico e i popoli non la percepivano ancora come madre matrigna, ma madre pur sempre. Se c’è un vantaggio, nella crisi che sperimentiamo, è questo nostro entrare, obtorto collo, nel Castello fino a ieri così impenetrabile.

È un vantaggio perché finalmente possiamo discuterla, quest’Unione che d’un colpo irrompe nelle nostre vite e di continuo ci fa ripetere, come automi: “Ce lo dice l’Europa”. Lo abbiamo visto in Grecia, Spagna, Francia; lo constatiamo in Italia, in Germania: non c’è elezione, ormai, dove il linguaggio dei politici non sia costretto a farsi europeo. In Italia lo dobbiamo alla fine del berlusconismo, alla biografia di Monti. Ma non siamo gli unici a vivere questa trasformazione, che tanti subiscono con risentimento.
Il cambio di pelle non sembra far altro che impoverire le genti, e perfino le loro Costituzioni. Discutere l’Europa vuol dire non considerare fatale, indiscutibile, questo chiudersi di orizzonti.

Chi sente con dolore tale metamorfosi non ha tutti i torti, perché è vero che l’euro e i suoi custodi non sono affiancati da un potere politico egualmente comune, che raddrizzi squilibri e disuguaglianze fra nazioni e dentro le nazioni, che eviti la riduzione dei governi a comitati d’affari. Resta che l’Unione non è solo la moneta, come pretendono le agende dei partiti nazionali; né è solo una storia di conti da tenere in ordine, di debiti pubblici da abbattere con l’ascia fredda della Signora morte. Fin da ora essa è più ricca, vasta. Ha un Parlamento dove ci si esercita a parlare europeo. È custode della democrazia pluralista, più che di un’ortodossia finanziaria. Ha strumenti come la Carta dei diritti fondamentali, approvata nel 2000 e divenuta pienamente vincolante nel 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona.

Sono anni che Stefano Rodotà insiste su questa realtà, volutamente negletta, se non sprezzata, dai singoli governi. Ancora di recente, il 12 gennaio su Repubblica, lo ha ricordato, parlando del diritto degli omosessuali a unirsi e adottare figli: la Carta europea dei diritti ha lo stesso valore giuridico dei trattati, dei Fiscal compact, ed esiste per proteggere ogni minoranza etnica, religiosa; ogni stile di vita che non offenda la collettività. Corregge le indiscipline democratiche, non solo quelle contabili. È colpa dei politici nazionali se tale realtà è occultata; se solo i lacci economici sono l’obbligazione che ci lega. Se la lunga, complessa storia europea si riduce a un Decalogo finanziario.

Questo significa che l’Europa ci soverchia, sì, ma in maniera selettiva. Che il suo potere è troppo debole, non troppo forte. Che ancora deve nascere e imporsi come Stato di diritto, come garante sovranazionale della laicità, chiamato a proteggere i cittadini da interferenze di chiese e sette che si nutrono della fatiscenza dei vecchi Stati nazione. In Francia tutte le religioni, esclusa la buddista, si mobilitano compatte contro un disegno di legge sul matrimonio gay. È segno che gli Stati, meno sovrani, fronteggiano più faticosamente le ingerenze di lobby e chiese. Di qui l’importanza della Carta dei diritti, adottata non a caso nel mezzo della crisi.

L’Europa è un’impresa incompiuta ma non priva di forza, se solo volesse usarla e difendere un pluralismo gravemente danneggiato. Potrebbe farsi sentire sui matrimoni gay, sui nuovi modelli di famiglia: l’articolo 9 della Carta dei diritti non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso. Potrebbe obbligare a rispettare i diritti delle proprie minoranze etniche: in particolare i 10-12 milioni di rom e sinti che abitano l’Unione. Siamo in un’epoca di transizione, come ai tempi di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Nel maggio scorso l’Europa ha ordinato agli Stati di integrare meglio i rom, e predisposto fondi a questo scopo. Ben poco è stato fatto, disattesi sono gli articoli 15, 18, 52 della Carta, e i rom continuano a soffrire discriminazioni, soprusi, deportazioni forzate, nell’Occidente europeo e soprattutto in Est Europa.

La fine dell’impero sovietico non ha messo fine alle loro pene. Le ha enormemente acuite. In Slovacchia, Romania, Ungheria, i rom e i sinti sono trattati come reietti, man mano che dilaga la crisi, ed esposti a violenze crescenti. Risale all’inizio del 2013 un articolo di Zsolt Bayer, amico personale del Premier Viktor Orbán e fondatore con lui del partito Fidesz, che commentando una rissa di Capodanno scoppiata presso Budapest ha concluso che i rom “sono un’etnia inadatta a coesistere con le persone. Sono zingari che sfruttano i ‘progressì di un occidente idiotizzato. Sono animali e si comportano da animali. Animali che non dovrebbero avere il diritto di esistere. Una soluzione s’impone: immediatamente e quale che sia il metodo”. Il partito di governo non ha pronunciato una sola parola di condanna della soluzione finale proposta dall’amico Bayer.

