Archive for ‘Cultura’

16 settembre 2014

Ben & Jerry’s Signs Employers’ Amicus Brief In Support Of Gay Marriage

BEN JERRYS GAY MARRIAGE

Ben & Jerry’s is making a bold new stand in defense of same-sex marriage.

The Vermont-based ice cream giant has signed an Employers’ Amicus Brief urging the U.S. Supreme Court to review pending marriage equality ban cases in Utah, Oklahoma and Virginia.

Company representatives confirmed the news in a lengthy post on the official Ben & Jerry’s website, jokingly calling the brief “fancy lawyer speak for a formal legal petition asking the Supreme Court to review these latest circuit court rulings.”

“Often, it’s not enough to change the way you do business, or change the practice within your business,” Chris Miller, Ben & Jerry’s Social Mission Activism Manager, said in the post. “Unless you’re willing to stand up and advocate for the rights of others, not just here in our backyard but around the world, it’s often just not good enough.”

Miller went on to note, “This is not just a concern of the gay rights community. There is a broad base of support for a single standard across all 50 states that recognize same sex marriage.”

The company confirmed the news on Twitter:

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Meanwhile, officials took part in Vermont’s Pride parade on Sept. 14:

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Other corporations to sign the brief reportedly include Amazon, Target and Viacom. You can read the full post on the Ben & Jerry’s website here.

It isn’t the first time that Ben & Jerry’s has spoken up on behalf of same-sex marriage and other lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) related issues. In 2011, company founders Ben Cohen and Jerry Greenfield joined the Human Rights Campaign’s “NYers for Marriage Equality” effort.

Meanwhile, the company has also released special pro-marriage equality flavors, like “Hubby Hubby” in the U.S. and “I Dough, I Dough” in Australia.

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16 settembre 2014

L’espressione che piace agli autistici

ExprGli autistici sono in grado associare stati mentali alle espressioni facciali che osservano, purché queste non siano statiche e neutre.

I bambini autistici sono stati a lungo considerati come affetti dalla difficoltà di interpretare gli stati mentali delle altre persone sulla base delle espressioni facciali, e in particolar modo delle espressioni che coinvolgono principalmente l’area intorno agli occhi. Secondo alcuni ricercatori proprio questa difficoltà sarebbe al centro di molti dei problemi sociali con cui si trovano a confrontarsi. Ora uno studio condotto da ricercatori dell’ Università di Nottingham e pubblicato sull’ultimo numero diChild Development – organo della Society for Research in Child Development – mostra invece che i bambini autistici sono in grado di interpretare gli stati mentali quando stanno osservando un’espressione facciale animata.

Nel loro esperimento i ricercatori hanno mostrato ai loro soggetti immagini dinamiche in cui diverse parti del viso, come gli occhi o la bocca, potevano venire però “congelate”, in modo da restare statiche e neutre. In una prima prova, diciotto bambini e ragazzi autistici sono stati in grado di attribuire un certo spettro di stati mentali alle immagini osservate, ma con minore efficienza rispetto ai soggetti normali, e con migliori esiti quando occhi e bocca non erano “congelati” e neutri. Contro le aspettative, in un secondo test, in cui venivano mostrati soltanto gli occhi, isolandoli dal resto del viso, i bambini autistici riuscivano peraltro a uguagliare le prestazioni dei soggetti normali.

“Sorprendentemente, i bambini autistici sembrano particolarmente sensibili agli occhi, e anche alla bocca”, ha detto la direttrice della ricerca Elisa Back, ora all’Università di Birmingham.

“Le conclusioni dei precedenti studi erano ampiamente basate sulla presentazione di fotografie, cioè di immagini statiche. Il nostro studio indica che una più accurata misurazione delle capacità delle persone con autismo

può essere ottenuta con sofisticate tecniche di animazione digitale che movimentano le espressioni facciali.”

Le Scienze – Edizione italiana di Scientific American

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31 marzo 2014

La difesa del più debole e le origini dell’egualitarismo

Anche nelle società umane meno complesse, come quelle di cacciatori-raccoglitori, si osservano comportamenti che tendono a mitigare le disuguaglianze tra individui nella competizione tra i membri del gruppo per ottenere maggiori risorse. Un nuovo modello di teoria dei giochi mostra che la tendenza a prendere le parti del più debole porta a massimizzare i vantaggi per tutti i membri del gruppo, ponendo le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo (red).

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo

© Ikon Images/Corbis

L’origine dell’egualitarismo, vale a dire dell’adozione da parte dei nostri antenati di comportamenti destinati a ridurre l’iniquità nella distribuzione delle risorse tra i membri di un gruppo, è una questione dibattuta da tempo. Benché si tratti di una tendenza evidente nella specie umana, osservata anche in società meno complesse, come quelle dei cacciatori-raccoglitori, nessuna delle spiegazioni avanzate finora, che fanno riferimento all’altruismo e alla cooperazione, risulta soddisfacente se applicata a gruppi gerarchizzati come quelli dei nostri antenati.

Partendo da queste constatazioni, Sergey Gavrilets, del Dipartimento di ecologia dell’Università del Tennessee a Knoxville, negli Stati Uniti, ha indagato sulla possibile origine dell’egualitarismo usando una simulazione al computer secondo le regole della teoria dei giochi, di cui riferisce sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.  Per quanto parziali, i suoi risultati dimostrano che in alcune condizioni evitare la prevaricazione del più forte sul più debole può portare a un vantaggio per tutto il gruppo, facendo sì che ciascun membro goda di maggiori risorse con meno costi.

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo
Manifestazione del movimento Occupy Wall Street a New York:
una delle più recenti forme di richiesta di una più equa distribuzione
delle risorse nella società (© Bo Zaunders/Corbis)

Gavrilets ha posto come condizione iniziale l’esistenza di una gerarchia all’interno del gruppo che rispecchia la forza dei singoli individui e di una relazione a due in cui un soggetto incarna la figura del “prevaricatore” e l’altro quella della “vittima”. I due ruoli possono o meno contendersi un bene: nel primo caso la vittima può combattere per mantenere il possesso (in questo caso la probabilità di vittoria è in funzione della differenza di forza tra i contendenti ed entrambi pagano un “costo”) oppure cedere senza combattere. Gli individui, inoltre, possono trovarsi in entrambi i ruoli un certo numero di volte durante la vita. Dopo un certo intervallo di tempo, il successo riproduttivo viene valutato in base alle risorse accumulate. Infine, un terzo individuo, lo “spettatore”, può intervenire in favore del più debole.

Al termine della simulazione, sono emersi alcuni dati importanti, per quanto non conclusivi, che pongono le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo. Il primo è che pressoché tutti gli individui del gruppo traggono vantaggio da meccanismi che inibiscono il passaggio delle risorse dal più debole al più forte, perché ciascuno ottiene mediamente più risorse con meno costi. L’egualitarismo in definitiva, porta a una società in cui le iniquità tra i membri sono fortemente ridotte. In una successiva elaborazione della simulazione, inoltre, si è visto che in un arco di tempo ampio l’evoluzione porta a un raffinamento di questi comportamenti di aiuto, fino all’emergere di schemi comportamentali di cooperazione e di altruismo più elaborati.