Ma non solo in Est Europa i rom sono ritenuti liquidabili. Indagini europee descrivono maltrattamenti anche in Italia, Francia. Nel nostro paese già conosciamo la xenofobia della Lega: siamo i precursori di un fenomeno ormai continentale. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, in una lettera pastorale del settembre scorso. Chiedendosi se sapremo garantire diritti e dignità alla più numerosa minoranza europea ha detto: “Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia di vivibilità, in cui crescono violenza e delinquenza”. La “sempre più bassa aspettativa di vita dei Rom, in un Paese longevo come il nostro”, è indice del loro stato di abbandono e povertà. Decerebrata, l’Europa dimentica perché decise di unirsi, dopo la guerra: lo fece perché non si ripetesse l’annientamento degli ebrei, dei Rom e Sinti, dei gay, dei malati di mente. L’Europa non può, senza perdersi, fare il muso duro con Atene e non con Budapest. Minacciare di cacciare l’una, non l’altra.

Il 2013 è stato proclamato Anno europeo dei cittadini, dunque dei diritti-doveri che comporta per ognuno l’acquisizione della cittadinanza europea, accanto a quella nazionale. Bruxelles ne è consapevole quando negozia l’adesione degli Stati, ponendo condizioni democratiche stringenti. Grecia, Spagna, Portogallo, e poi tutto l’Est Europa, entrarono nella Comunità quando si liberarono delle dittature. È il dopo-ingresso che non viene seguito, vigilato. Una volta dentro tutto diventa possibile: il ritorno dell’intolleranza, le Costituzioni democratiche offese, le chiese che reclamano nuovi poteri che non dovrebbero avere (sui corpi dei cittadini in primis: nascita, sesso, morte).

La Carta dei diritti, il trattato di Lisbona, i parametri del Fiscal compact: l’Europa è tutte queste cose insieme. Solo così vien tolta centralità assoluta all’economia, e rimesso al centro quel che tocca a ogni costo salvare: lo Stato di diritto. Altrimenti non ci resta che l’Europa matrigna, e l’accidiosa rinuncia di cui parla Karl Popper: “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti. Anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione”.

di Barbara Spinelli, da Repubblica

5 ottobre 2012

Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro

Centinaia di persone sono scese in piazza in Tunisia, e non solo, in solidarietà con la giovane tunisina che rischia il carcere dopo aver subito uno stupro da parte della polizia. La ragazza è stata convocata ieri mattina, per la seconda volta, di fronte al giudice presso la procura di Tunisi. L’accusa di “offesa al pudore” e “oscenità premeditata e ostentata” – secondo la quale la ragazza rischierebbe fino a sei mesi di reclusione – è stata per ora confermata. Tra le questioni dibattute in aula anche la quantità di coscia visibile per definire la volontà o meno di ostentare: la misura dell’orlo della gonna sarà dunque il discrimine per comminare la pena, mentre l’altra linea di demarcazione sembra essere la discussa verginità.

La protesta. Davanti al tribunale una folla di almeno trecento persone, tra cui membri dell’Assemblea Costituente, Ong, e associazioni di femministe, ha manifestato durante l’udienza contro la palese ingiustizia. La ragazza, raggiunta anche da un messaggio di solidarietà dal governo francese, si è detta molto incoraggiata dal sostegno che le sta arrivando dal mondo intero. E, rispetto al passato, si sono visti in piazza cartelli molto più assertivi – come “Ministero terrorista, e ministero dello stupro”, “violentate o velate?”, fino a esortazioni più specifiche: “Polizia! Tenetevelo a posto”. Uno slogan che va bene anche per l’imposizione, diretta o indiretta, del velo – pudica barriera imposta alle donne per contenere l’esuberanza sessuale maschile. Ma forse i commenti più pressanti apparsi anche sui social network sono quelli all’insegna del dégage (“vattene”): la parola d’ordine scandita contro la dittatura il 14 gennaio 2011, quando è iniziata la rivoluzione. L’intera vicenda vede ancora una volta il partito islamista maggioritario Ennahdha e il governo attuale al centro delle polemiche, e ha quindi una dimensione tutta politica.

L'”offesa al pudore”: A ispirare il processo è l’articolo 226 del codice penale, retaggio della vecchia dittatura. E’ una norma abbastanza vaga da lasciare ampio margine allo zelo della pubblica accusa. Fornisce infatti a qualsiasi violentatore la scusa per trasformare la vittima in accusata o di mettere questa nelle condizioni di aver paura di denunciare, ed è anche una una sorta di comoda valigia dentro cui infilare ogni pretesto. Con lo stesso capo d’accusa, ancora in attesa di giudizio, si trova anche Sofiane Chourabi, un giornalista blogger non troppo amato dal potere, che è stato trovato a consumare alcol su una spiaggia nel periodo di Ramadan.

La storia della ragazza. I primi di settembre, nel quartiere di Tunisi Aïn Zaghouan la giovane si era appartata in auto con il suo ragazzo, dopo una cena. Un gruppo di poliziotti in borghese li ha visti e ha giudicato il loro atteggiamento indecente. Per rilasciarli però hanno preteso dei soldi. Il ragazzo aveva solo 40 dinari. Uno degli agenti, dopo averlo ammanettato, lo ha portato a cercare un bancomat per prelevare 300 dinari (150 euro). Poiché la ragazza era alla guida dell’auto, la conclusione dei poliziotti è stata che si trattasse di una donna sposata e dunque colpevole di comportamento immorale. Lei, 27 anni, una laurea in scienze delle finanze e un master in management, ha giurato di essere vergine e che si sarebbe sottoposta a un test, se necessario. I due agenti rimasti con lei l’hanno fatta sedere sul sedile posteriore della loro auto, l’hanno portata in un luogo isolato e violentata a turno. Poi hanno raggiunto il terzo poliziotto rimasto col ragazzo alla ricerca – infruttuosa – di un bancomat. Il ragazzo, che si è accorto dell’accaduto, è riuscito a strappare la bomboletta di gas immobilizzante a uno degli agenti, e ha cominciato a gridare. I poliziotti hanno rilasciato i giovani in cambio della bomboletta. Il soccorso ospedaliero non è stato tuttavia immediato. Solo alle 16 del giorno successivo la giovane è riuscita ad avere le cure necessarie e l’accertamento medico che quanto da lei dichiarato nei verbali corrispondeva al vero. Gli agenti stupratori sono stati arrestati, ma al momento del primo confronto la vittima si è trovata a doversi difendere dall’accusa “di offesa al pudore”. Ieri, durante la seconda udienza, l’accusa è stata confermata.

L’episodio ha suscitato grande emozione e un’ondata di proteste da parte delle Ong, e della società civile che si è espressa soprattutto tramite la rete. Si sono così susseguiti flashmob estemporanei, manifestazioni di attiviste e gente comune, prima davanti al ministero degli Interni poi in piazza a Tunisi, e lo scorso sabato con un ponte di solidarietà che è arrivato fino a Parigi. Ieri l’atmosfera era particolarmente surriscaldata davanti al tribunale nella Rue Bab Bnet.

Le reazioni della politica. In questi giorni, esponenti delle istituzioni (ministri degli Interni e Giustizia) hanno continuato a denunciare l’immoralità e l’indecenza dei due ragazzi, perdendosi in grotteschi distinguo: “Gli agenti sono in prigione, ma anche la ragazza ha compiuto un reato ed è quindi perseguibile secondo la legge”. Come se il fatto che responsabili sono stati puniti bastasse a legittimare un altro processo per offesa alla morale ai danni di una donna stuprata – per giunta dalle forze dell’ordine.

Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha, ha parlato attraverso la figlia Yousma la quale, dopo aver deprecato l’agire della polizia, ha però detto che è colpa dei media nazionali che spostano l’attenzione dai veri problemi del paese e quelli internazionali, che spiegano male la situazione. Così come molto poco credibili sono anche le tardive reazioni di condanna alla polizia del premier Hamadi Jebali in visita a Bruxelles, intervistato dal quotidiano Le Soir. E tardiva e prudente è la condanna di Sihem Badi, ministra della Donne e della Famiglia, che ha però rilevato come la denuncia della ragazza sia un importante segno di discontinuità rispetto al passato. Dall’opposizione, la reazione più significativa è venuta da Karima Souid della sinistra Ettakatol, che con CPR e Ennahdha è il partito della “troika” nell’Assemblea Costituente. La deputata ha detto di dissociarsi da tutti e ha concluso il suo discorso con un “je vous vomis” (vi rigetto con disgusto), domandando al ministro dei Diritti Umani che venga archiviato il caso.

La violenza sulle donne. Se lo stupro da parte della polizia era routine sotto Ben Ali, non essendo stata riformata, la polizia continua a comportarsi nello stesso modo. La questione ovviamente non riguarda solo le forze dell’ordine: il 30% delle donne tunisine afferma di avere subito violenze. L’andamento e l’esito di un processo così iniquo, che trasforma la vittima anche in un’accusata, sottopone la Tunisia a un test fondamentale agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda il suo cammino verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili. Si capirà se è vera la denunciata opacità di rapporti tra potere esecutivo e quello giudiziario. Ed è anche il termometro della capacità di riflettere su una serie di tabù sessuali che condannano il paese a un perenne medioevo.

Costituzione e ruolo delle donne. E’ in gioco, tra le altre cose, il ruolo della donna nella società tunisina: una linea di demarcazione di modernità, questa volta non imposta dall’alto come all’epoca di Ben Ali, ma reale espressione di una volontà popolare. Una piccola vittoria sembrava essere arrivata qualche giorno fa, quando l’espressione “la donna complementare all’uomo” era stata eliminata dalle bozze di articoli della futura Costituzione, come avrebbero invece voluto gli islamisti. Ma il caso delle giovane tunisina riporta in primo piano – oltre alla necessità di una profonda revisione Codice di statuto personale del 1956 (in cui si sanciva una parziale parità uomo donna) – questioni sociali e culturali legate al divario tra un’élite progressista e la Tunisia profonda, sulla quale punta invece la visione conservatrice e religiosa di Ennahdha.

di Sabina Ambrogi, Micromega

3 ottobre 2012

“Diaz, discredito sulla nazione”