31 marzo 2014

Anche un tiranno può essere altruista

Anche un tiranno può essere altruista

© Chris Hellier/Corbis

In molte specie sociali, alcuni membri di un gruppo possono arrivare in una posizione dominante grazie a tratti caratteriali aggressivi e prepotenti, pur mostrando comportamenti in apparenza altruisti. Ma la presunta dedizione al bene comune di questi soggetti tiranni si manifesta solo perché l’attenzione vessatoria viene spostata a gruppi esterni concorrenti, una volta consolidata una struttura gerarchica caratterizzata da forti disuguaglianze.

In una società gerarchia con forti squilibri sociali, il tiranno può apparire – e in un certo senso anche essere – un campione di altruismo. È il risultato di uno studio che getta nuova luce sulle radici evolutive della cooperazione e dei conflitti di gruppo, effettuato dall’antropologa Laura Fortunato, ricercatrice italiana all’Università di Oxford, e dal matematico Sergey Gavrilets, dell’Università del Tennessee.

I due hanno elaborato un modello matematico che offre una soluzione al cosiddetto problema dell’azione collettiva: se il raggiungimento di un obiettivo comune è costoso sul piano individuale e un membro del gruppo può beneficiare dell’azione degli altri, ha di fatto un incentivo a ridurre il proprio sforzo o addirittura ad astenersi dal compierlo, mettendosi in una posizione da “parassita”. Se però diversi membri del gruppo si conformano a questa logica, l’obiettivo non viene raggiunto e ne risente l’intero gruppo.

Anche un tiranno può essere altruista
I meccanismi della cooperazione sono fra i più complessi da spiegare in termini puramente evolutivi. (© Nigel Pavitt/JAI/Corbis)

Questo problema si presenta sia in un singolo gruppo sia nei conflitti fra gruppi. In un articolo pubblicato su “Nature Communications”, Gavrilets e Fortunato mostrano che nei gruppi caratterizzati da forti disuguaglianze e da una struttura gerarchica consolidata questa difficoltà può essere superata su basi puramente biologico-evolutive, facendo cioè riferimento ai tratti comportamentali geneticamente determinati, detti istinti sociali, trasmessi e selezionati di generazione in generazione.

Se la situazione sociale è instabile o i soggetti di alto rango non godono di privilegi particolarmente significativi rispetto al resto del gruppo, concentrano la loro azione all’interno della comunità di cui fanno parte, finendo per vessare gli altri membri.

Invece, quando gerarchia e disuguaglianza nel gruppo son ben stabiliti, i soggetti dominanti, o “alfa”, e la loro cerchia più stretta tendono a spostare la competizione verso i loro omologhi di altri gruppi. In questo caso il comportamento di questi soggetti alfa assume un carattere apparentemente altruistico verso i membri del proprio gruppo, dato che gli individui di alto rango si sobbarcano maggiori fatiche, pagano costi più elevati, e alla fine ottengono un beneficio netto inferiore a quello dei loro compagni di gruppo di rango più basso.

Anche un tiranno può essere altruista
Lotta fra due scimpanzé per la posizione di dominanza nel gruppo.
(© Konrad Wothe/Minden Pictures/Corbis)

I risultati sono coerenti con le osservazioni in natura in un svariate  specie sociali (dai suricati a molti primati, esseri umani inclusi). Fra gli scimpanzé, per esempio, i pochi maschi di alto rango svolgono gran parte del compito di pattugliamento dei confini del territorio e della difesa attiva; e fra i lemuri catta, che hanno una struttura sociale matriarcale in cui le femmine dominano anche sui maschi, sono le femmine di alto rango a difendere i territori di alimentazione comuni.

Gli autori sottolineano che il comportamento umano non è certo controllato solo dai geni, ma anche da altri fattori come la cultura, l’ambiente e la scelta razionale. Tuttavia, sulla base del loro modello, ipotizzano che gli esseri umani possano avere una preferenza innata per una struttura sociale ugualitaria quando il livello di conflitto tra gruppi è basso, e una preferenza innata per una struttura sociale gerarchica quando quel livello è elevato. Nel corso della storia umana, d’altra parte, gli esempi di appello all’unità intorno a un capo per fronteggiare un vero o presunto nemico esterno o di politiche del divide et impera certo non mancano.

Le Scienze

5 marzo 2013

Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany

Gordon Welters for The New York Times
Klaus Born, in black T-shirt, center, at a Berlin gay bar. He views his conviction in the 1960s as a moral affront and a legal stigma.

Klaus Born vividly recalls his first brush with the law, which took place along a quiet street in West Berlin in the 1960s, when being gay carried a prison sentence on both sides of the Berlin Wall.

Mr. Born and another man had driven to a dark parking lot and crawled into the back seat. Once they began having sex, they saw bright flashlights and heard brusque voices as they were surrounded. A police car was idling nearby, ready to take them away.

“I was terrified. I had no idea what they were going to do to me,” said Mr. Born, 68, who spent a little over a month in prison after the episode. “ ‘Gay pig,’ they always used to say.”

According to the law, his conviction still stands, which Mr. Born considers a moral affront and a legal stigma that hurts to this day.

Germany’s failure to expunge the arrests of victims of a legal system that kept a Nazi-era ban on homosexuality on the books for decades after World War II is indicative of the slow pace of reforms on gay equality, despite a generally liberal populace.

The country’s foreign minister and the mayor of Berlin are both openly gay, and the Federal Constitutional Court has set multiple precedents to strengthening gay rights under the Basic Law, Germany’s Constitution, most recently by expanding adoption rights for same-sex couples. But the dominant party here, Chancellor Angela Merkel’s Christian Democrats, and its Bavarian sister party, the Christian Social Union, long champions of traditional family values, still drag their feet when it comes to gay equality.

When leading members of Ms. Merkel’s party went on the record last month saying they were ready to consider equal tax benefits for gay couples, their comments drew swift criticism from the party’s socially conservative wing.

Yet with a general election approaching in September, Ms. Merkel appears aware that a shift to the left on gay issues, similar to left-of-center stances she has taken on military conscription and the minimum wage, could undercut her opponents’ campaign by giving them one less thing to criticize. So there may yet be a further move before the election to clear the records of gays persecuted in the past.

Men who were forced to wear the pink triangle, the Nazis’ way of identifying homosexuals in concentration camps, received a measure of justice in 2002 when the German government formally apologized and agreed to compensate them. In 2008, Berlin unveiled a memorial for the Holocaust’s gay victims, a tall concrete slab with a TV screen on one side that displays a video loop of two men or two women kissing.

But victims of Germany’s postwar homophobia have received only modest redress. Parliament officially apologized to them in 2000, but roughly 50,000 men persecuted after World War II have yet to have convictions of sodomy stricken from their police records, according to Manfred Bruns, a retired federal prosecutor and an executive board member at the Lesbian and Gay Federation in Germany.

No one seems to know how many of those people are still alive, or if they would come forward to seek redress. But calls are growing for Germany to clear the records of remaining victims before they die. Volker Beck, a lawmaker with the opposition Greens and a proponent of gay rights, is one of several members of Parliament who are pushing for legislation that would expunge the records and perhaps offer financial compensation.

“For a lot of these men, criminal persecution in the ’50s spelled disaster for their entire civil existence,” he said.