Le violenze delle forze dell’ordine hanno “gettato discredito sulla nazione”. È scritto nelle 186 pagine della sentenza della Cassazione che a giugno ha decapitato i vertici della polizia. Uno dei tanti passaggi pesanti come macigni. Ci sono voluti 10 anni, ma ecco il sigillo dello Stato su una delle pagine più vergognose della storia italiana. Un pestaggio compiuto da uomini dello Stato. Una motivazione che, oltre le responsabilità giuridiche, lascia intravvedere quelle politiche e morali. La Cassazione evidenzia “l’odiosità del comportamento… di chi, in posizione di comando come i funzionari, una volta preso atto che l’esito della perquisizione si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, dissociandosi così da una condotta che aveva gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze”. Un comportamento “odioso”, una violazione “dei doveri di fedeltà” di chi veste la divisa. Per questo, scrive la Cassazione, è stato negato il “riconoscimento delle attenuanti generiche”.    Si parla di una “consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni dei manifestanti arrestati, realizzato in un lungo arco di tempo tra la cessazione delle operazioni e il deposito degli atti in Procura”. Insomma, dopo aver picchiato a sangue dei ragazzi inermi, li si è arrestati e accusati di reati mai commessi.    La Suprema Corte ripercorre la notte della Diaz: “L’operazione si è caratterizzata per il sistematico e ingiustificato uso della forza… La mancata indicazione, per via gerarchica, di ordine cui attenersi” si è tradotta “in una sorta di ‘carta bianca’, assicurata preventivamente e successivamente” . Gli agenti “si erano scagliati sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di non violenza delle vittime, alcune con i documenti in mano, insultate al grido di bastardi”. Pagine e pagine in cui i termini giuridici non cancellano l’intensità del dramma. Si parla di “sconsiderata violenza”.    Si ricorda che alla consulenza del Ris di Parma “nessuna situazione di pericolo si era presentata agli operatori di polizia”, non c’era stato alcun “fitto lancio di pietre e altri oggetti contundenti”. E dopo 93 arresti illegali e addirittura 87 feriti (alcuni molto gravi) nessuno ha mai mostrato “segni di sorpresa o rammarico”. Si fa il nome di Gianni De Gennaro, allora numero uno della Polizia, oggi sottosegretario del governo Monti: “L’esortazione del capo della polizia (a seguito dei gravissimi episodi di devastazione) ad eseguire arresti, anche per riscattare l’immagine della polizia, ha finito con l’avere il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione stessa”. Per questo Vittorio Agnoletto chiede: “De Gennaro deve dimettersi dal governo”. Ora sulla storia del G8 c’è il sigillo della Cassazione. Basterà per rimarginare le ferite di chi è stato picchiato dagli agenti? Racconta Valeria, percossa perfino mentre soccorreva Carlo Giuliani: “È una consolazione, ma resta il paradosso. Si parla di violenze che hanno screditato l’Italia, ma chi ci ha picchiato se la caverà grazie alla prescrizione, all’omertà e alle menzogne. Troppi resteranno impuniti”.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Una scena del film “Diaz, non lavate questo sangue” di Daniele Vicari Ansa 

2 ottobre 2012

Siamo noi che uccidiamo l’Africa

SI PARLA dell’Africa solo quando i musulmani uccidono i cristiani. Due bambini sono morti nella messa della domenica a Nairobi, e in Nigeria e nel Congo. Islam da maledire. Le nostre Leghe organizzano crociate contro l’estremismo dei fondamentalisti di Allah. Agli ariani devoti consiglio un libro appena in vetrina, autore Filippo Ivardi Ganapini, ingegnere al Politecnico del presidente Monti: Sui banchi della passione, l’alfabeto dell’Africa (editore Imprimenda, Limena, Padova), diario di un missionario italiano che vive a Mossala, villaggio del Ciad, frontiera Centroafricana. Siamo nei 5 paesi più disperati del mondo. La sveglia è sincronizzata al canto del muezzin: assieme invocano le stesse cose. Ogni giorno si confronta coi musulmani sul come pregare un dio che cambia nome nell’obbedienza a Benedetto XVI che invita a coltivare la stima verso l’islam. L’alfabeto del missionario sillaba lettere che sgomentano. B, come bambini. Schiavi , soldati drogati per uccidere. Ragazzine frugate dalle lame dell’infibulazione che l’islam non contempla. D, come donne, motore del continente. Chilometri a piedi per portare secchi d’acqua, 20 chili al giorno. Sono le più prolifiche del mondo: cinque figli, mariti che vanno e vengono. Vecchiaia nelle baracche di paglia dal tetto sfondato. C, come Ciad, popolo sconosciuto.

LA HOSTESS chiede all’ingegnere “ma dov’è N’Djaema?” capitale di un paese con 15 milioni di abitanti. Capitale delle guerre per lo sfruttamento della terra. Capitale di persone che non arrivano a 48 anni. Petrolio scoperto da poco, ricchezza nelle mani della casta del presidente a vita. Se la gente sopravvive con erbe e polenta, Deby, dittatore democratico, festeggia la quinta moglie in un pranzo da 40 milioni di dollari. Il petrolio ha rianimato l’economia controllata dai soliti angeli custodi: JP Morgan, Credit Suisse, Barclays e la Cina regina del continente. Negli anni magri l’Africa è il paradiso di Wall Street: crescita 5,4 per cento. Niger e Angola attorno al 12. Non solo petrolio: oro minerali strategici e pianure fertili scatenano l’appetito delle vecchie colonie. L’indipendenza del Sud Sudan naufraga in una nuova dipendenza: 9 per cento del territorio venduto alle holding del biodiesel. Sfamare la gente non rende e la gente muore di fame. L’alfabeto della voracità bianca fa impazzire la rabbia dei senza niente che colpisce chi prega il dio dei saccheggiatori. I profughi delle guerre sopravvivono in campi-città: 380 mila lungo il confine Kenia-Somalia. Cosa mangiano, come vivono nessuno davvero lo sa. Non c’é la M delle multinazionali perché spunta in ogni pagina. Diario pacato eppure terribile di un missionario che vive con gli ultimi e lo racconta senza alzare la voce. Il nome del sacerdote comboniano è lo stesso nome dell’ingegnere. Come si dice, “vocazione tardiva” anche se ha meno di 40 anni.

di Maurizio Chierici, IFQ

29 settembre 2012

L’amnesia dell’amnistia

Ci risiamo. Come alla fine di ogni legislatura, ecco riesplodere il bubbone delle carceri e riaffacciarsi la solita lagna dell’amnistia e/o dell’indulto. Il presidente Napolitano chiede al Parlamento di approvare alla svelta “proposte volte a incidere sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri”. E fin qui niente da dire, visto che il numero dei detenuti sfiora ormai quota 70 mila su 45 mila posti-cella. Poi però il capo dello Stato suggerisce “l’introduzione di pene alternative alla prigione” ed evoca “un possibile speciale ricorso a misure di clemenza”, addirittura auspicando la riforma “dell’art. 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli” perché prevede per amnistia e indulto la maggioranza dei due terzi. E qui, francamente, cascano le braccia: perché l’amnistia e/o l’indulto non incidono affatto sulle “cause strutturali dell’affollamento delle carceri, visto che intervengono sulla popolazione già detenuta, mandandone fuori una parte con l’estinzione dei reati o delle pene. Le cause strutturali sono ben altre: i troppi criminali e dunque i troppi reati commessi; i troppi comportamenti previsti come reato, alcuni dei quali potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative; la penuria di carceri e dunque di posti-cella rispetto al fabbisogno nazionale. Visto che il numero dei criminali e dei delitti non dipende dal Parlamento (a parte, si capisce, i delinquenti che vi risiedono in permanenza), non resta che incidere sugli altri due fattori: depenalizzando una serie di reati minori, a partire da quelli relativi alle droghe e all’immigrazione clandestina, cancellando una serie di leggi vergogna e “pacchetti sicurezza” approvati nell’ultimo decennio; e costruendo nuove carceri. Invece sono vent’anni che sentiamo annunciare depenalizzazioni, “piani carceri” e leggi “svuota-carceri”, e i penitenziari sono sempre più pieni. Il perché è noto: per vellicare gli istinti più bassi di un certo elettorato, si è seguitato a inventare nuovi reati superflui o a punire tanto più severamente quanto inutilmente quelli già esistenti (vedi i meccanismi perversi dell’ex Cirielli per i recidivi), sempre e solo nel settore della criminalità da strada, mentre quella dei colletti bianchi, che ci ha portati alla bancarotta economico-finanziaria, è sostanzialmente depenalizzata. Così, ogni due per tre, si scopre all’improvviso che le carceri scoppiano, e allora parte la campagna per mandarne fuori un certo numero. Col risultato di aumentare l’incertezza delle pene, anzi la certezza dell’impunità che porta i criminali a concludere che il delitto paga e gli onesti a perdere ogni residua fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Fu così nel 2006, quando l’indulto Mastella (votato da tutti, tranne Idv, Lega e Pdci) liberò 30 mila criminali, evitò che altrettanti finissero dentro e costrinse i magistrati a fare indagini e processi costosissimi per erogare pene puramente virtuali. Salvo poi scoprire sei mesi dopo che le carceri erano più piene di prima. Ora, sei anni dopo, si ricomincia. È un copione già visto, di cui possiamo tranquillamente anticipare il seguito: la congestione delle celle diventerà il pretesto per inserire nell’amnistia o nell’indulto prossimo venturo i reati di corruzione, concussione, illecito finanziamento ai partiti, truffa, frode fiscale, peculato, collusioni mafiose che vedono inquisiti ministri, sottosegretari, parlamentari, banchieri, imprenditori ed “ex”, cioè i protagonisti dei vergognosi scandali degli ultimi anni. Nessuno di loro in carcere, ma molti rischiano presto o tardi di finirci e, pur di strappare il colpo di spugna, sono pronti a ricattare mandanti e complici rimasti nell’ombra. Insomma, mentre si firmano lodevoli appelli per la legge anti-corruzione, è già pronto l’antidoto che salverà tutti. Poi qualcuno si meraviglia se Grillo spopola. Ps. Dov’era Napolitano mentre il Parlamento infilava una legge riempi-carceri dopo l’altra? Al Quirinale, con la penna in mano.