The road to a cleared record is bumpy still. In particular, a 1957 decision from the Constitutional Court declared the homophobic law, better known as Paragraph 175, to be constitutional, solidifying its place in West German law. The law’s scope was limited in 1969, but homosexuality was not formally decriminalized until 1994.

To clear the victims’ records, Parliament would effectively have to overrule that 1957 Constitutional Court finding — an especially contentious move in a country where there is deep respect for judicial authority. There is also debate over whether Parliament has the power to effectively overrule court decisions that were made in a very different era.

“In the 1950s and ’60s West Germany viewed itself as a Christian, Occidental society rather than a pluralistic one,” noted Mr. Bruns.

To date, Germany has expunged the records only of people caught up in the draconian legal systems of Nazism and East German Communism. “There is no mechanism for getting rid of old Constitutional Court decisions,” Mr. Bruns said. “When the court’s view of the law changes, then it simply rules accordingly and old verdicts are paved over.”

An important hearing before a parliamentary committee in May could determine whether a law is passed or even drafted by September.

Mr. Born said he just wants his record cleared before he dies.

Sitting in his ground-floor apartment here, surrounded by souvenirs from decades of travel, Mr. Born flipped through a dusty album until he came to an old photograph of himself clad in black leather from head to toe and beaming at the camera. He treasures his keepsakes from years ago, when his partner, Jürgen, was still alive.

“It’s not about the money. No one cares about that,” Mr. Born said. “These convictions hurt people.”

 By Chris Cotrell
New York Times.com
A version of this article appeared in print on March 5, 2013, on page A12 of the New York edition with the headline: Old Homosexuality Laws Still Hang Over Many in Germany.
5 marzo 2013

Racist Incidents Stun Campus and Halt Classes at Oberlin

Oberlin College, known as much for ardent liberalism as for academic excellence, canceled classes on Monday and convened a “day of solidarity” after the latest in a monthlong string of what it called hate-related incidents and vandalism.

At an emotional gathering in the packed 1,200-seat campus chapel, the college president, Marvin Krislov, apologized on behalf of the college to students who felt threatened by the incidents and said classes were canceled for “a different type of educational exercise,” one intended to hold “an honest discussion, even a difficult discussion.”

In the last month, racist, anti-Semitic and antigay messages have been left around campus, a jarring incongruity in a place with the liberal political leanings and traditions of Oberlin, a school of 2,800 students in Ohio, about 30 miles southwest of Cleveland. Guides to colleges routinely list it as among the most progressive, activist and gay-friendly schools in the country.

The incidents included slurs written on Black History Month posters, drawings of swastikas and the message “Whites Only” scrawled above a water fountain. After midnight on Sunday, someone reported seeing a person dressed in a white robe and hood near the Afrikan Heritage House. Mr. Krislov and three deans announced the sighting in a community-wide e-mail early Monday morning.

“From what we have seen we believe these actions are the work of a very small number of cowardly people,” Mr. Krislov told students, declining to give further details because the campus security department and the Oberlin city police are investigating.

A college spokesman, Scott Wargo, said investigators had not determined whether the suspect or suspects were students or from off-campus.

Several students who spoke out at the campuswide meeting criticized the administration, saying it was not doing enough to create a “safe and inclusive” environment and was taking action only when prodded by student activists. But beyond the chapel, many students praised the administration for a decisive response.

“I was pretty shocked it would happen here,” said Sarah Kahl, a 19-year-old freshman from Boston. “It’s a little scary.” She said there was an implied threat behind the incidents. “That’s why this day is so important, so urgent.”

Meredith Gadsby, the chairwoman of the Afrikana Studies department, which hosted a teach-in at midday attended by about 300 students, said, “Many of our students feel very frightened, very insecure.”

One purpose of the teach-in was to make students aware of groups that have formed, some in the past 24 hours in dorms, to respond.

“They’ll be addressing ways to publicly respond to the bias incidents with what I call positive propaganda, and let people know, whoever the culprits are, that they’re being watched, and people are taking care of themselves and each other,” Dr. Gadsby said.

The opinion of many students was that the incidents did not reflect a prevailing bigotry on campus, and may well be the work of someone just trying to stir trouble. “It seems to bark worse than it bites,” said Cooper McDonald, a 19-year-old sophomore from Newton, Mass.

“I can’t see many of my classmates — any of my classmates — doing things like this,” he said. “It doesn’t reflect the town, either.”

He added: “The way the school handled it was awesome. It’s not an angry response, it’s all very positive.”

The report of a person in a costume meant to evoke the Ku Klux Klan added a more threatening element than earlier incidents. The convocation with the president and deans, originally scheduled for Wednesday, was moved overnight, to Monday. “When it was just graffiti people were alarmed and disturbed. But this is much more threatening,” said Mim Halpern, 18, a freshman from Toronto.

There were few details of the sighting, which occurred at 1:30 a.m. on Monday, Mr. Wargo said. The person who reported it was in a car “and came back around and didn’t see the individual again,” he added.

Anne Trubek, an associate professor in the English department, said that in her 15 years at Oberlin there had been earlier bias incidents but none so provocative. “They were relatively minor events that would not be a large hullabaloo elsewhere, but because Oberlin is so attuned to these issues they get addressed very quickly,” she said.

Founded in 1833, Oberlin was one of the first colleges in the nation to educate women and men together, and one of the first to admit black students. Before the Civil War, it was an abolitionist hotbed and an important stop on the Underground Railroad.

Richard Pérez-Peña reported from Oberlin, and Trip Gabriel from New York.

New York Times.com

18 gennaio 2013

Guerrilla Open Access Manifesto

In questi giorni il suicidio di Aaron Swartz, attivista del movimento Open Access, ha riacceso il dibattito sui meccanismi di produzione e distribuzione del sapere scientifico. Riproponiamo qui il suo Guerrilla Open Access Manifesto, tradotto collettivamente in italiano da un gruppo di attivisti e pubblicato inizialmente sul blog Aubreymcfato. Crediamo che sia un indicatore importante di quello che c’è da cambiare, e può essere cambiato, nella cultura contemporanea.

Bertram Niessen

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufulerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

di Aaron Swartz per Doppiozero

L’hanno tradotto insieme in italiano qui Silvia Franchini, Marco Solieri, elle di ci, Andrea Raimondi, Luca Corsato, e altri.

18 gennaio 2013

Chi ha dimenticato l’Europa dei diritti

“È l’Europa che ce lo chiede”: quante volte abbiamo sentito questa frase? A causa di essa, negli ultimi anni, l’Europa è diventata sinonimo di sacrifici e compressione dei diritti. Ma l’Europa non è solo questo: è la custode della democrazia pluralista, più che dell’ortodossia finanziaria. E’ la madre della Carta dei diritti e del trattato di Lisbona, oltre che dei parametri del Fiscal compact.