di  Marco Travaglio, IFQ

15 luglio 2012

Pd, diritti stracciati

Prende la delega e, lentamente, un gesto dopo l’altro, la straccia. Intorno a lui i rappresentanti dell’area Marino in piedi urlano contro una presidenza impietrita. Tocca ad Andrea Benedino, ex portavoce nazionale dei gay dei Ds, compiere il gesto simbolico, che dà un’immagine alla rottura che si è consumata, per una volta platealmente, alla fine dell’Assemblea del Partito democratico. Votata la relazione del segretario Pier Luigi Bersani (5 astenuti, un contrario) la tensione repressa si scatena sugli ordini del giorno. Si vota il documento sui diritti, elaborato dal Comitato, presieduto da Rosy Bindi, in cui si dice, tra l’altro, che all’ “unione omosessuale” spetta “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico”. Quando la Bindi, in veste di Presidente dell’Assemblea, lo mette al voto, dalla platea parte l’attacco: “Non erano questi i patti” , urla qualcuno. In piedi, tra gli altri, ci sono Paola Concia, Ignazio Marino, Pippo Civati. Ma anche Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini. Da venerdì pomeriggio chiedono che si voti anche un “integrativo”, con 40 firme, in cui si prefigura un percorso verso il matrimonio gay e il “pieno riconoscimento giuridico e sociale” delle unioni omosessuali. Un compromesso per non arrivare a una spaccatura. Niente da fare. In piena bagarre si alza un delegato della Puglia. “Sono emozionato – balbetta Enrico Fusco, ma è durissimo – è un documento arcaico, irrispettoso, offensivo per la dignità delle persone. Non è un passo in avanti ma un passo indietro enorme. Anche Fini è più avanti di noi”. 38 votano no, praticamente la mozione Marino. Poi, prendono la parola la Concia per chiedere il voto del documento dei 40 e Ivan Scalfarotto, che in un’atmosfera surreale, tra tifo da stadio e rabbia repressa illustra un odg per il matrimonio gay, presentato con Civati. Tocca a Marina Sereni spiegare che non sono ammissibili, perché l’assemblea si è già espressa: questioni procedurali. Fusco, Benedino e Aurelio Mancuso uno alla volta si avvicinano al segretario, gli restituiscono la tessera. Al banco della presidenza le facce sono impietrite: Bersani diventa sempre più scuro, la Bindi è incredula, la Finocchiaro simula una lacrima, Letta e Franceschini sono delle sfingi. “Ma dove vivete? Siete dei marziani”, urlano i dissidenti. “Dovevano votare”, si agita un furibondo Franco Marini che commenta, parlando con Massimo D’Alema, seduto in platea “qui nessuno sa tenere il partito”. Il Lìder Maximo alzando un sopracciglio commenta “avrebbero potuto assumere il documento dei 40”. Ma non è finita. Inammissibili anche gli odg di Civati, Vassallo e Gozi sulle primarie, perché “preclusi” dalla relazione del segretario. “Contrastano con i voti già effettuato, chi sta in Parlamento dovrebbe saperlo”, argomenta ancora la Sereni. “Ci state voi in Parlamento”,urlanodasotto.Èaquesto punto che Bersani prende la parola: “Abbiamo detto sì a una relazione della segreteria che ammette le primarie, ma che non stabilisce la data. Volete forse che ce le facciamo da soli?”. E poi, con un fare quasi da padre arrabbiato: “Basta, il paese ne ha abbastanza delle nostre beghe interne”. Il segretario nell’intervento di apertura aveva rimandato la discussione sulle primarie a settembre (in direzione) in attesa della legge elettorale e dei “contendenti”. “Io il mio odg l’ho presentato pure alla direzione. Mi hanno detto che non poteva essere esaminato, e mi hanno rimandato all’assemblea. Ora rimandano il testo Bersani alla direzione. Mi serve un amico in presidenza?”, commenta Civati che da un anno e mezzo prova a presentare un odg per le primarie dei parlamentari e per il limite dei 3 mandati. “Ho parlato di primarie non solo per il segretario”, puntualizza intanto Bersani sul palco. Civati chiosa: “Comunque chissà forse da oggi esce una candidatura alle primarie, la mia”. Spiega Vassallo: “Hanno votato un odg della direzione in cui il limite non è di 3 mandati, ma di 15 anni. Hanno visto che c’era negli odg e hanno votato dei documenti per poi dichiararli inammissibili”.    LA PIÙ agitata di tutti, però, alla fine è Rosy Bindi: “È un anno e mezzo che lavoriamo con il Comitato dei 30 e mi sembra oggi di aver raggiunto una posizione molto avanzata”. Accento toscano, ciuffo ribelle. “Ora lo scrivo io un libretto dove racconto com’è andata. Ignazio Marino? Si è presentato solo alla prima e all’ultima riunione. Evidentemente non gli interessa l’accordo, ma solo il posizionamento personale”. Gesticola, tira fuori documenti: “Lo sapete o no come funziona la democrazia? Non potevo mettere al voto quegli odg. Avrei creato un precedente. E poi, il matrimonio gay è incostituzionale”.    “Un’assemblea inutile”, l’aveva definita Arturo Parisi a inizio giornata. Mentre alla fine sul piazzale del Palazzo delle Tre Fontane rimane solo Stefano Ceccanti: “Dopo la relazione di D’Alema l’ho ufficialmente invitato alla riunione dei 15. Come noi, ha detto con Monti, oltre Monti. Ma tanto oggi fanno notizia solo i gay”. Effettivamente. Tutto il resto “è noia”, da Bersani che definisce “agghiacciante” il ritorno di B., ai giovani turchi sotto tono, dalla battaglia sotto traccia sulle preferenze nella legge elettorale, che vede Franceschini contro Fioroni e Letta. Ognuno si fa i conti, anche su come difendere i suoi. Alla “presenza-assenza” di Renzi, che non interviene, parla solo con i giornalisti e se ne va. Di Grillo e dell’uscita di Letta, che piuttosto voterebbe il Pdl nessuno dice nulla. “Nella vita si fa quel che si può”. Parola di Bersani.

di Wanda Marra, IFQ

Il presidente del partito, Rosy Bindi (FOTO ANSA) 

27 aprile 2012

Morin: «Con i tecnici meno democrazia»

Edgar Morin.

Edgar Morin.