Da lontano Castello che era, affidato a guardiani poco visibili, l’Europa è divenuta in questi anni presenza più che mai tangibile. e più del previsto soverchiante. È entrata nel linguaggio di ciascuno, insediandosi imperiosa nelle nostre menti: sotto forma di incubo purtroppo, anziché di speranza. Chissà, forse il Nobel le è stato attribuito proprio per questo: perché davvero è nostra patria, anche se fatta nascere col forcipe, forza che coarta senza sostenere. Perché ci è diventata, come il dolore, in Rilke: luogo, campo, suolo, dimora, nostro cupo sempreverde. Forse era tanto più apprezzata quando era lontana dalle sue genti, quando era assente nel discorso pubblico e i popoli non la percepivano ancora come madre matrigna, ma madre pur sempre. Se c’è un vantaggio, nella crisi che sperimentiamo, è questo nostro entrare, obtorto collo, nel Castello fino a ieri così impenetrabile.

È un vantaggio perché finalmente possiamo discuterla, quest’Unione che d’un colpo irrompe nelle nostre vite e di continuo ci fa ripetere, come automi: “Ce lo dice l’Europa”. Lo abbiamo visto in Grecia, Spagna, Francia; lo constatiamo in Italia, in Germania: non c’è elezione, ormai, dove il linguaggio dei politici non sia costretto a farsi europeo. In Italia lo dobbiamo alla fine del berlusconismo, alla biografia di Monti. Ma non siamo gli unici a vivere questa trasformazione, che tanti subiscono con risentimento.
Il cambio di pelle non sembra far altro che impoverire le genti, e perfino le loro Costituzioni. Discutere l’Europa vuol dire non considerare fatale, indiscutibile, questo chiudersi di orizzonti.

Chi sente con dolore tale metamorfosi non ha tutti i torti, perché è vero che l’euro e i suoi custodi non sono affiancati da un potere politico egualmente comune, che raddrizzi squilibri e disuguaglianze fra nazioni e dentro le nazioni, che eviti la riduzione dei governi a comitati d’affari. Resta che l’Unione non è solo la moneta, come pretendono le agende dei partiti nazionali; né è solo una storia di conti da tenere in ordine, di debiti pubblici da abbattere con l’ascia fredda della Signora morte. Fin da ora essa è più ricca, vasta. Ha un Parlamento dove ci si esercita a parlare europeo. È custode della democrazia pluralista, più che di un’ortodossia finanziaria. Ha strumenti come la Carta dei diritti fondamentali, approvata nel 2000 e divenuta pienamente vincolante nel 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona.

Sono anni che Stefano Rodotà insiste su questa realtà, volutamente negletta, se non sprezzata, dai singoli governi. Ancora di recente, il 12 gennaio su Repubblica, lo ha ricordato, parlando del diritto degli omosessuali a unirsi e adottare figli: la Carta europea dei diritti ha lo stesso valore giuridico dei trattati, dei Fiscal compact, ed esiste per proteggere ogni minoranza etnica, religiosa; ogni stile di vita che non offenda la collettività. Corregge le indiscipline democratiche, non solo quelle contabili. È colpa dei politici nazionali se tale realtà è occultata; se solo i lacci economici sono l’obbligazione che ci lega. Se la lunga, complessa storia europea si riduce a un Decalogo finanziario.

Questo significa che l’Europa ci soverchia, sì, ma in maniera selettiva. Che il suo potere è troppo debole, non troppo forte. Che ancora deve nascere e imporsi come Stato di diritto, come garante sovranazionale della laicità, chiamato a proteggere i cittadini da interferenze di chiese e sette che si nutrono della fatiscenza dei vecchi Stati nazione. In Francia tutte le religioni, esclusa la buddista, si mobilitano compatte contro un disegno di legge sul matrimonio gay. È segno che gli Stati, meno sovrani, fronteggiano più faticosamente le ingerenze di lobby e chiese. Di qui l’importanza della Carta dei diritti, adottata non a caso nel mezzo della crisi.

L’Europa è un’impresa incompiuta ma non priva di forza, se solo volesse usarla e difendere un pluralismo gravemente danneggiato. Potrebbe farsi sentire sui matrimoni gay, sui nuovi modelli di famiglia: l’articolo 9 della Carta dei diritti non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso. Potrebbe obbligare a rispettare i diritti delle proprie minoranze etniche: in particolare i 10-12 milioni di rom e sinti che abitano l’Unione. Siamo in un’epoca di transizione, come ai tempi di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Nel maggio scorso l’Europa ha ordinato agli Stati di integrare meglio i rom, e predisposto fondi a questo scopo. Ben poco è stato fatto, disattesi sono gli articoli 15, 18, 52 della Carta, e i rom continuano a soffrire discriminazioni, soprusi, deportazioni forzate, nell’Occidente europeo e soprattutto in Est Europa.

La fine dell’impero sovietico non ha messo fine alle loro pene. Le ha enormemente acuite. In Slovacchia, Romania, Ungheria, i rom e i sinti sono trattati come reietti, man mano che dilaga la crisi, ed esposti a violenze crescenti. Risale all’inizio del 2013 un articolo di Zsolt Bayer, amico personale del Premier Viktor Orbán e fondatore con lui del partito Fidesz, che commentando una rissa di Capodanno scoppiata presso Budapest ha concluso che i rom “sono un’etnia inadatta a coesistere con le persone. Sono zingari che sfruttano i ‘progressì di un occidente idiotizzato. Sono animali e si comportano da animali. Animali che non dovrebbero avere il diritto di esistere. Una soluzione s’impone: immediatamente e quale che sia il metodo”. Il partito di governo non ha pronunciato una sola parola di condanna della soluzione finale proposta dall’amico Bayer.

Ma non solo in Est Europa i rom sono ritenuti liquidabili. Indagini europee descrivono maltrattamenti anche in Italia, Francia. Nel nostro paese già conosciamo la xenofobia della Lega: siamo i precursori di un fenomeno ormai continentale. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, in una lettera pastorale del settembre scorso. Chiedendosi se sapremo garantire diritti e dignità alla più numerosa minoranza europea ha detto: “Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia di vivibilità, in cui crescono violenza e delinquenza”. La “sempre più bassa aspettativa di vita dei Rom, in un Paese longevo come il nostro”, è indice del loro stato di abbandono e povertà. Decerebrata, l’Europa dimentica perché decise di unirsi, dopo la guerra: lo fece perché non si ripetesse l’annientamento degli ebrei, dei Rom e Sinti, dei gay, dei malati di mente. L’Europa non può, senza perdersi, fare il muso duro con Atene e non con Budapest. Minacciare di cacciare l’una, non l’altra.

Il 2013 è stato proclamato Anno europeo dei cittadini, dunque dei diritti-doveri che comporta per ognuno l’acquisizione della cittadinanza europea, accanto a quella nazionale. Bruxelles ne è consapevole quando negozia l’adesione degli Stati, ponendo condizioni democratiche stringenti. Grecia, Spagna, Portogallo, e poi tutto l’Est Europa, entrarono nella Comunità quando si liberarono delle dittature. È il dopo-ingresso che non viene seguito, vigilato. Una volta dentro tutto diventa possibile: il ritorno dell’intolleranza, le Costituzioni democratiche offese, le chiese che reclamano nuovi poteri che non dovrebbero avere (sui corpi dei cittadini in primis: nascita, sesso, morte).

La Carta dei diritti, il trattato di Lisbona, i parametri del Fiscal compact: l’Europa è tutte queste cose insieme. Solo così vien tolta centralità assoluta all’economia, e rimesso al centro quel che tocca a ogni costo salvare: lo Stato di diritto. Altrimenti non ci resta che l’Europa matrigna, e l’accidiosa rinuncia di cui parla Karl Popper: “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti. Anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione”.

di Barbara Spinelli, da Repubblica

19 ottobre 2012

Cos’è questo golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini – Corriere della Sera, 14 novembre 1974

11 giugno 2012

Grande lettitudine

Dunque, per la gran parte dei giornali, con la nomina di madama Tarantola alla presidenza della “nuova” Rai e l’indicazione di Gubitosi alla direzione generale, Monti avrebbe scelto “due alieni”, compiuto “un salto di qualità”, percorso “una strada diversa” e “inedita”, “non contaminata dalla lottizzazione”, con “un pacchetto a prova di interferenze politiche”, lanciando “una sfida ai partiti alleati” per “piegarne la resistenza” e “metterli davanti alle loro responsabilità” (Corriere della Sera), “voltando pagina” con la “rivoluzione dei tecnici” (Repubblica), addirittura “cercando l’incidente” coi partiti ignari, scavalcati e dunque furibondi (il Giornale). Seguono ritratti-soffietto dei due prescelti: la Tarantola sarebbe “la Thatcher di Bankitalia” (il Giornale), “una lady di ferro” (Repubblica), tutta “disciplina e rigore” (La Stampa), “la signora della vigilanza bancaria” (Corriere); e Gubitosi “il super manager che ama gli scacchi”, “di fede romanista” (Corriere), “schivo” e di “stile sobrio”, visto che “preferisce il volontariato ai salotti” (La Stampa). Curiosamente, in questo festival della saliva e dell’incenso, è sfuggito a tutti (fuorché al nostro giornale) che la vigilante di Bankitalia s’era lasciata sfuggire sotto il naso le prime imprese truffalde di Gianpiero Fiorani, anche perché legatissima allo sgovernatore Fazio. Ed è pure sfuggito a tutti (fuorché al Fatto) ciò che scrisse Giovanni Pons un anno fa su Repubblica, e cioè che Gubitosi, vicino all’Opus Dei, “si è fatto presentare al potente sottosegretario Gianni Letta da Luigi Bisignani”, noto piduista e pregiudicato per la maxitangente Enimont da lui riciclata allo Ior, di lì a poco coinvolto nello scandalo P4 per il quale patteggerà 1 anno e 7 mesi di reclusione. Ed è pure sfuggita l’indagine della Procura di Roma che ipotizzava una mega-mazzetta per la vendita di Wind dall’Enel al magnate egiziano Sawiris, operazione in cui si fece il nome di Bisignani in cabina di regia e che fruttò a Gubitosi, all’epoca direttore finanziario di Wind, un’accusa di corruzione poi archiviata perché nessun paese straniero rispose alle rogatorie entro i termini massimi consentiti per indagare. Lasciamo stare gli eventuali reati, che qui non interessano, e concentriamoci sulle amicizie: in un paese normale chi fosse accostato al nome di Bisignani si affretterebbe a smentire, oppure diverrebbe un appestato. In Italia invece la bisignanitudine, così come la lettitudine, fa curriculum. Basta contare i ministri e alti papaveri nominati o conservati al loro posto che hanno avuto e/o hanno rapporti con Letta e Bisignani. Altro che “alieni”, altro che “tecnici”, altro che “meritocrazia”, altro che “sfida” all’establishment. Tutto continua ad avvenire nelle segrete stanze, all’ombra dei grembiulini e delle tonache color porpora. Fanno quasi tenerezza Santoro e Freccero, che avevano inviato a Monti i loro curricula grondanti di medaglie e di esperienze in fatto di tv: l’aver ideato e condotto programmi di grande successo e diretto reti televisive in Italia e all’estero con risultati eccellenti, lungi dall’essere un merito, è una colpa. Sotto i governi politici come sotto quelli tecnici, che ne sono la prosecuzione con altri mezzi, anzi con gli stessi. Perché qui, prim’ancora che di nomi, è questione di metodo. La miss Marple uscita dai caveau di Bankitalia e il manager sbucato da quelli di Bank of America-Merrill Lynch, oltre a non distinguere un televisore da un paracarro, sono stati calati dall’alto, fatti scegliere – si dice – a una società inglese di cacciatori di teste (di cavolo) che mai li avrebbe messi a dirigere la Bbc, o France 2 o l’Rtf francese. Perché nel mondo civile prima viene il curriculum con le competenze specifiche, poi arriva la nomina. Qui invece prima arriva la nomina e poi il curriculum, peraltro privo di competenze specifiche. Un foglio bianco, con in calce una scritta in piccolo: “Mi manda l’Opus”, “Mi manda Bisi”, “Mi manda Gianni”.

di Marco Travaglio, IFQ

9 giugno 2012

Uno Stabile molto instabile

C’è un teatro italiano che ha un problema: funziona bene. Molto bene. Quindi va indebolito. È la sensazione, forse fallace, che si ha approfondendo la vicenda che riguarda lo Stabile di Catania. La Regione Sicilia, presieduta dal noto giglio Raffaele Lombardo, ha provveduto a un taglio degli stanziamenti del 34 per cento. Da 3 milioni e 690 mila euro del 2011 (800 mi-la in meno rispetto al 2010) a 2 milioni e 430 mila. I tagli per gli altri teatri siciliani si aggirano sul 15 percento. Perché questa discrepanza? Lo Stabile funziona bene, è il terzo teatro d’Italia, il più attivo in Sicilia. Nonché proscenio assai caro ad Andrea Camilleri. Il feeling tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il direttore Giuseppe Dipasquale – allievo di Camilleri – è radicato. Nonostante le differenze ideologiche (il primo di destra, il secondo di sinistra). O forse proprio per quelle. È l’unico teatro del Sud con un laboratorio, organizza una Scuola gratuita di avviamento al teatro triennale. Duecentocinquanta persone coinvolte ogni anno, di cui 38 maestranze fisse (che ora rischiano) e 20 tecnici stagionali. Martedì prossimo la Commissione Bilancio si riunirà per uniformare la percentuale del taglio con quella degli altri teatri siciliani. C’è ottimismo e i toni si sono ammorbiditi.