Gli altri si indignano, il grande filosofo francese Edgar Morin, invece, 90enne, indica la via per il futuro del mondo.
Lo fa nella sua ultima opera, pubblicata di recente in Italia da Raffello Cortina dopo l’uscita nel 2011 in Francia, dal titolo La via, per l’avvenire dell’umanità (297 pagine, 26 euro), un vero manifesto del cambiamento globale, in tutti i campi dell’esistente. Può farlo alla luce di un’esistenza spesa a spiegare le ambivalenze e le contraddizioni di svolte epocali, quelle del nostro periodo storico, segnato dalla progressiva unificazione mondiale a opera della tecnica e del liberismo. Ma anche dalle crescenti regressioni e chiusure che la globalizzazione ha creato, trascurando il vero nesso transnazionale: l’appartenenza a una patria terra che ora è estremamente in pericolo.
VERSO UN NUOVO UMANESIMO. Per concepire una svolta che ci salvi, il filosofo si spinge a elaborare un nuovo umanesimo, di difficilissima costruzione, ma non privo di indicazioni pratiche. A patto però di rivedere le categorie politiche, cognitive, di potere in cui ci hanno scaraventato decenni di «cecità, di un modo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare».
SERVE UNA RIFORMA DELLA MENTE. Non meno importante poi la critica all’«occidentalo-centrismo che ci arrocca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale».
Il riformismo insomma è urgente, in tutti i campi, a patto di mettere in connessione i saperi, i poteri, e le volontà, senza più riservarsi quote di competenze esclusive. Perché non può esserci la riforma dell’educazione se non vi è una riforma della mente. E non può esserci una riforma politica senza una riforma del pensiero che richiede un cambiamento etico. Che a sua volta ripristina uno spirito di responsabilità, di solidarietà.
DECIDONO SEMPRE GLI ESPERTI. In un passaggio, l’autore spiega perché viviamo in un mondo in cui il cittadino, apparentemente informato e libero, è privo di punti di vista inglobanti e pertinenti sui grandi problemi. Poi, per contrappasso, fa decidere esperti «la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a un’incompetenza quando questo campo è parassitato da influenze esterne o da un nuovo evento».
Insomma, scrive il geniale pensatore, «se è ancora possibile discutere al Caffè Commercio della guida del carro dello Stato, non è più possibile comprendere cosa inneschi il crac di Wall Street, né cosa impedisca che questo provochi una crisi economica peggiore».
IGNORANZA BUONA E NECESSARIA. Viene alla mente la famosa scena del film di Michael Moore, Capitalism, in cui il regista interroga un accademico sul concetto economico di derivato e non riesce a ottenere risposta.
Eppure, ha riflettuto Morin, «ogni mente coltivata poteva, fino al XVIII secolo, assimilare le conoscenze su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società e nutrire così l’interrogazione filosofica, che è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta non lo adulterano. Oggi si chiede a ciascuno di credere che la sua ignoranza sia buona e necessaria».

Con i tecnici diminuisce la competenza democratica

Il presidente del Consiglio, Mario Monti.(© Ansa) Il presidente del Consiglio, Mario Monti.

La resa politica di un tale discorso, in Italia, farebbe fischiare le orecchie a molti e sbalordirebbe la stampa che incensa il nuovo governo: «Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce».
Una chiave di lettura che vale a prescindere in un mondo in cui le scelte sono sempre in mano a pochissimi, salvando l’apparenza con i meccanismi annacquati della democrazia classica: voto e rappresentanza.
BUROCRAZIA INIBISCE LA SOLIDARIETÀ. Le svolte del pensatore, anche quelle più fattive, come la riforma della burocrazia, sono utopiche, perché chiedono cose in cui troppi hanno smesso di credere, asserviti a logiche, fintamente, funzionali.
Esempio eccellente: la burocrazia che «si traduce in una rigida dicotomia dirigente-esecutore, rinchiude la responsabilità di ognuno in un piccolo settore, ma inibisce la responsabilità e la solidarietà di ognuno nei confronti dell’insieme del quale fa parte».
TEMPO PER GUADAGNARE RAZIONALITÀ. Un meccanismo esemplificato bene dall’esempio, nel libro, dell’utente che viene rimbalzato di telefono in telefono, di ufficio in ufficio, perché la cosa non si sa a chi spetti. Non basta razionalizzare i numeri e i meccanismi se poi viene meno la capacità di valorizzare anche le qualità creative e strategiche del singolo impiegato.
A chi lo dimentica, Morin lo ricorda, quasi con forza monumentale: «Una piena comprensione esige apparenti perdite di tempo, che in realtà sono guadagni di razionalità».