SIA DA parte di Lombardo, che si dichiara vicinissimo alle sorti dello Stabile, sia dei consiglieri regionali che avrebbero sferrato l’attacco. Nicola D’Agostino del Mpa, che il 28 maggio scriveva a La Sicilia di voler “squarciare il velo di ipocrisia su uno Stabile che non è proprio lo specchio della salute”, e Fabio Mancuso del Pdl. In una lettera aperta a Lombardo e al sindaco di Catania, riferendosi a Mancuso, Buttafuoco scriveva: “La vicenda che sta colpendo il Teatro che mi onoro di presiedere è squallida e vergognosa (…) Un consigliere regionale, noto alle cronache per le continue offese a questo teatro, e per altro!, ho notato che usa al nostro riguardo la parola “ruberie”. Per la mia tutela personale ho già dato incarico al mio avvocato di procedere ad azione legale. Pertanto io non voglio fare sconti a nessuno. Riconosco soltanto la loro malafede”. Mancuso, ex sindaco di Adrano, ha appena rifiutato la proposta di assessorato da Lombardo. Nel dicembre scorso era agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta. Una teoria piuttosto in voga a Catania, che si è mobilitata per salvare il teatro, vuole Lombardo infastidito dalla indipendenza dello Stabile. Da qui il desiderio di sostituire Dipasquale con un regista di fiducia, Guglielmo Ferro. La fregola di Lombardo per la cultura è nota: una sorta di karma, per riscattarsi da tutte le ansie sociali. La sua musa è Maria Grazia Cucinotta, a cui riserva finanziamenti generosi da usare per pellicole che ammaliano il mercato cinese (sì, cinese).    In una intervista al Corriere della Sera del 2 giugno scorso, l’ex Iena Pierfrancesco Diliberto (Pif) raccontava di avere atteso due ore nell’anticamera di Lombardo, per parlargli del suo esordio registico, venendo però “dimenticato” con l’arrivo della Cucinotta. Lombardo ha poi scelto, come produttrice del Festival del Cinema di Taormina, Tiziana Rocca. Credenziali: moglie di Giulio Base, Pr dei vip e accompagnatrice della consorte di Lombardo quando si fa shopping. Nella vicenda si inserisce anche una nota riservata al ministero di Roma, contro lo Stabile. Scritta, forse, dal regista 74enne Pietro Carriglio. Vicino prima a Salvo Lima e poi a Gianni Letta, bersaglio facile di Carmelo Bene. Carriglio dirige lo Stabile di Palermo e vorrebbe che di Stabile ne esistesse solo uno: il suo.

A questa ricostruzione, certo fantasiosa, mancano due nomi. Il primo è quello della notissima attrice Ersilia Saverino. È gravitata nella soap Agrodolce (ahi), recitava nel-l’immortale Il macellaio con Alba Parietti ed è sposata con Massimo Buscema. Il presidente dell’Ordine dei Medici di Catania (la sanità è il primo bacino elettorale di Lombardo).    La Saverino è stata vicedirettrice allo Stabile, cavallo di Troia che doveva minare il duopolio Buttafuoco-Dipasquale.    La guerra a quest’ultimo è stata totale, accusandolo di fare più figli che regie e di gestione familistica (per aiutare la moglie).    LO STEP successivo sarebbero state le accuse di “ruberie”: interrogazioni parlamentari, indagini amministrative (che i diretti interessati avevano chiesto di loro volontà per fugare i dubbi), ispezioni (senza esiti rilevanti).    La Regione è socia dello Stabile, quindi poteva adottare una “guerra interna”, ma si è mossa diversamente. Il ruolo della Saverino, recentemente entrata – ovviamente per nomina di Lombardo – anche nel Cda di Cinesicilia, è legato a quello di Toti Lombardo. Figlio del presidente della Regione. Il “Trota siciliano”. Lombardo ha creato per il figlio una lista ad hoc, con nomi pesanti e ottime possibilità di elezioni alle imminenti regionali. Di Toti Lombardo, la Saverino è fida “tutrice”. Lo sostiene e lo affianca. Verso un futuro migliore.

di Andrea Scanzi, IFQ

8 maggio 2012

Marx e l’istituzionalismo

Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi.

Nessuno sembra mettere in discussione la validità di quell’individualismo metodologico che interpreta i fenomeni economici come prodotti dell’interazione fra atomi, che agirebbero in base a un calcolo razionale orientato a ottenere la massima utilità con il minimo dispendio di risorse ed energie. Nessuno critica il principio secondo cui un’economia di mercato deregolamentata sarebbe in grado di produrre spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. Nessuno sembra mettere in dubbio, infine, che l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema.

Poco importa che la crisi che si è abbattuta in due ondate (nel 2001 e nel 2007) sull’economia globale stia clamorosamente smentendo questi presupposti: a prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi. Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni. Ecco perché i (rari) contributi teorici che remano controcorrente, come l’ultimo libro di Guglielmo Forges Davanzati, “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo” (Carocci editore), meritano di essere segnalati con il massimo rilievo.

Il libro è articolato in tre capitoli che descrivono, nell’ordine: 1) l’evoluzione della teoria monetaria della produzione da Keynes a Graziani; 2) l’analisi marxiana delle influenze reciproche che esistono fra due distinti ambiti di conflitto: quello fra capitale e lavoro da un lato, e quello fra capitale finanziario e capitale industriale dall’altro; 3) la teoria istituzionalista di Veblen.

L’obiettivo dell’autore è mettere in luce i punti di convergenza fra questi approcci per dimostrare: 1) che il mercato del lavoro risente profondamente di quanto avviene sul mercato monetario; 2) che un modello economico fondato sul laissez faire, oltre a mancare l’obiettivo della crescita – a causa dell’esistenza di potenti freni al reinvestimento produttivo dei profitti, quali le tendenze alla finanziarizzazione, alla tesaurizzazione e all’espansione della produzione di beni di lusso –, provoca crescenti disuguaglianze distributive e comprime i salari, mancando quindi anche l’obiettivo della legittimazione; 3) che un modello fondato sul potenziamento del welfare (in controtendenza con le attuali politiche di tagli alla spesa pubblica) sarebbe più stabile.

Il primo capitolo si concentra nella descrizione della natura strutturalmente conflittuale del sistema capitalistico, mettendo in luce come la distribuzione del reddito sia influenzata dal modo in cui i diversi gruppi sociali riescono a contrattare politicamente trasferimenti pubblici di risorse a proprio favore – un gioco di potere che rispecchia una rete di relazioni gerarchiche e di dipendenza storicamente determinate. In particolare si richiama l’attenzione sul fatto che gli interessi pagati alle banche costituiscono un trasferimento di reddito dal settore produttivo al settore finanziario, e che tale trasferimento indebolisce i livelli di reddito e il potere contrattuale dei lavoratori, provocando uno squilibrio che può essere corretto solo attraverso l’aumento della spesa pubblica.

Nel secondo capitolo vengono analizzate alcune sezioni, relativamente poco sviluppate (e relativamente poco studiate) dell’opera di Marx, nelle quali vengono descritte le forze che alimentano i processi di finanziarizzazione dell’economia. Ridotta all’osso, la sequenza può essere così sintetizzata: il conflitto fra capitale e lavoro comprime i profitti, alimentando la concorrenza, costringendo i capitalisti ad accelerare l’innovazione tecnologica ed accrescendo l’incertezza, ciò determina a sua volta un inasprimento del conflitto fra capitale industriale e capitale finanziario con un aumento delle rendite a scapito dei profitti. La dilatazione della sfera finanziaria crea l’opportunità di ottenere redditi monetari in tempi brevi, senza passare dalla produzione, cosi che la tendenza si auto rafforza. Infine l’ampia disponibilità monetaria non favorisce solo le tendenze speculative ma anche l’incremento dei consumi di lusso, riducendo ulteriormente la propensione dei capitalisti a risparmiare per investire. Alla fine del processo abbiamo il crollo dell’occupazione, dei salari e dei consumi dei lavoratori, costretti a indebitarsi (il che dilata ulteriormente le rendite finanziarie). Insomma: una perfetta descrizione di quanto stiamo vivendo e una secca smentita degli effetti “razionali” della “mano invisibile”.

Il terzo capitolo, dedicato alle teorie istituzionaliste di Veblen, articola e approfondisce il giudizio marxiano sull’irrazionalità sistemica introducendo le variabili “istintuali” che governano i comportamenti degli agenti economici. Per Veblen, la tendenza all’espansione dei “costumi vistosi” da parte della “classe agiata” (che comprende imprenditori, finanzieri e rentier) nasce dalla competizione per acquisire reputazione, stima e rispetto. Questa variabile culturale consente a Veblen di integrare i livelli conflittuali decritti da Marx (salari versus profitti versus rendite) con un ulteriore livello – interno alla classe capitalistica –, vale a dire il conflitto fra businessman, orientati alla massimizzazione di redditi monetari e consumi vistosi, e tecnici, orientati all’aumento dell’efficienza e della produttività come fine a se stessi (notiamo, per inciso, che quest’ultima descrizione si adatta perfettamente ai valori della “classe creativa” descritta dagli analisti della New Economy).

Non cambia, invece, il giudizio sul ruolo del sistema bancario che, come nella teoria monetaria della produzione e in Marx, resta quello di generare, ad un tempo, processi di concentrazione monopolistica e di finanziarizzazione, con conseguente indebolimento dei redditi e dei rapporti di forza dei lavoratori. Né cambia il punto di vista difeso nel primo capitolo: solo l’aumento della spesa pubblica può invertire la tendenza.

Per concludere, vale la pena di mettere in luce come le tesi di Forges presentino significative convergenze con quelle di autori dell’area post operaista – come Fumagalli, Marazzi e Vercellone – che si sono a loro volta occupati del rapporto fra crisi e processi di finanziarizzazione. Convergenze che escludono tuttavia due aspetti: 1) credo che i teorici post operaisti non condividerebbero una certa intonazione “morale”, implicita nelle tesi istituzionaliste sul carattere “improduttivo” di consumi di lusso e rendite finanziarie, in quanto considerano spreco e speculazione connaturati all’essenza del capitalismo; 2) è noto il loro scetticismo nei confronti della possibilità di perseguire un equilibrio sistemico attraverso una ricostruzione del welfare.

Si tratta di differenze che hanno ovvie implicazioni politiche: mentre la critica istituzionalista non scarta un’opzione per riforme di ispirazione neo keynesiana, la critica post operaista legge la crisi come deriva terminale di un sistema da abbattere.

di carlo Formenti, Micromega

21 aprile 2012

Sicilia, Tribeart rischia di chiudere Artisti regalano opere per raccogliere fondi

L’unico freepress indipendente che si occupa di arti visive sull’isola non riesce né a sostenere i costi né a diventare una vera realtà imprenditoriale. Mobilitazione per mantenere in vita il progetto

Logo Artisti per Tribeart – Catania

Da tre giorni al Palazzo della Cultura di Catania è in corso una mostra di arte contemporanea che ospita le opere di cento artisti siciliani. Non si tratta di una estemporanea Biennale locale, ma di un appuntamento di autofinanziamento, Artisti per Tribeart. L’evento è iniziato il 14 aprile e si concluderà il 1° maggio. Ogni lavoro ha una base d’asta di 300 euro, alla fine si faranno i conti, ma pare che siano già arrivate offerte da 5.000 euro per alcuni pezzi.

Il 29 marzo la redazione di Tribeart, giornale che si definisce “la guida mensile agli eventi d’arte in Sicilia”, ha annunciato l’imminente interruzione delle pubblicazioni. La rivista si occupa di arte contemporanea. Nata nel 1999 come sito internet, nel 2003 è diventata anche un cartaceo: distribuito gratuitamente nei così detti Tribeart corner sparsi per la Sicilia e spedito agli abbonati in giro per l’Italia.

Al Fattoquotidiano.it Vanessa Viscogliosi, fondatrice e coordinatrice del progetto, spiega le ragioni della probabile chiusura: “Il giornalismo è il cane da guardia del potere, la critica e l’informazione sull’arte devono essere il pungolo di questo altro mondo culturale – racconta Viscogliosi – All’inizio Tribeart era poco più di un foglio A3. Poi lavorando anche di notte, facendo coincidere la crescita del nostro giornale con altri lavori siamo riusciti a farlo diventare una realtà conosciuta e autorevole. I costi sono stati coperti dagli inserzionisti (per lo più galleristi e operatori culturali) e dalla nostra volontà – prosegue – Ogni numero ci costa circa 2.500 euro. Ma non riusciamo più a coprire le spese. Inoltre vorremmo fare un salto di qualità, dare da vivere anche a chi collabora con noi, poterci permettere le trasferte per fare un lavoro di maggiore qualità”.

Nel caso in cui la campagna di autofinanziamento non dovesse funzionare i coordinatori del progetto sono pronti a riportare la loro avventura solo in rete. Ma questo vorrebbe dire rinunciare a una parte importante dei loro ideali: “In Sicilia l’uso di internet non è ancora così diffuso come in altre parti d’Italia. Un cartaceo grautito e indipendente è importante per avvicinare le persone al mondo dell’arte e non limitarsi al panorama degli addetti ai lavori”.

L’evento ha suscitato l’interesse delle altre realtà provinciali sicilane, gli organizzatori hanno ricevuto offerte dalle altre province per organizzare appuntamenti analoghi. “Sarebbe bello, ma occorrerebbe investire ulteriori risorse”, aggiunge la giornalista e prosegue: “L’attenzione – che ovviamente speriamo diventi anche economica – dimostra che abbiamo fatto bene a investire sul territorio. E’ ora necessario un intervento di imprenditori locali, collezionisti e galleristi. E’ necessario che, dagli attestati di stima si passi ai contributi: siamo una rete, siamo tutti collegati, se cresce l’informazione e la critica sull’arte crescono anche il livello culturale e il benessere di questo luogo. Gli artisti lo hanno già capito”.

Dalle ultime parole di Vanessa Viscogliosi sembra di capire che a non cogliere il valore del progetto siano state invece le istituzioni: “Abbiamo fatto dei tentativi per rientrare nella programmazione degli investimenti pubblicitari di Comune, Provincia e Regione. Ma non avendo “santi in paradiso” è piuttosto difficile anche solo essere presi in considerazione”. E per quanto riguarda i fondi europei per la cultura? La risposta suona come un paradosso: “per seguire l’uscita dei bandi e la stesura dei progetti servono le risorse economiche per pagare qualcuno che lo faccia in maniera professionale. Se non ci sono i soldi non si riesce a lavorare su questo aspetto. E poi la trasparenza…”

IFQ

14 marzo 2012

Indiana Renzi e il Leonardo immaginario

Matteo Renzi ha trovato un alleato prezioso, anzi un cantore appassionato: è Armando Torno, del Corriere della Sera. Il quale, ieri, ha superato se stesso: “Che poi la pittura murale sia scomparsa, o non ci sia, o si vedano solo i frammenti, poco conta. Là lavorò Leonardo”. E poi: “La Battaglia di Anghiari ha trovato – giustamente – degli esperti che invitano alla prudenza. Nessuno, però, potrà fermare ricerche, sondaggi, ipotesi, il giallo internazionale che si sta alimentando, i non addetti ai lavori che aggiungono conferme alle loro ipotesi. Quel che Leonardo ha solo pensato è già realtà. Quel che ha lasciato interrotto diventa laboratorio. Anche di fantasia”.