di Maria Rosaria Iovinella, Lettera43

27 aprile 2012

Tutti pazzi per Gramsci

The Gramscian Moment è il titolo di un recente libro del britannico Peter Thomas vincitore del Premio internazionale Sormani. E di autentico “momento gramsciano” si deve parlare, gettando lo sguardo ben oltre le frontiere. Ma sarebbe un errore ritenere che questo momento sia cominciato tra il 2011 e i primi mesi del 2012, quando un’autentica profluvie di libri, richiamati più o meno correttamente dai media, si è abbattuta nelle librerie italiane, e l’alluvione continua.    La Gramsci-Renaissance data dal 2007, quando si celebrarono, in una misura e con una intensità mai viste, i 70 anni dalla morte. Fu un anno eccezionale, con convegni che cominciarono in Australia e percorsero il globo, toccando decine di Paesi. E, mentre cominciavano a uscire a stampa i primi volumi dell’Edizione Nazionale degli Scritti, si presentava, anche grazie al lavoro nel-l’ambito di quella impresa gigantesca, e a quello svolto per la Bibliografia Gramsciana Ragionata (BGR) e per il Dizionario Gramsciano, una nuova generazione di studiosi, che a Gramsci guardava con occhi freschi, non condizionata dai dibattiti del passato. Qualcuno disse: finalmente si potrà semplicemente leggere Gramsci come “un classico”. Ma così non è e così in fondo non può essere. Antonio Gramsci fu e rimase un rivoluzionario e un comunista fino all’ultimo suo giorno – che cadde esattamente 75 anni or sono, in una clinica romana dopo un decennio di detenzione e patimenti inenarrabili – il 27 aprile 1937. Ma fu anche un pensatore, sicuramente il più profondo e originale pensatore dell’Italia del Novecento; ma anche uno dei più stimolanti analisti del “moderno”: storico e storiografo, filosofo e pedagogista, teorico della lingua e della letteratura, scienziato politico. E, last but not least, uno scrittore impareggiabile, che nelle sue lettere ha toccato altissimi vertici di umanità e di multiforme capacità letteraria.    SONO QUESTE le ragioni della rinascita di attenzione a Gramsci, oggi uno degli autori italiani di ogni epoca più tradotti e studiati nel mondo? Indubbiamente. Ma come testimoniano le polemiche ricorrenti, scatenate da sedicenti nuove interpretazioni o pretese “rivelazioni”, non si discute solo in merito al teorico e lo scrittore, ma sempre comunque sui connotati politici della sua opera teorica e pratica: dei risultati che ebbe quando egli era un giovane giornalista del Partito socialista, o quando divenne direttore del settimanale poi quotidiano L’Ordine Nuovo, colonna del Partito comunista, fondatore de l’Unità, fino a quando giunse, dopo un’aspra battaglia interna, a prendere la guida del Partito, poco prima dell’arresto nel novembre ’26. Di quei tempi fu la rottura con Togliatti, su cui poi tanta speculazione si fece. Il dissenso nasceva dalla differente valutazione, positiva per Togliatti, critica e preoccupata per Gramsci, delle lotte interne al Partito sovietico.    È la vicenda della lettera da Gramsci scritta per i compagni russi e affidata a Togliatti, che, d’accordo con Bucharin non la consegnò, suscitando l’aspra reprimenda di Gramsci e una greve risposta di Togliatti. Fu quello, dell’ottobre ’26, l’ultimo contatto fra i due, che non ebbero più modo di parlarsi. Del resto mentre Gramsci cominciava il suo calvario, Togliatti vestì i panni di dirigente dell’Internazionale Comunista, condividendone responsabilità, anche se non fu mai un piatto esecutore degli ordini di Stalin, spesso anzi cercando di portare avanti una linea di riserva. Ma certo fu completamente dentro quella storia, da cui Gramsci invece fu escluso. E non come qualcuno ha scritto, scioccamente, perché “per sua fortuna” era in carcere, ma perché il suo comunismo, su cui continuò a riflettere, era oggettivamente diverso. E lo era stato fin dal suo affacciarsi alla Torino industriale, dove conobbe gli operai, “uomini di carne ed ossa”, quando mise l’accento sul fattore umano e quello culturale. E cominciò a elaborare un socialismo che ne tenesse conto. Doveva essere un movimento di liberazione il socialismo, di uomini (e donne: la sua attenzione all’altra metà del cielo fu costante), non sostituire un’oppressione ad un’altra. Quel socialismo era umanistico, e tale rimase anche dopo la trasformazione in comunismo. Ma l’umanesimo gli giungeva non solo dal contatto diretto con i proletari, ma dalla stessa attenzione alla cultura. E anche quando, nei primi anni Venti, la bolscevizzazione toccò tanto il Pcd’I, quanto lo stesso Gramsci, egli non perse lo zoccolo duro, umanistico e insieme critico, della propria concezione di comunismo . Perciò, quando crollò il Muro, nel 1989, trascinando sotto le macerie la quasi totalità della tradizione marxista, Gramsci non solo si salvò, ma ne emerse come un trionfatore.

ERA IL PORTATORE di un altro socialismo possibile. Sconfitto politicamente, in una determinata fase storica, ma non filosoficamente ed eticamente. Dunque, il momento gramsciano, sia nel livello alto degli studi, sia in quello basso, talora infimo, e persino volgare, di polemiche spicciole, e infondate, magari ammantate di scientificità, non accenna a finire: perché dietro l’analista acuto e sofferto della sconfitta della rivoluzione in Occidente, nella lunga meditazione carceraria, emerge il teorico di un’altra rivoluzione possibile, magari attraverso gli strumenti culturali, capaci di sostituire al dominio fondato sulla coercizione l’egemonia basata sul consenso. E il suo motto fondamentale rimane pur sempre il primo dei tre che campeggiano sulla testata de L’Ordine Nuovo: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

di Angelo d’Orsi, IFQ

Sopra, Togliatti; sotto, Gramsci.

5 aprile 2012

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri.

La flessibilità aumenta l’occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l’economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo.

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all’improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.

Ecco, la lettura dell’ultimo lavoro di Luciano Gallino “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell’idea, anzi dell’ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all’infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un’ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.

Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l’attacco all’articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco… Ci fu la riforma Treu nel ’96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l’impianto ad essere sbagliato…

«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».

La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C’è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?

«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».

Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta….

«La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»

È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l’internazionalismo, cioè la capacità di fare “gioco di squadra” a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società?

«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».

Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.

«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»

Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan “Lavorare meno, lavorare tutti”. A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto…». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L’egoismo, l’interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l’ennesima vittoria del pensiero dominante?

«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».

Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com’è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.

«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».

Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?

«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».

L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il “Manifesto per un soggetto politico nuovo“, e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l’ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?

«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».

Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?

«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli, Micromega

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