RENZI E TORNO hanno colto nel segno: quel che oggi davvero buca lo schermo è il mistero, non la realtà; la suggestione, non la verifica empirica; la fantasia, non la presa concreta sul reale. Vince chi parla solo alla parte irrazionale, insomma, non chi cerca di dare argomenti misurabili. E poco importa se stiamo parlando non di Cagliostro, ma di Leonardo, la cui intera visione del mondo si potrebbe riassumere in questa sua frase: “Certo il cimento delle cose doverebbe lasciare dare la sentenzia alla sperienzia”.    Se stessimo alla “sperienza”, cioè alle regole della conoscenza scientifica, la clamorose ‘prove’ dell’esistenza in vita della Battaglia di Anghiari annunciate nella conferenza stampa di Renzi scomparirebbero come neve al sole. Vediamo perché.    Il team guidato dall’ingegner Maurizio Seracini annuncia di aver trovato dietro l’affresco di Vasari una ‘intercapedine’. Niente di nuovo: Massimiliano Pieraccini, l’inventore del radar con cui lo stesso Seracini aveva scandagliato quella parete, aveva già dichiarato che “la discontinuità c’è, ma sull’intera parete est, e non c’è nessuna struttura localizzata che possa far pensare a una nicchia per proteggere qualcosa. Semplicemente Vasari ha costruito un muro addossato a una parete”, separandoli con nemmeno un centimetro di spazio.

MA IL CLOU sono i ritrovamenti di frammenti di pigmenti su quel secondo muro. Si parla di campioni inferiori a un terzo di millimetro, che Seracini ha inviato a far analizzare in un laboratorio privato a Pontedera, di cui si serve la Piaggio. Ma l’amministratore delegato del laboratorio dichiara: “Ci dispiace non siamo autorizzati a rivelare i contenuti delle analisi”. Già, perché in questa curiosa ‘ricerca scientifica’ lo sponsor (che è National Geographic) ha l’esclusiva dei dati. Dunque bisogna fidarsi: credere, come a un articolo di fede e alla faccia della “sperienzia”.    C’era un modo molto semplice per dare un serio corpo scientifico a queste ‘scoperte’: affidare gli stessi campioni a un laboratorio riconosciuto e autorevole nel delicato campo della chimica applicata alla storia dell’arte. E soprattutto a un laboratorio ‘terzo’: cioè non coinvolto in un’operazione che gli stessi promotori definiscono “di marketing”. Poteva essere l’Opificio delle Pietre Dure, che sovrintende alla ricerca dal punto di vista della tutela, ma che non si è voluto coinvolgere sul piano scientifico . Sia da un punto di vista tecnico che storico-artistico, l’Opificio avrebbe potuto autorevolmente accertare se davvero si tratta di pigmento, e se davvero si tratta di un tipo di pigmento rinvenuto esclusivamente in dipinti leonardeschi (il che, francamente, mi pare improbabile). E se davvero i dati fossero stati così clamorosamente a favore della presenza della Battaglia di Anghiari, Maurizio Seracini e Matteo Renzi avrebbero avuto tutto l’interesse a far ripetere gli esperimenti all’Opificio.

PERCHÉ, allora, non l’hanno fatto? La risposta lascia interdetti: “Semplicemente non è stato possibile farli partecipare alla fase delle analisi per problemi di tempo”. Certo, perché a dettare l’agenda non sono i tempi del laboratorio, ma quelli della conferenza stampa. E così bisogna credere sulla parola, in attesa che Renzi convinca il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi a permettergli di smontare l’affresco di Vasari per vedere se dietro c’è davvero un rudere leonardesco, o semplicemente una decorazione geometrica, o magari nulla. Il sindaco di Firenze ha chiesto a Ornaghi di fare della ricerca della Battaglia di Anghiari “una delle più grandi e cruciali questioni della politica culturale di questo Paese”. Leggo questa dichiarazione a L’Aquila, tra le macerie di uno dei principali centri storici del Paese, distrutto tre anni fa dal terremoto e ancora in attesa di essere restaurato.    Ma, per la felicità di Armando Torno e Matteo Renzi, nell’Italia del 2012 conta la fantasia, non la realtà.

di Tomaso Montanari, IFQ

A Palazzo Vecchio continuano le ricerche del Leonardo fantasma. È di lunedì la notizia della scoperta di tracce di colore simili a quelli usati per il ritratto di Mona Lisa (FOTO ANSA)

3 febbraio 2012

Forza Nuova e Altan al rogo

Forza Nuova invoca roghi per Altan. Attraverso il profilo Twitter di FN Milano, è giunta la scomunica virilmente fascistissima: “Il piccolo uovo di Altan, odiosa cultura omosessuale insegnata ai bambini, roghi in piazza”. Sembra uno scherzo, o l’ennesimo delirio politico, ma la questione arriverà il 9 febbraio in consiglio comunale. Da mesi il centrodestra presenta mozioni di censura, rivelandosi stranamente coincidente con le posizioni di Forza Nuova, da sempre paladina di tolleranza e libertà. Il piccolo uovo di Francesco Tullio Altan, talento tra i più puri d’Italia, racconta la storia di un pinguino che trova la famiglia ideale in una coppia di suoi simili omosessuali.

PIERFRANCESCO Majorino, assessore Pd alle Politiche sociali e noto eversivo, aveva criminosamente proposto a settembre di adottare il libro negli asili e nelle scuole, per spiegare ai bambini le diverse tipologie di famiglie esistenti. Derubricare la querelle a prova tangibile di una preoccupante (nonché ennesima) deriva destrorsa italica, sarebbe riduttivo. Peggio ancora: banale. Per almeno due motivi. Il primo è che il riferimento al rogo è assai significativo. Ne esistono di letterari (Ray Bradbury) e di nazisti. Quello odierno, più che Goebbels, ricorda per portata caricaturale l’illuminato e rubizzo Calderoli, quando si impose di incenerire tutto ciò che reputava inutile. Dimenticandosi di ardere – metaforicamente s’intende – l’unica cosa davvero pleonastica di quel fuoco fatuo: se stesso. Il secondo motivo è che il problema esiste. E non va sottovalutato.

Quella di Altan è una deliberata e reiterata propaganda bolscevica. Leninista. Trotzkista. I suoi pinguini gay non sono che i cattivi maestri contemporanei: li si bruci, ordunque. Non solo: forti della meritoria condanna di Forza Nuova, occorre vietare anche la Pimpa, il cui manto a pois (rossi, guarda caso) è pur’esso un chiaro rimando sovversivo. Urge poi mandare al rogo Minnie (nota fiancheggiatrice di Stalin), Pingu (palesemente effeminato), Nonna Papera (verosimilmente lesbica) e soprattutto Cipputi, l’operaio paradigmatico altaniano, i cui continui accenni all’ombrello conficcato nelle natiche vanno trattati per quel che sono: biechi incentivi alla più torbida perversione. È tempo di porre fine a cotanto scempio morale. Confidiamo che il sindaco Pisapia si farà carico di una tale battaglia, opponendo la serietà che gli è consona a questa inaccettabile Sodoma&Gomorra in salsa cartoon, di cui Altan è imperdonabile – e si direbbe compiaciuto –- artefice.

di Andrea Scanzi, IFQ

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